01 settembre 2011

Faisal Devji - La politica dopo Al Qaeda


"Ora abbatte le torri in Paradiso".
Nel maggio 2011 una organizzazione informale fiorentina così ha ricordato Osama Bin Laden.



Traduzione da Conflicts Forum.

Un'immagine già dotata di caratteristiche da icona e fatta circolare dal Pentagono dopo l'assassinio di Osama Bin Laden ad Abbotabad compiuto dagli americani mostrava il fragile leader di Al Qaeda mentre osservava le sue stesse tracce su un vecchio apparato televisivo; essa rivela pur senza volerlo alcuni dati di fatto sulla Guerra al Terrore. Da una parte è difficile immaginare un ambiente del genere considerandolo parte di un centro di comando del terrorismo globale. Dall'altra, la reazione internazionale all'assassioni di Bin Laden getta dubbi sulla narrativa americana della guerra e della sua vittoria su scala mondiale. In questa reazione, l'elemento fondamentale è stato rappresentato dopo tutto dal fatto che in tutto il mondo l'evento è stato considerato interessante principalmente perché esso ha suscitato una reazione straordinariamente combattiva presso il pubblico americano, e non tanto per l'accaduto in se stesso. Anche in paesi come il Regno Unito o la Spagna, pure vittime dei militanti di Al Qaeda non troppo tempo fa, le pubbliche attestazioni di soddisfazione per la morte di Bin Laden sono state poche o anche nessuna, nonostante l'argomento sia rimasto oggetto di una massiccia copertura mediatica essenzialmente perché elemento fondamentale della politica statunitense.
Anche nel mondo islamico coloro che hanno preso il lutto per la morte dello "sceicco" l'hanno fatto per le ragioni più svariate, molte delle quali avevano più a che fare con questioni politiche locali che non con qualcosa tanto fuori grandezza come una guerra globale contro l'Occidente. C'era comunque qualcosa di curioso nei fotogrammi ripetuti all'infinito dai mass media americani ed europei, che tentavano di attestare la popolarità di Osama bin Laden presso i musulmani mostrando la sua fotografia come compariva in vendita nei negozietti pakistani. Queste immagini erano spesso circondate dalle foto di altri personaggi famosi, come le poco vestite e pesantemente truccate stelline di Lollywood, come viene chiamata l'industria cinematografica del Punjab, basata a Lahore. Le foto di Bin Laden vengono vendute, come se fossero un qualunque altro articolo, accanto ai poster di star del cinema e a scatole di bambole Barbie: la popolarità dell'immagine di Bin Laden non dice alcunché sullo jihad cui egli esortava. Probabilmente il suo status di celebrità ha più a che fare col fatto che Osama Bin Laden era stato rivestito dall'America del ruolo di suo più grande nemico, ricavandone una patente di infamia che poco ha a che vedere con i problemi veri del Palistan. Era diventato soltanto un'immagine come tante altre, con i suoi fans come tante altre.
Certo gli spettacolari attacchi di Al Qaeda, e soprattutto quelli dell'undici settembre, si sono rivelati sufficientemente impressionanti da suscitare un certo grado di ammirazione, a volte per motivi legati all'estetica almeno quanto alla religione o alla politica, ma non è chiaro fino a che punto tutto questo si sia tradotto in un sostegno concreto. Oggi come oggi anche il sentire antiamericano diffuso presso i musulmani sembra aver abbandonato il terrorismo globale inteso come modello da seguire, andando piuttosto in cerca di altro. Soltanto il pubblico statunitense continua a farsi irretire da Osama e dalla sua banda, il che è anche logico dal momento che Bin Laden e i suoi hanno sempre rappresentato un elemento della politica interna americana. L'utilizzo politico dell'uccisione di Bin Laden fatto dal presidente Obama non è stato altro che un ulteriore perseguimento della stessa strategia del suo predecessore, che consisteva nell'utilizzare le paure sulla questione della sicurezza per rafforzare il proprio potere a livello nazionale. Con questo non si vuole fare propria l'asserzione secondo la quale l'amministrazione Bush avrebbe semplicementi usato gli attacchi dell'undici settembre come cinico terreno per rafforzare il proprio sostegno, né che gli Stati Uniti ne abbiano fatto una scusante per riplasmare il mondo intero a loro immagine e somiglianza. Al contrario, si pensa che gli Stati Uniti fossero, e siano a tutt'oggi, incapaci di mettere in piedi una strategia politica mondiale dopo la fine della guerra fredda.
I governi statunitensi ai tempi della guerra fredda erano ovviamente interessati a preservare la predominanza politica ed economica americana ed erano anche impegnati a lottare per una visione del mondo che rappresentava qualcosa di più grande dei loro meri interessi. Il collasso dell'Unione Sovietica ha fatto sì che la geopolitica statunitense sia tornata d'improvviso a rappresentare nient'altro che un aspetto come tanti delle loro preoccupazioni in materia di politica interna. Detto altrimenti, la vittoria conseguita su scala mondiale ha "addomesticato" la politica americana, al punto che ormai i nemici giurati della nazione non possono che essere quelli che si trovano al suo interno. Di certo le crescenti tensioni tra liberali e conservatori negli Stati Uniti, i cui dissapori reciproci sono stati alla base delle guerricciole culturali degli anni Ottanta, dimostrano che la situazione è questa. I teorici neoconservatori hanno riconosciuto il fatto di essere stati messi fuori gioco dalle questioni della geopolitica molto presto, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, anche se hanno visto in esso il segno del dominio vittorioso dell'America nell'agone mondiale. La famosa tesi di Francis Fukuyama sulla "fine della storia", illustrata nel suo libro "La fine della storia e l'ultimo uomo" uscito nel 1992, ha rappresentato il primo importante riconoscimento del fatto che l'America non era più capace di adottare una visione politica su scala mondiale, considerata da allora in poi una pura e semplice estensione dei suoi conflitti e dei suoi interessi interni.
Nonostante fosse in esplicito disaccordo con la tesi di Fukuyama, l'ugualmente influente argomento dello "scontro di civiltà" che Samuel Huntington ha elaborato nel suo volume del 1996 intitolato "Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale" riconosceva la fine della geopolitica tradizionale basata sugli stati sovrani, e cercava di ridefinire il conflitto mondiale in termini culturali e non statuali. Entrambi i pensatori, ciascuno a suo modo, vedevano che dopo il crollo sovietico l'arena globale aveva preso forme in cui gli stati o lo stesso sistema internazionale non rappresentavano più gli attori principali ed anzi si trovavano privi di armi politiche adeguate ad essa. In un contesto come questo organizzazioni militari non statali come Al Qaeda possono salire alla ribalta e cercare di fornire concretezza politica ad entità come la 'umma, la comunità musulmana mondiale, che come tale non aveva alcuna manifestazione vitale precedente né sul piano storico né su quello istituzionale.
Osama Bin Laden aveva una buona opinione del libro di Huntington e si è adoperato per tradurre in azione l'idea ivi espressa di una geopolitica dominata da attori non statali. Nel far questo ha cercato di prendere posto in un'arena mondiale rimasta politicamente sguarnita dopo la divisione del pianeta in due emisferi rivali e dopo la politica di rischi calcolati basata sulla "mutua distruzione assicurata" dei tempi della guerra fredda. La nuova arena globale così come appariva dopo il collasso sovietico aveva una realtà sociologica, ma non aveva più una realtà politica. In questo modo entità come la specie umana, che prima della guerra fredda rappresentavano soltanto un concetto astratto, hanno preso ad incarnare una realtà sinistra con il concretizzarsi della polssibilità di un'apocalisse nucleare, o sono diventati concetti attuali nel quadro del controllo della popolazione del pianeta. Prendendo a modello la specie umana intesa come nuovo concetto attuale, ritenuto sotto minaccia di estinzione, la 'umma è emersa in questo periodo come elemento della realtà privo di una forma politica propria. In questo, essa è giunta a rappresentare la sola aspirazione politica per una specie depoliticizzata all'improvviso dopo la fine della guerra fredda, una specie che ora come ora può prendere forma di concetto sociologico solo perché al tempo stesso vittima e carnefice in circostanze come quella delle minacce legate ai cambiamenti climatici, anch'esse purtuttavia concepite in termini economici piuttosto che politici. Come la specie umana minacciata da quella catastrofe ambientale che ha sostituito gli spettri di apocalisse nucleare della guerra fredda, allo stesso modo la comunità dei credenti al tempo stesso esisteva e non poteva dirsi come esistente. Non è un caso che Bin Laden si sia spesso riferito alla 'umma, considerandola esposta al rischio di violenze da parte dell'Occidente, nello stesso tempo in cui mostrava di temere la minaccia che il riscaldamento globale costituiva per la razza umana. L'esistenza dubbia sia della 'umma che della specie umana fa da punto di appoggio per l'assunto secondo il quale il mondo non possiede né attori politici ne istituzioni per proprio conto.
