10 settembre 2011

Casaggì Firenze, Corneliu Zelea Codreanu ed i modelli dell'"occidentalismo" giovanile



Settembre 2011. I movimenti giovanili "occidentalisti" della penisola italiana stanno attraversando un periodo di crisi che ci si augura definitivo: le giornate di "formazione politica" definite "Atreju", che non ci siamo fatti alcun problema a ridefinire più realisticamente Trojaju sono riuscite a mettere insieme una tale congerie di idiozie impraticabili e demenziali da lasciare esterrefatti perfino individui che non dovrebbero avere troppi motivi di malevolenza nei loro confronti.
Tuttavia la contiguità con il potere che contraddistingue queste formazioni non permette di escludere a priori eventuali colpi di coda, specie del tipo destinato ad attirare l'attenzione dei gazzettisti.
In attesa che le lezioni riprendano, e con esse il cicaleccio demente dell'"occidentalismo" giovanile, niente di meglio che rifilare qualche altra bastonata al cane che annega.
La stima di cui Corneliu Zelea Codreanu gode presso i giovani "occidentalisti" di Casaggì Firenze è cosa troppo nota perché vi si debba ritornare. Dal volume collettaneo "I fascisti" curato da Larsen, Hagtvet e Myklebust, tradotto nel 1996, traiamo un saggio di Zeev Barbu la cui attenta lettura è consigliabile a chiunque, specie se docente, genitore o comunque investito di responsabilità educative che non possano essere verosimilmente assolte passando le giornate sul Libro dei Ceffi, creda o faccia finta di credere che Casaggì Firenze sia un gruppo relativamente innocuo di mangiaspaghetti ben vestiti.
La lettura di Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro consente di identificare con facilità i contesti da cui Casaggì mutua iconografia e vocabolario: il registro linguistico di Barbu, ricco di espliciti riferimenti alla psicopatologia clinica, contribuisce in modo determinante ad inquadrare correttamente il contesto.
C'è da chiedersi, detto altrimenti, quanto sia appropriato che l'emanazione giovanile di un "partito" che taccia di terrorista tutti quelli che respirano prenda esempio da un individuo che assassinava i prefetti a colpi di pistola e capeggiava formazioni dall'acceso antisemitismo, per le quali l'omicidio politico e soprattutto la morte pura e semplice costituivano affare d'ogni giorno.


Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno*

Zeev Barbu


Introduzione


Nel presente saggio mi propongo di discutere il movimento fascista in Romania, generalmente conosciuto come Guardia di Ferro, riferendomi in special modo alle prime due domande sulle quali s’incentra questo libro: “Chi si affiliò al movimento e per quali ragioni?”.
È bene chiarire sin dall’ inizio due punti. Primo: a causa del suo orientamento prevalentemente analitico, questo saggio può anche non fornire al lettore una descrizione dell’argomento sufficientemente chiara, e perciò lo consiglio di consultare l’ammirevole studio monografico di E. Weber, Gli uomini dell’Arcangelo[1]
. Secondo: metodologicamente parlando, non solo non mi è riuscito di consultare gli schedari della Guardia di Ferro, ma inoltre, per quanto ne so, questi schedari non esistono più. In assenza di fonti più dettagliate, ho cercato di formarmi un’idea generale della composizione sociale della Guardia di Ferro. estrapolandola da piccoli esempi tratti sia dalle liste elettorali del 1937 (che contenevano brevi note sui 350 candidati provenienti dalla Guardia), sia da qualche rapporto stilato dalla polizia o dall’esercito rumeni. In questo senso, il soggetto è naturalmente sottodocumentato.
Riguardo alla seconda domanda, la situazione è un po’ più incoraggiante. Intanto, la “confessione dei motivi” era una procedura di reclutamento di routine, e le pubblicazioni della Guardia sono praticamente disseminate di saggi intitolati: Come e perché sono diventato un legionario (“La Legione” era uno dei nomi esoterici del movimento). Inoltre, come gran parte di coloro che vengono condannati a lunghe pene detentive, molti legionari divennero obbligatoriamente memorialisti e diaristi, e gran parte dei loro scritti contiene materiale importante rispetto alle motivazioni. In ultimo, ho avuto occasione d’intervistare, ovviamente in modo informale, un limitato campione (19, esattamente) di ex membri del movimento.
Dato che il procedimento sin qui delineato assomiglia ad un quadro incompiuto, altamente suggestivo ma di capacità rappresentativa ambigua, è necessario un breve commento esplicativo. Nella presente ricerca, io ho preso le mosse, come la maggior parte dei ricercatori, da tutta una serie di osservazioni basilari o d’intuizioni primarie, delle quali una era quella che la Guardia di Ferro fosse socialmente più omogenea degli altri movimenti fascisti europei. Conseguentemente, le generalizzazioni derivanti da campioni relativamente piccoli erano, metodologicamente parlando, più tollerabili. Ma, a parte le generalizzazioni empiriche, esistono altre maniere per giungere a valide conclusioni riguardo i motivi e le caratteristiche sociali prevalenti di coloro che si affiliarono alla Guardia di Ferro. Come speriamo di dimostrare in seguito, uno studio dettagliato sulle ideologie, sulle forme specifiche d’organizzazione, sullo stile di vita, e anche sul vocabolario dominante, potrebbe e dovrebbe portare, in questo senso, a risultati significativi.

