14 gennaio 2011

Firenze. Casaggì. Degrado, degrado, degrado e degrado. E anche insicurezza.


Il 5 febbraio si dovrebbe tenere a Firenze una manifestazione politica cara all'"occidentalismo" più autoreferenziale, cui hanno anche invitato una che dicono ricopra -non si sa bene dove- l'inconcludente incarico di "ministro della gioventù".
L'"occidentalismo di base" fiorentino non deve godere di molta considerazione, visto che il mangiatore di risotto giallo invitato due mesi fa insieme ad un'esperta di islàmme ritenne opportuno non presenziare nemmeno, portando così la percentuale di defezioni tra gli ospiti "illustri" ad un rispettabile cinquanta per cento. La mortifera commemorazione di febbraio, di cui nessuno si cura, serve ai politici "occidentalista" per passare in rassegna il lavoro del servitorame locale, che da un anno all'altro gratifica i propri padroni di normalissime prove di inettitudine cialtrona.

La notte fra il dodici ed il tredici gennaio 2011 Firenze è stata tappezzata di manifesti. La solita affissione abusiva di grafiche mediocri. Solo che stavolta qualcuno l'ha presa appena un po' peggio del solito. In particolare la cosa non è piaciuta a tale Massimo Mattei, islamofobo tascabile e pubblico difensore degli arredi urbani che non ha fatto nomi ma ha accusato certi "occidentalisti" di "predicare bene e razzolare mano [sic]". Punto sul vivissimo, l'estimatore di Codreanu noto da anni ai nostri ben più che venticinque lettori si è difeso malamente. Probabile che dovesse saperne qualcosa, ed alla fine ha promesso che

...per evitare di essere accusati di cose che non rientrano nei nostri costumi, i nostri manifesti saranno consegnati alla pubblica affissione comunale.

Non rientrano nei loro costumi.
I non fiorentini devono sapere che l'"occidentalismo giovanile" fiorentino vivacchia esclusivamente di scritte nerastre e di affissioni abusive, documentabilissime senza alcuna fatica perché da anni ed anni ricorrenti nelle stesse posizioni.
In altre parole, gli "occidentalisti" di Firenze contribuiscono alacremente a quello stesso degrado che non si stancano mai di denunciare, ravvisandolo in qualsiasi cosa che si muova.
La "pubblica affissione comunale" farà fare comunque alla propaganda "occidentalista" la fine di ogni carne, e sarà grassa se i referenti citati sul materiale sparpagliato per tutta Firenze potranno evitare una di quelle maximulte con cui la politica "occidentalista" ha sanzionato tutti i comportamenti diversi da quelli di consumo.
In ogni modo l'alacre lavoro di attacchinaggio notturno, seguìto ad una certa riunione convocata praticamente apposta, avrebbe avuto per lo meno diritto ad un riconoscimento.
Provvediamo noi, dal momento che i toni roboanti di certa comunicazione politica abbiamo imparato a conoscerli piuttosto bene.

SIAMO IN TRINCEA! CASAGGì INCARTA FIRENZE E SI PREPARA AL CORTEO DEL 5 FEBBRAIO...

Per fortuna, in questa città di morti viventi, c'è ancora qualcuno che smuove le acque.
Questa notte duemila manifesti hanno letteralmente incartato la città.
La mobilitazione pre-corteo, per i martiri delle foibe, procede con fanatica perfezione e con un entusiasmo mai riscontrato prima. Gente che prende libero a lavoro per attaccare i manifesti, gente che fa forca a scuola per fare un volantinaggio, gente che ha preso ferie per dare una mano a pieno regime nei giorni che precederanno l'evento. In più, oltre a questo, la presenza fisica di una marea di militanti, molti dei quali alle prese con le loro prime attività, che da qui all'estate daranno un bello scossone a queste strade.
Siamo in trincea, insomma.