La pratica politica fuori dall'ordinario, spettacolare e speculativa al tempo stesso, che Osama Bin Laden ha messo in atto per conferire una qualche concretezza ad entità come la 'umma o la stessa specie umana non ha comunque apportato alcuna minaccia all'esistenza degli Stati Uniti o di qualunque altro paese, compreso l'Afghanistan, nonostante il grande dispiego di atti violenti ad essa associato. Nel lungo termine la coseguenza più importante dell'impegno di Al Qaeda può benissimo rivelarsi lo scuotimento delle gerarchie presenti nel mondo islamico, e il fatto di aver inculcato l'idea che certe forme di sacrificio altamente individualistico possano in esso rappresentare l'elemento fondante di un nuovo modo di fare politica. Non è forse questa la lezione che tante delle "rivoluzioni" attualmente in atto nel Medio Oriente hanno appreso da Al Qaeda, prive come sono di una dirigenza coerente o di una forma compiutamente definita in termini ideologici o politici? Probabilmente proprio il fatto che la lezione sia stata appresa così bene ha fatto sì che Al Qaeda finisse quasi fuori dal campo visivo della maggioranza del mondo musulmano, essendosi trovato assolto il suo compito storico più come risultato di dinamiche interne piuttosto che come conseguenza di una vittoria vera e propria nella Guerra al Terrore. Certamente, a differenza dei militanti di Al Qaeda i rivoluzionari di oggi hanno smesso di pensare in termini di specie umana o di comunità dei credenti, per conferire un certo grado di concretezza agli ideali del panarabismo costruendo gli uni l'imitazione mediatica degli altri, senza tentare alcuna formalizzazione ideologica e meno che mai istituzionale, come per suggerire che la realtà in cui agiscono può rappresentare soltanto qualcosa di ineffabile e comunque di non statuale.
Dichiarando la Guerra Planetaria al Terrore gli Stati Uniti hanno tentato, tra l'altro, di avocare per se stessi una politica mondiale degna di questo nome. Ma dal momento che Al Qaeda non si è rivelata in grado di rappresentare in alcun modo una vera e propria minaccia militare, rappresentando piuttosto un fattore importante per la politica interna statunitense dopo l'undici settembre, lo sforzo americano era destinato al fallimento. Per giunta, nonostante l'aspetto esotico ed il vocabolario usato dai suoi militanti, Al Qaeda si è comportata come un nemico interno, più che come un nemico esterno, ritorcendo contro l'Occidente le sue stesse logiche ed i suoi stessi strumenti. La forma virale dell'attacco ha preso piena evidenza con gli attacchi dell'undici settembre, i cui protagonisti si erano esercitati nelle scuole di volo americane ed avevano usato aerei americani per colpire i loro bersagli. Questa mancanza di fattori esterni non ha fatto che crescere grazie all'esaltazione del martirio compiuta dai militanti, che non ha fatto altro che togliere ad Al Qaeda la natura tipica di nemici che possono essere battuti dalla morte. La grande trasformazione che la Guerra al Terrore ha imposto al mondo ha avuto tanto a che fare con le macchinazioni elettorali e con le preoccupazioni in materia di sicurezza degli Stati Uniti quanto con le strategie politiche mondiali che tanto improvvisamente si sono rivelate inaccessibili per l'unica superpotenza rimasta sul pianeta. Anche per questo il sostegno alla guerra, economico o meno, hanno dovuto sostenerlo essenzialmente gli Stati Uniti, i cui alleati avrebbero dovuto sacrificarsi per qualcosa che avrebbe anche potuto arricchire i singoli soggetti ma che portava pochi vantaggi ad un ordine internazionale che si sarebbe rivelato meramente prono ai disegni americani. Detto altrimenti, nel mettere in piedi quella che consideravano una guerra su scala planetaria gli Stati Uniti non hanno fatto altro che indebolire ulteriormente, se non demolire del tutto, un sistema internazionale già indebolito dal collasso sovietico e sulla strada giusta per diventare politicamente privo di qualsiasi importanza nella nuova arena mondiale all'interno della quale Al Qaeda si trovava ad agire. Un contesto peraltro già riconosciuto e anche approvato da un'America che aveva abbandonato ogni legalismo formale ed ogni consuetudine del diritto internazionale pur di potervi dominare.
La grande potenza americana ha tolto all'arena mondiale la geopolitica intesa come campo d'azione separato, limitando la propria pratica politica ad un perseguimento dei propri interessi assolutamente incapace di distinguere i campi della sfida internazionale da quelli che riguardano gli affari interni. Gli Stati Uniti, di conseguenza, possono agire a livello internazionale soltanto pensando a se stessi e cercando di produrre ovunque copie di se stessi, in una gestualità narcisistica impossibile da sostenere. Questo significa che più l'America agisce concretamente nel mondo, e più in realtà esce dalla realtà che lo contraddistingue. L'assassinio di Osama Bin Laden e la sua sepoltura in mare rappresenta un buon esempio di tutto questo, perché testimonia come gli Stati Uniti siano soliti gettare alle ortiche ogni occasione in cui possano avere gioco le prassi comportamentali dell'etica internazionale o della giustizia, sacrificandole entrambe in favore delle pure esigenze della politica interna. Comportamenti del genere sono comunque altamente rischiosi, perché più che la perdita di ogni contatto con la realtà essi comportano il rovesciamento di tutto il conflitto verso l'interno del paese. Questo significa che al di là delle recriminazioni che repubblicani e democratici si scambiano, stiamo assistendo ad un crescente utilizzo delle pratiche tipiche della Guerra al Terrore all'interno degli Stati Uniti stessi magari per motivi che hanno a che fare con la prevenzione del crimine; un utilizzo che restringe le libertà civili dei cittadini americani e che al tempo stesso non ha nulla a che vedere con il terrorismo. Un altro indicatore di questo riversamento all'interno del conflitto è rappresentato dal fatto che oggi i musulmani sono considerati da molti americani più che altro come una minaccia interna, mentre i loro correligionari all'estero vengono sempre considerati liberi di diventare clienti ed alleati degli Stati Uniti. Nei primi anni della Guerra al Terrore nulla di simile si è verificato nel campo della cosiddetta "islamofobia", che ha guadagnato terreno negli Stati Uniti solo dopo anni di ininterrotta calma e di totale assenza di attacchi terroristici.
Allo stesso modo di questi problemi interni l'uccisione di Bin Laden e le reazioni che essa ha suscitato offre il più chiaro esempio possibile della perdita del senso della geopolitica negli Stati Uniti, e del loro ritiro dal mondo. Col venire meno delle cortine fumogene di Al Qaeda e degli specchietti della sua politica, è rimasta visibile soltanto l'incapacità degli stati sovrani di imporre un indirizzo alla soluzione dei problemi globali del nostro tempo. Problemi che comprendono i cambiamenti climatici e la sicurezza delle risorse alimentari, cose che l'ordinamento internazionale sembra incapace di affrontare efficacemente, per motivi strutturali che hanno a che fare con i limiti delle procedure istituzionali alla base del suo funzionamento più che con la mancanza di una volontà precisa in questo senso. L'arena globale resta sguarnita e priva di una vera e propria politica: la stessa situazione che ha permesso ad Al Qaeda di primeggiarvi.


