23 marzo 2011

Firenze. I microriflessi dell'aggressione alla Libia e l'irrilevanza di Giovanni Donzelli


Lo stato che occupa la penisola italiana ha pensato bene di celebrare l'autoreferenziale ricorrenza dei centocinquant'anni dalla propria instaurazione con un'altra guerra.
La guerra è del tipo cui l'"Occidente" è ormai abituato: la scusa umanitaria, il conflitto asimmetrico ed uno o più eserciti "occidentali" nel ruolo dell'aggressore.
La partecipazione al conflitto da parte dello stato che occupa la penisola italiana è avvenuta come sempre in circostanze in cui spiccano propositi ed intenti che ad individui provenienti da contesti normali parrebbero ai limiti del surreale per pochezza, viltà ed abiezione.
Siccome quello della penisola italiana non è un contesto normale, nessuna meraviglia che l'elettorato attivo, e quello passivo meno che mai, non abbiano trovato niente da ridire.
Salvo casi particolarissimi.
Uno di questi casi particolarissimi sarà qui esaminato nel dettaglio, perché le sue conseguenze mediatiche, sia pure di poco o punto conto, tornano ancora una volta utili per mettere in luce la pratica politica degli "occidentalisti" fiorentini, che in nessun caso va al di là delle menzogne e della delazione.
Firenze continua ad ospitare estese reti organizzative capaci di orientare costruttivamente un dissenso che in altri contesti si limita alla supina adozione di comportamenti autodistruttivi e vandalistici. In altre parole, il contesto fiorentino è rimasto con tanta ostinazione "a quote più normali", secondo l'indovinata definizione di Franco Battiato, che in esso alligna numeroso ed in ogni genere di ambienti un certo numero di persone per nulla propense a pensare che la lercia autoschedatura di massa rappresentata dal sitarello del signor Zuckerberg o l'adozione di deteriori mode yankee possano costituire a qualsiasi titolo armi di lotta politica più efficaci della testimonianza, della presenza diretta, del lavoro, dello studio e dell'attivismo propriamente detto.
In questa situazione, una pratica politica degna di questo nome prevede che si scenda quantomeno in strada e che si organizzi uno di quei presidi che non "bucano" mai il mainstream perché non vi partecipano giovani donne con pochi vestiti addosso.
In attesa di crepare, la gazzetta intitolata "Il Giornale della Toscana" ci spiega che il diplomato Giovanni Donzelli, attualmente impegnato nello sfibrante "lavoro" di scaldatore di poltrone "occidentalista" in un importante organo elettivo, sarebbe stato accolto a male parole proprio dai partecipanti ad un'iniziativa di questo genere. Secondo questa gazzettina la gendarmeria ha avuto per l'ennesima volta cura di evitare che costui venisse perentoriamente chiamato a rispondere coram populo dei comportamenti e delle dichiarazioni a cui deve per intero la propria "fortuna" politica.
Pretendere un'accoglienza di altro segno sarebbe stato poco realista. Ci faremo un piacere di riassumere brevemente alcuni tra i motivi di questo scarso realismo, proprio partendo dal testo del trafiletto: in via Cittadella gli hanno addirittura trovato un buco nella prima delle paginette del giornalino, che chissà che cosa avrebbero dovuto inventarsi altrimenti per riempirlo in qualche modo.
Riconosciuto il consigliere - che già in passato aveva combattuto battaglie contro l'illegalità nei centri sociali o il consumo di stupefacenti, i manifestanti hanno intonato cori di minaccia...
Il giornalettismo "occidentalista" riesce di solito a riunire in poche righe miserie ed abiezioni della più disparata provenienza. Ed all'abiezione miserabile appartengono proprio le battaglie contro l'illegalità condotte da questo diplomato.
Su una di esse in particolare ci dilungammo a suo tempo, traendone le conclusioni che seguono e che restano validissime a tutt'oggi.
...Uno dei più sbandierati traguardi raggiunti dal suo "impegno" [del diplomato Giovanni Donzelli, N.d.A.] fu, all'inizio del 2007, la blindatura di Piazza Brunelleschi.
In Piazza Brunelleschi si affaccia uno degli ingressi della Facoltà di Lettere. La piazza è una specie di cul de sac in cui per almeno trent'anni consecutivi si è data appuntamento un'umanità variopinta e discutibile quanto si vuole, ma viva.
Dopo anni di bizze e di pestar di piedi da parte di Giovanni Donzelli e dei suoi commensali, lo sgombero di uno spazio bar autogestito e l'installazione di cancellate carcerarie restituirono la piazza a quell'ordine del nulla che piace tanto ai politici, ai parassiti del mercato immobiliare e ai sudditi indottrinati dalla libera informazione "occidentale".
Pochi giorni dopo la riduzione di piazza Brunelleschi ad una specie di cortile da galera, il 23 marzo 2007, un uomo sui trent'anni vi fu trovato morto. Si vada a leggere il comunicato stampa con cui Giovanni Donzelli commentava la questione, ovviamente senza perdere l'occasione per invocare altri giri di vite.
Oltre a far notare la disumanità di fondo che trasuda dallo scritto è bene aggiungere un'ulteriore considerazione. Senza l'intromissione del securitarismo d'accatto, della tolleranzazzèro per i'ddegrado e via ciarlando, quel giorno di marzo la piazza sarebbe stata ancora frequentata. Qualcuno avrebbe potuto accorgersi del malore di quel giovane e forse non gli sarebbe stata riservata la fine solitaria e burocratizzata che attende i drop out della "civiltà" contemporanea.
Ma la lotta a i'ddegrado e per la sihurezza, remunerativa com'è, può ben trascurare dettagli come questo. E per avere la consapevolezza di avere un morto sulla coscienza occorre innanzitutto avere una coscienza.
Su quale sia stato l'esito dell'impegno di questo diplomato sul fronte del consumo di stupefacenti non si hanno dati altrettanto attendibili, ma si sa con certezza che nel giugno 2009 la gendarmeria chiuse quattro locali fiorentini per motivi legati ad esso consumo.
In uno di essi la formazione politica "occidentalista" in cui il diplomato è stato eletto aveva organizzato per diverso tempo le proprie festicciole elettorali.
Almeno in un caso, che è quello qui documentato, addirittura "ad invito".
Al momento in cui scriviamo esiste ancora il sito che ne dà notizia, dal momento che a tre anni di distanza dai fatti nessuno si è curato di cancellarne i contenuti, del quale abbiamo preparato anche una screenshot firmata digitalmente.
Non occorre molta esperienza politica per comprendere la portata potenzialmente devastante della vicenda e delle sue implicazioni. Con una certa prontezza il diplomato organizzò a pochi giorni di distanza dai fatti una piazzata davanti ad un negozietto di articoli di canapa. Il proprietario, dopo avergli dapprima fornito una prova di tolleranza ampiamente immeritata, finì col cacciarlo a schiaffi.