Ecco fatto; il risultato è talmente verosimile che potrebbe benissimo figurare tra gli scritti di Casaggì, organizzazione "occidentalista" specializzata in prese in giro i cui aderenti e simpatizzanti, in una trincea vera e propria, avrebbero costituito garanzia di rotta assicurata dopo i primi sei secondi di fuoco d'artiglieria.

Nelle stesse ore l'"occidentalista" estimatore di Himmler Don Virgilio Annetti dava poco lontano il suo piccolo contributo alla cultura della retromarcia.
Ah, le radici cristiane dell'"Occidente"...

13 gennaio 2011

Renato Curcio al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud


Un documento che nessun Assange ha ancora fornito: le ultime leve dell'anarcoislamocomunismo fiorentino nel corso del loro addestramento armato.

11 gennaio 2011

Il sistema sanitario della Repubblica Islamica dell'Iran: un modello per i medici statunitensi.


Traduzione da Iranian Cure for the Delta’s Blues, pubblicato in inglese su AARP Bulletin il 1 luglio 2010.




Baptist Town, con le sue baracche fatiscenti fatte di assi schierate dal lato sbagliato della ferrovia a Greenwood, nel Mississippi, sembra un posto in cui è poco probabile si verifichi alcun genere di rivoluzione, e meno che mai una ispirata dalla Repubblica Islamica dell'Iran; ma c'è la possibilità che presto sia dalle parti del Mississippi che altrove nel profondo Sud si possa assistere ad alcuni cambiamenti sorprendenti.
Mentre i leader politici degli Stati Uniti e dell'Iran stanno mettendo in pratica una chiassosa politica di rischi calcolati in materia di proliferazione nucleare, un gruppetto di professionisti sanitari appartenenti ad entrambi i paesi sta lavorando con calma per mettere in pratica un nuovo tipo di assistenza medica proprio cominciando dal Mississippi, uno stato impantanato per decenni in fondo alle graduatorie riguardanti indici sanitari di ogni genere. Al centro della loro attenzione c'è il leggendario delta del Mississippi. Il paesaggio agricolo pianeggiante e caldo in cui è nato il Blues -l'arte americana per eccellenza, che ha riversato la sofferenza nelle canzoni- soffre oggi di una serie di problemi sanitari presentando alcuni tra i più alti tassi di incidenza per diabete, obesità, ipertensione e mortalità infantile di tutto il paese.
Nonostante le centinaia di milioni di dollari spesi negli ultimi dieci anni per migliorare la salute dei residenti, la disparità tra le condizioni del Delta e quelle del resto dello stato non hanno fatto che aumentare.
"Mi sono mosso per quarant'anni fuori e dentro la regione del Delta, e non è che sia cambiato gran che", dice Aaron Shirley, un pediatra di settantasette anni pioniere dell'assistenza sanitaria pubblica nel Delta. "Mi stavo disperando e torcendo le mani per questo, un giorno, quando lui mi disse 'Perché non vieni nel mio paese a vedere come si fa?' Ed io gli ho ubbidito".
"Lui" si chiama Mohammad Shahbazi, è medico e direttore del Dipartimento di salute ambientale e comportamentalle alla Jackson State University, originario dell'Iran meridionale.
Nonostante la sua reputazione in America sia pari a quella di un paria della politica internazionale, con una nomea a dir poco infame in materia di diritti umani -era parte dell'"asse del male" dell'ex presidente Bush- l'Iran ha ottenuto positivi riconoscimenti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per il suo innovativo sistema di assistenza sanitaria di base: un sistema che negli ultimi trent'anni ha elimnato le disparità tra popolazione cittadina e popolazione rurale, riducendo di dieci volte la mortalità infantile nelle campagne.
Lo scorso anno, mentre gli Stati Uniti stavano dedicandosi al rissoso dibattito politico sulla riforma sanitaria, Shahbazi, con la tacita approvazione dell'Istituto Nazionale per la Sanità e del ministro della salute della Repubblica Islamica dell'Iran, ha organizzato una serie di visite al sistema sanitario iraniano per Shirley e per James Miller, un consulente sanitario di Oxford nel Mississippi. Hanno potuto incontrare i medici e gli ufficiali sanitari che hanno realizzato il sistema sanitario iraniano, visitato i centri per la salute nelle campagne e gli ospedali, e sono tornati in patria convinti che il modello iraniano rappresentasse proprio la cura che ci voleva per le angustie di un Delta in perpetua difficoltà, e forse anche per tutto il paese.