Lo sfondo storico

Le origini del fascismo rumeno, come quelle del fascismo europeo in genere, possono esser fatte risalire al periodo di sconvolgimento sociale susseguente alla prima guerra mondiale. Il movimento fascista rumeno si distingue per tre aspetti fondamentali. Primo: esso nacque nelle università come movimento di protesta studentesca, e per tutta la sua esistenza conservò sempre il carattere di movimento giovanile. Secondo: malgrado i suoi notevoli successi elettorali negli anni tra il 1927 ed 1937, non assunse mai la forma di vero e proprio partito politico: rimase un “movimento” che esibiva una combinazione di caratteri originari fascisti, liberazionisti e religiosi indigeni. Terzo: se è vero che un movimento o regime fascista possiede radici autoctone, il fascismo rumeno dovrebbe essere considerato un caso paradigmatico. Sebbene non fosse immune da influenze esterne, la Guardia di Ferro era una branca del fascismo essenzialmente “fatta in casa”, e quasi ossessivamente concentrata sul suo carattere originale ed unico, se non addirittura eccentrico. Fino al 1929, al momento del suo viaggio in Germania per incontrarsi con Hitler, C.Z. Codreanu, il capo della Guardia, si vantava del fatto che avrebbe potuto insegnare ad Hitler un paio di cose riguardo all’essere fascista. Per spiegare quest’eccessiva fiducia nei propri mezzi, occorre premettere una breve disamina del contesto storico-sociale in cui si sviluppò la Guardia di Ferro.
Se oggi la Romania viene generalmente considerata un Paese in via di sviluppo, nei primi anni del XX secolo non la si sarebbe potuta descrivere altro che come una nazione arretrata che muoveva i primi passi verso la modernizzazione. Malgrado qualche debole e spasmodica spinta verso l’industrializzazione, l’economia rumena era prevalentemente agricola, con oltre l’80% della popolazione esclusivamente occupata, o per meglio dire sotto-occupata, in questo settore. Il fatto che la produzione eccedesse il livello medio di sopravvivenza (nelle grandi proprietà private) era dovuto più a quello che Barrington Moore chiama “il sistema di sfruttamento della manodopera”, che non alla modernizzazione delle tecniche produttive[2]. In tutto questo periodo, la società rumena era una tipica compagine agraria e tradizionalista, con, in cima, una piccola, eterogenea e in larga misura assenteista classe dominante, e con, alla base, i contadini che assommavano a più dell’80% della popolazione. Sino al 1939 solo un decimo dei rumeni lavorava nell’industria. Per quanto riguarda le cosiddette classi medie, esse erano composte da piccoli gruppi professionali e commerciali. per la maggior parte giunti recentemente dall’estero: ad esempio, greci, turchi ed ebrei nel Sud e nell’Est, ungheresi e tedeschi nel Nord e nell’Ovest del Paese. In breve, si ha a che fare con una struttura sociale tesa ed instabile, che è caratteristica di moltissime società agricole tradizionali alle prese con svariate necessità, ma mancanti dei mezzi appropriati di modernizzazione. Quindi, economicamente parlando, la Romania entrò e rimase in tutta l’era moderna come un Paese semicoloniale, le cui condizioni erano paragonabili a quelle degli attuali Paesi latinoamericani, e una delle quali mette direttamente in luce il perenne problema sociale della Romania: una classe contadina supersfruttata e sempre più disorientata. E tuttavia la maggior fonte di tensione e di conflitto risiedeva altrove.
Poche altre nazioni europee, con la possibile eccezione della Polonia, possedevano una storia politica più carica di frustrazioni. Una popolazione etnicamente omogenea, che costituiva la larga maggioranza in tutto il territorio dell’odierna Romania, dovette vivere sino agli ultimi anni del XIX secolo divisa e sotto occupazione straniera: turca nel Sud, russa nell’Est, austroungarica nell’Ovest e nel Nord. Il primo Stato politicamente indipendente, il cosiddetto Vecchio Regno di Romania, vide la luce nel 1877, mentre più della metà della popolazione continuò a vivere sotto il dominio straniero sino al 1918, quando la Romania raggiunse il punto di partenza verso la modernizzazione politica diventando uno Stato nazionale. Per quanto il significato di tutto ciò ai fini del sorgere del nazionalismo rumeno sia del tutto ovvio, occorre comunque sottolineare i punti seguenti. Malgrado la prolungata frammentazione politica, i rumeni sono stati sempre più coscienti, almeno a partire dall’inizio del XVIII secolo, di costituire una comunità etnica distinta e notevolmente omogenea. Il fattore di più larga importanza di questa connessione era la lingua comune, che, essendo di ceppo latino, rivestiva simultaneamente tre funzioni psico-storiche fondamentali: a) era una forza unificante che veniva parlata con pochissime e trascurabili variazioni da tutti i rumeni; b) possedeva un potere differenziante per il fatto che i rumeni costituivano l’unica comunità di lingua latina in quella parte d’Europa; c) soddisfaceva una funzione di prestigio per ovvie, sebbene non necessariamente legittime, ragioni. È importante notare che tra i rumeni c’era, e forse c’è ancora, una forte sensazione secondo cui, date le circostanze avverse della loro storia, la lingua latina avrebbe rivestito una funzione non soltanto naturale; essa produsse un “miracolo” al quale essi debbono la loro sopravvivenza come nazione. Quanto detto sinora getta luce su una serie di aspetti della nascita e dello sviluppo della cosiddetta nazionalità rumena che sono particolarmente importanti in questa sede. In primis, come la maggior parte delle nazioni coloniali o semicoloniali, i rumeni hanno forgiato la loro identità ed il loro senso di solidarietà in condizioni difficili; fatto, questo, che ha ovviamente lasciato una cicatrice d’inferiorità, di quella che chiamerei identità di gruppo di tipo difensivo, che si afferma in genere mediante un forte riferimento negativo nei confronti degli altri gruppi e, in particolare, degli oppressori. Sino a pochi anni fa, i rumeni si affannavano a dimostrare al mondo di non essere russi. Ciò ha implicitamente portato ad un autoriferimento positivo non meno forte, come, ad esempio, l’enfasi data alla loro latinità e cristianità, o alla loro forma tradizionale di vita. Tutto questo, e in specie una prolungata frammentazione politica, ha alla lunga superstimolato quella che possiamo in breve definire la coscienza nazionale dei rumeni. Dalla metà del XIX secolo in avanti, una serie di nozioni come “libertà”, “indipendenza”, “unità”, “nazionalità”, “romanità”, e molte altre ancora, sono sempre più divenute “fantasticherie” o formule magiche: una specie di ossessione collettiva che ha dominato la vita culturale del Paese.
Questo ci porta ad un punto ulteriore, forse quello più importante, che riguarda il contesto formativo del fascismo rumeno. Esso si riferisce specificamente al processo di modernizzazione, che in Romania, come in gran parte dei Paesi “di recente sviluppo”, fu iniziato e in larga misura portato avanti sotto la spinta dell’Europa occidentale. L’occidentalizzazione della Romania iniziò nelle classi superiori verso l’inizio del secolo scorso, ed è andata sempre crescendo. Dato che si tratta di un genere di processo socioculturale meglio noto nella sua versione russa, sarà utile tener presente che in Romania seguì più o meno lo stesso corso e con gli stessi risultati. La moderna intellighentija rumena fu un prodotto dell’occidentalizzazione, e, similmente a quella russa, rivelò nel suo sviluppo tutti i sintomi tipici di un gruppo marginale. Fino all’ultimo decennio del XIX secolo, l’ intellighentija rumena si considerava un gruppo progressista, la cui missione consisteva nel trasformare una comunità tradizionalista ed arretrata in una società moderna sul modello francese. Il risultato, naturalmente, fu quello di una sua graduale alienazione dalla cultura indigena. Così, già verso la fine del secolo, si potevano scorgere i primi segni di emarginazione tra gli intellettuali rumeni, che divennero coscienti di non appartenere né all’Occidente, per via delle loro origini, né alla loro cultura e società d’origine per via della loro educazione. La crisi venne risolta in una maniera che, da allora, è diventata un fenomeno ben noto. Molti intellettuali rumeni cominciarono ad identificarsi col popolo e con la sua visione tradizionale della vita e della cultura. La cosa innescò un intenso processo di riscoperta, rivalutazione e, in realtà, esagerazione delle tradizioni originarie (e quindi specificamente rumene), dei valori e, più in generale, dei modi di vita rumeni. Il villaggio ed i contadini divennero simboli d’onestà, salute e purezza primigenia: i capisaldi della vita nazionale. La stessa cristianità divenne una virtù rumena. Dall’inizio di questo secolo, e sino alla seconda guerra mondiale, la scena culturale rumena vide il dominio di movimenti “populisti” letterari, politici e religiosi, che furono altrettanti vivai di nazionalismo ed antisemitismo.
Ma non c’è bisogno di dire che né il nazionalismo né l’antisemitismo debbono necessariamente portare al fascismo, fenomeno molto più complesso, che può essere forse definito così: il fascismo è, prima di tutto, un movimento socio-politico che si sviluppa in una clima d’opinione nazionalistico e, spesso, populista. Se si può definire un movimento sociale come una reazione collettiva ad un “problema”, allora il problema specifico del fascismo consiste in una crisi di solidarietà ed identità sociali, di norma attribuita al declino delle caratteristiche etniche e tradizionali della comunità. In seconda istanza., il fascismo, come movimento politico, mostra forti tendenze verso un tipo d’organizzazione autoritario e paramilitare. Terzo: esso contiene visibili elementi totalitari nel fatto che il movimento, o il partito, finisce per costituire un modello concreto e, a tutti gli effetti, un archetipo della società nella sua totalità. Quarto: come modello di società, il fascismo comprende forme d’organizzazione sociale emotive, nostalgiche e, nell’insieme, regressive. Esso guarda sempre all’indietro, usando simboli di solidarietà sociale tradizionali e spesso primordiali. L’immagine di un gruppo primario costituisce una forza motivante centrale tra i membri di un simile movimento.
Tenendo in mente la definizione suddetta, c’è stato un solo movimento ed un solo partito, in Romania, al quale sia possibile applicare, non ambiguamente, il termine “fascista”. Esso ebbe nomi diversi che corrisposero ai diversi stadi del suo sviluppo, ma divenne generalmente noto come Guardia di Ferro. Quello che segue è un breve resoconto interpretativo dei principali tratti caratteristici del movimento, che per più di un decennio ebbe un ruolo importante, e spesso dominante, sulla scena politica rumena tra le due guerre mondiali.
Come abbiamo già detto, il fascismo rumeno nacque in un periodo di sconvolgimenti sociali susseguente alla prima guerra mondiale. Considerando il suo contesto formativo, la prima cosa da tenere in mente è che la Romania non uscì sconfitta dal conflitto, e neppure fu una vincitrice delusa come l’Italia. Al contrario: per un colpo di fortuna, la Romania uscì dalla guerra in certo modo inebriata dal successo. Col trattato di Versailles, tutte quelle province in cui i rumeni costituivano la maggioranza della popolazione, Transilvania, Bucovina e Bessarabia, vennero incorporate in un nuovo Stato nazionale rumeno, con una popolazione di oltre 17 milioni di abitanti. Perciò, il fascismo rumeno non fu il prodotto di una sconfitta nazionale. Ciò non vuoi comunque dire che esso non fosse, in un certo qual modo, figlio dell’ansietà e della confusione collettive. Come hanno dimostrato recenti studi sul disordine mentale in genere e sui suicidio in particolare, la ricchezza improvvisa e l’improvvisa povertà producono risultati simili. Se ci è consentito ampliare l’analogia, la Romania si trovò nella posizione del nouveau riche, con un territorio più che doppio rispetto a quello del Vecchio Regno e con una popolazione non solo considerevolmente più numerosa, ma anche altamente eterogenea nelle tradizioni e nei modi di vita. Quindi, il problema era quello dell’unità e dell’organizzazione. Quali erano i fattori unificanti, e quali le basi del consenso e della solidarietà nella nuova comunità? Domande come queste suscitavano un’ansia notevole, e ciò si rifletteva sulla situazione politica del Paese, contrassegnata da ideologie populiste vagamente democratiche e da ancor più vaghe riforme democratiche, con un’eccezione: l’estensione dei diritti elettorali a tutti i maschi al di sopra dei 21 anni. Lo spettro dei partiti politici era ricco, multicolore e molto mutevole. Un aspetto strutturale, però, sembrava essere costante: un “centro” quasi vuoto, con i grossi partiti tradizionali a destra e un piccolissimo Partito socialdemocratico ed un ancor più piccolo Partito comunista a sinistra. Dal punto di vista elettorale, non c’era segno di radicalizzazione politica.
L’instabilità, o meglio la fluidità politica, del Paese aveva una serie di cause, che contribuirono tutte indirettamente all’ascesa del fascismo. Tanto per cominciare, il livello di educazione politica era terribilmente basso e la socializzazione della maggioranza della popolazione contrastava nettamente con le basilari esigenze di una democrazia parlamentare. Pochi anni di attività febbrile e di dura competizione tra una dozzina o più di partiti approdarono piuttosto alla confusione politica e all’apatia che non al chiarimento. Inoltre, come in tutte le nazioni di nuovo conio e le democrazie giovani, il sistema partitico era una creazione più che altro artificiale. Con le due possibili eccezioni del Partito liberale e di quello contadino, i partiti della Romania postbellica non possedevano né una salda base sociale né un elettorato stabile. In aggiunta, la maggior parte di essi erano stati messi in piedi alla svelta e spesso non costituivano altro che organizzazioni intermittenti riunite attorno a qualche personalità di rilievo, come un celebre poeta, un grande generale, un avvocato di grido, con un fumoso programma di governo e con un’ancor più fumosa ideologia pesantemente delineata sulla base di stereotipi culturali dominanti, come la “Romanità”, la “Cristianità”, il “contadinismo”, “tutto per la patria” e così via. Perciò, una campagna elettorale nella Romania del primo dopoguerra assomigliava ad una guerra di spettri, con ogni partito concentrato su se stesso o sugli altri partiti, piuttosto che sui bisogni e le aspirazioni generali della comunità. In breve, democrazia significava particolarismo, e politica politicismo.
Due altri aspetti della vita politica si aggiungevano alla confusione che regnava nella neonata democrazia: il comunismo ed il cosiddetto problema ebraico. Riguardo al primo, ci sembra importante sottolineare che, sebbene la Romania, a differenza della Germania o dell’Italia, non avesse mai avuto un forte partito marxista, il comunismo come idea e minaccia provenienti dall’esterno ebbe un ruolo considerevole nell’ascesa della Guardia di Ferro. Il fatto che il luogo natale del movimento sia stata la Moldavia e che i suoi primi successi esso li abbia ottenuti in Bucovina e in Bessarabia, tre province confinanti con la Russia sovietica, può essere una prova di quanto abbiamo asserito. E la cosa possiede un’ulteriore rilevanza. Non solo la Bessarabia, la Bucovina e la Moldavia erano più esposte alla minaccia comunista, ma avevano anche una popolazione ebraica relativamente numerosa e, in quanto meno assimilata, certamente più visibile. Di conseguenza, in queste regioni esisteva una lunga tradizione di movimenti antisemiti, sia politici che culturali. In questo modo, in Romania, come in Austria ed in Germania, l’anticomunismo e l’antisemitismo costituirono un grosso nocciolo dell’ideologia fascista. Inoltre, i capi della Guardia di Ferro si diedero notevolmente da fare per produrre prove statistiche (sinceramente labili) del fatto che ebraismo e comunismo erano la stessa identica cosa.
A questo punto s’impone un’ulteriore specificazione. Pur costituendo un tema ideologico importante del fascismo rumeno, l’antisemitismo era in realtà soltanto un sintomo di una sindrome più larga, che, per mancanza di un termine più adatto, possiamo definire xenofobia. Ciò dovrebbe essere sottolineato, perché dal primo all’ultimo giorno della sua esistenza la Guardia di Ferro fu sempre impegnata in una dura lotta, sia ideologica che politica, contro tutte le minoranze etniche presenti in Romania, fossero ungheresi, turche, greche, bulgare o anche tedesche (sassoni). Questo spiega perché la Transilvania, con le sue grosse minoranze ungherese e tedesca, divenne relativamente presto un, se non il principale, caposaldo elettorale del movimento[3].
Quanto alla domanda se la Guardia di Ferro fosse o meno un movimento razzista, la risposta non è facile né semplice. Sicuramente, non era razzista nel modo in cui lo era l’hitlerismo, perché i fascisti rumeni non possedevano un concetto di razza naturalistico e pseudoscientifico, e neanche un’ideologia o una politica imperialiste. Il punto centrale della loro ideologia e della loro politica era il concetto di “nazione”, o, più precisamente, il nodo concettuale nazione - popolo rumeno - terra rumena, che significava o piuttosto simboleggiava un’entità storica spirituale (tutti i rumeni che avevano vissuto, vivono e vivranno sul suolo rumeno nel modo incarnato dalla comunità tradizionale del villaggio).
In questo senso, il fascismo rumeno condivideva alcuni aspetti con quello italiano, in quanto entrambi esaltavano il passato storico della nazione e le sue “nobili origini”, con l’importante differenza che il concetto di nazione caro alla Guardia di Ferro aveva una forte componente mistico-cristiana e un particolare sapore bucolico-rurale. Per tornare al punto fondamentale, il nazionalismo della Guardia, diciamo che la sua xenofobia era visibilmente radicata in una visione del mondo tipica di una comunità chiusa, in cui una categoria di persone altamente differenziata - ad esempio una minoranza etnica- viene normalmente percepita come corpo estraneo. L’antisemitismo dovrebbe essere quindi visto come un aspetto di questa situazione. Com’è stato spesso notato, i rumeni non odiavano gli ebrei in quanto ebrei, ma principalmente perché erano “diversi”, meno assimilati, e, perciò, più stranieri di quanto non lo fossero nella maggior parte degli altri Paesi europei. Si dovrebbe comunque tener presente che, a causa dell’effetto cumulativo di un passato coloniale, questa visione xenofoba poteva raggiungere (e talvolta raggiunse effettivamente) proporzioni da incubo, com’è ampiamente dimostrato dalla Guardia di Ferro. Questo costituisce un importante aspetto psico-storico della comunità rumena, che deve essere incluso in ogni studio sistematico sull’ascesa del movimento. Per ora non possiamo che delinearne brevemente la natura ed il significato.
Nessuno che sia seriamente interessato alla storia culturale della comunità rumena può evitare di accorgersi della prevalenza, e anzi della centralità, di tutta una serie di simboli, verbali o di altro genere, connotanti con vario grado d’intensità e complessità una condizione umana di “estraneamento”. Ciò può costituire un sentimento relativamente semplice di rimpianto o di nostalgia, suscitato da un’esperienza concreta di separazione da un ambiente familiare (ed in particolare quello dell’infanzia), oppure uno stato mentale più complesso fatto d’inquietudine e di ansietà liberamente estrinsecantesi, che nella sua espressione culturale include una serie di stati compensatori e, soprattutto, un insieme di speranza, desiderio e mancanza di un mondo perduto o di un’irraggiungibile felicità, così come una prodiga manifestazione di fantasie di morte, sottilmente mascherate sotto un’etica di rassegnazione e di accettazione, se non addirittura d’identificazione col grande ritmo o ciclo della natura. La gran parte degli studi rumeni sul fenomeno insistono sulla sua espressione letteraria, più che altro poetica, e soprattutto sulla posizione chiave della parola “dor”, un fonema singolarmente polisemico sul quale convergono un forte sentimento di “senza casa” ed estraneamento, associato a vaghe speranze e desideri; in breve, un modo d’esistere privo di visione escatologica o, nella migliore delle ipotesi, con una visione di questo genere molto oscura[4]. Nessuno degli studi a me noti presta la minima attenzione all’espressione sociale e politica del fenomeno, e, più precisamente, alla correlazione funzionale tra la nozione di “dor” e una serie di parole più specifiche, quali “strano”, “straniero”, “estraneamento”. Ciò è ancor più sorprendente, dato che anche da un superficiale esame del contesto principale in cui le suddette parole vengono usate si può inferire tutta una serie di stati emotivi principalmente negativi (sfiducia, sospetto, il fatto di sfuggire, di ritrarsi, ostilità) che evidenziano il tipico atteggiamento rumeno verso la società. Perché i rumeni non solo percepivano (e forse percepiscono ancora) la loro società politica come qualcosa di esterno, oppressivo ed alienante, ma nutrirono lungo l’intero XIX secolo la credenza che un’espressione del tipo “straniero nel suo stesso Paese” fosse una più o meno accurata descrizione della loro esistenza come individui o come comunità.
Ora, il punto principale è che il suddetto atteggiamento possiede una dimensione storica ben precisa, che potremmo brevemente definire nel modo seguente: fino all’ultimo decennio del XIX secolo, la nota dominante era quella della passività e della totale rassegnazione. Il senso di un fato implacabile era generalmente considerato una componente basilare della visione rumena del mondo. Questo potrebbe essere rilevato in una gran varietà di espressioni culturali, poetiche e musicali in particolare, come nella placidità comportamentale del contadino, che veniva spesso considerata una variazione rumena dell’atteggiamento stoico. Ma via via che il secolo si avviava alla sua conclusione, i sintomi di una grande trasformazione divenivano sempre più chiari. “Trasformazione” non è proprio la parola giusta, perché l’inizio del XX secolo portò piuttosto ad una “rottura”, ad un’inversione di segni nella cultura e nel carattere rumeni. In mancanza di termini più adatti e tenendo presenti i limiti del vocabolario psicoanalitico, si può parlare di una transizione da una visione prevalentemente schizoide ad una prevalentemente paranoide, o, più specificatamente, da una struttura mentale dominata da meccanismi in cui ci si ritira e si sfugge, a un’altra dominata da meccanismi di attacco, unita ad un sistema morale basato sull’affermazione aggressiva del potere. Lo storico sociale non troverà sicuramente difficoltà nel raccogliere e collegare una gran varietà di avvenimenti accaduti in quel periodo, come, ad esempio, il sorgere della piccola intellighentija indigena discussa precedentemente, assieme ad un’infinità di ideologie populistiche e nazionaliste, la nascita del movimento socialista rumeno, e, da ultimo, ma non meno importante, la rivolta contadina del 1907, l’unica vera rivolta contadina registrata in tutta la storia moderna del Paese[5]. In omaggio alla chiarezza, è necessario riferirsi alla simbolica, e quindi iperbolica, espressione del fenomeno, e precisamente a uno dei più noti poemi di Mihai Eminescu, un poeta romantico e nazionalista di quel tempo, scritto in rime popolari, dal titolo Doina. Per afferrare il punto si dovrebbe tener presente che Doina -una parola rumena che più delle altre si avvicina a blues- è un’espressione culturale archetipica (poesie e canzoni) di quel genere di sensibilità e di concezione del mondo che, come abbiamo detto, era caratterizzato dal termine “dor”, e cioè da una visione della realtà prevalentemente schizoide. Confrontata con il suo modello tradizionale, la Doina di Eminescu suona come la versione beat della Passacaglia di Bach; è sconvolgentemente aggressiva ed è sicuramente uno dei poemi più xenofobi che siano mai stati scritti. L’inizio è una provocazione: “Dalle rive del Dniestr a quelle del Tisza, ogni rumeno lamenta di poter a malapena respirare, per colpa dei tanti stranieri...” La fine è una maledizione: “Se c’è qualcuno che adora lo straniero, possano i cani mangiargli il cuore; possa la malerba distruggere la sua casa; possa la sua stirpe perire nella vergogna.”[6].
È indubitabilmente vero che questo poema ed il suo autore in genere costituirono una fonte d’ispirazione per la Guardia di Ferro. D’altro canto, la reale natura del movimento e soprattutto il suo orientamento etnocentrico non possono venire correttamente compresi senza prendere in esame lo stadio schizoide del periodo ante-Eminescu che aveva caratterizzato il processo precedentemente delineato. Come diremo in seguito, la mitologia della Guardia è essenzialmente del tipo triste ed apocalittico. Neanche nei loro stati d’animo più pacati, i guardisti furono capaci di offrire una soluzione semplice, come, ad esempio, una con capro espiatorio, magari d’impostazione antisemita. Dato che i nemici erano così tanti e così potenti, essi furono il più delle volte inclini a ripiegare su una visione religioso-escatologica, in cui “trascendenza”, “morte e resurrezione” costituivano le nozioni di base.