La rivoluzione priva di senso

In un contesto come questo che ruolo possono avere le "rivoluzioni" mediorientali? I commenti su questa straordinaria ondata di rivolte fanno costante riferimento al loro carattere radicalmente inedito, e le analisi proposte non fanno che rimandare a precedenti e a modelli che possano renderle comprensibili dal punto di vista storico. Quando non si chiama in causa una storia regionale fatta di ribellioni arabe contro il potere costituito, si riprendono spiegazioni basate su un contesto internazionale legato alla contrarietà ai sistemi monarchici, all'anticolonialismo o all'anticapitalismo. In questo, il nostro iniziale stupore per gli eventi in atto viene considerato segnale di null'altro che di una mancata conoscenza dei sistemi sociali e dei popoli coinvolti in queste insurrezioni. Nel migliore dei casi, l'elemento prima imprevedibile e quindi di incalcolabile portata nel caso delle rivoluzioni mediorientali viene ridotto ad una "scintilla" che, manifestatasi nelle azioni di un suicida tunisino o dei suoi emuli egiziani e di altri paesi, ha finito per mettere a fuoco tutta la regione. Per quanto accurati siano i tentativi degli analisti di ricostruire la genesi delle rivolte in modo da dare ad esse un senso, il fatto che esse siano qualcosa di sorpendente non è dovuto alla mancanza di conoscenze in materia, ma al fatto che esse conoscenze si sono rivelate prive di importanza. Gli eventi che ancora si verificano davanti ai nostri occhi in Nord Africa ed in altre zone del Medio Oriente non sono rivoluzionari nel senso convenzionale del termine che contempla il coinvolgimento di partiti politici, ideologie ed utopie storiche, ma proprio perché ad essi manca una forma politica tanto tradizionale. Coloro che più hanno mostrato sorpresa a fronte di questa ondata rivoluzionaria sembrano esser state le stesse persone che l'hanno resa possibile. E proprio la meraviglia per le trasformazioni in atto è il sentimento cui questi uomini e queste donne hanno incessantemente dato voce. In altre parole la mancanza di paura che si è impadronita dei manifestanti in Medio Oriente potrebbe rappresentare, tra tutti gli avvenimenti verificatisi, il più genuinamente rivoluzionario. E si può avanzare l'ipotesi che tale mancanza di paura sia in qualche modo collegata all'assenza di pratiche politiche rivoluzionarie nel senso tradizionale del termine.
Certamente anche le rivoluzioni verificatesi in altri tempi ed in altri luoghi sono state contraddistinte da un senso di diffusa meraviglia, ma il significato e le implicazioni di questo senso di sorpresa sono state prese poche volte in seria analisi. Al contrario, i commenti di sinistra e di destra di solito sono dominati dalla logica della storia, la cui narrativa fatta di precedenti e di genealogia rende gli eventi prevedibili dopo che si sono verificati. Questo continuo richiamo alla storia finisce spesso per negare proprio i cambiamenti che ne costituiscono l'essenza. Ad esempio, le manifestazioni in tutta la regione sono state caratterizzate da sforzi di riappropriarsi dello stato e dei suoi simboli. Questo vale particolarmente per l'Egitto, dove i manifestanti hanno fatto ampio uso di bandiere, inni e slogan. Ma nel loro utilizzo i simboli nazionali e statali sono anche stati svuotati del loro contenuto politico, e usati come segni di celebrazione civile. Gli slogan e la gazzarra in piazza Tahrir arrivavano diritti dai cori e da altri usi tipici dei tifosi di calcio, compresa l'idea di dipingersi il viso e quella di ballare. Cosa possono mai significare, nell'arena globale del dopo guerra fredda, parole all'antica come "popolo" o "rivoluzione"? L'utilizzo relativamente superficiale di questi vocaboli fatto nel corso delle proteste potrebbe anche suggerire il fatto che il loro indicare delle categorie politiche non è più forte come un tempo; e questa interpretazione acquista forza se pensiamo alle notevoli forme di autorganizzazione e di autogoverno che sono emerse d'un tratto nelle piazze dopo decenni di governo centralizzato ed oppressivo, nessuna delle quali ha mostrato alcuna somiglianza alle forme tradizionali della politica.
Proprio con il fatto di averle superate le rivoluzioni hanno in qualche modo restituito una nuova realtà alle vecchie categorie della politica mediorientale. Le rivolte sorte una ad imitazione dell'altra in tutta la regione hanno reso il panarabismo una realtà popolare per la prima volta, ma solo in modo negativo, senza abbracciare alcuna ideologia. Perfino la preoccupazione per il proprio paese mostrata dagli egiziani, che volevano metteresi a fare cose come pulire le strade del Cairo, si appropria di certe categorie dello stato e le trasforma in qualche cosa che ha a che vedere con le pratiche della vita quotidiana e che assume forme non politiche. L'instaurarsi di nuove relazioni tra ricchi e poveri, cristiani e musulmani e perfino tra popolo ed esercito -esercito che dopo tutto è stato distolto dal suo dovere e in fin dei conti dalla stessa fedeltà allo stato dai manifestanti di piazza Tahrir- segue dinamiche simili. Nessuno di questi eventi fuori dall'ordinario può sopravvivere a quella che è diventata famosa come "la primavera araba", ma anche in questo modo essi riescono a far vedere quali potenzialità e quali possibilità di azione continuino ad esistere dietro le angustie degli schemi politici che abbiamo ereditato.
Il venire meno delle narrative storiche ormai convenzionali che contribuivano fino ad oggi alla definizione di tante lotte localizzate in Medio Oriente ha avuto l'effetto di destabilizzare anche la logica alla base delle intromissioni occidentali. Violenta finché si vuole, l'azione delle forze coalizzate in Libia è stata caratterizzata da prudenza ed incertezza, tradendo la mancanza di un obiettivo chiaramente definito al momento in cui è sfociata in una situazione imprevista ed agli esiti imprevedibili. Anziché prendere la forma di un mero inganno riguardo al controllo della situazione politica o del petrolio libici, l'intervento è divenuto una sorta di obbligo a fronte del carattere dissonante delle rivolte stesse e si è rivelato una specie di esperimento aperto nei confronti della pubblica opinione e motivato dal desiderio di volersi trovare dalla parte giusta, pur in un percorso storico sconosciuto. Se non altro, la coalizione sta a dimostrare che la "comunità internazionale" ha ancora una qualche rilevanza, laddove le nuove dinamiche della politica emerse in Medio Oriente avevano invece l'aria di averla tagliata fuori dalla situazione.
Storicamente, la logica che ha guidato i precedenti interventi a guida NATO apparteneva al contesto delle politiche messe in atto dalle superpotenze della guerra fredda o a quello della risoluzione di conflitti emersi al termine di essa. Quelli del Vietnam, della Corea o del Jihad antisovietico in Afghanistan sono esempi di interventi del primo genere, mentre quelli in Bosnia, in Serbia ed in Kosovo sono esempi del secondo. In Iraq ed in Afghanistan durante la Guerra al Terrore, e anche in Libia oggi, sono stati rovesciati governanti al potere dai tempi della guerra fredda, ma ormai gli interventi hanno perduto qualunque motivazione legata alla realpolitik che potessero aver mai avuto. Se in passato intervenire militarmente serviva ad assicurare all'Occidente mercati ed alleati senza che si mettesse troppa cura riguardo alla natura democratica o meno dei governi che si andavano ad insediare, gli interventi militari di oggi sono guidati da visioni grandiose, come l'intento di riplasmare il Medio Oriente.
Il fallimento semplicemente abietto di questi impossibili progetti in Iraq ed in Afghanistan si è tradotto in un'avventura libica cui mancano sia la visione grandiosa di cui sopra sia una qualche prospettiva sul piano della realpolitik. L'intervento militare è caratterizzato dall'incertezza e da un procedere per tentativi, e non è ormai altro che una cattiva prassi abitudinaria guidata in misura sempre maggiore da intenti non politici come un certo "spirito umanitario", in un momento in cui è la politica internazionale stessa ad essere in crisi profonda. La stessa cosa era vera ai tempi dell'intervento nei Balcani, ma le idee che circolavano in questo caso sugli stati nazionali e su quelli a base religiosa permisero di dare vita a nuove entità statali dal cattivo funzionamento posti sotto la custodia della comunità internazionale. La differenza con le rivolte in Libia ed altrove in tutto il Medio Oriente è che in questo caso nessuno dispone di utopie convenzionali o del modo di comportarsi secondo una logica storica: le rivolte sono servite piuttosto come cesure suscettibili di funzionare come fattori di trasformazione della politica, sia all'interno della regione che a livello internazionale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono di responsabilità dell'autore e non sono necessariamente rappresentative di quelle di Conflicts Forum.