Il prosieguo del trafiletto gazzettiero ci informa del fatto che il diplomato avrebbe sorriso davanti all'accoglienza ricevuta, e che davanti ad una simile concezione di pacifismo preferirebbe Gheddafi.
Non sia mai che l'articolo capitasse presto o tardi in mano al suo padrone: in queste cose è bene avere cautela, missili da crociera nonostante.
Noi ci siamo limitati a cogliere l'occasione per ricordare che cosa si nasconda -e si nasconda maldestramente- dietro lo stile interattivo, solitamente improntato ad una sempiterna sufficienza ridanciana, tipico degli "occidentalisti" fiorentini.

20 marzo 2011

1911-2011. Aggrediscono di nuovo la Libia.


In questa sede, fatta salva qualche considerazione sprezzante nei confronti di qualche miserabile e bassa conventicola di mangiatori di maccheroni, non si avrebbe motivo alcuno per affrontare l'argomento "centocinquant'anni dello stato che occupa la penisola italiana".
Da un blogger di nostra conoscenza veniamo tuttavia a sapere che i sudditi di esso stato sarebbero particolarmente orgogliosi della loro condizione quando "suona l'inno" (una inascoltabile marcetta, utilissima nel campo dell'estetica musicale come punto inferiore di eventuali scale di misurazione), quando ci sono le pallonate e quando un tizio strapagato per andare forte in motocicletta arriva prima di tanti altri tizi strapagati per andare forte in motocicletta.
La situazione contingente nella penisola italiana, in cui com'è noto qualunque impegno culturale viene percepito e presentato come qualcosa di infamante salvando solo quanto possa ottenere immediata remunerazione, non permette che i compositori abbiano molti imitatori: nemmeno i compositori di marcette.
In compenso li hanno quelli delle pallonate, il cui ambiente costituisce in blocco una esemplare sentina di abiezione in cui non a caso gli spaghettifresser si trovano perfettamente a loro agio, e quelli delle motociclette.
Gli appartenenti alla seconda categoria pare godano di una certa indulgenza anche quando trasformano la loro imitazione in qualche cosa che si chiama semplicemente omicidio-suicidio: qualche incosciente თამადა che li ricorda come "ragazzi solari", resi unici ed irripetibili dal loro seguire qualche degenerata moda yankee e da abitudini più uniche che rare come il fumare sigarette, lo si trova sempre e comunque.
Ecco: lo stato i cui sudditi sono orgogliosi di riconoscersi in simili tipologie non poteva celebrare l'anniversario su ricordato se non infilandosi in una guerra di aggressione del tipo consuetamente asimmetrico, consuetamente infame e consuetamente menzognero.
L'aggredito -retrocesso via gazzetta a dittatore- è stato accolto meglio di bene per anni ed anni da tutte le diplomazie del continente. E' stato considerato ottimo cliente e fornitore anche migliore, e gli stati "occidentali" hanno finanziato per i loro fini la capillare opera di controllo e di repressione da esso esercitata sul territorio di competenza.
In considerazione di tutto questo la deliberata decisione di aggredirlo non è certo del tipo di quelle che caratterizzavano la guerra degli accordi di Westfalia e della società preindustriale, secondo i quali il nemico di oggi può essere l'amico di domani e viceversa escludendo quell'annichilimento dell'avversario che è proprio della guerra moderna. E' semplicemente un altro di quegli atti di assoluta e cristallina viltà opportunista con cui l'"occidente" congeda i servi diventati scomodi o ingombranti.
Il Colonnello al-Qadhdhāfī può a buon diritto gridare al tradimento, e farlo utilizzando nella sua propaganda tutti i cliché "occidentalisti" in materia di terrorisminsihurezzeddegràdo: armi, vocabolario, scusanti e soprattutto denaro gli sono stati forniti fino a ieri da coloro che oggi fanno finta di non avervi mai avuto a che fare. Del caso di Nicholas Sarkozy, dalla bassezza semplicemente incommentabile, abbiamo già trattato nel dettaglio.
Alle diplomazie non "occidentali" il caso in questione conferma quanto già conoscono bene ed è auspicabile che le aiuti a serrare ancora di più i ranghi. In un mondo tornato multipolare ed in cui la potenza di fuoco si scatena sempre e soltanto contro chi si auspica possa contrapporre ad essa pochi e maltenuti ferrivecchi, anche questo può rappresentare un deterrente.
Si affermava che uno stato i cui sudditi si sentono orgogliosi di simboli meno che mediocri, di palloni, pallonieri, pallonate ed altra roba inutile e pericolosa, non poteva celebrare più degnamente un anniversario che aggredendo alle spalle -ovviamente non da solo, ché di simili "imprese" si vogliono i vantaggi senza i rischi, come al solito- un altro stato sovrano.
Essi sudditi scoprono spesso di non godere altrove di molta simpatia e di molta considerazione. Un motivo deve pur esserci e non sarebbe male se qualcuno facesse almeno finta di porsi dei dubbi a riguardo: per chi avesse bisogno di un punto di partenza, c'è la recensione di "Bùcalo! - Strenna umoristica tripolina illustrata che aiuta a farsi un'idea della considerazione che lo stato che occupa la penisola italiana ha sempre avuto nei confronti della Libia. E di quali mirabili ed eroiche imprese abbiano avuto modo di compiere da quelle parti i suoi sudditi.
A lettura ultimata, il perché della poca considerazione e della poca simpatia riscosse altrove dovrebbero assumere contorni un po' più chiari; ecco in che modo, nel 1911, si giustificava la deliberata aggressione di un Impero Ottomano già agonizzante. Il vocabolo che denota nel linguaggio corrente lo stato che occupa la penisola italiana è presente nel testo originale: ce ne scusiamo con i lettori.
Da circa ottant' anni un popolo incivile teneva nella schiavitù più obbriobiosa due fertili provincie dell'Africa settentrionale. Questo popolo che ha sempre governato con la violenza, con la rapina, con il più indegno sfruttamento, ostacolava in ogni maniera il glorioso avanzare delle civiltà, infondendo nelle popolazioni soggette tutta la malvagità del suo animo abbietto.