Capi, ideologia ed organizzazione

Mettendo da parte le circostanze storiche, la Guardia di Ferro dovette la sua esistenza a due uomini: C.Z. Codreanu, studente dell’Università di Iasi dal 1919 al 1925, e Ion Mota, studente dell’Università di Cluj dal 1920 al 1924. La ristrettezza di spazi ci consente solo un breve ritratto biografico e politico del primo, ma prima di procedere, ci piacerebbe comunicare in questa sede un’idea generale intervenuta in una fase relativamente avanzata della nostra ricerca. Per usare una nozione weberiana della causalità, siamo ora fermamente convinti che l’esistenza della Guardia di Ferro sia intrinsecamente legata a quella di Ion Mota, fervente attivista del movimento. A meno che ciò non appaia come un’ingenua, se non addirittura arbitraria, applicazione della regola sublata causa tollitur effectus, elimina la causa e l’effetto sparisce. Vorremmo quindi avanzare un’ipotesi ulteriore, che speriamo sarà verificata in altra sede; se sia cioè possibile supporre che la Guardia di Ferro fosse un movimento autoritario bicefalo. Per capire la cosa, è necessario distinguere tra la struttura organizzativa formale del movimento e quella simbolica. Riguardo alla prima, la Guardia di Ferro era senza dubbio un’organizzazione autoritaria e monolitica, avendo avuto come capo indiscusso per quasi vent’anni C.Z. Codreanu. Riguardo poi alla struttura simbolica, la Guardia mostrava una polarità di base, e più precisamente una polarità vita / morte. Per quanto non fosse meno attivo e creativo nei termini della pratica politica, Mota prediligeva tutto ciò che è destinato a morire, ad essere sacrificato per l’esaltazione della vita. Verso i trent’anni, e proprio quando il movimento era visibilmente prossimo al successo, Mota decise di arruolarsi come semplice soldato nella guerra civile spagnola, dove morì. Il suo corpo venne poi riportato in patria e canonizzato dai suoi seguaci[7].
Sebbene le interpretazioni retrospettive debbano sempre essere usate con cautela, c’è molto poco nello sfondo biografico di Codreanu che ci possa far avanzare seri dubbi contro l’ipotesi che nella sua personalità esistessero forti tratti d’autoritarismo. Suo padre, un insegnante in una città di provincia della Moldavia che divenne una ben nota figura politica, mostrò in tutta la sua vita inequivocabili segni di un impulso energicamente disciplinario unito a fantasie eroiche avvolte in un magniloquente linguaggio nazionalistico. I rapporti tra padre e figlio sono ben esemplificati da un incidente che viene spesso menzionato dal secondo nei suoi scritti autobiografici. All’inizio della prima guerra mondiale, il padre, malgrado l’età avanzata, si arruolò volontario nell’esercito. Per il figlio, a quei tempi scolaretto, fu il segnale per andarsene da casa e vagabondare per qualche settimana da un reggimento all’altro offrendo i propri servigi. Dopo essere stato rifiutato dappertutto, il ragazzo tornò a casa. Così, la sua prima “fuga” eroica terminò con una delusione. In un contesto del genere, vale la pena menzionare che, prima di entrare all’università, Codreanu aveva studiato presso la scuola militare di Manastirea Dealul.
Un altro dettaglio biografico rilevante riguarda sua madre, che era d’origine tedesca, fatto, questo, che ebbe certamente a che fare col suo esibito nazionalismo. Com’è stato spesso suggerito, il bisogno di successo unito ad una fede mistica nella volontà umana gli possono essere stati trasmessi proprio dalla madre. Ci affrettiamo però a precisare che Codreanu non era un volontarista alla maniera di Hitler, e neppure un maestro della parola ed un concettualizzatore capace come Mussolini.
Ciò detto, bisogna ammettere che i dettagli biografici possono dire relativamente poco su di un uomo che non solo era un mistico, ma anche un mistero, un tipo d’uomo che sfida, coscientemente o meno, ogni tentativo di delineare una chiara distinzione tra il suo volto privato e quello pubblico. Tanto per cominciare, Codreanu era una persona molto dedita, che rivelava un alto tasso d’interferenza tra il suo ego ideale (il salvatore della nazione) e quello vero. Inoltre, bisogna tener presente che qui abbiamo a che fare con un genere di struttura mentale controllato dalla tradizione e con un sistema motivazionale totalmente dominato dagli stereotipi nazionali. “I miei nemici sono i nemici del Paese” era una banale ma efficace formula di copertura per le convinzioni, violente e spesso omicide, di Codreanu. Ma c’è qualcos’altro, e precisamente lo stretto e quasi simbiotico legame tra Codreanu e Mota; legame che, per quanto possa sembrare strano, era di tale significanza da renderci difficile presentare un ritratto psicologico significativo di Codreanu, capo della Guardia di Ferro, senza includervi alcuni tratti dominanti della personalità di Mota. Per dirla in breve, Mota, il “santo” e “martire”, rinforzava il lato spirituale e religioso del sistema di razionalizzazione-sublimazione di Codreanu, al punto che alla fine si può ragionevolmente parlare di una folie à deux, una fusione mentale tra un primitivo-impulsivo (Codreanu) ed un aggressivo fortemente represso (Mota), che razionalizzava i suoi gesti criminosi con la formula “i miei nemici sono i nemici della mia patria e di Dio”. Volendo ridurre questa struttura mentale ad una formula (per brevità ci riferiremo d’ora in avanti alla personalità di Codreanu), si potrebbe dire che Codreanu era un autoritario di genere sentimentale e mistico. Il filone paranoide insito nella sua personalità raggiungeva proporzioni teomaniache, e il tema di base della sua vita fu l’imitatio Christi. Ma anche questo rivelava una dualità, o piuttosto un precario equilibrio tra due visioni diametralmente opposte dell’uomo e delle concezioni politiche, una basata sull’azione e sui fatti, l’altra sulla fede e sulla contemplazione. Il Cristo della Theologia Gloriae ed il Cristo della Theologia Crucis, il mistico della vita (Codreanu) ed il mistico della morte (Mota) vennero messi assieme nel mondo simbolico della Guardia di Ferro.

La Guardia di Ferro: suo sviluppo e caratteristiche organizzative

Tra il 1920 ed il 1923 la Guardia di Ferro era formata da gruppi studenteschi organizzati al di fuori delle associazioni ufficiali, prima a Iasi e poi nelle altre tre università del Paese: Czernovitz, Bucarest e Cluj. In ogni università essi erano solo piccole minoranze, ma ben organizzate e pronte a far uso di minacce ed altri metodi terroristi, ragion per cui in molte riunioni studentesche divennero un gruppo scomodo e spesso dominante. Il loro programma poteva essere riassunto in due punti: un violento antisemitismo che esigeva l’applicazione del numero chiuso per gli ebrei, e un vago riformismo cristiano. Molto più importante dei loro programmi era, comunque, il loro modo di vivere come individui e come gruppo, la loro dedizione, disciplina e prontezza nell’azione.
Il periodo che va dal 1923 al 1927 può per vari motivi essere considerato come quello del consolidamento politico. Nel 1923 Codreanu e A.C. Cuza formarono assieme un partito politico, la Lega di Difesa Nazionale, che nel 1926 ottenne sei seggi nel parlamento rumeno[8]. Per la comprensione del fascismo rumeno risultano di cruciale importanza altri due avvenimenti del 1923. In seguito all’accresciuta agitazione antisemitica e, soprattutto, ad un complotto teso a punire (con le armi) alcuni parlamentari liberali, Codreanu ed alcuni suoi amici furono arrestati, processati e, come spesso accadeva in quei primi tempi, prosciolti. Ma al momento d’uscire di prigione, Mota uccise a pistolettate l’uomo sospettato d’aver tradito il complotto. Il fatto mise in luce le caratteristiche organizzative ed etiche essenziali del movimento, perché parve che la vittima fosse stata preventivamente processata e condannata dal “tribunale segreto” dell’organizzazione, che si premurò anche di designare l’esecutore. In questo contesto vennero usati termini come “traditori”, “eroi”, e anche “battesimo di sangue della Guardia”.
Il secondo avvenimento riguarda la vita di Codreanu. Durante il suo breve periodo d’incarcerazione (nel 1923) egli ebbe la sua prima visione: l’Arcangelo Michele che lo spronava a dedicare la vita al Dio rivelato dalla tradizione rumena e cristiana. Poco dopo, il giorno del rilascio di Mota (sempre nel 1923), Codreanu lo nominò capo della “Confraternita della Croce”, un corpo elitario che egli pose al centro del movimento. Per indicare la natura di quest’organizzazione è necessario dire che, a parte la rivelazione dell’arcangelo, Codreanu era ispirato da un’antica tradizione rumena. Tali forme di privilegiata e mistica associazione, o meglio comunione, tra due o più persone, esistevano e forse ancora esistono tra i contadini rumeni. L’associazione è altamente ritualizzata e coloro che vi entrano a far parte devono spesso assaggiare l’uno il sangue dell’altro col fine di divenire fratelli “in vita ed in morte”. La Confraternita della Croce era il corpo mistico della Guardia di Ferro, aperto soltanto ai pochi e agli eletti. Quelli ritenuti degni di farne parte dovevano sottostare ad una primitiva cerimonia, una specie di rito di passaggio. Venivano condotti in un luogo segreto, e dopo un rito incantatorio, che aveva luogo a notte fonda, facevano formale giuramento, votando la loro vita alla causa ed al “Capitano”.
Nel 1928 la Lega di Difesa Nazionale Cristiana fu sciolta, e nel 1927 vide la luce la prima organizzazione politica del movimento di Codreanu: la Legione dell’Arcangelo Michele. Questo fu il prototipo dell’organizzazione fascista. Tanto per cominciare, non aveva alcun programma; “il Paese sta morendo per mancanza di uomini, e non per mancanza di programmi”, furono le parole usate da Codreanu al congresso di fondazione della Legione. L’aspetto basilare dell’organizzazione era uno stato mentale, succintamente espresso dai quattro punti che seguono: “Fede in Dio”, “Fede nella Missione”, “Amore reciproco” e “Amore per le canzoni”. Il loro carattere era “cultista”, e richiedevano specifiche prove e selezioni, ed uno stato mentale particolare.
La Legione era organizzata in modo cospirativo. L’unità di base era il “nido”, un piccolo gruppo di sette o al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi, termine non mutuato dai comunisti rumeni (che si chiamavano tovaresi), ma dall’esercito rumeno. A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semimilitare e semimistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il “Capitano” ed un ristretto gruppo di “grandi comandanti della Legione”.
Il “nido”, come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso, i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il “nido” aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità. Sebbene Codreanu non fosse in via di principio e apertamente contro la democrazia nello stesso senso in cui lo era Hitler, per quanto riguardava il comando nutrì sempre vedute estreme ed autoritarie. “Io fui un capo sin dall’inizio”, diceva spesso, volendo significare che un capo dovrebbe possedere qualità naturali ed avvincenti, rendendo così superflue l’elezione ed ogni delega formale d’autorità. Conseguentemente, i capi del “nido” emergevano in maniera eruttiva, come direbbe Max Weber; la scelta più ovvia erano loro, e ciò grazie alla loro lealtà verso la causa. I capi erano anche persone religiose con una visione manichea del mondo, nella quale -seguendo l’esempio del loro patrono, San Michele- essi erano gli angeli della luce. Dal momento che la missione dei legionari consisteva nientemeno che nella rigenerazione morale della nazione, il segno caratteristico dei loro capi era un alto senso di missione e martirio.
Ciò mette in luce uno dei tratti organizzativi e psicologici più caratteristici della Guardia di Ferro. Non conosciamo un altro movimento fascista che inculcasse nei suoi membri un senso più profondo di dedizione e sacrificio personali. Tanto per cominciare, uno dei gruppi più elitari all’interno della Guardia era la cosiddetta “squadra della morte”, che consisteva di giovani fanatici pronti ad uccidere ed essere uccisi. Il loro status e la loro missione erano altamente istituzionalizzati, o meglio ritualizzati. Si diceva che portassero legato al collo un sacchetto contenente un po’ di terra rumena, e che non ci fosse nulla che essi non fossero pronti a fare al cospetto di essa. E c’erano anche altre espressioni, meno magiche, del loro spirito di sacrificio. Molto significative in questo senso erano le loro canzoni, che avevano la morte come motivo ricorrente. Ecco un esempio:

Legionario non aver paura
di morir giovane,
perché tu muori per rinascere
e sei nato per morire,
perché noi siamo la squadra della morte
che deve vincere o morire.
La morte, solo la morte da legionario,
è per noi un lieto matrimonio.

Due potenti temi della mistica della morte infiammavano la mente dei legionari: il primo, esplicitamente espresso nella citazione precedente, è tradizionale e indigeno, costituendo il tema centrale di una delle più famose ballate rumene, Mioritsa, in cui l’eroe, minacciato di morte imminente, vince la sua paura paragonando la morte ad uno sposalizio dove lui stesso è lo sposo mentre la sposa è la natura. Ancor più potente è il secondo tema, la mitologia cristiana della resurrezione e della vittoria attraverso la morte.
Anche se lo slogan principale dei legionari era “vittoria o morte”, questa formula religiosa sembra rivelare più adeguatamente il movente profondo del loro comportamento. Più e più duramente essi dovevano pagare il prezzo della loro violenza omicida, più essi la praticavano. Per illustrare questa stretta catena d’azioni, che può essere formulata sia con “uccidi e sii ucciso” che con “uccidi per essere ucciso”, esistono alcune cifre. Tra il 1924 ed
il 1937 i legionari commisero undici omicidi, in gran parte di personalità politiche importanti[9]. In questo stesso periodo furono però uccisi più di 500 legionari, in maggioranza dalla polizia. Tra l’aprile ed il dicembre del 1939, l’anno del martirologio, vennero arrestati, imprigionati ed uccisi circa 1200 legionari. A questo si dovrebbe aggiungere un altro incidente, il cui significato non può essere certo sottovalutato. Nell’estate del 1936, in un ospedale di Bucarest, si produsse un avvenimento che non può essere descritto in altra maniera se non come assassinio rituale. Mentre Stelesco, un legionario di primo piano che aveva appena lasciato la Guardia di Ferro per unirsi ad un altro gruppo nazionalista, giaceva ricoverato, un gruppo di quattro legionari irruppe nella sua camera e gli sparò addosso 120 colpi. Dopo di che, gli uccisori tagliarono il suo corpo in piccoli pezzi, vi danzarono intorno e si baciarono l’un l’altro.