Il Dott. Faisal Devji è lettore in storia e ricercatore al St. Anthony College dell'università di Oxford. Ha pubblicato due volumi, Landscapes of the Jihad (2005) e The terrorist in search of Humanity (2008); un terzo è in preparazione, The impossible indian: Gandhi and the temptation of violence. Laureatosi in Storia del pensiero all'università di Chicago, ha ricoperto incarichi a Harvard, a Yale e presso la New School for Social Research a New York. Scrive e trasmette regolarmente per la stampa internazionale e si interessa di questioni relative alle nuove forme di violenza e di pacificazione, alla crisi del sistema internazionale e all'emersione dei diversi tipi di politica globale.

30 agosto 2011

Alastair Crooke - Una spiegazione del paradosso siriano



Articolo tratto da Asian Times on Line

E' possibile spiegare quanto sta accadendo in Siria considerandolo alla stregua di un esempio di rivoluzione popolare araba allo stato puro, come un'insurrezione caratterizzata da una protesta non violenta e liberale contro la tirannia che ha finito per imbattersi in una pura e semplice operazione repressiva? A mio parere si tratta di un'ottica completamente errata e deliberatamente messa in piedi per servire ambizioni di tutt'altro genere. Chiudere gli occhi sugli avvenimenti siriani comporta un grosso rischio, quello di ignorare le potenziali implicazioni di un conflitto settario che non rimarrebbero confinate alla sola Siria.
Uno dei problemi che si devono affrontare tentando di dare una spiegazione al paradosso siriano è che esiste una sincera richiesta di cambiamenti che proviene dall'interno del paese. A chiedere delle riforme è una grande maggioranza della popolazione siriana che avverte un senso di claustrofobia dovuto alla inerte mano pesante dello stato, e che percepisce l'altezzoso senso di sufficienza con cui la macchina burocratica assiste al suo affaccendarsi quotidiano ed alle sue tribolazioni. I siriani soffrono per una corruzione pervasiva e per le intromissioni arbitrarie delle autorità preposte alla sicurezza, che toccano la maggior parte degli àmbiti del vivere quotidiano. Questa richiesta di riforme è da sola una spiegazione sufficiente alle violenze siriane, come molti affermano?
Che esista una richiesta di riforme da parte delle masse è un dato di fatto. Paradossalmente però, e contrariamente a quello che afferma certa narrativa del "risveglio", la maggior parte dei siriani è anche dell'opinione che il presidente Bashar Al Assad condivida la loro convinzione del fatto che le riforme siano necessarie. La popolazione di Damasco, di Aleppo, la classe media, quella mercantile e le minoranze non sunnite (che sono un quarto della popolazione) tra le altre, compresa la dirigenza dei Fratelli Musulmani, rientrano in questa categoria. Tutti pensano anche che non esista nessun altro in grado di condurre in porto le riforme.
Dunque, cosa sta succedendo? Perché il conflitto si è polarizzato e si è fatto tanto aspro, se esiste un consenso tanto condiviso?
Credo che le radici di questo inasprirsi vadano cercate più in Iraq che in Siria, secondo due linee di spiegazione distinte. In primo luogo, esse vanno fatte risalire fino al filone del pensiero jihadista sunnita come è stato concepito da Abu Musab Al Zarqawi, che si è evoluto in Iraq, è violentemente emerso alla supeficie in Libano ed ha infine trovato un terreno favorevole in Siria, trapiantatovi dai molti veterani salafisti siriani alla "fine" del conflitto iracheno. In secondo luogo, ed in modo del tutto separato, l'inasprirsi della situazione siriana ha anche a che vedere con il profondo senso di insoddisfazione diffuso in certi paesi arabi a seguito della perdita di potere politico sofferta dai sunniti dopo l'arrivo alla ribalta di Nouri Al Maliki in Iraq, cosa di cui Assad viene ritenuto responsabilie.
In circostanze che potremmo considerare come precursori dell'attuale situazione siriana, l'esercito libanese dovette combattere, nel 2007, contro un gruppo di militanti sunniti di diverse nazionalità che avevano tutti combattuto in Iraq. Il gruppo, Fatah Al Islam, si era inflitrato dalla Siria nel campo profughi di Naher Al Bared, nel Libano del nord, ed i suoi esponenti si erano imparentati con le famiglie palestinesi che vi abitavano. Il gruppo dei combatenti stranieri era di per sé piuttosto piccolo di numero, ma tutti erano ben armati e con una buona esperienza in fatto di combattimento nei contesti urbani. Il gruppo era riuscito ad attirare anche un certo numero di sostenitori libanesi. Quel sanguinoso scontro con l'esercito del Libano durò più di tre mesi: Naher Al Bared ne uscì a pezzi, mentre l'esercito libanese ebbe centosessantotto caduti.
La vicenda costituì il culmine di uno schema che prendeva le mosse dall'Afghanistan e che si era diffuso attraverso il Medio Oriente, verso l'Iraq e dall'Iraq al tempo stesso. La maggior parte dei sunniti radicali che combattevano l'occupazione statunitense aveva gravitato attorno a gruppi associati tramite legami esili a Zarqawi. Il fatto che Zarqawi fosse affiliato ad Al Qaeda non ha particolare rilevanza oggi in Siria: al contrario, è cruciale la "dottrina siriana" di Zarqawi che fu sviluppata in Iraq.
Come altri salafiti, Zarqawi non accettava le frontiere artificiali e le divisioni tra nazione e nazione ereditate dal colonialismo. Faceva correntemente riferimento all'unione del Libano, della Siria, della Palestina, della Giordania e di regioni della Turchia e dell'Iraq chiamandola con il vecchio nome di Bilad A Sham. Zarqawi e i suoi seguaci erano virulentemente antisciiti: lo erano assai di più della Al Qaeda dei primi anni, e pensavano che Bilad A Sham costituisse il nulceo centrale di un retaggio sunnita che gli sciiti avevano usurpato. Secondo questa visione delle cose il cuore delle terre sunnite, la Siria, da quarant'anni subiva il potere usurpatore degli sciiti Assad (quella alawita è una corriente interna all'islam sciita). L'ascesa di Hezbollah, in parte facilitata da Assad, aveva inoltre eroso ulteriormente il carattere sunnita del Libano. Coerentemente, Zarqawi e i suoi identificavano in quello che ritenevano un mancato sostegno all'ex primo ministro iracheno Ayad Allawi da parte di Assad un atto che aveva consegnato l'Iraq agli sciiti, a Nouri Al Maliki in particolare.
Partendo da questo profondo risentimento per l'erosione del potere sunnita, gli alleati di Zarqawi hanno sviluppato una dottrina politica secondo la quale la Siria ed il Libano non rappresentavano più dei territori da cui lanciar il Jihad, ma territori per il Jihad medesimo (contro gli sciiti così come contro altri).