La nostra Italia che è sempre, e lo sarà, all'avanguardia del progresso non poteva rimanere indifferente a che quelle provincie, che per la loro posizione geografica le dovevano appartenere, seguitassero a restare in quello stato di incivile abbrutimento e di infame ser- vaggio. E ricordando come queste, in tempi molto lontani, per merito dei suoi figli fossero state civili e fertili le ha con magnifico gesto strappate dalle rapaci mani dei suoi oppressori.

Questo nobile atto della nostra Italia è stato favorevolmente accolto da tutto il mondo, e se prima vi erano dei malcontenti che per falsi sentimentalismi o per volgari interessi si dimostrano contrari, di fronte agli atti briganteschi, degni di belve, che durante questa guerra i nostri nemici hanno, con voluttà sanguinaria, commessi, questi nostri avversari hanno dovuto ricredersi ed unirsi, più o meno sinceramente, alla unanime disapprovazione per i nostri nemici e agli inni per la nostra azione. All'ombra del tricolore non vi sono state ne vi saranno commesse ingiustizie né iniquità. Le terre della Tripolitania e della Cirenaica che sono state bagnate dal sangue italiano sono per noi sacre; e, con il cuore pieno di. esultanza, abbiamo rivisto il nostro glorioso eroismo rifulgere ancora una volta dimostrando luminosamente che i figli di Italia non degenerano dai loro padri che con il loro valore seppero imporgi alla meraviglia del mondo.
Su Wikipedia abbiamo trovato una raccolta di definizioni realistiche dei sudditi dello stato che occupa la penisola italiana; l'unica cosa che non comprendiamo è per quale motivo i redattori abbiano compendiato sotto la voce "pregiudizio" quelle che si presentano per lo più come definizioni obiettive e perfino generose.
Veniamo così a sapere che i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana possono essere definiti tra le altre cose garlics (agli), Maccaroni, Los Polpettoes, Pizzagang, Spaghetti, Spaghettifresser (ed il verbo fressen è quello con cui in tedesco si indica il mangiare degli animali), Pastar, Žabar (ossia "mangiarane", in croato) Makaroniarz (polacco), Alfonso (in Lituania, un Alfonso è uno che racconta bugie — il raccontare frottole può essere espresso con l'espressione makaronų kabinti), Minghiaweisch (dall'esclamazione minchia e "weisch?", cioè capisci? in svizzero tedesco), Sentas (in Südtirol: dalla diffusa abitudine di rivolgersi al prossimo con l'espressione "senta", percepita come uno sgradito imperativo), e con la strepitosa espressione yankee mozzarellanigger o con il breve ma perentorio shitalian.