La militanza

Sin dall’inizio, la militanza nella Guardia di Ferro era dominata da due categorie di membri: i giovani e gli intellettuali. Nel 1922 Codreanu aveva ventidue anni, Mota venti, e l’età media dei loro seguaci doveva aggirarsi tra queste due cifre. Secondo una stima approssimativa, l’età media in un gruppo di 350 candidati della Guardia alle elezioni del 1937 era sicuramente sotto i trent’anni, anche mettendo in conto una ventina circa di venerabili personaggi, come, ad esempio, il padre di Codreanu, che a quell’epoca era quasi settantenne. Persino nel 1942-44 l’età media di un gruppo di legionari internati a Buchenwald si aggirava sui 27 anni[10].
Questi esempi non sono ovviamente rappresentativi; ma d’altro canto, quando si considerino i tratti organizzativi dominanti e, soprattutto, le procedure d’affiliazione del movimento, si può ragionevolmente dedurre che l’età media dei capi e dei sottoposti fosse più bassa di quanto abbiamo appena detto. Come organizzazione, la Confraternita della Croce fu messa in piedi per arruolare “studenti, ragazzi e giovani dei villaggi” ed addestrarli gradualmente sino a farli diventare legionari completi. Quindi, dai dieci anni d’età (limite minimo richiesto) gli iscritti venivano fatti passare attraverso i seguenti stadi ed unità organizzative: dai 10 ai 14, lo stadio preliminare, un’organizzazione abbastanza fluida normalmente definita “I fratellini”; poi, dai 14 ai 18, era la volta della Confraternita, rigorosamente organizzata in “fasce” di sette membri come minimo. La Legione era lo stadio seguente e quello finale, e in questa forma era costituita dal prodotto definitivo, i membri più dediti ed attivi del movimento. Quindi, il movimento nella sua totalità era un’organizzazione militante con grosse tendenze al proselitismo, che indottrinava velocemente i suoi adepti e li organizzava in “nidi”, le unità organizzative di base della Legione. In questo modo il movimento dilagò dalle università e dalle scuole, che rimasero i suoi centri di formazione più potenti, alle aree urbane e contadine. E se i suoi dirigenti ed attivisti erano giovani, lo erano anche i suoi semplici militanti. In nessun momento dell’esistenza della Guardia di Ferro l’età media dei suoi membri superò i vent’anni. Quanto alla consistenza numerica della Legione, l’unica prova che possiamo addurre sta nelle cifre ufficiali, secondo cui i nidi erano 4200 nel 1935, 12.000 nel 1937 e 34.000 mesi dopo nello stesso anno. Alla fine del 1937 il totale dei militanti non poteva assommare a meno di 200.000, e forse molti di più.
La questione delle origini sociali del gruppo dirigente e dei militanti in generale, presenta alcune difficoltà. I due campioni analizzati da E. Weber (251 internati a Buchenwald e 31 giustiziati a Valsui nel 1939) mostrano come elemento largamente dominante la classe media: impiegati pubblici, professionisti, oltre a commercianti (6%) ed esercenti (5%). Weber, però, si affretta a limitare una conclusione del genere, precisando che i due campioni assommati includevano 75 studenti, e soprattutto che l’età media delle guardie di ferro era considerevolmente più bassa, presa nella sua totalità, di quanto non lo fosse tra i membri della NSDAP. Ciò lo porta a sottolineare la rilevanza del fattore età nella comprensione della composizione sociale della Guardia di Ferro. Questo punto importante merita un’elaborazione ulteriore.
Prima di giungere a qualsiasi conclusione definitiva riguardo alla composizione di classe del movimento, dovremmo tornare ad un punto toccato precedentemente, che può essere brevemente riformulato nella maniera seguente. Per prima cosa, la Romania nel periodo tra le due guerre era un Paese in via di sviluppo che emergeva da un lungo passato coloniale, dovendo quindi affrontare tutti i problemi propri di un periodo susseguente una liberazione. Secondo, in termini di struttura sociale, la società rumena era una tipica società tradizionale ed agricola. In tutto quel periodo la classe media era numericamente debole, ideologicamente e politicamente mal definita, e soprattutto divisa tra gli elementi indigeni e quelli provenienti dall’esterno. A tutto ciò andrebbe aggiunto l’impatto dissolvente della modernizzazione; cosa ancor più naturale, se si considera che il processo venne iniziato dall’alto e dall’esterno. Gli sconvolgimenti portati dall’ urbanizzazione, l’industrializzazione e la democratizzazione vennero visti dalla maggioranza del popolo, e in particolare dai contadini, con sospetto e sentimenti contrastanti.
Osservato in questo ampio contesto, il carattere di classe della Guardia di Ferro diviene considerevolmente più problematico di quanto non sembrasse a prima vista. Per la grande maggioranza dei suoi adepti, la condizione economica e culturale indica dichiaratamente una posizione di classe media. Ma la rilevanza del fatto non può essere valutata appieno sinché non si mette in conto la loro diretta, quasi ininterrotta connessione con la comunità e lo stile di vita tradizionali. Come ho già detto, Codreanu era figlio di un maestro e nipote di un contadino; Mota era figlio di un prete di campagna e nipote di un contadino. Ciò si applica ad ogni livello del gruppo dirigente ed alla totalità dei cosiddetti elementi di classe media all’interno della Legione. Tutto questo pone notevoli dubbi sulla specificità di classe dei membri, per non parlare dell’identità di classe dei legionari. E molto probabile che qui si abbia a che fare con un gruppo più psicologico che sociologico. La maggioranza dei suoi appartenenti stavano salendo la scala della gerarchia sociale in direzione della classe media; ma il punto è che essi non c’erano ancora arrivati, e non avevano ancora rotto i ponti col loro tradizionale retroterra rurale. Tutto sommato, si trattava di un gruppo marginale, ed a determinare il loro atteggiamento politico era più la condizione di marginalità, che non la posizione di classe.
Il ruolo preminente giocato dall’ intellighentija nell’ ascesa della Guardia di Ferro può, anch’esso, venir considerato come un sintomo di marginalità, di non appartenenza ad una classe specifica. Inoltre, ciò dovrebbe essere preso in un senso molto più concreto e diretto di quello implicito nella famosa tesi di Mannheim, per l’ovvia ragione che il tipo d’intellighentija della quale parliamo apparteneva ad una società emergente e di nuovo conio, priva di un chiaro senso di solidarietà ed identità. Quest’ intellighentija apparteneva per di più ad una società in cui si percepiva che gli strati medi svolgevano un ruolo duplice: positivo, in quanto rumeni per origine o riferimento; negativo, in quanto stranieri. Ciò dice molto sulla posizione sociale, obiettiva e soggettiva, dell’ intellighentija rumena e, in particolare, di quella legionaria. In realtà essi non potevano e non intendevano appartenere ad alcunché, e sfuggivano dal mondo reale inventandosi la loro società ed il loro gruppo di riferimento. Codreanu, ad esempio, s’identificava col “popolo”, una comunità idealizzata che egli non definì mai, eccetto che con termini vaghi ed astratti, come “unità”, “purezza”, “cristianità”. In modo ancor più caratteristico, Mota, dopo aver rifiutato la corrotta realtà sociale del suo tempo, s’identificava col “vecchio mondo”, il leggendario passato della sua nazione. Quindi, il gruppo di riferimento dei legionari era del tutto immaginario; era una società ideale in cui s’intrecciava alla larga la leggenda di un’antica comunità rumena tradizionale. L’elemento utopico predominante in questa immagine di società aveva un carattere moral-religioso, con l’unità e l’amore fraterni alla base della vita comunitaria.

Il problema delle motivazioni

I procedimenti addestrativi e la struttura organizzativa della Guardia di Ferro erano progettati in maniera tale da affascinare i giovani. Inoltre, il movimento offriva un’immediata sostituzione, un’alternativa concreta a chiunque, per qualsiasi motivo, avesse tagliato i ponti con le fonti primarie e lo schema implicito della sua esistenza sociale. Dico “concreta”, perché il fine ultimo del movimento, la cosiddetta società legionaria e il cosiddetto uomo legionario, non era affatto una costruzione concettuale, era un modo d’essere, una “vita nuova” accessibile ai sentimenti e alla fede, piuttosto che alla riflessione ed al potere della volontà.
Qualsiasi studio completo della struttura motivazionale dei legionari deve porre attenzione al linguaggio e alla mitologia dei legionari, e soprattutto ad un serie di segni-chiave, verbali e non, come “croce”, “terra” (due amuleti dei legionari), “culla”, “ritorno a casa”, “estraneamento” e “vendetta”; senza trascurare la polarità “amore-morte”, così drammaticamente espressa dalla duplice immagine
-la spada e la croce- dell’Arcangelo Michele e, in termini molto più completi, dalla leadership Codreanu-Mota. Si tratta di un’idea complessa che richiede un’ulteriore elaborazione.
Secondo una ben nota tesi, il dramma come fenomeno letterario e il teatro come istituzione sono sorti e si sono sviluppati in quei periodi storici e in quelle società dove intensi conflitti o cambiamenti strutturali negativi stimolavano nei membri della comunità il bisogno di restaurare e rinforzare il loro senso di solidarietà immaginando o rappresentando una società alternativa[11]. Non c’è bisogno di dire che il processo poteva essere sia rivolto verso il passato (e quindi si trattava di una riattualizzazione e idealizzazione di un passato sociale leggendario e mitico) oppure verso il futuro. Ora, la maggior parte dei movimenti fascisti sono drammatizzazioni della vita sociale o, più precisamente, rituali di solidarietà e ricostruzioni di miti incentrati sul tema della salvezza e della resurrezione. Nessuno di essi, comunque, si è spinto tanto lontano e tanto apertamente in questa direzione come la Guardia di Ferro. Nessuno che abbia vissuto in Romania nel periodo tra le due guerre può aver dimenticato l’anacronistico e al tempo stesso vivido carattere di una dimostrazione legionaria. Era qualcosa che stava tra una protesta politica, una processione religiosa e un corteo storico. La parte centrale e, di fatto, il nucleo della dimostrazione consisteva in un ben organizzato corpo di giovani in uniforme -le “camicie verdi”- alla cui testa, di norma, procedeva un gruppo di preti che recava icone e vessilli religiosi. Il tutto era infine seguito e circondato da uomini e donne vestiti col costume nazionale. In breve, si trattava della comunità rumena che ricreava il suo passato o, in termini più tecnici, un “mistero” teatrale in cui il dramma del popolo rumeno veniva rappresentato per la strada.
Dato che alcune delle parole appena citate potrebbero sembrare troppo forti, vorremmo infine riferirci ad una di quelle “confessioni di motivi” menzionate all’inizio di questo saggio. Questa particolare confessione dovrebbe ottenere più credibilità, perché, a differenza di moltissime altre, essa non fu scritta sotto la spinta del momento né ai fini dell’ammissione, ma quando il movimento era ormai morto. Il suo autore è Horia Sima, l’ultimo capo del movimento, che, a differenza di Codreanu e di Mota, non aveva bisogno di possedere un carisma profetico. Egli era un manipolatore esperto e senza scrupoli, e quasi un routinier della seconda generazione. Sima si era unito al movimento nel 1926 da studente dell’Università di Bucarest. Come abbiamo già detto, il periodo 1926-27 vide il decollo del movimento. Sima punta su una condizione preliminare che è critica per la nascita del movimento, quando scrive che “nel 1926-1927 le nostre università vennero sommerse da una grande ondata di giovani d’origine contadina che portarono seco un robusta coscienza nazionale, distruggendo così gli ultimi bastioni dello spirito straniero nelle nostre università”. Quest’ondata di ragazzi di campagna aveva anche introdotto un cambiamento radicale nel ruolo convenzionale dello studente, perché essi erano ansiosi “non solo d’imparare dai libri”, ma anche di analizzare lo spirito della Nuova Romania, così come di stabilire “lo scopo della loro stessa esistenza come rumeni”[12]. Dato che la loro più alta aspirazione era sapere “cosa andava fatto”, i loro eroi principali erano i guru nazionalisti di quel tempo. Ma la parte di gran lunga più rivelatrice della confessione è quella in cui Sima descrive l’effetto che ebbe su di lui il rituale d’ammissione, come rivelano le seguenti righe: “Un senso di auto-trascendenza e di trasfigurazione della vita quotidiana”; “un’unione mistica tra la nazione e Dio”; una “sensazione di potere proveniente da lungi e la percezione che tutto il Paese si muove con noi nello stesso istante e nella stessa direzione”; “un impulso espansionista e creativo con l’intima certezza che da qui a qualche anno Codreanu verrà acclamato da tutto il Paese”; “una passione vulcanica per l’azione...”[13].
Che un movimento del genere affascinasse i giovani, gli sradicati e gli elementi marginali della società, possiede un giusto senso psicologico; ma anche un senso sociologico abbastanza plausibile, se si tengono presenti alcune tra le conclusioni principali alle quali è giunta tutta una serie di recenti studi comparativi sui movimenti messianico-revivalisti nei Paesi sottosviluppati ed in via di sviluppo. Ma la Guardia di Ferro fu qualcosa di più che non un semplice movimento revivalista; fu un movimento politico, uno dei pochi che fosse totalmente fascista, che sia giunto al potere ed abbia formato un governo. Inoltre, ebbe un largo sostegno elettorale -quasi 500.000 voti nel 1937- che includeva contadini e una Brigata Operaia, forte di quasi 13.000 uomini nel 1939. Ciò considerato, si può ancora sostenere che il concetto di marginalità costituisca uno strumento analitico affidabile? La risposta, in breve, è sì; e ci spiace che debba essere soltanto una risposta breve. Un esame delle elezioni del 1937 mostra abbastanza chiaramente che il successo della Guardia fu più ampio in quei distretti che rispondevano a due o più delle condizioni seguenti: 1) lontano, isolato, negletto; 2) con larghi gruppi minoritari; 3) toccato dall’industrializzazione o dalla commercializzazione; 4) con comunità agricole prevalentemente “di medio raggio”, in movimento verso il basso (Razesi, in Moldavia) o verso l’alto (Transilvania).
Non abbiamo bisogno di aggiungere che siamo pienamente coscienti dei limiti insiti in un simile modello interpretativo. Il concetto di marginalità, come tutta una serie di concetti affini (ad esempio, quello di privazione relativa) possono essere e di norma sono imbarazzantemente elastici, in senso sia oggettivo che soggettivo. Parlando dal punto di vista motivazionale, una condizione mentale di marginalità può condurre alla violenza organizzata o al riarmo morale, ad un movimento religioso o ad un movimento politico, al radicalismo di destra o al radicalismo di sinistra. Ecco perché il genere di analisi motivazionale qui esposto non può mai essere esaustivo. Lo possiamo illustrare subito col caso in questione, perché, date le circostanze discusse nelle precedenti pagine, la situazione in cui si trovò la Romania durante il periodo tra le due guerre non può essere descritto in altro modo se non come un esempio di marginalità, o, più precisamente, di tensione al limite della disperazione. Ora, il punto è che la Guardia di Ferro non costituì l’unica espressione di questa situazione complessa. La Romania, la cui storia e la cui cultura erano particolarmente povere di figure sante, ora aveva generato un profeta. Nell’estate del 1935 l’opinione pubblica rumena fu quasi sopraffatta dalla notizia, prontamente ripresa dalla maggior parte dei giornali, che nel villaggio di Maglavit si era verificato un miracolo. Mentre stava pascolando le sue pecore, un pastore, Petrache Lupu, aveva visto apparire dal nulla «il Vecchio con la barba bianca», che gli aveva comandato: “Va’ e predica amore e pace ai tuoi compaesani peccatori.” Milioni di persone di ogni ceto si mossero per vedere ed ascoltare il veggente.
Naturalmente, c’è una grande differenza tra la folla attirata da Petrache Lupu ed un movimento fascista. La Guardia di Ferro aveva un’organizzazione stabile ed una ben articolata cornice reazionaria, in cui l’antisemitismo, l’antidemocrazia e l’antipoliticismo rivestivano un ruolo fondamentale. In un attento studio sulle motivazioni, tutto ciò, e anche qualcosa di più, va tenuto nel debito conto. Ma il punto che cerchiamo di stabilire qui è più specifico e, speriamo, più utile: in senso motivazionale, la Guardia di Ferro può essere vista come una combinazione tra la folla di Petrache Lupu ed un movimento fascista. Il suo specifico, se non unico, carattere lo potremmo brevemente descrivere così: la Guardia di Ferro rappresenta in una forma altamente compressa ed assieme ben differenziata quello che è normalmente noto come un fenomeno a due fasi, e cioè la transizione, in un Paese in via di sviluppo, di un movimento da religioso a politico. Oltre ad essere un caso esemplare di fascismo agrario, la Guardia riveste un altro significato teorico non meno importante, quello d’illustrare e, sino ad un certo punto, di adombrare un tipo d’anomalia che si produce nella maggior parte delle società con un alto tasso di cambiamento. Questo fenomeno, mancando un’espressione migliore, lo si potrebbe definire di marginalità relativa. L’anomalia consiste in una sconfinata avidità di potere, in un perennemente insoddisfatto desiderio di partecipare ai processi decisionali ed alle strutture suscitate da una società libera ed in rapido mutamento in un numero sempre crescente di suoi membri.


Note

* Il presente studio è basato sulle ricerche effettuate qualche anno fa sotto gli auspici e con l’assistenza finale del Columbus Centre dell’Università del Sussex. Oltre alle fonti citate nel testo, abbiamo utilizzato materiale documentario reperito presso l’Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna, la Rumanisches Kulturkhaus di Friburgo e l’Academia de Stinte Sociale di Bucarest.



[1] Vedi vol, I, n.l, 1966 del “Journal of Contemporary History” (trad. it. Cit. in «Dialoghi del XX»).
Una trattazione dell’argomento ancor più dettagliata la si può trovare in The European Right, a cura di H.Roggcr e E.Weber, Berkeley, University of California Press, 1965. Altre fonti importanti sono: F.C.Carsten, The Rise of Fascism, Berkeley, University of California Press, 1967 (tr. It. Cit.), e European Fascism, a cura di S.J.Woolf, Weidenfeld e Nicholson, London 1967 (tr. It. Cit.),

[2] Cfr. The Social Origin of Dictatorship and Democracy, Beacon Press, London 1967 (tr. It. Cit.),

[3] Sugli atteggiamenti della Guardia di Ferro verso i sassoni, vedi I. Mota, Cranii de Lemn, Bucarest 1936, pp. 181-186, tr. it. L’uomo nuovo, Padova 1978.

[4] Il lavoro più conosciuto e gran lunga il più acuto è Spatiul Morioritic, di L.Blaga, Sibiu 1936.

[5] Le due famose rivolte (1748 e 1848) delle popolazioni rurali che vivevano nelle aree montagnose della Transilvania non possono essere descritte come rivolte contadine per il semplice fatto che le popolazioni di questa zona, i cosiddetti Moti, vivevano ai margini dell’economia agraria, e le si può meglio definire come un gruppo sociale marginale che si guadagnava da vivere in parte con l’agricoltura e in parte col commercio.

[6] Samanatorismul, di Z. Ornea, Bucarest 1971. E interessante notare che l’autore riesce ad interpretare in termini di lotta di classe il violento fervore di quel tempo.