I salafiti siriani alla fine si sono messi sulla strada di casa, covando il loro risentimento. Molti di loro, siriani e non siriani, si sono stabiliti in villaggi di campagna prossimi alla frontiera con il Libano e con la Turchia e, così come avevano fatto i loro confratelli a Naher Al Barad, si sono imparentati con le famiglie locali.
La violenza armata contro le forze regolari siriane nasce da questi gli elementi, come già successo in Libano nel 2007. A differenza dell'Egitto e della Tunisia, la Siria ha avuto centinaia di morti e molte centinaia di feriti nelle forze armate e nella polizia. (Daraa è qualcosa di diverso: a prendere le armi sono qui beduini che si muovono tra l'Arabia Saudita, la Giordania e la Siria).
Non è facile fare delle cifre, ma forse quarantamila o cinquantamila siriani hanno combattuto in Iraq. Grazie ai matrimoni contratti nelle varie comunità la base di sostenitori su cui possono contare è più estesa degli effettivi che hanno partecipato ai combattimenti veri e propri in Iraq. Il loro obiettivo in Siria è simile: porre le condizioni per il Jihad portando all'estremo i rancori di origine settaria; la stessa cosa che Zarqawi ha fatto in Iraq, attaccando la comunità sciita ed i suoi luoghi sacri. Allo stesso modo, essi stanno cercando di guadagnare terreno nella Siria nordorientale, e di fondarvi un emirato islamico di orientamento salafita destinato a funzionare in modo autonomo rispetto all'autorità statale.
Questo settore dell'opposizione non è interessato alle "riforme" o alla democrazia: essi affermano con chiarezza ed in modo pubblico che se rovesciare gli alawiti "sciiti" gli dovesse costare due milioni di morti, sarebbe comunque un sacrificio che varrebbe la pena di fare. Il fatto che si modifichi la legge vigente perché permetta l'esistenza di nuovi partiti politici o che si allarghino le maglie della libertà di stampa sono cose che li lasciano completamente indifferenti. Il movimento di Zarqawi rifiuta scopertamente ogni politica occidentale.
Questi gruppi salafiti costituiscono il primo lato della "scatola" siriana: non si riconoscono nelle direttive di un'unica organizzazione, ma sono per lo più a guida locale ed agiscono in autonomia. Esiste un sistema di comunicazione che li unisce con legami tenui, ricevono finanziamenti cospicui ed hanno legami con l'esterno del paese.
Il secondo lato della scatola siriana è rappresentato da alcuni gruppi in esilio: anch'essi sono ben finanziati dal governo statunitense e da altre agenzie estere, ed hanno legami con l'esterno del paese sia a livello locale che in Occidente. Le comunicazioni del 2009 partite dall'ambasciata statunitense a Damasco rivelano che un certo numero di questi gruppi e le emittenti televisive ad essi collegate hanno ricevuto decine di milioni di dollari dal Dipartimento di Stato e da altre fondazioni basate negli USA, nonché addestramento ed assistenza tecnica. Questi gruppi in esilio pensano di poter utilizzare con successo gli insorti salafiti per i propri scopi.
Gli esiliati speravano che un'insurrezione salafita contro lo stato, anche se confinata all'inizio nelle regioni periferiche del paese, avrebbe provocato una reazione governativa che avrebbe polarizzato un considerevole numero di persone su posizioni ostili nei confronti dello stato e che alla fine un'intervento occidentale in Siria sarebbe stato inevitabile; il modello di riferimento è Bengasi.
Questo non si è verificato, nonostante i leader occidentali, come il ministro degli esteri francese Alain Juppé, abbiano fatto molto per mantenere aperta questa possibilità.
Sempre gli esiliati, spesso di orientamento laico e di sinistra, tentano anche di aggiustare la concezione della situazione siriana adottata dai mass media. Questi espatriati hanno allenato i salafiti nell'utilizzo delle tecniche caratteristiche delle "rivoluzioni colorate", per fare il ritratto di una storia di immotivata e gratuita repressione di massa portata avanti da un regime che rifiuta le riforme, intanto che l'esercito si disgrega sotto le pressioni esercitate su di esso perché si comporti come un carnefice nei confronti dei cittadini del proprio stesso paese. Al Jazeera e Al Arabia hanno messo del proprio nella diffusione di questa narrativa, trasmettendo racconti di testimoni oculari rimasti anonimi e riprese video, senza stare a far domande (si veda, per esempio, il caso di Ibrahim Al Amine).
I salafiti capiscono che gli esiliati li stanno usando per provocare incidenti, e quindi a rafforzare la narrativa mediatica della repressione portata avanti dall'opposizione esterna; la cosa potrebbe tornare utile anche agli interessi dei salafiti.
Le due componenti qui descritte contano su effettivi relativamente contenuti, ma la spinta emotiva che viene dall'amplificazione dello scontento sunnita e dalle riparazioni che esso pretende ha una portata più ampia e più significativa. Può facilmente trasformarsi in azioni concrete, tanto in Siria quanto nell'intera regione nel suo complesso. L'Arabia Saudita e gli stati del Golfo traggono esplicite rendite di posizione dai timori legati ad un "espansionismo" sciita e se ne servono per giustificare la repressione promossa in Bahrein dal Consiglio di Cooperazione tra Stati Arabi del Golfo e l'intervento militare nello Yemen, intanto che i clamori su questo settarismo assertivo vengono amplificate anche all'interno della Siria.
Gli ambienti clericali sunniti tentano di mettere il cappello sul "risveglio" arabo, come se fosse una risposta alla Rivoluzione Sciita in Iran. A marzo, Al Jazeera ha trasmesso un sermone dello sceicco Youssef Al Qaradawi, che ha alzato lo stendardo della restaurazione di una predominanza sunnita in Siria. A Qardawi, che ha una propria base in Qatar, si è unio il religioso saudita Saleh Al Luhaidan, che ha esortato perentoriamente ad "uccidere un terzo dei siriani, perché gli altri due terzi possano vivere".
E' chiaro che molti dei contestatori, nelle città che sono tradizionalmente centri di irredentismo sunnita comre le siriane Homs e Hama, vengono dalle file dei sunniti in preda allo scontento, favorevoli alla cacciata degli alawiti e ad un ritorno della predominanza sunnita. Non sono salafiti, ma siriani appartenenti alla maggioranza per i quali gli elementi fatti propri dall'ascendenza sunnita, l'irredentismo e l'invocazione delle riforme, si sono fusi in un'unica rivendicazione. Una prospettiva molto preoccupante per quel quarto di popolazione siriana che appartiene alle minoranze non sunnite.