Il sistema iraniano basato sui centri per la salute è un po' come la VolksWagen Maggiolino dei tedeschi", dice Miller, del Gruppo per lo Sviluppo Internazioale di Oxford. "E' semplice e funziona. E' stato messo a punto da un paese che ai tempi non era certo molto popolare, ma ha risolto un problema di base nel campo dei trasporti".
Sì, dice, l'Iran è uno stato canaglia. Ma "se gli iraniani trovassero una cura per il cancro, eviteremmo di usarla solo perché non ci piacciono i loro politici? Questa è roba che non ha nulla a che fare con la politica", dice Miller.
Nel sistema sanitario iraniano i centro per la salute situati fin nei più remoti villaggi rappresentano una prima linea di difesa, e sono presidiati da persone del posto, chiamate behvarzes. I behvarzes sono formati per provvedere all'assistenza sanitaria di base in villaggi che contano fino a millecinquecento abitanti. I behvarzes maschi si occupano di allestire strutture sanitarie del controllo della qualità dell'acqua e di progetti ambientali. Le donne invece si occupano di salute materna ed infantile, di pianificazione familiare, di vaccinazione e di tenere le registrazioni delle nascite, delle morti e delle storie sanitarie dei membri di ciascuna famiglia.
L'Iran è grande circa due volte il Texas; ad oggi dispone di oltre diciassettemila centri sanitari in cui operano più di trentamila behvarzes, che riescono a coprire oltre il 90% della popolazione rurale. Circa un quarto della popolazione totale del paese, che è di settantadue milioni di abitanti. Negli ultimi tempi l'Iran ha cominciato a realizzare presidi sanitari nei quartieri delle città, destinati ad assicurare gli stessi servizi anche alla crescente popolazione urbana.
Non è il centro sanitario di per sé a far sì che il sistema funzioni; è la sua integrazione con i servizi sanitari più specifici. Il centro è il primo passo, spiega Shahbazi. Viene seguito dai medici di un centro sanitario regionale, che si occupa dei casi che il centro non è in grado di trattare. I centri sanitari locali e quelli regionali riescono ad occuparsi dell'ottanta per cento dei casi complessivi. Ospedali più grandi prendono in carico i pazienti cui servono trattamenti che non possono essere forniti a livello regionale. Gli iraniani possono recarsi in qualunque struttura vogliano, ma se i pazienti vi vengono inviati per decisione di un centro sanitario locale, tutti i costi sono inferiori.
"Penso che qui il modello avrà bisogno di qualche adattamento che lo renda culturalmente adatto", afferma Zahra Sarraf, un Medico dell'università di Shiraz che ha recentemente visitato una clinica ti Belzoni nel Mississippi per parlare ai cittadini ed al personale medico del luogo sul questo modello basato sui centri sanitari. "La realtà di qui è molto diversa da quella iraniana". Tuttavia, in entrambi i casi l'obiettivo è quello di "far sì che i centri sanitari possano insegnare la prevenzione. Con la prevenzione, le persone che sono ammalate pur senza esserne coscienti possono essere messe sull'avviso".
Shirley spera di trasformare una baracca di Baptist Town ricevuta come donazione in un luogo pulito e ben illuminato: un'accogliente clinica per l'assistenza sanitaria di base dove esami e vaccinazioni potranno essere gratuite e dove le famiglie del posto si sentiranno a loro agio perché seguite da persone del loro stesso quartiere.
La rete di centri sanitari iraniana è stata realizzata col pieno appoggio del governo iraniano, che fornisce anche un'economica assicurazione sanitaria a tutti i suoi cittadini. In posti come Baptist Town però l'assicurazione sanitaria rappresenta un lusso che la maggior parte della gente non può permettersi. Secondo Sylvester Hoover, che possiede e manda avanti l'unica attività imprenditoriale di Baptist Town (un minimarket con annessa lavanderia a gettone) poco è cambiato in quell'antica comunità di contadini a mezzadria dagli anni Trenta, quando la leggenda del blues Robert Johnson, seduto ad un angolo di strada, era solito intonare Hell Hound on My Trail.