19 marzo 2011

Nicholas Sarkozy: un piazzista di armamenti capriccioso e vendicativo


Nonostante i trentadue anni di velleità gazzettiere, cui fanno compagnia i trentadue anni di operazioni tra il lobbyistico ed il denigratorio presentate come verità assolute (e terrorista chi non ci crede), nel marzo 2011 la Repubblica Islamica dell'Iran è sempre al suo posto.
Gli avvenimenti in Nord Africa, invece, hanno costretto il gazzettaio a dedicare ad altra materia lo spazio che fino a ieri dedicavano alla propaganda. Il bias mediatico che colpisce incessantemente Tehran è ancora più evidente se si considera che è letteralmente finita sotto il tappeto, per colpa di certe questioni giapponesi difficili da ignorare, la questione del diritto accampato dalla Repubblica Islamica in materia di sviluppo e ricerca nucleare per fini di pace.
Il 18 marzo 2011 si scriveva della ingombrante figura del Colonnello al-Qadhdhāfī, con il quale c'era fino a due mesi fa la fila per trattare, pagare e riscuotere. Dopo un mese di guerra civile, con al-Qadhdhāfī dato per spacciato per l'ennesima volta, l'ONU ha approvato una risoluzione che contempla la messa in atto di una no-fly zone sul territorio libico.
Si direbbe che il giornalame sia stato preso tanto alla sprovvista da tutto quello che sta succedendo da non esser riuscito a tirar fuori neanche una Neda martire, da contrapporre ai miliziani del potere. La lobby del "dissenso" libico (o tunisino, o egiziano) deve godere di appoggi e di entrature incommensurabilmente inferiori a quelli di cui godono il "dissenso" cubano od iraniano, per cui trattando della guerra civile in Libia non si possono tirar fuori troppe blogger vittimiste, ed ancora meno fanciulle di belle speranze uccise da proiettili più o meno vaganti.
Sul ruolo e sulla funzione delle fanciulle di belle speranze i vertici del politicame "occidentalista" hanno comunque le idee ben chiare. Nicholas Sarkozy ha proprio colto l'occasione per un amplissimo giro di consultazioni che sanzionasse i suoi intenti aggressivi: nulla vieta di pensare che le ore precedenti e quelle successive all'approvazione della risoluzione all'ONU non siano state trascorse da costui facendo a gara con i pari grado in materia di conquiste femminili a pagamento.
I politici "occidentalisti" della sua generazione usano una comunicazione politica ed un registro linguistico tali da far pensare che il loro modello sia il piazzista di aspirapolvere di successo, una figura a suo modo rappresentativa di quello che li entusiasmava in una AmeriKKKan way of life morta e sepolta. E' probabile che anche ripicche e vendette siano confezionate sulla stessa misura, ed è in quest'ottica che propenderemmo a considerare la presenza in guerra dei Dassault Rafale, primo armamento a raggiungere la prevista zona di operazioni in Cirenaica.
E' probabile che il piccolo Sarkozy abbia visto andare a monte chissà quando e chissà perché un affare già dato per sicuro, che gli avrebbe permesso di fregiarsi del titolo di Piazzista di Armamenti -in gara per il titolo di Veditore dell'Anno- oltre che di quello (altrettanto molesto) di Presidente della Repubblica Francese e a quello, che gli ha dato la maggior fama, di Frequentatore di Mucose Femminili di Fascia Alta.
Gli è toccato dunque distrarsi un momento dalle scenate di gelosia e dall'inveire contro la racaille, e spedire al Colonnello al-Qadhdhāfī, dimostratosi probabilmente scettico nei confronti della capacità di ammazzare ascrivibile agli armamenti francesi per i quali aveva messo la firma, un campioncino della merce rifiutata.


15 marzo 2011

17 marcio 2011. Chissà che cos'hanno da festeggiare a Casaggì Firenze.


Il diciassette marzo 2011 lo stato che occupa la penisola italiana festeggerebbe i centocinquant'anni dalla propria instaurazione.
Cosa ci sia da festeggiare non è, va da sé, dato di saperlo.
I piccoli "occidentalisti" di Casaggì Firenze hanno per l'ennesima volta dato fondo alle scorte di manifesti e di colla da parati, e dicono anche di aver distribuito il volantino che segue.
Dileggiarlo in dieci minuti, ch'è quel che abbiamo fatto, non sapremmo dire se considerarlo più un piacere o un dovere civico.
Questo scritto è uno dei più bassi mai comparsi in questa sede, ed è dovuto ad un accesso repentino di puro e semplice disprezzo per le menzogne "occidentaliste", peraltro di quarta fila e di quint'ordine, propagandate da costoro.
Nello scritto riportato ricorre più volte, per forza di cose, il nome dello stato che occupa la penisola italiana: come sempre ce ne scusiamo con i lettori.

Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia ci riporta alla mente la grandezza del senso di appartenenza ad una Terra con millenni di storia e di tradizioni alle spalle.

Nell'immagine in alto, la storia e le tradizioni.

L’Italia profonda, fatta di miti e di simboli.

Fatta di mistificazioni e di spauracchi.

L’Italia della cultura e dell’arte, del genio e dell’avventura.

Dell'incultura e del dileggio per chiunque abbia un libro in casa. Della stoltezza e dell'avventura intesa nel senso della frequentazione di individui noti per la loro propensione alla fornicazione a pagamento.

L’Italia dell’aratro e della spada, delle legioni e del Diritto, del marmo contro la palude e del sacrificio, dell’innovazione e delle radici profonde.

Della raccomandazione e della penna d'oro, delle squadracce e del Privilegio, dello sterco dentro la palude, della furbizia, della stolidità e della mercificazione più assoluta.

L’Italia dei giovani che fanno il Risorgimento e dei briganti che non si piegano; quella che brilla nelle trincee e poi resiste e vince sul Piave, che conquista Fiume, che costruisce la rivoluzione nazionale e la giustizia sociale nel Fascismo, che si batte con un pugno di soldati contro le più imponenti armate del globo e tiene alta la bandiera dell’onore fino all’ultimo respiro.

...Del privilegio che impone tutto a tutti, dei resistenti sterminati, che mandò la propria élite a farsi macellare in una guerra inutile e demenziale, che perse tutto quello che aveva "conquistato", che costruì ingiustizie sociali forsennate ai tempi dell'autoritarismo, che si squagliò come neve al sole al rompete le righe dato dall'alto, che la bandiera dell'onore non ha mai saputo nemmeno dove fosse.

L’Italia che si divide, si scanna, ma vive e si rimette in gioco, sempre e comunque.

Che non si divide e non si scanna -tra poco ci sono le pallonate alla televisione e nessuno ha tempo da perdere in simili idiozie- che è morta da anni e rimette in gioco, sempre e comunque, la sorte altrui.

L’Italia che niente ha a che fare con le cricche e con le mafie, con le caste e coi giochi di palazzo.

Che è una cricca ed una mafia dal primo all'ultimo suddito, si regge sulle caste e quanto a giochi di palazzo potrebbe dare lezioni a chiunque.

La nostra Italia è un’avanguardia dello stile e del costume, dello spirito e del pensiero: lontana parente della decadenza che qualcuno vorrebbe imporle.

Siamo in prima persona condivisori e responsabili di uno stato di cose che da molti anni è perfino indegno di disprezzo. Siccome viviamo di menzogne, eccovene un'altra bordata.
(lo stile. Hanno lo stile, loro. Nemmeno dovessero vendere borsette costose a qualche ragazza di poca virtù).