[7] Mota era figlio di un prete ortodosso proveniente dalla Transilvania, famoso per le sue attività nazionalistiche. Poco dopo la guerra andò a Parigi per studiare legge, e lì si legò strettamente alle attività dell’Action Française. Tornato all’Università di Cluj, fondò il Gruppo di Azione Rumena. Al tempo del suo incontro con Codreanu (1923), aveva appena terminato la traduzione dei “Protocolli dei Savi di Sion”. A differenza di Codreanu, che era un cristiano praticante, ma con un visione politica della Chiesa e della religione, Mota era un fanatico religioso. Il suo antisemitismo era essenzialmente cristiano (“Gli ebrei sono gli assassini di Cristo”). Nei suoi scritti (Cranii de Lemn: crani di legno) egli rivela un sintomo allarmante di autoalienazione, vagamente adombrato con fantasie e miti religiosi. Il contrasto tra un passato tradizionale puro (cristiano) ed un presente corrotto ed anticristiano crea una crepa irrimediabile nella sua stessa esistenza: egli s’immagina di aver vissuto due vite, una sotto il nome di Nutu Doncii, un felice ragazzo di villaggio, e un’altra sotto il suo vero nome. Il Movimento lo aiutò a conciliare le due esistenze o, per meglio dire, ad imporre il passato sul presente.

[8] A.C. Cuza, una specie di Julius Streicher rumeno, era stato il mentore politico di Codreanu durante gli anni passati come studente all’Università di Jasi (1919-25).

[9] Codreanu assassinò il prefetto di Galati, Manciu.

[10] E. Weber, op. cit., p. l08.

[11] J. Davignaud. Sociologie du théatre, Paris 1961.

[12] Il corsivo è mio.

[13] Da Marturi Despre Legiune, Rio de Janeiro l967.


09 settembre 2011

Firenze: Giovanni Galli lascia il PDL



In questa sede si è stati tutt'altro che teneri con Giovanni Galli e soprattutto con la sua campagna elettorale del 2009, tacciandolo tra l'altro di palloniere amicone e di palloniere sgazzebato.
Tuttavia, in considerazione delle doti umane che gli sono riconosciute da tutti e del costruttivo agire che da quasi dieci anni caratterizza la sua fondazione, ci siamo più che altro chiesti -e molto a lungo- che cosa avesse da spartire la sua persona con il mandolinismo maccarunciellesco del PDL fiorentino, con la simpatia di quei mangiaspaghetti per Corneliu Zelea Codreanu, e con la loro profonda erudizione in materia di islamistica e di discipline orientali in genere.
Dopo oltre due anni improntati ad una resistenza che deve avergli richiesto un autentico esercizio eroico delle virtù cristiane, prime tra tutte quella cardinale della pazienza e quella teologale della carità, e dopo aver dato ampia prova di sapere utilizzare i mass media in modo assai meno spregevole di quello di cui ogni giorno hanno dato prova i suoi commensali -quelli vanno avanti da un anno all'altro mandando alle loro gazzettine le foto di qualche cestino dei rifiuti colmo e dandone la colpa al borgomastro, agli avversari politici e all'insihurezzeddegràdo dei terroristi islamonazianarcocomunisti- pare se lo sia chiesto anche lui.
E la soluzione non poteva essere che una.


Post scriptum. Nei pollai dell'"occidentalismo" cittadino la cosa non è stata presa troppo bene: perdere un capogruppo che aveva ricevuto l'incarico più o meno esplicito di fornire un volto presentabile al campionario di guitti, frenastenici, nazionalsocialisti, cialtroncelli, bambini e forcaioli puri e semplici che costituisce il grosso dell'elettorato passivo rappresenta un segnale di tracollo tanto esplicito quanto difficile da nascondere, quantunque le prime produzioni mediatiche del nuovo aggregato non abbiano nulla da invidiare, per securitarismo d'accatto e pedestraggine dei contenuti, a quelle del più grande partito "occidentalista" della penisola italiana. Lo stile mediatico "occidentalista" tuttavia è abbastanza noto e presenta un buon grado di prevedibilità.
Jacopo Bianchi, lo spassoso inventariatore di buche nell'asfalto che allo scorso giro di ruota è rimasto escluso dalla greppia per poche preferenze, ha impiegato meno di sedici ore per metabolizzare la notizia ed invocare le dimissioni di Galli su una gazzettina on line.
Nella foga, Jacopo commette però un errore gravissimo.
Affermando che "non superano le dita di una mano i temi che Giovanni Galli ha trattato come esponente e capogruppo del Pdl al di fuori del giuoco del calcio" mostra di aver dimenticato l'assoluta e sacrale intangibilità che per la committenza "occidentalista" hanno il pallone ed il pallonaio. La gigantesca fogna pallonistica continua nonostante tutto a rappresentare per la marmaglia della politica "occidentalista" un entusiasmante ottunditore di coscienze, e dunque uno instrumentum regni irrinunciabile; per i gazzettieri costituisce a volte il tema unico di intere uscite. Azzardarsi anche soltanto a sminuirne la portata significa, semplicemente, farsi strappare il microfono di mano a tempo indeterminato, con l'ovvia e pacifica fine di qualunque ambizione e di qualunque carriera politica.
Jacopo Bianchi ha comunque aperto le danze: sono materiali come le sue attestazioni a permetterci di ipotizzare che nei prossimi mesi il gazzettaio "occidentalista" dedicherà ai tansfughi le attenzioni che dedica ai nemici designati.

08 settembre 2011

Das abenteuerliche Herz. Die Oberförster



Goslar

L’immane foresta che attraversavo mi era ad un tempo familiare e ignota. Era costituita da regolari piantagioni di bosco, che la domenica brulicavano di abitanti della grande città venuti in escursione, ma vi erano disseminate anche, come isole, zone di selva primitiva, e talora s’incuneavano tratti di montagna inesplorata. Ero penetrato nel suo interno per far visita al forestaro, poiché avevo appreso che egli intendeva uccidere e cancellare dalla faccia della terra un adepto che era andato a caccia della vipera azzurra.
Lo trovai nella sua stanza di stile gotico, simile a un’armeria e piena di trofei di caccia. Tutte le pareti erano ricoperte di trappole e interamente tappezzate di tagliole, nasse da pesca, reti, calappi, forche per talpe. Dal soffitto pendeva una collezione di cappi e nodi scorsoi intrecciati con arte — un arruffato e strano alfabeto, e ogni lettera era disposta già pronta alla cattura. Anche il candelabro si adattava al senso generale dell’insieme: le sue candele erano conficcate sulle punte di una grande tagliola in forma di anello. La tagliola era di quelle che si usa nascondere d’autunno sui sentieri solitari della foresta, tra le foglie secche, e che scattano al più lieve contatto di un piede umano, serrandosi all’altezza del petto in una morsa micidiale. Quei giorno, tuttavia, i suoi denti spuntavano a mala pena visibili dalle ghirlande di vischio verde cupo e di rosso sorbo selvatico che avevano intrecciate intorno, in onore della mia visita.
Il forestaro sedeva dietro un massiccio tavolo di legno d’ontano dal colore rossastro, che nella luce crepuscolare aveva bagliori fosforici. Era occupato a pulire piccoli specchi girevoli con cui d’autunno si attirano le allodole. Mi rivolse il saluto, e subito dopo ci trovammo impigliati in un vivace colloquio il cui tema era il diritto di caccia sulle pendici abitate dalla vipera azzurra. Poiché notai che durante il colloquio egli mutava di tanto in tanto, senza dar nell’occhio, la disposizione degli specchi per le allodole, stavo in guardia. Dirò che in generale egli si comportava in modo decisamente strano; per lunghi tratti della nostra controversia, egli invece di rispondermi si limitò a tirar fuori dalla tasca alcuni zufoli da richiamo di varia specie, e con essi fischiava o pigolava o imitava il verso di un uccello. Però, nei passaggi più delicati del colloquio egli afferrava ogni volta un grande zufolo di legno adatto a rifare il verso del cuculo, e dava flato a quello strumento emettendo suoni come se egli stesso fosse stato un orologio a cucù. Capii che quello era il suo modo di ridere.
Per quanto la nostra conversazione si facesse intricata, essa tuttavia ritornava sempre al medesimo punto fermo. Egli affermava ripetutamente:
"Nelle mie foreste la vipera azzurra è l’animale più importante: essa attrae nella mia bandita la migliore selvaggina".
E ogni volta, invano, cercavo di placarlo: "Ma le pendici su cui vive la vipera azzurra non vengono mai percorse da uomini".
Questa obiezione pareva divenirlo particolarmente, poiché ogni volta che gliela replicavo egli ripeteva quasi all’infinito il suo folle richiamo del cuculo. Poiché Nigromontanus mi aveva affinato l’orecchio anche a percepire la desueta figura dell’ironia, saggiamente rinunciai a replicare.
Così discutemmo a lungo con frasi enigmatiche, di vari argomenti, e a volte il discorso sconfinava in un linguaggio di soli segni. Alla fine, il forestaro troncò la conversazione:
"Vedo bene quanto Lei è capace di tenermi testa nel gioco del domino a geroglifici. Dopo la vecchia testa pirotecnica, Lei è il primo che ci si metta. Ma salga Lei stesso, una volta, fino alle pendici, e potrà vedere che cosa sta accadendo lassù!"
Così m’incamminai, accompagnato dal secco trillo, presto svanito nel fondo del bosco d’abeti, della gallina selvatica, uno degli animali che ornano come figura araldica lo stemma dei Mauretani. In pieno mezzogiorno abbandonai la foresta ed entrai nella calda e nuda gola montana il cui brullo terreno era tutto ricoperto da una bassa vegetazione di cardi. Questi erano senza gambo, dentati come una rosa dei venti, della specie che si chiama carlina. Ai cardi era mista, più rada, l’euforbia. Molti angusti e vecchissimi sentieri traversavano la sterpaglia in ogni senso. Essi erano tutti sbarrati dalle vipere azzurre. Scorgere quelle bestie mi fece molto piacere, e pensai: « Bene, si vede proprio che la vecchia volpe si serve anche di simili mezzucci a buon mercato ». Questa mia conclusione nasceva dal fatto che il loro corpo era stato intrecciato a mo’ di nodo scorsoio, e il significato di ciò poteva sfuggire soltanto a chi fosse un principiante in simili trucchi e astuzie. Ciò nonostante, mi nascosi dietro un cespuglio e rimasi appostato l’intero pomeriggio, naturalmente senza vedere neppure un uomo.
Verso sera comparve una donna vecchissima che reggeva nelle mani una piccola spatola. Si rannicchiò in uno spazio libero dalla vegetazione e col suo strumento tracciò sul suolo un rettangolo, della grandezza pressappoco di un tavolino. Poi vi entrò, scavando con le mani prese ad ogni angolo un pugno di terra, parlò ad essa e la scagliò all’indietro, al di sopra delle sue spalle. Ad ogni getto vidi il ferro brillare come un piccolo specchio.
Questo comportamento destò in me una curiosità così torte da farmi dimenticare i nodi scorsoi delle vipere. Senza rumore strisciai dietro di lei e le sussurrai:
"Ehi. mammina, che cosa stai facendo?"
Ella si volse senza un’ombra di meraviglia, come se mi avesse atteso. Mi fissò e mi rispose sussurrando, con un risolino che mi gelò il sangue:
"Figliolo, non te ne devi preoccupare: lo saprai anche troppo presto!"
Allora con spaventosa chiarezza compresi ch’ero rimasto impigliato nella rete del forestaro. Cominciai a maledire la mia astuzia e la mia solitaria baldanza che mi avevano implicato in siffatta compagnia. Troppo tardi mi accorgevo che tutta la sottigliezza impiegata nelle mie operazioni era servita soltanto a rendere invisibili i fili della ragnatela con cui egli mi aveva imprigionato. Ma sì, io stesso ero stato l’adepto che egli voleva uccidere, l’uomo che egli voleva cancellare dalla faccia della terra, io stesso la selvaggina attratta dal richiamo della vipera azzurra!

Ernst Jünger, Il cuore avventuroso (1938)

03 settembre 2011

Francesco Torselli e Fabio Cavini: la sfiga è adesso (Spunti d'azione per giovani "occidentalisti")


Settembre 2011. Francesco Torselli e Fabio Cavini sono due giovani (e neanche più tanto) "occidentalisti", uno di Firenze l'altro di chissà dove, che hanno passato una qualche decina di minuti a stilare e diffondere una serie di "spunti d'azione" ad uso del proprio movimento politico.
Ci siamo presi la libertà di completare il loro scritto con i non detti che ne emergono, producendo un testo che per il registro linguistico utilizzato, per il derisorio accostamento di immagini che lo accompagna e per il sarcasmo che vi viene profuso si discosta abbastanza dai contenuti ospitati solitamente in questa sede.
Un modo per tornare, per una volta, allo spirito di Khodja Nassereddin.

Chi volesse consultarne l'originale, può trovarlo qui.


Qualcosa che avanza? Nulla di meglio che riservarle un buon frigorifero...

Siamo finalmente riusciti a disgustare la parte maggioritaria dei sudditi. Dopo oltre un decennio di impasse, in cui la gente si è gradualmente allontanata dalla politica disposta a subire di tutto perché l'avevamo convinta che alla minima obiezione Ahmadinejad avrebbe violentato di persona le loro figlie, oggi stiamo vivendo una sorta di "stagione del riflusso al contrario" in cui le persone vogliono tornare prepotentemente a condizionare la cosa pubblica togliendola dalle mani di quelli come noi.
La politica per fortuna, purché ne partecipino soggetti diametralmente opposti a noi in tutto e per tutto, parla un linguaggio un po' più elevato di quello della gggente, in grado di restituire ai sudditi quella fiducia minata da decenni di quella partitocrazia, di quegli inciuci, di quella corruzione, di quei conflitti sociali esasperati nei quali ci siamo trovati così bene.
Oggi siamo di fronte alla necessità di aprire una nuova fase perché il rischio di essere perentoriamente chiamati a dar conto del nostro operato ci metterebbe davanti alla orribile prospettiva di doverci trovare un lavoro. Dobbiamo dare alla nostra gente una nuova speranza, ritrovare l'entusiasmo del 2006. Ripartire da quella piazza colorata di bandiere tricolori per continuare a sognare sì, ma da casa nostra, dopo una sconfitta elettorale che ci porti ad un passo dalla sparizione, una penisola differente da quella che vorrebbero Vendola, Bersani, Di Pietro ed i loro amici. E che abbiamo per anni contribuito a costruire, arrivando agli entusiasmanti risultati di cui sopra.
Guai a mettere in discussione il Popolo della Libertà. Ci toccherebbe tornare negli scantinati e nei sottoscala per un'altra quarantina d'anni, senza "entrismo" in quel partito. "Popolo" e "Libertà" sono le principali parole d'ordine della nostra azione politica, nonché l'apriti sesamo delle imbandigioni dei convegni e delle scuolette di partito che tanto contribuiscono al nostro sostentamento quotidiano. La politica fatta non per interesse personale, ma come servizio al nostro Popolo inteso come la comunità escludente cui ogni tanto allunghiamo qualche offa, e sopratutto la politica fatta da donne e uomini liberi di chinare la testa al volere del padrone assoluto, che sia o meno compos mentis.
Ripartiamo dai valori che ci uniscono e che ci rendono fieri della nostra identità. L'amore per le poltrone di tutti gli organi elettivi della penisola italiana e dell'Europa, per la terra dei nostri padri, da difendere e salvaguardare contro gli islamoanarconazicomunisti, che poi non sono altro che tutti coloro che si azzardano a metterci davanti alla nostra incompetenza ed alla nostra pochezza. La difesa della vita, dal suo concepimento al momento della morte fatta eccezione per gli straccioni clienti delle nostre esportazioni di democrazia a mezzo bombardamento intercontinentale. La lotta alla droga ed a chi vorrebbe una gioventù spenta e senza più ideali fatte salve le dovute eccezioni, ché tutti abbiamo diritto di divertirci. La lotta dura contro ogni forma di mafia e di clientelismo suscettibile di escluderci dal bel numero, che avvelena la nostra speranza in un futuro in cui l'ufficio circoscrizionale per l'impiego sia al di là dell'orizzonte della nostra vita.
Ma sopratutto riportiamo la nostra gente al centro della partecipazione politica. Rinsaldiamo il rapporto tra candidati, eletti ed elettori. Torniamo a parlare il linguaggio della gente e restituiamo alla gente speranza e sogno, così possiamo prenderli in giro per un altro paio di legislature.
Speranza di cambiamento. Speranza di rinnovamento. Speranza nell'avvenire. Tutte cose realizzabilissime anche e soprattutto senza di noi.