"Non sono assicurato", dice Hoover, che ha offerto la baracca che possiede accanto al negozio perché vi venga allestito il futuro centro sanitario. Dovrei andare da un dottore per via di questo piede. Riesco a camminare solo con molta difficoltà. Dicono che dovrei farmi operare ma non me lo posso permettere. E poi qui tutti hanno problemi ai denti perché nessuno gli insegna come si fa a prendersene cura. Un sacco di gente avrebbe davvero bisogno di un medico, e semplicemente non se lo può permettere".
"Malattie? Le ho tutte", dice Charles Griffis, settantatré anni, seduto in veranda dall'altra parte della strada. "Ho la pressione alta, il diabete, e sono sopravvissuto ad tumore alla prostata". Griffis dice che sta continuando a rimandare una visita fissata alla clinica di Mound Bayou: tra andare e tornare sono cira cento miglia. "C'è veramente un gran bisogno di un servizio del genere. Sono convinto che la gente accetterebbe volentieri qualcosa di simile".
A differenza degli iraninani Shirley, Shahbazi e Miller stanno cercando di fondare i centri sanitari del Mississippi letteralmente sulle canzoni e le preghiere, usando personale volontario insieme a materiali e ad immobili frutto di donazioni. L'iea è quella di arrivare ad insegnare a ragazze madri attualmente dipendenti dall'assistenza pubblica a presidiare un centro sanitario nel loro quartiere, in modo da fornire loro le competenze necesssarie per poter uscire da quella condizione.
Finora il progetto ha ottenuto il sostegno della Jackson Medical Mall Foundation, che sostiene la grande clinica di Shirley nella città di Jackson. Shirley e i suoi stanno cercando di ottenere venti milioni dal Ministero della Sanità e dei Servizi Sociali per varare dieci iniziative pilota basati sui centri sanitari locali in Mississippi, in Arkansas ed in Louisiana. Anche se nell'immediato la cosa può parere dispendiosa, Miller è convinto che nel lungo termine si riveli economicamente vantaggiosa.
"Questa è una di quelle cose che possono davvero aiutare a contenere il costo della sanità nel suo complesso", afferma Miller. "Le cure preventive innanzitutto evitano che la gente si ammali, mentre [le cure postoperatorie] faranno risparmiare miliardi spesi nelle riabilitazioni. Questa potrebbe davvero costituire una risposta ai problemi del sistema sanitario statunitense. Ma a parte il denaro, che dire delle sofferenze umane? Quanto vale un invididuo sano e produttivo cacciato dalla società umana? Dobbiamo cambiare il nostro modo di penssare. Somigliamo a paesi sottosviluppati per come curiamo i nostri cittadini, se consideriamo le disparità nel campo della salute che colpiscono le minoranze negli USA".
Ed infatti, molti paesi dispongono di servizi di assistenza sanitaria di base che funzonano. Il Brasile, il Cile, Costa Rica e Cuba hanno adottato modelli del genere, e lo stesso hanno fatto Spagna e Portogallo. Il Canada ed il Regno Unito hanno anch'essi sistemi sanitari che costano meno e producono migliori risultati di quello attualmente in vigore negli Stati Uniti.
"L'assistenza sanitaria di base significa molto", afferma Hernan Montenegro, Medico dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità. "Non è soltanto roba da paesi poveri. Se la si fornisce a tutti, e tutti hanno una qualche possibilità di accedere alle prestazioni sanitarie, tutti tendono ad ammalarsi di meno ed hanno una vita più produttiva. I bambini sani vanno meglio a scuola e diventano adulti più produttivi. Investire nella salute porta a numerosi benefici".
L'aspetto delle persone che si occupano direttamente di altre persone ha ispirato La Tania Sci, medico internista di Dayton nello Ohio, insieme allo spettacolo del crescente numero di cittadini americani vittime delle crepe del sistema sanitario vigente. Sci appartiene alla mezza dozzina di professionisti che si sono recati volontari in Iran per un corso intensivo di sei settimane all'Università di Shiraz; ha imparato come relizzare un centro di formazione per operatori sanitari di comunità nel Mississippi.
"Provo sincera ammirazione per le persone che hanno proposto questo modo di affrontare le cose", spiega Sci. "Ci hanno pensato gli iraniani, ma questo non vuol dire. Si può fare molto basandosi su rapporto diretto tra persone: penso che il modello sia intelligente e penso che farà presa in tutti gli Stati Uniti".