La nostra Italia è quella del futuro, che guarda avanti senza dimenticare da dove viene, chi è e come è nata.

Quella di un futuro che è già presente, e che consiste puramente e semplicemente nell'essere avanguardia. Avanguardia di un "Occidente" in marcia verso le tenebre.

La nostra Italia non è quella del precariato, delle pizze e dei mandolini, del futuro incerto, del maledetto odio sociale, dell’assistenzialismo, della vergogna dell’8 settembre 1943, del terrorismo e degli anni di piombo, dell’aborto per tutti, dell’omologazione di mercato, della sudditanza allo straniero, della multietnica e dell’immigrazione incontrollata, del degrado, del materialismo, del pensiero debole.

...E' esattamente quella del precariato incentivato con ogni mezzo dal governo che ci facciamo vanto di sostenere, delle pizze e dei mandolini, del futuro incerto, del benedetto odio sociale senza il quale neppure esisteremmo, dell’assistenzialismo che vogliamo diretto a greppie ben precise, della vergogna dell’8 settembre 1943 costruita pezzo su pezzo da chi aveva comandato per vent'anni e che a tutt'oggi portiamo sugli scudi, del terrorismo e degli anni di piombo che non ci impediscono di accampare l'innocenza dei peggiori e più abietti figuri di quegli anni, dell’aborto per tutti -non proprio per tutti: se così fosse stato non saremmo qui a ciarlare- dell’omologazione di mercato che se non fai schifo con berrettini e straccetti da poco prezzo stile yankee di sei generazioni fa sei un terrorista passibile di eliminazione, della sudditanza allo straniero, amriki in primo luogo per tacer del resto, della multietnica [forse era "della multietnicità"] e dell’immigrazione incontrollata, del degrado (affissioni abusive incluse?), del materialismo, del pensiero debole e soprattutto venale.

La nostra Patria è ardimento e azione, è il coltello tra i denti e il sudore sulla fronte, la vita che sboccia e la Giovinezza che irrompe, lo scintillio di un sole nuovo e l’orgoglio di esserne parte.

La loro "patria", semplicemente, non è.

La nostra Italia non è un partito o una parte politica, ma è un sogno che si vive sulla pelle, un plebiscito che si rinnova ogni santo giorno, è il rullare dei tamburi e la sovranità del Popolo, la libertà di fare e la rabbia di cambiare.

Un copywriter di quarant'anni fa avrebbe sicuramente scritto di meglio.
E le radici cristiane dell'"Occidente"? Già passate di moda?

La nostra Italia è militanza quotidiana, è il dono di se stessi per qualcosa di più grande; è il mettere gli altri avanti al proprio tornaconto e il bene comune avanti a tutto.

E' vandalismo fine a se stesso, è il tempo impiegato alla meno peggio in attesa che si liberi qualche poltrona, è mettere se stessi avanti a tutti e il proprio tornaconto avanti agli altri.

La nostra Italia è quella che scrive la storia senza scuse e senza reticenze, senza censure e senza malizie.

E' quella che mistifica la storia facendo perfino a meno delle scuse -basta scotomizzare gli eventi, togliendo loro il prima ed il dopo come nel caso del cosiddetto "confine orientale"- censurando tutti ed avendo la malizia come utensile abituale.

E’ un Popolo con una coscienza, è sintesi delle differenze e premio per chi merita; è selezione, ma anche aiuto dei più deboli, identità e orgoglio.

E' un popolo, scritto rigorosamente con la minuscola, che la coscienza (ammesso che l'abbia mai avuta) l'ha utilizzata come assorbente igienico; è odio per le differenze e premio per il più furbo; è selekcjia come ad Auschwitz, soppressione dei più deboli, putrefazione identitaria e lascivia.

E’ L’Italia che dobbiamo costruire insieme, come un sogno generazionale che si materializza giorno per giorno!

Che abbiamo finalmente distrutto nell'indifferenza generale, nella materializzazione perfetta di un incubo distopico.

SU QUESTA PATRIA GIURA E FAI GIURARE AI TUOI FRATELLI
CHE SARETE SEMPRE, OVUNQUE E PRIMA DI TUTTO ITALIANI

Così vi farete, molto giustamente, ridere in faccia da mezzo mondo e sputare addosso dall'altra metà.

12 marzo 2011

Casaggì Firenze: la dura vita dei cialtroni "occidentalisti"


Com'era prevedibile e com'è stato a suo tempo previsto, dopo il congedo di quelli che sono venuti all'inizio di febbraio a passare in rassegna la servitù l'attività dei giovani "occidentalisti" di Casaggì Firenze è tornata ad una routine fatta di menzogne e di affissioni abusive. Anche perché nel giro di un mese a Firenze ci sono state manifestazioni di piazza di segno (apparentemente) opposto di una tale portata da sotterrare letteralmente la passeggiatina "occidentalista", pur se onorata -per così dire- dalla presenza del più incolore ed inutile "ministro" di cui il mondo contemporaneo abbia avuto contezza, e dei suoi lacché fiorentini.
Come se non bastasse è arrivato un tizio che si chiama Massimo Mattei, il famoso islamofobo tascabile già noto ai nostri lettori, che prima si è divertito un po' a spese del più noto referente istituzionale di quei mangiatori di spaghetti, e poi dev'essere passato all'azione.
Le affissioni abusive sono da molti anni una costante della pratica politica "occidentalista" insieme alla propaganda passata agli uffici stampa (insihurezzeddegràdo, e poco altro). Stante la sostanziale irrilevanza di quanto proposto, nessuno si interessa di un fenomeno il cui ricorrere da anni nelle medesime aree ricorda da vicino il comportamento del canis lupus familiaris: non occorre un baccellierato in etologia per sapere che i cani depongono i propri escrementi soltanto laddove non si sentono minacciati.
Il 12 marzo 2011 abbiamo notato che molte di queste aree, ivi compresa quella costituita dalle pareti perimetrali del Liceo Carcere Michelangiolo cui a riferimento la foto, erano state tappezzate con carta bianca, secondo l'uso delle amministrazioni comunali della penisola intente a lottare contro questo tipo di pratica, che reimpiegano in questo modo i vecchi materiali.
Intanto, la propaganda "occidentalista" ha prudentemente ridotto le stime del numero di copie in cui diffonde le proprie menzogne, passando da un roboante cinquantamila ad un più realistico mille in meno di un mese. La strada per la sparizione a volte è più breve di quanto uno si immagini: lo stato che occupa la penisola italiana dispone di una pubblica amministrazione, rappresentata sul web.
Ed uno di questi siti ci ricorda proprio che
"...gli oneri derivanti dalla rimozione dei manifesti affissi in violazione delle disposizioni vigenti sono a carico dei soggetti per conto dei quali gli stessi sono stati affissi, salvo prova contraria"