PERCORSI DI COMUNITA'

IDENTITA'

Ripartire da noi stessi. La nostra storia, le nostre radici, la nostra appartenenza non sarebbero merce di scambio, ma se c'è da cambiare simboli e striscioni ogni due mesi pena il taglio viveri da Roma, per carità adeguarsi all'istante. Essere capaci di interpretare la volontà di cambiamento della gente secondo noi significa essere attori principali del presente, capaci di immaginare il futuro, ma sempre con la consapevolezza del nostro passato: secondo il resto del panorama politico significherebbe invece prendere atto della caterva di ignominie e di abiezioni cui si è dato entusiasticamente mano e ritirarsi istantaneamente dalla scena. Noi non dimentichiamo la Garda de Fier; il problema è che non se la dimenticano neppure gli altri.

VALORI

I tempi cambiano, ma i valori che ci hanno fatto sentire sempre uomini e donne differenti, e come tali adattissimi alle differenziali, non passano mai di moda. La nostra azione politica non può prescindere, neppure nella quotidianità, da quelle parole d'ordine eterne -fatti salvi i cambiamenti fatti in fretta e furia per volere supremo altrimenti ci rimandano daccapo a pulire i ciclostile negli sgabuzzini delle scope- che ci hanno accompagnato durante tutto il nostro percorso di formazione, politica, ma prima di tutto umana.

MERITO

La rivoluzione del merito. Le persone più capaci e le idee migliori devano trovare la loro affermazione nella nostra società fermando così l'emorragia delle eccellenze verso l'estero. ["...Camerati, ma siete fuori di testa?! Se succedesse davvero qualcosa di simile, me lo dite dove andiamo a mangiare?! Io ho sempre sette rate dello scooter da pagare..." "...Tranquillo, tranquillo, lo sai che si fa tanto per dire..." "...Ah, meno male...", da una comunicazione finita su Wikileaks]

GIOVANI DI TUTTE LE ETA'

Essere giovani non dipende esclusivamente dalla carta d'identità. Esistono giovani "vecchi" a vent'anni, incapaci di fantasticare e buoni solo ad immaginarsi come portaborse dei potenti di turno e che dunque costituiscono il perfetto ritratto delle nostre aspirazioni. Di contro, esistono persone più in la con gli anni che non hanno mai perso quell'indole ribelle e sognatrice che li rende, ad ogni età, giovani, ma prima ancora, uomini liberi. Questo spiega perché nel nostro areale politico è possibile fare i "dirigenti giovanili" fin verso i quarantatré anni, al tempo stesso omettendo con ogni cura di portare a termine la propria formazione universitaria.

PRIMATO DELLA POLITICA

La politica deve tornare ad essere laboratorio di idee, confronto tra uomini con visioni del mondo differenti e non tra meri obbedienti a lobbies di potere contrapposte. Questo detto in teoria, perché se così si mettessero le cose per noialtri sarebbero guai grossi. La politica si riprenda il proprio ruolo di predomino sulla finanza e sull'economia, ponendo al centro della propria azione il bene comune della Comunità, quello singolo della Singolarità, quello alchemico dell'Alchimia e quello tantrico del Tantra. Scusate, ma soltanto da poco ci siamo resi conto che abbiamo preso in giro un po' di gente per un po' di tempo e che prendere in giro tutti per sempre implica uno sforzo dolorosamente al di là della nostra portata.

PERCORSI DI AZIONE

IL SOGNO

Restituire ai sudditi la capacità di sognare. La politica deve tornare a far infiammare i cuori delle persone. L'antipolitica ed il qualunquismo, fino ad oggi dilaganti grazie all'azione del politicame gazzettiero di cui facciamo parte integrante, hanno tacciato di terrorista chiunque non avesse in regola le carte per le quali eravamo noi a decidere le regole, hanno ucciso la politica e fatto passare con totale successo il messaggio distorto che tutto è in mano alla "casta" e che le "cose" non cambieranno mai. La sfida di oggi è quella di essere percepiti come qualcosa di autenticamente differente, in grado di portare davvero una ventata di aria nuova sulla scena politica. Il che, visto quante ne abbiamo combinate e quante continuiamo a combinarne, rappresenta un ulteriore ciarla velleitaria da confinare tra le menzogne della propaganda.

LA BELLEZZA

Lo stato che occupa la penisola italiana: quello delle regioni, degli oltre ottomila comuni. Tutta roba che secondo i vari paritelli del tè delle cinque con i quali conviviamo senza alcun problema rappresentano zavorre, baracconi e spese inutili: gli unici soldi pubblici bene spesi sono quelli destinati alla repressione ed alla guerra, ma anche questo sarà il caso di farlo passare sotto traccia, pena un ulteriore incremento del ridicolo ed un ulteriore emorragia di suffragi al prossimo giro di ruota. La penisola della bellezza forte delle sue specificità. L'azione politica non può prescindere dalla riscoperta dei suoi territori, delle sue inestimabili risorse culturali ed artistiche. Una sfida che dobbiamo ad ogni costo cavalcare, sempre nella prospettiva di tenere la maggior distanza possibile tra noi ed il sussidio di disoccupazione. Sempre che qualche commensale del tè delle cinque di cui sopra non lo faccia sdegnosamente abolire in nome della "meritocrazia" e del rigore nei conti pubblici.

LA SPERANZA

Dobbiamo dare al nostro popolo la speranza del futuro, investendo nelle nuove generazioni. Investendo nelle nuove generazioni, non investendo le nuove generazioni, magari con arnesi come questo. Per tornare a crescere dobbiamo anche credere nel nostro futuro. E qui cominciano i problemi. Un popolo senza speranza è un popolo senza futuro, pronto a perdere anche la propria identità e noialtri non siamo qui a prendere multe e risate in faccia solo perché uno Abdul qualunque, che conosce quattro lingue come ridere, passi avanti nei concorsi a camerati come il Cippe, il Puppe, il Foppe o il Cappe che appartengono al nostro popolo glorioso e identitario, e pazienza se hanno serie difficoltà anche con la tabellina del sette.

PREFERENZE E PRIMARIE

Una politica fatta di nominati è una politica distante dai cittadini; la nostra forza sta nel riuscire a rimanere seri esprimendo concetti come questo. La forza del Popolo della Libertà è stata quella di far sentire simpatizzanti ed iscritti protagonisti della vita e delle scelte del partito, trattando i volenterosi come facchini da vessare e contando su un certo turn over per sostituire la manovalanza delle campagne elettorali. Oggi qualcosa in questo rapporto pare essersi rotto, per il motivo puro e semplice che le prese in giro non possono continuare all'infinito; ce lo dicono i tesseramenti che vanno a rotta di collo e l'apertissimo disprezzo che suscitiamo ad ogni nostra minima intrapresa. Eppure non dobbiamo mollare, ne va della nostra fornitura di maccaruna c'a'pummarola 'n coppa, per cui è vitale spingere la nostra sfrontatezza fino ad asserire che nel partito più verticistico di tutto l'"Occidente" i dirigenti e gli eletti devono essere scelti dalla base. La logica delle candidature imposte o "paracadutate" ha contribuito ad aumentare il divario tra eletti ed elettori, eppure era l'unica cosa da fare qui a Firenze dove il palloniere Giovanni Galli ha funzionato quel tanto che bastava ad evitare un meritato ed ovvio tracollo, ed appena ripiegato il paracadute si è accorto in che razza di ambientino gli era dato di operare; ha preferito optare per un profilo responsabilmente e lodevolmente basso e chissà le litigate nelle salette di Palazzo Vecchio. Per superare queste spaccature e riportare gli elettori ed i simpatizzanti al centro della vita del partito occorre istituzionalizzare le primarie a tutti i livelli e tornare al metodo delle preferenze in tutte le elezioni. Il che significa fare strame delle prassi politiche fin qui seguite che tanto ci hanno assicurato in materia di casatielli freschi, ma tanto appena questa roba finirà in mano ai mezzi piani del "partito" ci rimetteranno al nostro posto con un paio di telefonate.

CONFRONTO

Manifestazioni, convegni, incontri fatti ed organizzati solo esclusivamente per la "nostra gente" hanno marcato le ultime stagioni politiche. I numeri dei partecipanti stanno inesorabilmente calando ed il coinvolgimento di nuovi simpatizzanti è sempre più difficoltoso, con buona pace delle menzogne che scriviamo da anni ed anni sul Libro dei Ceffi. Oltretutto è roba che costa cara arrabbiata perché non è che possiamo raccontare a tutte le ore ciance sull'insihurezza e su i'ddegrado e poi andare ad occupare un capannone come punkabbestia qualsiasi. Recuperare il vecchio format del dibattito con la "controparte" oltre a rendere più interessante ogni iniziativa, contribuirebbe a far passare un messaggio devvero innovatore, ovvero che esiste una nuova classe dirigente, a destra come a sinistra, capace di sedere allo stesso tavolo a riscrivere nuove regole per la politica, ma più che altro permettendoci di scippare alla controparte temi, argomentazioni e forme di comunicazione, come abbiamo sempre fatto per evitare di asfissiare prima che ci venissero a dire di farla finita, che quella era feccia da eliminare con ogni mezzo e che azioni del genere ci avrebbero automaticamente reso degli anarcoislamonazicomunisti per contaminazione.

02 settembre 2011

La moschea di Firenze e gli esperti di Islam del PDL



Diyarbakir. La moschea Behram paşa.