Joel K. Bourne Jr. scrive per il National Geographic.

08 gennaio 2011

Susanna Agostini, Firenze, la Commissione Pace. Cosa NON fare per difendere una causa.


We are iranian children, foto di Shapour_3

Firenze, 7 gennaio 2011. Un comunicato dell'ufficio stampa comunale.
La presidentessa della Commissione Pace Agostini (PD): “L’otto gennaio le madri in lutto del popolo iraniano scenderanno ancora una volta in tante piazze del mondo”

Oggi la presidentessa della commissione Pace Susanna Agostini ha incontrato Farideh Karamloui, rappresentante dell’associazione Laleh Park Mothers' Supporters a Firenze, che le ha rappresentato l’aggravarsi delle condizioni dei detenuti politici in Iran.
“Domani – ha dichiarato Agostini – una rappresentanza delle donne, anche di Firenze, appartenenti all’associazione Laleh Park Mothers' Supporters, madri in lutto per l’assassinio dei propri figli che da 35 anni evidenziano l’assenza di diritti umani in Iran, parteciperà alle iniziative che avranno luogo in varie nazioni Europee ed in degli Stati Uniti, per gridare ancora una volta il loro no al perpetuarsi quotidiano di esecuzioni in Iran”.
“Ahmadinejad sta dimostrando grandi capacità di utilizzo mediatico internazionale nel pubblicizzare un tira e molla sulla vita di Sakinè, strumentalizzandone le condizione e la rilevanza ottenuta nel mondo, mentre ogni giorno proseguono gli assassini per reati di opinione.
Donne e uomini giovani vengono impiccati perché attivisti politici. Come è accaduto a Neda, vittime innocenti che lasciano nello strazio intere famiglie. Le madri domani si riuniranno ancora una volta nelle piazze di tante Città, in un unico urlo di dolore al quale la nostra città consegna la propria solidarietà” ha concluso la presidente Agostini.
La questione pare grave ed importante. Vediamo un po' quali attori vi sono coinvolti.
Al di là di un madaraneparklale.org, sul web le Laleh Park Mothers non hanno lasciato molte tracce. Un articolo in lingua inglese ospitato su un sito tedesco dà i loro sostenitori per presenti ed attivi, oltre che a Firenze, nella Repubblica Federale Tedesca, in AmeriKKKa, nella Repubblica d'Austria, in Südtirol e nella capitale dello stato che occupa la penisola italiana.
Madaraneparklale.org raccoglie al 7 gennaio 2011 una ventina di articoli, per circa millequattrocento pagine visionate in un anno; il dominio è stato registrato da chissà chi presso un provider amriki.
Le premesse cupe ci sono tutte, e ci si aspetterebbe di trovarvi qualcosa di simile ad un bollettino di guerra. Invece, al momento in cui scriviamo l'articolo in home page annuncia un rilascio su cauzione.
Il fatto è che di Plaza de Mayo ce ne sono già, e questa iniziativa dà l'idea di rappresentarne un clone, tra l'altro dei più pallidi perché la propaganda di questa iniziativa è, nel contesto fiorentino, affidata ad un comunicato stampa incolore e maldestro, il cui principale obiettivo pare più che altro quello di contribuire a mantenere sulla Repubblica Islamica dell'Iran la perenne cappa di denigrazione che vi viene mantenuta da sempre.
La variante non sionista della propaganda antirivoluzionaria non conta poi su argomentazioni inesauribili e si basa su tre pilastri: le efferatezze del sistema penale -come se in carcere e di carcere si morisse solo a Tehran-, le "libertà" femminili conculcate -nel senso che le ragazze iraniane non adottano con la dovuta evidenza i comportamenti di consumo che sarebbe desiderabile adottassero senza tante questioni- e la vita dorata della corte dei Pahlavi, dominio incontrastato di rotocalchi che evitano con ogni cura di far cenno a come gli sprechi ossessivi ed insultanti della corte abbiano a suo tempo assestato un colpo fenomenale alla popolarità della monarchia.
Intanto, gli eredi Pahlavi si stanno suicidando uno dopo l'altro. Non dev'essere stata tutto questo gran che, la vita dorata a misura di rotocalco.