La marginalizzazione dei sunniti in Iraq, in Siria, e più di recente anche in Libano ha provocato scontento tra i sauditi ed in alcuni paesi del Golfo, proprio come tra i salafiti. La convinzione che Assad abbia tradito gli interessi dei sunniti in Iraq, anche se fondata su basi molto deboli, fornisce credibilità ai toni veementi caratteristici della tendenziosa campagna di informazione che Al Jazeera, finanziata dal Qatar, ha rivolto contro Assad.
La rivista francese Le Nouvel Observateur ha riferito di un attivsta mediatico di Stoccolma che si è recato ampiamente per tempo ed in segreto a Doha, laddove il personale di Al Jazeera permetteva libero accesso al canale televisivo panarabo e addestrava il personale che vi lavorava a rendere più impressionanti le proprie riprese video: "Filmate donne e bambini. Insistete sul fatto che stanno usando slogan pacifici".
Al contrario, i resoconti della stampa araba sono stati chiari circa le richieste avanzate con insistenza ad Assad dagli stati del Golfo (gli "Arabi dell'America") e dagli inviati europei in cambio del loro sostegno. Ibrahim Al Amine, redattore capo del quotidiano indipendente Al Akhbar, ha elencato i passi necessari sulla via delle riforme, che contemplano l'eliminazione del partito giuda, l'introduzione di una nuova legislazione sui partiti politici e sulla stampa, la rimozione di determinati individui da certe cariche, il ritiro dell'esercito dalle strade e l'inizio di negoziati diretti ed intensi con Israele. Gli inviati hanno anche suggerito che intraprendere simili riforme potrebbe fornire ad Assad la scusa buona per rompere l'alleanza con Hezbollah e con Hamas, e per indebolire gli aspetti dei rapporti di Damasco con Tehran che riguardano la politica di resistenza.
Dall'ambiente diplomatico è arrivato il suggerimento che il prendere iniziative come quelle qui descritte faciliterebbe il miglioramento delle relazioni con i paesi arabi e con il capitale internazionale, ed è stata fatta balenare la possibilità che i paesi arabi ricchi di petrolio offrirebbero ad Assad un pacchetto di aiuti del valore complessivo di venti miliardi di dollari, per facilitare il distacco di Assad da qualsiasi dipendenza economica lo leghi all'Iran.
Tutto questo fa capo all'altra dimensione degli avvenimenti siriani, che riguarda la posizione strategica della Siria come pilastro dell'arco che unisce il Libano del sud all'Iran. Questo ruolo rappresenta qualcosa che tutti coloro che negli USA ed in Europa si preoccupano in primo luogo della sicurezza di Israele hanno cercato di eliminare. Non è altrettanto chiaro, tuttavia, se Israele sia ansioso di vedere Assad rovesciato così come lo sono certe personalità della politica occidentale. I politici israeliani trattano il presidente con rispetto. E se Assad dovesse lasciare, nessuno ha idea di chi potrebbe succedergli in Siria.
Gli Stati Uniti, storicamente, hanno tentato di intromettersi negli affari siriani perfino da prima del colpo di stato della CIA e del MI6 attuato nel 1953 in Iran contro il primo ministro Mossadeq.
Tra il 1947 ed il 1949 personalità del governo statunitense sono intervenuti negli affari siriani. Il loro intento era quello di liberare il popolo siriano da una élite corrotta ed autocratica. Ne venne fuori un disastro che alla fine sfociò nella presa del potere da parte della famiglia Assad. Le potenze occidentali possono anche essersi dimenticate di come sono andate le cose, ma, come ha fatto recentemente notare un commentatore della BBC, i siriani ne hanno sicuramente conservato memoria.
Fin dai tempi dell'invasione dell'Iraq nel 2003, gli USA hanno obiettivamente minacciato il presidente siriano con ultimatum continui, di concerto con Parigi, affinché facesse la pace con Israele. Assad rispedì al mittente tutte le minacce del 2003, cosa che diede origine ad una catena di pressioni e di minacce nei suoi confronti, compreso il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il tribunale speciale sulle vicende libanesi e l'azione militare israeliana volta a indebolire Hezbollah ed a mutare di segno l'equilibrio dei poteri in Libano a tutto detrimento di Assad. Gli USA hanno anche cominciato a finanziare i gruppi di opposizione siriani, almeno dal 2005 in poi; più recentemente hanno cominciato ad addestrare attivisti, anche siriani, sui sistemi per evitare l'arresto e sulle tecniche per comunicare in modo sicuro utilizando reti telefoniche abusive e software per internet. Queste tecniche, insieme all'addestramento di attivisti operato da organizzazioni non governative occidentali e da altre agenzie mediatiche, sono tornate utili anche all'insurrezione armata e militarizzata, almeno quanto lo sono state ai movimenti di protesta pacifici e filodemocratici.
Gli USA si sono adoperati anche per finanziare, direttamente o indirettamente, organizzazioni per i diritti umani che si sono rivelate molto attivi nel fornire agli attivisti che operano con i mass media casi non verificati di vittime della repressione e racconti di sedicenti testimoni oculari. Alcuni, come il Damascus Centre for Human Rights ammettono il loro accordo con lo US National Endowment for Democracy e con le altre organizzazioni da cui ricevono finanziamenti, per esempio il Democracy Council e l'International Republican Institute. La decisione del governo siriano di cacciare i giornalisti stranieri ha certamente contribuito a concedere alle fonti di informazioni controllate dagli attivisti all'estero carta bianca nell'imporre ai mass media la loro narrativa sugli avvenimenti siriani.
Il lato mancante del vaso di Pandora siriano, sul quale fino ad ora si è evitato di soffermarsi, è rappresentato dall'esercito siriano e dal suo comportamento nei confronti delle proteste. L'esercito, per la maggior parte addestrato allo stile russo, non ha esperienza di combattimento in contesti urbani complessi in cui dei contestatori autentici si trovino mescolati ad un piccolo numero di insorti armati che sanno come muoversi negli ambienti urbani, che hanno fatto esperienza di imboscate in Iraq e che abbiano l'intenzione di arrivare allo scontro con le forze di sicurezza.
L'esercito siriano non ha esperienza nel campo del contrasto alle insurrezioni; è cresciuto alla scuola del Patto di Varsavia, fatta di grandi manovre e di brigate dotate di armamento pesante, in cui la parola "moderazione" non rientrava a nessun titolo nel vocabolario. Carri armati e brigate corazzate non hanno alcuna utilità in operazioni che richiedano il controllo di una folla, soprattutto in aree ristrette e congestionate. Non sorprende che il movimento dei militari finisca per uccidere contestatori disarmati rimasti presi tra due fuochi, esasperando le tensioni con quanti chiedono sinceramente le riforme e lasciando attonito il pubblico.