La fine dell'estate 2011 presenta agli "occidentalisti" della penisola italiana pochi spunti utilizzabili. Il caso è grave, perché le fabbriche di menzogne necessarie al mantenimento del consenso ed alla sistematica criminalizzazione di qualsiasi cosa possa ricordare comportamenti competenti o responsabili rischiano di rimanere senza combustibile. In un contesto in cui perfino il pallone, il pallonaio e le pallonate stanno segnando il passo la committenza "occidentalista" è costretta a dilatare tempi, rivangare vicende, ingigantire dettagli ed insistere il più a lungo possibile su issues che condividono una assoluta trascurabilità.
La fortuna elettorale "occidentalista" non può certo basarsi sulle qualità dell'elettorato passivo: perfino un agone politico giunto ai livelli di sporco anche morale cui è giunto quello peninsulare può avere qualche problema a trovare posto per tanti buoni a nulla capaci soltanto di ingrassare e di indossare cravatte. In questa sede non si è persa occasione per illustrare nel dettaglio, e con numerosissimi esempi pratici, in che modo a surrogare le competenze mancanti insista da almeno un decennio una deliberata e quotidiana opera di saturazione mediatica, prontissima a tutto pur di mantenere sulla vita pubblica la cappa di paura e di odio a cui l'"occidentalismo" deve per intero la propria fortuna politica.
Nel contesto specifico di Firenze la pochezza e l'irrilevanza della politica "occidentalista", cui si accompagna la spassosa incompetenza dimostrata da un anno all'altro dall'elettorato passivo che la rappresenta, hanno costretto i micropolitici "occidentalisti" che scaldano le poltrone degli organi elettivi ad organizzare veri e propri turni per emettere comunicati stampa, in modo da non essere costretti a litigare per lo scarso materiale disponibile.
Un po' come quando si devono distribuire delle merendine in un qualunque doposcuola.
Nel caso pratico in esame stavolta il materiale disponibile è dato dalla "moschea di Firenze", mentre i turnisti sono stati rappresentati dai microoccidentalisti "universitari" Andrea Badò e Tommaso Villa in servizio all'inizio di agosto, e dai microoccidentalisti "comunali" Marco Stella e Stefano Alessandri in servizio alla fine dello stesso mese.
Del primo turno si è già trattato. Nella trattazione si sottolineava come i due ben vestiti su ricordati tenessero in alta considerazione Magdi Allam e Souad Sbai, descritti come "due figure di alto spessore intellettuale e conoscitrici dell'Islam".
Il secondo turno è oggetto della trattazione presente. Sulle competenze in materia di Islam di Souad Sbai e di Magdi Allam si esporranno alcuni riferimenti interessanti nei prossimi paragrafi; per adesso valga notare che in un lungo e ripetitivo articolo pubblicato da un sitarello compiacente questi due "occidentalisti" hanno mostrato risentimento verso asserite provocazioni dell'imam di Firenze, che a nostro avviso potrebbe concedersi più spesso il piacere di scagliare davvero qualche pietra nel pollaio dell'"occidentalismo" locale. Non gli ci vorrebbe neppure troppa fatica: per provocare un "occidentalista" è sufficiente permettersi di salutarlo quando lo si incontra, proprio come con certi prepotentelli di quartiere.
Scorrendo l'articolo pare di capire che, secondo gli "occidentalisti", esista una precisa correlazione tra il pregare il venerdì pomeriggio, il non bere vino e il non apprezzare la carne di maiale da una parte, ed una spiccata propensione ad infrangere le "leggi comunali" ed i "regolamenti urbanistici", qualunque cosa siano, dall'altra.
Noi siamo assai meno capziosi e meno propensi ad esporci al ridicolo. Il problema, se mai, è che ci tocca ripetere spesso gli stessi elementarissimi concetti.
La moschea si deve fare, si deve fare a spese pubbliche sottraendo esplicitamente risorse ai capitoli "sicurezza" e "gendarmeria", si deve costruire con materiali di pregio ed avendo in mente un edificio che deve essere degno della città di Firenze, secondo le stesse linee di pensiero seguite a suo tempo per la sinagoga di via Farini. La miglior collocazione per l'edificio sarebbe piazza Ghiberti, una volta sgomberati e demoliti, possibilmente con gli stessi sistemi che gli "occidentalisti" vorrebbero usare contro i centri sociali e le case occupate, gli edifici che sorgono sul lato orientale di essa e che da troppo tempo ospitano attività e macchinazioni alla base di un degrado e di una insicurezza tanto autentici quanto invisibili ad occhi "occidentalisti".
Ora, dal momento che le ciarle "occidentaliste" dell'articolo citato sono fatte di luoghi comuni ai confini con la barzelletta ed hanno ampiamente stancato, essendo state anche troppo spesso accolte in questa sede con il disprezzo, lo scherno ed il dileggio che meritano, vediamo di quali competenze e di quali conoscenze hanno dato prova in materia di Islam le figure che gli "occidentalisti" fiorentini considerano luminari del settore. Le citazioni che riportiamo sono di una certa sostanza, perché l'intero costrutto denigratorio tenuto in piedi dagli elegantissimi mangiatori di spaghetti di cui si compendia l'"occidentalismo" fiorentino si regge in buona sostanza sulla divulgazione, reiterata ed acritica, di certi ipse dixit.
Dal volume "Primo, non diffamare" scritto da Luca Bauccio apprendiamo (p. 108) che Souad Sbai è stata ammessa in qualità di testimone esperto in un processo per diffamazione. Dalle righe dell'Autore, ecco di quale esperienza riuscì a dar prova. I corsivi sono nostri.
Il testimone, il deputato Souad Sbai, si presentò in aula e rispose alle specifiche domande sui Fratelli Musulmani. Domande dettagliate, roba da esperti. Tra queste, quella basilare: quando furono costituiti i Fratelli Musulmani? "Il gruppo dei Fratelli Musulmani è nato nel '78-'79", fu la secca risposta. L'avvocato chiese di nuovo: quando nacque il movimento dei Fratelli Musulmani? "E' nato nel '78-'79. E' nato prima, però fortemente nel '78 con Hasan Al Banna", fu la perentoria risposta. La deputata esperta di Fratelli Musulmani si sarà confusa, ma il movimento era nato cinquant'anni prima e Al Banna nel '79 era già morto da ventinove anni. Contrariamente da quanto riferito dalla deputata esperta, inoltre, Al Banna non poteva aver avuto dei predecessori per il semplice motivo che era stato lui a fondare il movimento dei Fratelli Musulmani. Souad Sbai potrebbe aver avuto un momento di annebbiamento, non c'è dubbio, ma provate ad immaginare un parallelo processo in Iran nel quale venga introdotto un super esperto di faccende italiane che dichiari: il Partito Comunista Italiano fu fondato nel 1978-1979; è nato prima ma fu "fortemente" voluto da Antonio Gramsci nel '78-'79. Quantomeno interverrebbe Amnesty International.
Ecco di quali esperti si avvale l'occidentalame gazzettiero, presentandoli come affidabili garanti di decisioni condivise, custodi della democrazia e magari come costruttivi consiglieri immobiliari, visto che le moschee, si sa, insihurezzeddegràdo.
Ovviamente non basta.
L'altro esperto è Magdi Cristiano Allam, ribattezzato da Sherif el Sebaie Magdi Condannato Allam appena hanno cominciato a chiedergli conto del suo operato in sedi diverse e molto meno comode di certe lussuosissime, climatizzate e strapagate redazioni.
Nel volume su citato, a pagina 42, si legge:
Negli anni della vicedirezione ad personam del "Corriere della Sera" Magdi Cristiano Allam introduceva nel lessico della deterrenza antiestremistica ed antiterroristica [*] una parola che -epidemicamente- sarebbe andata a rappresentare la sintesi della diversità islamica e della pericolosità sociale dell'organizzazione più rappresentativa dei musulmani in Italia [vocabolo presente nel testo originale, come sempre ce ne scusiamo con i lettori, N.d.R.], l'UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia). La parola è taqqiya e significa dissimulazione, occultamento delle vere intenzioni, travestimento pubblico di segrete finalità politiche e religiose. Secondo Allam l'UCOII sarebbe quindi dedita alla pratica della dissimulazione. Le sue condotte pubbliche sarebbero improntate secondo le modalità ed il fine di nascondere la propria reale identità, di celare i propri intenti attraverso un'adesione ai valori della Costituzione e della legalità soltanto formale, mentre sotto tale superficie si nasconderebbero fini sordidi e illegali. La prova di tale fatto risiederebbe per Allam nella versione del Corano curata dall'UCOII e pubblicata dalla Newton & Compton. Secondo Allam, l'UCOII in quel testo avrebbe teorizzato la legittimità della dissimulazione.
Allam denuncia il fatto in alcuni articoli pubblicati sul "Corriere della Sera". Scrive Allam: "Da parte dell`UCOII tutto ciò avviene all`insegna della taqqiya, la dissimulazione, eretta a precetto di fede per imporre il proprio potere teocratico e assolutista, così come ammesso nella versione italiana del Corano a cura dell`Ucoii a commento dei versetti 105-106 della sura XVI". Nsaturalmente l'argomento fa presa e viaggia veloce: nel web, fra gli estimatori di Allam, nell'àmbito della polemica contro le moschee e persino in tribunale. Come dare il permesso di costruire una moschea a chi ammette e pratica la dissimulazione? Come fidarsi di chi occulta la propria identità? [...] Il 99% dei lettori, leggendo della taqqiya (la dissimulazione) non avrà avuto alcun dubbio sulla verità delle affermazioni di Allam. Costui aveva del resto citato la sura ed il verso. Allam era per di più un musulmano ed un esperto, come dubitarne?
In un processo per diffamazione ho l'occasione di sentire Allam come testimone, quindi faccio delle domande sull'argomento per capire da dove egli abbia ricavato questa sua allarmante verità. Ecco cosa è venuto alla luce.
Avvocato: "Onorevole, lei sta dicendo che nel testo del Corano a cura dell'UCOII c'è un'interpretazione di quel versetto che risolve il testo in una legittimazione della dissimulazione?
Allam: "[...] Io ho detto che in Italia esiste un'edizione italiana del Corano, a cura dell'UCOII, e che l'interpretazione del versetto che compare in questa edizione italiana del Corano a cura dell'UCOII dice che quel versetto legittima la dissimulazione. Punto".
Avvocato: "Ma il versetto legittima la dissimulazione?".
Giudice: "Esistono altre interpretazioni di quello stesso versetto, per quanto a sua conoscenza, diverse?".
Allam: "Posso fare una ricerca, se volete".
Avvocato: "Lei non ha fatto ad oggi una ricerca sul punto?".
Allam: "Non l'ho fatta e non mi interessa, onestamente".
Giudice: "Allora non è irrilevante, non è affatto irrilevante! Le chiedo solo questo: quindi, questa, a suo parere è un'interpretazione, una fra le tante interpretazioni di questo versetto, e quindi ce ne possono essere altre, indipendentemente dal fatto che lei adesso non le ricordi, oppure c'è un'interpretazione univoca, pacifica in questo senso, che cioè sarebbe legittimata la dissimulazione? Serve per capire se questa interpretazione è stata prescelta dall'UCOII con determinate finalità o no".
Allam: "[...] Personalmente non ho fatto degli studi per accertare se l'interpretazione di quel versetto in altri àmbiti corrisponda, ecc.".
Per sua stessa ammissione, Allam non aveva fatto studi sul Corano, nulla sapeva sul versetto citato e in particolare sulla dissimulazione, anche se questo voi non lo avreste mai creduto possibile.
Ricapitolando: in materia di Islam -ed in materia di chissà quanti altri settori dello scibile, viene da pensare- il PDL vorrebbe imporre la voce in capitolo di individui che non conoscono neppure i rudimenti della storia contemporanea dei movimenti islamici e che non curano nemmeno la documentazione elementare di quanto vanno sostenendo.
Un modus agendi da veri esperti.
Alla Ca' Foscari o all'Orientale, comportamenti del genere in aula o in sede di esame provocherebbero nel meno versato dei presenti reazioni più facili da immaginare che da descrivere.
Il fatto, risaputo anch'esso, è che secondo la solita prassi l'"occidentalismo" continua come se nulla fosse a presentare come "esperti di Islam" individui che si rivelano essenzialmente esperti in tecniche di denigrazione.
Alessandri, Stella, Villa e Badò saranno anche stati attentissimi alle scuolette estive del "partito", ma sul fatto che abbiano interiorizzato l'idea che un piatto di maccheroni ed un منبر‎ sono due cose diverse non ci sentiremmo di arrischiare ipotesi.


[*] Nel lessico "occidentalista" sono estremisti e terroristi sostanzialmente quanti non procurino un reddito alla committenza cui i gazzettieri devono rispondere.

01 settembre 2011

Faisal Devji - La politica dopo Al Qaeda


"Ora abbatte le torri in Paradiso".
Nel maggio 2011 una organizzazione informale fiorentina così ha ricordato Osama Bin Laden.



Traduzione da Conflicts Forum.

Un'immagine già dotata di caratteristiche da icona e fatta circolare dal Pentagono dopo l'assassinio di Osama Bin Laden ad Abbotabad compiuto dagli americani mostrava il fragile leader di Al Qaeda mentre osservava le sue stesse tracce su un vecchio apparato televisivo; essa rivela pur senza volerlo alcuni dati di fatto sulla Guerra al Terrore. Da una parte è difficile immaginare un ambiente del genere considerandolo parte di un centro di comando del terrorismo globale. Dall'altra, la reazione internazionale all'assassioni di Bin Laden getta dubbi sulla narrativa americana della guerra e della sua vittoria su scala mondiale. In questa reazione, l'elemento fondamentale è stato rappresentato dopo tutto dal fatto che in tutto il mondo l'evento è stato considerato interessante principalmente perché esso ha suscitato una reazione straordinariamente combattiva presso il pubblico americano, e non tanto per l'accaduto in se stesso. Anche in paesi come il Regno Unito o la Spagna, pure vittime dei militanti di Al Qaeda non troppo tempo fa, le pubbliche attestazioni di soddisfazione per la morte di Bin Laden sono state poche o anche nessuna, nonostante l'argomento sia rimasto oggetto di una massiccia copertura mediatica essenzialmente perché elemento fondamentale della politica statunitense.
Anche nel mondo islamico coloro che hanno preso il lutto per la morte dello "sceicco" l'hanno fatto per le ragioni più svariate, molte delle quali avevano più a che fare con questioni politiche locali che non con qualcosa tanto fuori grandezza come una guerra globale contro l'Occidente. C'era comunque qualcosa di curioso nei fotogrammi ripetuti all'infinito dai mass media americani ed europei, che tentavano di attestare la popolarità di Osama bin Laden presso i musulmani mostrando la sua fotografia come compariva in vendita nei negozietti pakistani. Queste immagini erano spesso circondate dalle foto di altri personaggi famosi, come le poco vestite e pesantemente truccate stelline di Lollywood, come viene chiamata l'industria cinematografica del Punjab, basata a Lahore. Le foto di Bin Laden vengono vendute, come se fossero un qualunque altro articolo, accanto ai poster di star del cinema e a scatole di bambole Barbie: la popolarità dell'immagine di Bin Laden non dice alcunché sullo jihad cui egli esortava. Probabilmente il suo status di celebrità ha più a che fare col fatto che Osama Bin Laden era stato rivestito dall'America del ruolo di suo più grande nemico, ricavandone una patente di infamia che poco ha a che vedere con i problemi veri del Palistan. Era diventato soltanto un'immagine come tante altre, con i suoi fans come tante altre.
Certo gli spettacolari attacchi di Al Qaeda, e soprattutto quelli dell'undici settembre, si sono rivelati sufficientemente impressionanti da suscitare un certo grado di ammirazione, a volte per motivi legati all'estetica almeno quanto alla religione o alla politica, ma non è chiaro fino a che punto tutto questo si sia tradotto in un sostegno concreto. Oggi come oggi anche il sentire antiamericano diffuso presso i musulmani sembra aver abbandonato il terrorismo globale inteso come modello da seguire, andando piuttosto in cerca di altro. Soltanto il pubblico statunitense continua a farsi irretire da Osama e dalla sua banda, il che è anche logico dal momento che Bin Laden e i suoi hanno sempre rappresentato un elemento della politica interna americana. L'utilizzo politico dell'uccisione di Bin Laden fatto dal presidente Obama non è stato altro che un ulteriore perseguimento della stessa strategia del suo predecessore, che consisteva nell'utilizzare le paure sulla questione della sicurezza per rafforzare il proprio potere a livello nazionale. Con questo non si vuole fare propria l'asserzione secondo la quale l'amministrazione Bush avrebbe semplicementi usato gli attacchi dell'undici settembre come cinico terreno per rafforzare il proprio sostegno, né che gli Stati Uniti ne abbiano fatto una scusante per riplasmare il mondo intero a loro immagine e somiglianza. Al contrario, si pensa che gli Stati Uniti fossero, e siano a tutt'oggi, incapaci di mettere in piedi una strategia politica mondiale dopo la fine della guerra fredda.
I governi statunitensi ai tempi della guerra fredda erano ovviamente interessati a preservare la predominanza politica ed economica americana ed erano anche impegnati a lottare per una visione del mondo che rappresentava qualcosa di più grande dei loro meri interessi. Il collasso dell'Unione Sovietica ha fatto sì che la geopolitica statunitense sia tornata d'improvviso a rappresentare nient'altro che un aspetto come tanti delle loro preoccupazioni in materia di politica interna. Detto altrimenti, la vittoria conseguita su scala mondiale ha "addomesticato" la politica americana, al punto che ormai i nemici giurati della nazione non possono che essere quelli che si trovano al suo interno. Di certo le crescenti tensioni tra liberali e conservatori negli Stati Uniti, i cui dissapori reciproci sono stati alla base delle guerricciole culturali degli anni Ottanta, dimostrano che la situazione è questa. I teorici neoconservatori hanno riconosciuto il fatto di essere stati messi fuori gioco dalle questioni della geopolitica molto presto, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, anche se hanno visto in esso il segno del dominio vittorioso dell'America nell'agone mondiale. La famosa tesi di Francis Fukuyama sulla "fine della storia", illustrata nel suo libro "La fine della storia e l'ultimo uomo" uscito nel 1992, ha rappresentato il primo importante riconoscimento del fatto che l'America non era più capace di adottare una visione politica su scala mondiale, considerata da allora in poi una pura e semplice estensione dei suoi conflitti e dei suoi interessi interni.
Nonostante fosse in esplicito disaccordo con la tesi di Fukuyama, l'ugualmente influente argomento dello "scontro di civiltà" che Samuel Huntington ha elaborato nel suo volume del 1996 intitolato "Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale" riconosceva la fine della geopolitica tradizionale basata sugli stati sovrani, e cercava di ridefinire il conflitto mondiale in termini culturali e non statuali. Entrambi i pensatori, ciascuno a suo modo, vedevano che dopo il crollo sovietico l'arena globale aveva preso forme in cui gli stati o lo stesso sistema internazionale non rappresentavano più gli attori principali ed anzi si trovavano privi di armi politiche adeguate ad essa. In un contesto come questo organizzazioni militari non statali come Al Qaeda possono salire alla ribalta e cercare di fornire concretezza politica ad entità come la 'umma, la comunità musulmana mondiale, che come tale non aveva alcuna manifestazione vitale precedente né sul piano storico né su quello istituzionale.
Osama Bin Laden aveva una buona opinione del libro di Huntington e si è adoperato per tradurre in azione l'idea ivi espressa di una geopolitica dominata da attori non statali. Nel far questo ha cercato di prendere posto in un'arena mondiale rimasta politicamente sguarnita dopo la divisione del pianeta in due emisferi rivali e dopo la politica di rischi calcolati basata sulla "mutua distruzione assicurata" dei tempi della guerra fredda. La nuova arena globale così come appariva dopo il collasso sovietico aveva una realtà sociologica, ma non aveva più una realtà politica. In questo modo entità come la specie umana, che prima della guerra fredda rappresentavano soltanto un concetto astratto, hanno preso ad incarnare una realtà sinistra con il concretizzarsi della polssibilità di un'apocalisse nucleare, o sono diventati concetti attuali nel quadro del controllo della popolazione del pianeta. Prendendo a modello la specie umana intesa come nuovo concetto attuale, ritenuto sotto minaccia di estinzione, la 'umma è emersa in questo periodo come elemento della realtà privo di una forma politica propria. In questo, essa è giunta a rappresentare la sola aspirazione politica per una specie depoliticizzata all'improvviso dopo la fine della guerra fredda, una specie che ora come ora può prendere forma di concetto sociologico solo perché al tempo stesso vittima e carnefice in circostanze come quella delle minacce legate ai cambiamenti climatici, anch'esse purtuttavia concepite in termini economici piuttosto che politici. Come la specie umana minacciata da quella catastrofe ambientale che ha sostituito gli spettri di apocalisse nucleare della guerra fredda, allo stesso modo la comunità dei credenti al tempo stesso esisteva e non poteva dirsi come esistente. Non è un caso che Bin Laden si sia spesso riferito alla 'umma, considerandola esposta al rischio di violenze da parte dell'Occidente, nello stesso tempo in cui mostrava di temere la minaccia che il riscaldamento globale costituiva per la razza umana. L'esistenza dubbia sia della 'umma che della specie umana fa da punto di appoggio per l'assunto secondo il quale il mondo non possiede né attori politici ne istituzioni per proprio conto.
La pratica politica fuori dall'ordinario, spettacolare e speculativa al tempo stesso, che Osama Bin Laden ha messo in atto per conferire una qualche concretezza ad entità come la 'umma o la stessa specie umana non ha comunque apportato alcuna minaccia all'esistenza degli Stati Uniti o di qualunque altro paese, compreso l'Afghanistan, nonostante il grande dispiego di atti violenti ad essa associato. Nel lungo termine la coseguenza più importante dell'impegno di Al Qaeda può benissimo rivelarsi lo scuotimento delle gerarchie presenti nel mondo islamico, e il fatto di aver inculcato l'idea che certe forme di sacrificio altamente individualistico possano in esso rappresentare l'elemento fondante di un nuovo modo di fare politica. Non è forse questa la lezione che tante delle "rivoluzioni" attualmente in atto nel Medio Oriente hanno appreso da Al Qaeda, prive come sono di una dirigenza coerente o di una forma compiutamente definita in termini ideologici o politici? Probabilmente proprio il fatto che la lezione sia stata appresa così bene ha fatto sì che Al Qaeda finisse quasi fuori dal campo visivo della maggioranza del mondo musulmano, essendosi trovato assolto il suo compito storico più come risultato di dinamiche interne piuttosto che come conseguenza di una vittoria vera e propria nella Guerra al Terrore. Certamente, a differenza dei militanti di Al Qaeda i rivoluzionari di oggi hanno smesso di pensare in termini di specie umana o di comunità dei credenti, per conferire un certo grado di concretezza agli ideali del panarabismo costruendo gli uni l'imitazione mediatica degli altri, senza tentare alcuna formalizzazione ideologica e meno che mai istituzionale, come per suggerire che la realtà in cui agiscono può rappresentare soltanto qualcosa di ineffabile e comunque di non statuale.
Dichiarando la Guerra Planetaria al Terrore gli Stati Uniti hanno tentato, tra l'altro, di avocare per se stessi una politica mondiale degna di questo nome. Ma dal momento che Al Qaeda non si è rivelata in grado di rappresentare in alcun modo una vera e propria minaccia militare, rappresentando piuttosto un fattore importante per la politica interna statunitense dopo l'undici settembre, lo sforzo americano era destinato al fallimento. Per giunta, nonostante l'aspetto esotico ed il vocabolario usato dai suoi militanti, Al Qaeda si è comportata come un nemico interno, più che come un nemico esterno, ritorcendo contro l'Occidente le sue stesse logiche ed i suoi stessi strumenti. La forma virale dell'attacco ha preso piena evidenza con gli attacchi dell'undici settembre, i cui protagonisti si erano esercitati nelle scuole di volo americane ed avevano usato aerei americani per colpire i loro bersagli. Questa mancanza di fattori esterni non ha fatto che crescere grazie all'esaltazione del martirio compiuta dai militanti, che non ha fatto altro che togliere ad Al Qaeda la natura tipica di nemici che possono essere battuti dalla morte. La grande trasformazione che la Guerra al Terrore ha imposto al mondo ha avuto tanto a che fare con le macchinazioni elettorali e con le preoccupazioni in materia di sicurezza degli Stati Uniti quanto con le strategie politiche mondiali che tanto improvvisamente si sono rivelate inaccessibili per l'unica superpotenza rimasta sul pianeta. Anche per questo il sostegno alla guerra, economico o meno, hanno dovuto sostenerlo essenzialmente gli Stati Uniti, i cui alleati avrebbero dovuto sacrificarsi per qualcosa che avrebbe anche potuto arricchire i singoli soggetti ma che portava pochi vantaggi ad un ordine internazionale che si sarebbe rivelato meramente prono ai disegni americani. Detto altrimenti, nel mettere in piedi quella che consideravano una guerra su scala planetaria gli Stati Uniti non hanno fatto altro che indebolire ulteriormente, se non demolire del tutto, un sistema internazionale già indebolito dal collasso sovietico e sulla strada giusta per diventare politicamente privo di qualsiasi importanza nella nuova arena mondiale all'interno della quale Al Qaeda si trovava ad agire. Un contesto peraltro già riconosciuto e anche approvato da un'America che aveva abbandonato ogni legalismo formale ed ogni consuetudine del diritto internazionale pur di potervi dominare.
La grande potenza americana ha tolto all'arena mondiale la geopolitica intesa come campo d'azione separato, limitando la propria pratica politica ad un perseguimento dei propri interessi assolutamente incapace di distinguere i campi della sfida internazionale da quelli che riguardano gli affari interni. Gli Stati Uniti, di conseguenza, possono agire a livello internazionale soltanto pensando a se stessi e cercando di produrre ovunque copie di se stessi, in una gestualità narcisistica impossibile da sostenere. Questo significa che più l'America agisce concretamente nel mondo, e più in realtà esce dalla realtà che lo contraddistingue. L'assassinio di Osama Bin Laden e la sua sepoltura in mare rappresenta un buon esempio di tutto questo, perché testimonia come gli Stati Uniti siano soliti gettare alle ortiche ogni occasione in cui possano avere gioco le prassi comportamentali dell'etica internazionale o della giustizia, sacrificandole entrambe in favore delle pure esigenze della politica interna. Comportamenti del genere sono comunque altamente rischiosi, perché più che la perdita di ogni contatto con la realtà essi comportano il rovesciamento di tutto il conflitto verso l'interno del paese. Questo significa che al di là delle recriminazioni che repubblicani e democratici si scambiano, stiamo assistendo ad un crescente utilizzo delle pratiche tipiche della Guerra al Terrore all'interno degli Stati Uniti stessi magari per motivi che hanno a che fare con la prevenzione del crimine; un utilizzo che restringe le libertà civili dei cittadini americani e che al tempo stesso non ha nulla a che vedere con il terrorismo. Un altro indicatore di questo riversamento all'interno del conflitto è rappresentato dal fatto che oggi i musulmani sono considerati da molti americani più che altro come una minaccia interna, mentre i loro correligionari all'estero vengono sempre considerati liberi di diventare clienti ed alleati degli Stati Uniti. Nei primi anni della Guerra al Terrore nulla di simile si è verificato nel campo della cosiddetta "islamofobia", che ha guadagnato terreno negli Stati Uniti solo dopo anni di ininterrotta calma e di totale assenza di attacchi terroristici.
Allo stesso modo di questi problemi interni l'uccisione di Bin Laden e le reazioni che essa ha suscitato offre il più chiaro esempio possibile della perdita del senso della geopolitica negli Stati Uniti, e del loro ritiro dal mondo. Col venire meno delle cortine fumogene di Al Qaeda e degli specchietti della sua politica, è rimasta visibile soltanto l'incapacità degli stati sovrani di imporre un indirizzo alla soluzione dei problemi globali del nostro tempo. Problemi che comprendono i cambiamenti climatici e la sicurezza delle risorse alimentari, cose che l'ordinamento internazionale sembra incapace di affrontare efficacemente, per motivi strutturali che hanno a che fare con i limiti delle procedure istituzionali alla base del suo funzionamento più che con la mancanza di una volontà precisa in questo senso. L'arena globale resta sguarnita e priva di una vera e propria politica: la stessa situazione che ha permesso ad Al Qaeda di primeggiarvi.