Sul "perpetuarsi quotidiano di esecuzioni" nella Repubblica Islamica dell'Iran, vero o presunto che sia, la classe politica peninsulare non ha titolo alcuno per intervenire.
L'esecutivo in carica deve per intero la propria fortuna ad anni di incessante propaganda forcaiola ed alla demonizzazione di interi gruppi sociali. L'utilizzo strumentale di realtà manipolate e distorte al massimo grado, di cui la Repubblica Islamica dell'Iran rappresenta soltanto l'esempio più ricorrente, è quotidiano e serve a coprire una classe politica perfettamente rappresentante i propri sudditi e totalmente incapace di influire positivamente, e senza dare adito ad illazioni, su eventi anche minimi.
Queste dinamiche non riguardano soltanto il "governo" dello stato che occupa la penisola italiana; la pervasività dei mass media di interesse locale ed il loro servile veicolare qualunque abiezione venga in mente a qualsiasi micropolitico di quartiere sta facendo putrefare anche le realtà amministrative, ridotte al punto di non saper più cosa vietare ed infarcite di giridivite, tolleranzezzèro e sentenzesemplari che vengono additate al disprezzo solo se riscontrate in quel di Tabriz.
Questa gente sta trasformando il territorio purtroppo sottoposto allo stato che occupa la penisola italiana in una sorta di immenso campo di detenzione. E non ricorda, o non ha mai saputo, certe storielle evangeliche in cui si parla di pagliuzze e di travi. Con buona pace delle "radici cristiane" tanto delicate e tanto in pericolo.
Le volpi messe a guardia dei pollai.