La reputazione dell'esercito ha innanzitutto risentito delle critiche. Anche se le storie che riferiscono di diserzioni di massa possono essere ascritte in blocco alla disinformazione, ai gradi più bassi si è comunque verificata una certa erosione della tenuta dei reparti; col crescere delle vittime anche la fiducia dei cittadini nei confronti dei militari ha vacillato. Solo che questo vacillare è cessato con il drammatico scontro verificatosi alla metà di giugno attorno alla cittadina di Jisir Al Shagour, vicino al confine turco.
Così come il popolo libanese ha sostenuto l'esercito nazionale nello scontro di Naher Al Bared, allo stesso modo i siriani hanno sostenuto il loro esercito contro gli attacchi salafiti diretti dapprima contro la polizia e successivamente contro l'esercito e contro le istituzioni statali a Jisr. Man mano che i particolari degli scontri a Jisr Al Shagour venivano resi noti al pubblico, il risentimento nei confronti degli insorti non ha fatto che aumentare, probabilmente fino al punto di non ritorno. Le immagini che arrivavano da Jisr, così come altri filmati messi in circolazione in cui si vedevano appartenenti alle forze di sicurezza rimanere vittime di linciaggi e di aggressioni, hanno colpito molti siriani, che vi hanno visto la stessa orgia sanguinaria cui hanno assistito per l'impiccagione di Saddam Hussein.
E' possibile che i fatti di Jisr abbiano rappresentato un momento di svolta. La tenuta e la reputazione dell'esercito stanno crscendo, e la maggioranza del pubblico adesso considera le forze armate in una maniera che non era da dare per scontata prima che la Siria si trovasse a dover affrontare una minaccia tanto seria quanto scollegata da qualunque programma di riforme. Il sentire generale non pensa più in termini di attuazione immediata delle riforme.
L'opinione pubblica è polarizzata e carica di rancore nei confronti dei salafiti e dei loro alleati. Gli ambienti dell'opposizione laica e di sinistra stanno prndendo le distanze dalla violenza salafita: la contraddizione presente nelle divergenti aspirazioni degli "esuli" e dei salafiti, che li separa dal consenso della maggioranza del paese, adesso si manifesta con chiarezza. E costituisce in buona sostanza l'ultimo lato della paradossale "scatola" siriana.
In un clima simile l'introduzione plateale di una serie di riforme verrebbe interpretata dai sostenitori del presidente come un segnale di debolezza, se non di condiscendenza nei confronti di chi ha ucciso tanti poliziotti e tanti militari a Jisr. Non sorprende dunque che Assad si sia avvalso del discorso tenuto la scorsa settimana per parlare ai suoi sostenitori, sia per mettere in chiaro le difficoltà e le minacce che la Siria si trova ad affrontare, sia per stabilire le tappe di un percorso che conduca all'uscita da questa situazione pericolosa e verso riforme sostanziali.
In Occidente il discorso di Assad è stato ampiamente descritto come "deludente" o "non approfondito sui temi specifici", ma non è questo il problema. Se le cose non fossero arrivate a questo punto una serie di riforme radicali come quella invocata dal ministro degli esteri turco avrebbe potuto, ad un certo momento, avere un effetto shock tale da portare a profonde trasformazioni; è tuttavia dubbio che ormai questo possa succedere. Al contrario, ogni concessione strappata al governo da una violenza come quella vista a Jisr causerebbe con ogni probabilità l'ira dei sostenitori di Assad, ed altrettanto probabilmente non supererebbe il rifiuto categorico dell'opposizione militante, che cerca di esacerbare le tensioni al punto da far sì che l'Occidente si risolva a intervenire.
Il presidente Assad, precisando con attenzione alcuni passi avanti ed alcuni sviluppi da perseguire con determinazione, ha correttamente interpretato lo spirito della maggioranza dei siriani. A giudicare sarà il tempo, ma pare che Assad stia riuscendo ad emergere da una ingarbugliata serie di sfide in parallelo, direttegli contro sia da movimenti politici che da stati sovranim che riflette un ampio spettro di motivi di scontento, di interessi specifici e di motivazioni. Le radici di tutto questo sono lungi dal venir rimosse dalle questioni che riguardano le riforme legislative e politiche in Siria.
Se Assad considerasse l'insieme di tutto quanto sta contro di lui come il vero e proprio montare di un golpe morbido sarebbe difficile stupirsi. Può anche darsi che Assad si chieda fino a che punto il presidente Barack Obama sia al corrente di quanto sta succedendo in Siria. Sembra improbabile che le personalità statunitensi fossero del tutto all'oscuro della matrice di minacce che concorrono a minare la stabilità di Assad o ne ignorassero la natura. Se questo fosse davvero il caso, non sarebbe la prima volta che i siriani si trovano alle prese con un esempio di cattivo funzionamento tra "mano sinistra" e "mano destra" nello stile adottato da obama quanto a politica estera, con approcci di tipo contraddittorio portati simultaneamente avanti da personalità statunitensi differenti.
Se Assad riuscirà a venire a capo di tutte le sfide, come sembra probabile, il tono delle risposte fornite agli inviati arabi ed europei fa pensare che le riforme verranno davvero portate a termine, anche per proteggere l'etica resistenziale della Siria da minacce dello stesso genere che possano presentarsi in futuro.
Nel 2007, ha notato con ironia Assad in una considerazione aggiuntiva al suo discorso, non aveva avuto il tempo di portare a termine delle riforme degne di questo nome: "Noi non abbiamo neppure avuto il tempo di discutere alcunché che riguardasse, tra le altre cose, la legge sui partiti. Ad un certo punto bisognava tenere in considerazione innanzitutto l'economia, ma non avevamo tempo di farci un'idea precisa di quale fosse la situazione economica. Siamo stati coinvolti in una battaglia decisiva [sul fronte esterno], e dovevamo vincerla. Non è che ci fossero altre scelte...".
Adesso il fronte esterno decisivo è proprio quello delle riforme. Ma se lo scopo di tutto questo era quello di provocare un rovesciamento nell'equilibrio dei poteri in Medio Oriente, la cosa non ha funzionato. E' improbabile che Assad esca da questa storia più disponibile ad accettare le sfide dell'Occidente di quanto lo sia stato in passato.