e che
"La Finanziaria 2007 [...] ha addirittura disposto che d’ora in poi chi violerà la legge oltre al pagamento delle sanzioni dovrà farsi carico anche delle spese della defissione [...]"

Ce n'è di che far mangiare molti meno maccheroni ad una vasta rappresentativa di cialtroni...

09 marzo 2011

Sì ad una moschea a Firenze. In pieno centro e con denaro pubblico


Il mainstream gazzettiero del 9 marzo 2011 rispolvera, in mancanza di meglio, il tema dell'erigenda moschea. Che a nostro avviso non è materia nemmeno da gazzette perché va costruita e basta.
In pieno centro, con criteri che la rendano degni della città che la ospita (che servirono da linea guida per la costruzione della sinagoga di via Farini) e, secondo nostro auspicio, con denaro pubblico esplicitamente distolto dalle spese militari e da quelle per la sihurézza e la lottaiddegràdo. O dal gettone di presenza di qualche "occidentalista" da poltrona.
Specifichiamo ancora una volta che a nostro avviso la miglior posizione sarebbe quella di piazza Ghiberti, liberata -possibilmente in modo spettacolare- del tetro palazzo presente sul lato est, che ospita una gazzettina della quale saremo in molti a non sentire la mancanza.
Nel corso degli anni abbiamo affrontato il tema più volte, di solito dileggiando qualche comunicato stampa "occidentalista". Si espone qui una parziale rassegna delle occasioni in cui il tema è stato trattato.

Moschea a Firenze. Mario Razzanelli (Lega Nord Toscana): "E' necessario riflettere prima di costruirla". Già riflettuto anche troppo: per un'interessante luce sul valore e sullo spessore culturale degli islamofobi con le còtiche a cui l'imperante "democratismo" concede una visibilità semplicemente insultante, si legga il lungo Quando Hezbollah dichiarò guerra alla Basilicata.

Moschea a Firenze: un sì deciso ad una costruzione centrale e prestigiosa. Si esprime qui il nostro parere sulle proposte avanzate a questo proposito.

Massimo Pieri, Alberto Locchi e la moschea a Firenze. Una delle molte confutazioni possibili ad un comunicato stampa "occidentalista": ci si prendono la libertà ed il piacere di additare a chi legge la nessuna competenza in materia dei suoi sottoscrittori.

Emanuele Roselli e la moschea a Firenze. Altro esempio in cui cialtroneria e malafede si uniscono alla nulla competenza sul tema, in una miscela esplosiva in qualsiasi campo non sia quello del politicame "occidentalista", in cui si rivela invece apportatrice di suffragi.

Per una moschea a Firenze: lo stile della moschea Behram paşa (Diyarbakir, Curdistan). Le nostre proposte in materia di stile architettonico. L'impressione è che siano state, almeno in qualche misura, recepite.

Sì alla moschea a Firenze. Coi minareti. E in pieno centro. A fine 2008 Izzedine Elsir si limitò a constatare che il fondo di Borgo Allegri non era più sufficiente alle necessità dei credenti...

05 marzo 2011

Sepp Kerschbaumer, combattente cattolico



Il combattente per la libertà del Tirolo
Sepp Kerschbaumer
nato a Frangart il 9 Novembre 1913
travolto dalla sofferenza
per il giogo della dominazione politica
sulla terra e sul popolo
della nostra patria sudtirolese
morì il 7 Dicembre 1964
nel carcere di Verona.

La lega patriottica sudtirolese

[Lapide a Frangart]