La rivoluzione priva di senso

In un contesto come questo che ruolo possono avere le "rivoluzioni" mediorientali? I commenti su questa straordinaria ondata di rivolte fanno costante riferimento al loro carattere radicalmente inedito, e le analisi proposte non fanno che rimandare a precedenti e a modelli che possano renderle comprensibili dal punto di vista storico. Quando non si chiama in causa una storia regionale fatta di ribellioni arabe contro il potere costituito, si riprendono spiegazioni basate su un contesto internazionale legato alla contrarietà ai sistemi monarchici, all'anticolonialismo o all'anticapitalismo. In questo, il nostro iniziale stupore per gli eventi in atto viene considerato segnale di null'altro che di una mancata conoscenza dei sistemi sociali e dei popoli coinvolti in queste insurrezioni. Nel migliore dei casi, l'elemento prima imprevedibile e quindi di incalcolabile portata nel caso delle rivoluzioni mediorientali viene ridotto ad una "scintilla" che, manifestatasi nelle azioni di un suicida tunisino o dei suoi emuli egiziani e di altri paesi, ha finito per mettere a fuoco tutta la regione. Per quanto accurati siano i tentativi degli analisti di ricostruire la genesi delle rivolte in modo da dare ad esse un senso, il fatto che esse siano qualcosa di sorpendente non è dovuto alla mancanza di conoscenze in materia, ma al fatto che esse conoscenze si sono rivelate prive di importanza. Gli eventi che ancora si verificano davanti ai nostri occhi in Nord Africa ed in altre zone del Medio Oriente non sono rivoluzionari nel senso convenzionale del termine che contempla il coinvolgimento di partiti politici, ideologie ed utopie storiche, ma proprio perché ad essi manca una forma politica tanto tradizionale. Coloro che più hanno mostrato sorpresa a fronte di questa ondata rivoluzionaria sembrano esser state le stesse persone che l'hanno resa possibile. E proprio la meraviglia per le trasformazioni in atto è il sentimento cui questi uomini e queste donne hanno incessantemente dato voce. In altre parole la mancanza di paura che si è impadronita dei manifestanti in Medio Oriente potrebbe rappresentare, tra tutti gli avvenimenti verificatisi, il più genuinamente rivoluzionario. E si può avanzare l'ipotesi che tale mancanza di paura sia in qualche modo collegata all'assenza di pratiche politiche rivoluzionarie nel senso tradizionale del termine.
Certamente anche le rivoluzioni verificatesi in altri tempi ed in altri luoghi sono state contraddistinte da un senso di diffusa meraviglia, ma il significato e le implicazioni di questo senso di sorpresa sono state prese poche volte in seria analisi. Al contrario, i commenti di sinistra e di destra di solito sono dominati dalla logica della storia, la cui narrativa fatta di precedenti e di genealogia rende gli eventi prevedibili dopo che si sono verificati. Questo continuo richiamo alla storia finisce spesso per negare proprio i cambiamenti che ne costituiscono l'essenza. Ad esempio, le manifestazioni in tutta la regione sono state caratterizzate da sforzi di riappropriarsi dello stato e dei suoi simboli. Questo vale particolarmente per l'Egitto, dove i manifestanti hanno fatto ampio uso di bandiere, inni e slogan. Ma nel loro utilizzo i simboli nazionali e statali sono anche stati svuotati del loro contenuto politico, e usati come segni di celebrazione civile. Gli slogan e la gazzarra in piazza Tahrir arrivavano diritti dai cori e da altri usi tipici dei tifosi di calcio, compresa l'idea di dipingersi il viso e quella di ballare. Cosa possono mai significare, nell'arena globale del dopo guerra fredda, parole all'antica come "popolo" o "rivoluzione"? L'utilizzo relativamente superficiale di questi vocaboli fatto nel corso delle proteste potrebbe anche suggerire il fatto che il loro indicare delle categorie politiche non è più forte come un tempo; e questa interpretazione acquista forza se pensiamo alle notevoli forme di autorganizzazione e di autogoverno che sono emerse d'un tratto nelle piazze dopo decenni di governo centralizzato ed oppressivo, nessuna delle quali ha mostrato alcuna somiglianza alle forme tradizionali della politica.
Proprio con il fatto di averle superate le rivoluzioni hanno in qualche modo restituito una nuova realtà alle vecchie categorie della politica mediorientale. Le rivolte sorte una ad imitazione dell'altra in tutta la regione hanno reso il panarabismo una realtà popolare per la prima volta, ma solo in modo negativo, senza abbracciare alcuna ideologia. Perfino la preoccupazione per il proprio paese mostrata dagli egiziani, che volevano metteresi a fare cose come pulire le strade del Cairo, si appropria di certe categorie dello stato e le trasforma in qualche cosa che ha a che vedere con le pratiche della vita quotidiana e che assume forme non politiche. L'instaurarsi di nuove relazioni tra ricchi e poveri, cristiani e musulmani e perfino tra popolo ed esercito -esercito che dopo tutto è stato distolto dal suo dovere e in fin dei conti dalla stessa fedeltà allo stato dai manifestanti di piazza Tahrir- segue dinamiche simili. Nessuno di questi eventi fuori dall'ordinario può sopravvivere a quella che è diventata famosa come "la primavera araba", ma anche in questo modo essi riescono a far vedere quali potenzialità e quali possibilità di azione continuino ad esistere dietro le angustie degli schemi politici che abbiamo ereditato.
Il venire meno delle narrative storiche ormai convenzionali che contribuivano fino ad oggi alla definizione di tante lotte localizzate in Medio Oriente ha avuto l'effetto di destabilizzare anche la logica alla base delle intromissioni occidentali. Violenta finché si vuole, l'azione delle forze coalizzate in Libia è stata caratterizzata da prudenza ed incertezza, tradendo la mancanza di un obiettivo chiaramente definito al momento in cui è sfociata in una situazione imprevista ed agli esiti imprevedibili. Anziché prendere la forma di un mero inganno riguardo al controllo della situazione politica o del petrolio libici, l'intervento è divenuto una sorta di obbligo a fronte del carattere dissonante delle rivolte stesse e si è rivelato una specie di esperimento aperto nei confronti della pubblica opinione e motivato dal desiderio di volersi trovare dalla parte giusta, pur in un percorso storico sconosciuto. Se non altro, la coalizione sta a dimostrare che la "comunità internazionale" ha ancora una qualche rilevanza, laddove le nuove dinamiche della politica emerse in Medio Oriente avevano invece l'aria di averla tagliata fuori dalla situazione.
Storicamente, la logica che ha guidato i precedenti interventi a guida NATO apparteneva al contesto delle politiche messe in atto dalle superpotenze della guerra fredda o a quello della risoluzione di conflitti emersi al termine di essa. Quelli del Vietnam, della Corea o del Jihad antisovietico in Afghanistan sono esempi di interventi del primo genere, mentre quelli in Bosnia, in Serbia ed in Kosovo sono esempi del secondo. In Iraq ed in Afghanistan durante la Guerra al Terrore, e anche in Libia oggi, sono stati rovesciati governanti al potere dai tempi della guerra fredda, ma ormai gli interventi hanno perduto qualunque motivazione legata alla realpolitik che potessero aver mai avuto. Se in passato intervenire militarmente serviva ad assicurare all'Occidente mercati ed alleati senza che si mettesse troppa cura riguardo alla natura democratica o meno dei governi che si andavano ad insediare, gli interventi militari di oggi sono guidati da visioni grandiose, come l'intento di riplasmare il Medio Oriente.
Il fallimento semplicemente abietto di questi impossibili progetti in Iraq ed in Afghanistan si è tradotto in un'avventura libica cui mancano sia la visione grandiosa di cui sopra sia una qualche prospettiva sul piano della realpolitik. L'intervento militare è caratterizzato dall'incertezza e da un procedere per tentativi, e non è ormai altro che una cattiva prassi abitudinaria guidata in misura sempre maggiore da intenti non politici come un certo "spirito umanitario", in un momento in cui è la politica internazionale stessa ad essere in crisi profonda. La stessa cosa era vera ai tempi dell'intervento nei Balcani, ma le idee che circolavano in questo caso sugli stati nazionali e su quelli a base religiosa permisero di dare vita a nuove entità statali dal cattivo funzionamento posti sotto la custodia della comunità internazionale. La differenza con le rivolte in Libia ed altrove in tutto il Medio Oriente è che in questo caso nessuno dispone di utopie convenzionali o del modo di comportarsi secondo una logica storica: le rivolte sono servite piuttosto come cesure suscettibili di funzionare come fattori di trasformazione della politica, sia all'interno della regione che a livello internazionale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono di responsabilità dell'autore e non sono necessariamente rappresentative di quelle di Conflicts Forum.

Il Dott. Faisal Devji è lettore in storia e ricercatore al St. Anthony College dell'università di Oxford. Ha pubblicato due volumi, Landscapes of the Jihad (2005) e The terrorist in search of Humanity (2008); un terzo è in preparazione, The impossible indian: Gandhi and the temptation of violence. Laureatosi in Storia del pensiero all'università di Chicago, ha ricoperto incarichi a Harvard, a Yale e presso la New School for Social Research a New York. Scrive e trasmette regolarmente per la stampa internazionale e si interessa di questioni relative alle nuove forme di violenza e di pacificazione, alla crisi del sistema internazionale e all'emersione dei diversi tipi di politica globale.