Alastair Crooke è fondatore e direttore di Conflicts Forum, ed è stato consigliere dell'ex responsabile della politica estera della UE Xavier Solana tra il 1997 ed il 2003.

26 agosto 2011

Alcune considerazioni sull'aggressione alla Libia


Mu'ammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī fotografato nel settembre 2010.
Quello accanto è uno che farebbe il "Ministro degli Esteri"
per lo stato che occupa la penisola italiana.

Sull'aggressione "occidentale" alla Grande Jamahiria Araba di Libia Popolare e Socialista ci sarebbero molti commenti da fare, a partire dalla pulcinellesca azione dei mass media del mainstream alla obiettiva realpolitik dell'"occidentalismo" peninsulare, che non si è affatto peritato di abbandonare al suo destino il riverito alleato di ieri.
In questo non c'è niente da stupirsi: secondo il nostro punto di vista, tanto generoso quanto risaputo, lo stato che occupa la penisola italiana ricorda una volgare spaghetteria di provincia infarcita di cameriere in topless, in cui un "servizio d'ordine" fatto di maneschi buttafuori si impossessa di quando in quando di un commensale scelto a caso e gli spara allegramente in testa dopo averlo spinto in un angolo appartato.
Scrive il blogger Minimi Termini:
Non so come andrà a finire. Probabilmente la Libia andrà in mano a qualche fantoccio prezzolato che contribuirà a rifornire di petrolio chi di dovere, con un Paese evoluto e benestante ridotto a una buca di sabbia i cui abitanti cercheranno fortuna in Europa, lavorando in qualche catena di montaggio per 800 euro e una manciata di "negri di merda".
La nostra breve permanenza nella Grande Jamahiria Araba di Libia Popolare e Socialista data a cinque anni or sono, ed è documentata dalle immagini in link.
Sul fatto che il tenore di vita della popolazione fosse incommensurabilmente superiore a quello dei paesi confinanti non è nemmeno il caso di porre questioni. Di contro la nostra impressione è stata quella di un paese i cui negozietti traboccavano di merci importate e che l'economia dipendesse dagli idrocarburi in una misura che avrebbe preoccupato chiunque.
Il personale militare, pressoché onnipresente e vestito con M65 yankee nelle diverse varianti reperibili a tonnellate in ogni magazzino di surplus, schierava molti effettivi ultracinquantenni che avevano tutta l'aria di essere dediti ad esclusivi compiti di polizia e di controllo del territorio.
L'impressione era che la concordia con l'"Occidente", i trattati, le comparsate a Roma ed a Parigi, le strette di mano e la visibilità mediatica condiscendente già iniziata in quel periodo avessero trasformato le forze armate della Jamahiria in un corpo di polizia al soldo degli "occidentali" con l'esplicito incarico di svolgere il lavoro sporco del "controllo" dell'immigrazione.
A Mu'ammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī mostrare condiscendenza nei confronti dell'"occidente" non ha alla fine portato alcunché di buono: il colpo di spugna sulle politiche fino ad allora seguite e l'annichilimento per rottamazione del potenziale militare non gli hanno evitato di finire vittima della stizza capricciosa di un presidente della Repubblica Francese che non era riuscito a piazzare come previsto quella partita di costosissimi e inutili supercaccia che avrebbe interrotto la lunga serie di gare d'appalto perse e forse evitato il tracollo alla Dassault.
E questo senza neppure sfiorare la questione del petrolio, sul conto del quale le intenzioni "occidentali" non potrebbero essere più chiare.
Quanto successo era abbastanza prevedibile. Per gli "occidentalisti" il concetto di politica non contempla alcun ruolo per la mediazione e la convivenza, e l'unico scopo dell'azione politica deve essere la distruzione dell'avversario. L'aspetto interessante, in questo, è dato senz'altro dalle modalità di azione della propaganda "occidentalista", che fedele alla natura menzognera ed empia dei suoi committenti attribuisce ai nemici designati caratteristiche ed intenzioni che sono, al contrario, interamente "occidentali".

25 agosto 2011

Come va messo il burqa in moschea ad Istanbul?



Agosto. Di solito si tratta di un mese in cui gli argomenti scarseggiano. Eppure di argomenti da trattare ce ne sarebbero molti, dall'aggressione "occidentale" alla Grande Jamahiria Araba di Libia Popolare e Socialista alla "crisi" siriana con tutte le sue povere lesbiche conculcate ed oppresse.
Invece tocca raccontare di qualcuno, o più verosimilmente di qualcuna, che sta seriamente meditando di indossare il burqa per visitare la Sultanahmet Camii.
E che cercando qualche informazione su come fare per non incappare in brutte figure, è finita su queste pagine. Imbattendosi peraltro in un articolo in cui si trattano in modo infinitamente più gentile di quanto meriterebbero alcuni "occidentalisti" fiorentini di trascurabile calibro. L'articolo è accompagnato proprio da una foto degli interni della Sultanahmet pullulante di figure in burqa.
I commenti di ogni articolo qui pubblicato sono aperti: siano i nostri lettori a spiegare a costei come va messo il burqa in moschea ad Istanbul.

19 agosto 2011

Casaggì Firenze: quando tuona di solito piove...


...La pioggia, si dice, è quella cosa che ha il brutto vizio di seguire ai tuoni. Così, quando qualcuno ha inviato un paio di proiettili ad un anziano combattente colpevole di considerare le menzogne "occidentaliste" per quello che esse sono, l'organizzazione "occidentalista" Casaggì Firenze ha istantaneamente smesso di starnazzare in merito a certe questioni ed ha optato per una discreta marcia indetro.
Fortunatamente il web ha una memoria piuttosto buona: la cosa rischia di diventare noiosa, ma Casaggì diffonde con tanto entusiasmo le proprie asserzioni che è un vero dispiacere privarsi dello spettacolino quotidiano dato gratuitamente da questi perfetti rappresentanti dell'epoca contemporanea. Per questo, ripetiamo ai nostri ben più che venticinque lettori che a nostro avviso i giovani "occidentalisti" fiorentini, in attesa che si liberi un posto in qualche mangiatoia amministrativa o parastatale, farebbero bene a limitare la sfera dei loro interessi a quanto di loro competenza, raffigurato dall'immagine qui sotto.



15 agosto 2011

Casaggì Firenze e il superamento dei limiti


Per qualche misterioso motivo tutto loro gli "occidentalisti" dell'organizzazione fiorentina Casaggì -una compagine giovanile contigua al PDL- hanno fatto del "lancio del cuore oltre l'ostacolo", e per esteso del superamento di ogni limite inclusi quelli del buon gusto, della decenza e dell'opportunità, una sorta di dogma indiscutibile.
Questo risulta vero per i campi più svariati. La foto qui sopra, di fonte "occidentalista" attendibile, dovrebbe ritrarre i -pochi- simpatizzanti dell'organizzazione mentre avanzano in processione in un cimitero. L'immagine mostra la gioventù "occidentalista" mentre infrange vittoriosa ben quattro nuovi limiti.
Il primo è quello della decenza, superato con la difesa dell'indifendibile, accolto da una esecrazione tanto univesale quanto esplicitamente cercata. A ben vedere, si tratta della vittoria più facile.
Il secondo è quello della sana alimentazione, testimoniato dalla corpulenza della figura in bianco ritratta di spalle. Ecco dove conduce l'eccessiva familiarità coi maccheroni c'a' pummarola.
Il terzo è quello dell'estetica, indicato dalla compagine nel suo complesso ma più specificamente dalla assai discutibile estetica dei tatuaggi della non valchiria ritratta nella foto.
Il quarto è quello dell'autolesionismo, infranto pressoché ogni giorno pubblicando materiali di ogni sorta, senza curarsi del fatto che qualcuno possa restituirne all'utenza di internet un inquadramento lievemente diverso rispetto a quello in cui li si vorrebbe.

L'immagine qui sopra è stata ripresa in località Garganta del Diablo, nel parco nazionale delle Cataratas de Iguazu, nella Repubblica Argentina. Chi volesse superare di slancio il limite qui indicato si troverebbe alle prese con un salto di una trentina di metri almeno.
E con tanta di quell'acqua da riempire secchi di colla per attacchinaggio per un'intera era geologica.
La disumanità non è un tratto che ci contraddistingue. Noi non siamo apprendisti gazzettieri "occidentalisti" e speriamo vivamente che almeno limiti come questo siano tenuti da Casaggì nella debita considerazione.

12 agosto 2011

"...Si fa ricordare come una bella domenica di sole..."


Come una bella domenica di sole.
Come un sorso di vino di Shiraz.