Sepp Kerschbaumer nacque nel 1913 a Frangart, oggi frazione di Eppan an der Weinstraße, il 9 novembre 1913.
Il padre Josef rimase ucciso in guerra nel 1917; la madre Luise lo lasciò orfano a nove anni.
Ricevette la sua educazione dapprima al Rainerum, l'istituto salesiano di Bozen, poi presso l'abbazia di Neustift ed infine, dopo aver assunto la gestione del negozio di famiglia, riuscì a concludere la scuola di preparazione alla professione di commerciante nel 1927 a Brixen. Nel 1933 prestò servizio militare per lo stato che occupa la penisola italiana, che lo ringraziò confinandolo l'anno successivo e per i due anni a seguire nei pressi di Potenza, insieme ad una cinquantina di altri sudtirolesi.
Un condono gli permise di tornare a Frangart nel 1935.
Nel 1936 si sposò con Maria Spitaler: dal matrimonio nacquero sei figli, l'ultimo dei quali nel 1957.
Quando le Südtiroler Umsiedlung misero i sudtirolesi davanti alla scelta tra la prospettiva dell'assimilazione forzata e l'emigrazione, Kerschbaumer scelse quest'ultima, come gran parte dei sudtirolesi di lingua tedesca. Come gran parte dei sudtirolesi di lingua tedesca, fece ritorno già durante la guerra, dopo aver compreso che dal Reich non c'era da aspettarsi grandi aiuti; i due anni dell'annessione tedesca del Südtirol li trascorse da richiamato nel Polizeiregiment Bozen.
La tendenza comune nella penisola italiana è a tutt'oggi quella di accomunare tout court a nazionalsocialisti gli attivisti ed i combattenti sudtirolesi; l'aver militato nella Wehrmacht, sia pure da richiamati tra anziani riservisti, è uno dei fatti portati comunemente a prova di questa conclusione. Come si vedrà la biografia di Kerschbaumer presenta numerosi dati di fatto, a cominciare dalla sua indiscussa professione di fede per finire al suo reciso rifiuto di spargere sangue, che non rendono la sua pratica politica compatibile con un'ideologia fondata sulla superiorità razziale e sull'eliminazione fisica di ogni avversario.
A Frangart si iscrisse nel dopoguerra alla Südtiroler Volkspartei (SVP) ed iniziò a darsi alla politica tanto attivamente da considerare questa attività secondaria soltanto al lavoro. Sembra che il poco tempo che gli rimaneva per la famiglia e la sua estrema generosità con quanti si trovavano in condizioni di bisogno siano a volte stati motivo di contrasti con la moglie.
Per tutta la vita Sepp Kerschbaumer si comportò da cattolico osservante. Ogni mattina alle cinque si recava ad una funzione religiosa a Bozen e durante la detenzione recitò spessissimo il rosario. Di abitudini spartane e severo anche con se stesso, trasformò la propria autodisciplina e la propria morigeratezza (non beveva alcool) in armi di lotta, quando cominciò a sostenere le proprie richieste politiche con lo sciopero della fame.
All'inizio degli anni '50, stanco delle posizioni concilianti assunte dal partito, Kerschbaumer iniziò dunque a concepire quello che sarebbe diventato il Befreiungsausschuss Südtirol (BAS), il Comitato per la Liberazione del Südtirol, di cui fu cofondatore nel 1956.
Nel 1957 Giuseppe Togni, all'epoca ministro dei lavori pubblici per lo stato che occupa la penisola italiana, avvertì per telegramma il borgomastro di Bozen che in città sarebbe sorto un nuovo quartiere da cinquemila persone.
La notizia fu accolta da imponenti manifestazioni popolari che culminarono in quella del 17 novembre 1957 a Schloss Sigmundskron cui parteciparono trentamila persone. In quell'occasione Silvius Magnago coniò lo slogan los von Trient, che sostituì un los von Rom allora in uso. In quell'occasione Kerschbaumer distribuì volantini che inneggiavano alla libertà del Südtirol; sempre a differenza di quanto correntemente ritenuto, in quegli anni il BAS identificava i propri nemici nelle istituzioni, e non nei sudditi dello stato che occupa la penisola italiana. A Bozen fu organizzata una contromanifestazione, durante la quale furono lanciati slogan che paragonavano i sudtirolesi ai maiali: passano i decenni ma lo stile della comunicazione politica "occidentalista" resta inconfondibile e riesce in ogni occasione a non smentire se stesso.
Le azioni del BAS furono dapprincipio del tutto incruente. Kerschbaumer appendeva drappi con il rosso ed il bianco della bandiera sudtirolese a piloni della luce ed altri arredi urbani: una volta fu sorpreso e punito con dieci giorni di carcere. Reagì con il primo sciopero della fame. Non era giusto che ai comunisti venisse permesso di esporre ovunque le loro bandiere, e che questo fosse vietato ai sudtirolesi.
Un'altra occasione in cui Sepp Kerschbaumer si adoperò molto per la causa fu quella del processo di Pfunderer, nel 1958; la notte di ferragosto del 1956 un gruppo di giovani sudtirolesi era venuto a diverbio con due gendarmi, ne era nata una rissa ed uno dei gendarmi era stato poi trovato morto nel letto di un torrente. Otto accusati ricevettero dapprincipio pene pesantissime in un procedimento talmente irto di vizi procedurali e di forma (ai sudtirolesi fu tra l'altro negato il permesso di servirsi di un interprete giurato) che nel 1960 fu la Repubblica Federale Austriaca a portare il caso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che dichiarò il ricorso parzialmente ricevibile; nell'ultimo grado del processo le pene per i condannati furono sensibilmente ridotte.
Le celebrazioni per Andreas Hofer del 1959 si tennero in un'atmosfera resa pesante dal divieto di manifestare. A Bozen avrebbe dovuto svolgersi l'inaugurazione di un monumento al combattente tirolese Peter Mayr, che dietro il duomo di Bozen era stato fucilato nel 1810. Un carosello delle jeep inviate dalla gendarmeria causò un ferito.
Tra il 1959 ed il 1960 Sepp Kerschbaumer giunse per gradi alla conclusione che i giri di conferenze e le azioni di propaganda avevano portato a risultati molto deludenti: la politica dello stato che oltre ad occupare la penisola italiana occupava anche il Südtirol non ne aveva subìto alcuna influenza. Lo spirito comunitario del BAS ed i contatti con ambienti austriaci resero possibile far arrivare in Südtirol dalle tre alle quattro tonnellate di esplosivo, ma con l'alzarsi del livello dello scontro si acuirono anche le tensioni interne al BAS e quelle con i simpatizzanti austriaci di recente acquisizione. Sepp Kerschbaumer, il suo rifiuto ad uccidere e la sua idea di una guerriglia fondata su atti dimostrativi entrarono in aperta collisione con quanti, come il tirolese austriaco Wolfgang Pfaundler, avevano idee ben più recise su come alzare il livello dello scontro. Almeno fino al suo arresto, avvenuto dopo la "notte dei fuochi" del 1961, fu comunque la linea di Kerschbaumer a prevalere.
E proprio secondo la linea di Kerschbaumer nel 1961 furono compiuti vari gesti dimostrativi, sui quali vigeva il tassativo ordine di evitare vittime. Il monumento al Genio del Fascismo di Waidbruck salta in aria, e fino all'estate altre azioni simili contro i simboli di quella che viene considerati a tutti gli effetti un'autorità di occupazione avvengono a Tramin, Schlanders e Marling. Il 1º febbraio una carica ad alto potenziale danneggia gravemente la casa di Ettore Tolomei a Montan; l'obiettivo simbolico è di particolare rilevanza perché Tolomei, scomparso nel 1952, era stato tra le altre cose l'ideatore della toponomastica attraverso la quale passava la divorante operazione di alienazione culturale inscenata dagli occupanti.
La gendarmeria risponde con perquisizioni e qualche arresto.
Con la Feuernacht del dodici giugno gli atti dimostrativi del BAS toccano il loro punto più alto, con la mobilitazione di decine e decine di attivisti. Più di trenta piloni dell'alta tensione vengono fatti saltare con il plastico nel tentativo di interrompere la fornitura di corrente elettrica alla città di Bozen, percepita come il centro di irradiazione delle politiche colonialiste dell'occupante, e soprattutto alla sua zona industriale.
La data non è casuale: quell'anno era la ricorrenza della festa, particolarmente sentita dai patrioti sudtirolesi, del Sacro Cuore di Gesù. Una ricorrenza che prevede l'accensione di fuochi veri e propri su crinali e vette, in ricordo di quanto fatto nel 1796 dai combattenti antinapoleonici di Hofer, che le autorità occupanti avevano vietato negli anni Trenta.
Il tentativo non riesce, complice anche la poca dimestichezza con il plastico della maggior parte di quella che era gente umile e per nulla intenzionata a spargere sangue; il morto finì per esserci comunque, nella persona dell'anziano cantoniere Giovanni Postal, che morì tentando di disinnescare uno degli ordigni.
Un mese dopo, nella Kleine Feuernacht saltano altri otto tralicci.
La gendarmeria mette le mani su un certo Steiner, nella cui automobile vengono trovati esplosivi, ed attraverso di lui arriva ad arrestare anche Kerschbaumer insieme a decine di altri attivisti.
Nella caserma di Eppan, Sepp Kerschbaumer trascorse sedici ore consecutive immobile con le mani alzate.
In carcere in attesa di processo, trascorreva la giornata pregando. Per i compagni Höfler e Gostner, morti in stato di detenzione in circostanze tutt'altro che chiare nel breve arco di due mesi (almeno Gostner gli avrebbe confidato di persona di pesanti maltrattamenti subiti) arrivò a recitare otto corone di rosario in una sola giornata.
I tre anni di detenzione preventiva li trascorse prima a Verona, poi a Venezia, poi ancora a Verona, lavorando fino al giorno in cui perse quattro dita di una mano sotto un torchio. Sopportò l'incidente con la fede che gli era propria.
Nella ricorrenza del Sacro Cuore del 1962 appese all'inferriata della propria cella un fazzoletto bianco ed uno rosso, cosa che il quotidiano "Alto Adige" non mancò di rimarcare.
Finalmente il processo fu fissato e celebrato a Milano a partire dall'estate del 1964, e riguardò oltre novanta imputati, sessantotto dei quali sudtirolesi. Kerschbaumer, cui vennero anche meno alcuni testimoni a difesa, ammise ogni addebito ed affermò di aver agito per motivi politici: "Wir wollten die Landesautonomie".
Nel luglio 1964 in primo grado otto imputati ricevettero condanne superiori ai quindici anni. Le motivazioni della sentenza furono pubblicate a novembre.
Sepp Kerschbaumer, per il quale ne erano stati chiesti ventiquattro per attentato alla Costituzione, cospirazione politica e distruzione di edifici, fu condannato a quindici anni ed undici mesi.
La sua vicenda processuale si chiuse qui. Il 7 o l'8 dicembre 1964 Sepp Kerschbaumer morì di attacco cardiaco nel carcere di Verona. Aveva cinquantun anni e la sua morte sollevò ovviamente più di un dubbio, anche perché in molte lettere aveva tentato di denunciare il durissimo trattamento riservato ai prigionieri sudtirolesi. L'autopsia eseguita da un medico sudtirolese confermò l'effettiva presenza di problemi cardiaci.
I suoi funerali furono seguiti a Frangart da migliaia di persone.
Con Sepp in stato di detenzione, e più che mai dopo la sua morte, il movimento che aveva contribuito a fondare smise di attaccare i simboli ed iniziò ad uccidere persone, adottando una pratica politica con cui secondo ogni evidenza Kerschbaumer non volle avere, in tutta la sua vita di militante, nulla a che fare.
Ancora quarant'anni dopo un annuncio pubblicato sul "Dolomiten" invitava i sudtirolesi ad una funzione religiosa in memoria di Kerschbaumer e dei caduti per la libertà e l'autodeterminazione del loro paese.

"Non è sufficiente avere una bandiera; c'è bisogno di uomini che se ne rivestano.
Non è sufficiente conoscere la verità: c'è bisogno di uomini che la proclamino.
Non bastano libertà che si librino nel cielo; c'è bisogno di uomini che le afferrino, e le portino quaggiù".


Fonti utilizzate:
http://www.etika.com/022/22kers03.htm
http://www.grueneverdi.bz.it/mikrosites/riccardo-dello-sbarba/artikel-und-beitraege/chi-ringraziano-gli-schuetzen.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Sepp_Kerschbaumer