In occasione della recente querelle con la Repubblica Federativa del Brasile, al momento conclusasi con il "governo" dello stato che occupa la penisola italiana trattato come quel garzone di spaghettificio che è, il gazzettame filogovernativo ha ospitato lunghi "contributi" dei lettori monocordemente improntati ad una cattiveria incompetente, spicciola e sostanzialmente scimmiesca. Il risultato dell'operazione mediatica perseguita ad ogni costo dai governativi non è stato poi quello sperato perché ha spinto ad interessarsi della questione anche molti che non avevano avuto occasione di occuparsene, con il costruttivo risultato di veder confermata la considerazione peggio che negativa di cui godono ovunque sia il politicame e il gazzettaio peninsulari sia i loro sudditi.
Particolare non da poco, il "partito" di Susanna Agostini ha mandato i propri politicanti in piazza, a chiedere "giustizia". Sennò qualche gazzetta dava di terroristi anche a loro.
Consideriamo per l'ennesima volta che in galera si crepa solo a Bandar Abbas, e andiamo avanti perché tocca commentare anche l'incommentabile, ovvero il luciferino utilizzo dei mass media attribuito al presidente della Repubblica Islamica dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad.
Normalmente gli "occidentalisti" non si fanno alcun problema a ciarlare di "dittatore Ahmadinejad" e di paragonarlo ad Adolf Hitler: in questo modo forniscono a chi pone attenzione ai loro assunti la prova del fatto che le loro competenze in materia di geopolitica, di sistemi giuridici e di storia contemporanea sono state maturate nel sottoscala di qualche maccheronificio del casertano.
Il caso "di Sakinè", accostato a quello del prigioniero di cui si pretenderebbe l'estradizione dalla Repubblica Federativa del Brasile, è emblematico esempio dei due pesi e delle due misure consueti per l'"occidentalismo" politico. Il gazzettame, per mesi e mesi e mesi non si è occupato praticamente di altro. Le dichiarazioni in proposito venute dalla Presidenza della Repubblica Islamica dell'Iran si contano invece sulle dita di una mano e stanno il più delle volte tra il sorpreso e l'infastidito per la continua intromissione "occidentale" in un affare interno. Non un gran che, come "grandi capacità di utilizzo mediatico internazionale" di una vicenda.
La Presidenza della Repubblica Islamica dell'Iran dispone di un ufficio stampa che diffonde quotidianamente scarni, concisi e costruttivi comunicati. Susanna Agostini sta attribuendo ad essa un modus agendi che appartiene, invece, al gazzettame "occidentale" in generale e a quello "occidentalista" più che ad altri.
O meglio, che forse appartiene, o che dovrebbe appartenere, perché nel merito della questione l'intromissione quotidiana negli affari interni di un paese sovrano rischia ovviamente di peggiorare ulteriormente le cose. Due righe più sotto la stessa Agostini ci ricorda la "Neda" su cui si sfogarono tutti i complottisti del pianeta, morta in occasione di scontri di piazza che servirono come sanguinoso lancio pubblicitario di Libri dei Ceffi e Cinguettatori vari.
Se la memoria non ci inganna, ai tempi i messaggi sul Cinguettatore (del quale ci guardiamo bene di diventare utenti) non avevano IP in evidenza e potevano dunque arrivare da chissà dove. A tutela, dicevano, della pràivasi dei corrispondenti da realtà statuite come scomode o pericolose. In occasione degli scontri di giugno 2009 il gazzettaio "occidentalista" dette spazio ad una cinguettatina in cui un tale assicurava che la Repubblica Islamica dell'Iran "stava perdendo il controllo dell'esercito". Inutile avanzare ipotesi su cosa possa aver significato la diffusione di quest'idiozia nelle piazze gremite di quei giorni.
Susanna Agostini può anche attribuire alla Presidenza della Repubblica Islamica dell'Iran "grandi capacità di utilizzo mediatico internazionale": quando si tratta di materie come le vicende sociali e politiche iraniane, i mass media "occidentali" di cui si affermano senza prove "libertà" ed "imparzialità" dànno spesso prova di "grandi capacità di cialtroneria incompetente e di imbecillità pericolosa".

E Farideh Karamloui?
Ne parla tra gli altri un sito canadese specializzato in resoconti di viaggio.
Nella gestione del suo bed and breakfast
...Sono poche le esperienze negative capitatele in affari; tuttavia, ci racconta, esistono anche queste. "Ho ospitato due persone dallo stato sionista, gente davvero molto giovane. Quando sentirono che non ero d'accordo con il governo iraniano, si mostrarono molto sorpresi. Parlammo insieme per circa un ora" -dice con un sorriso triste- "Ma poi, sul loro sito web, scrissero su di me cose molto cattive. Cose che non erano vere."
Affermazioni che dimostrano come al solito che tra weltanschauung "occidentalista" e mondo reale non esiste alcun rapporto. L'unica categorizzazione del reale operata dagli "occidentalisti" è quella, dicotomica e palloneggiante, del "noi contro di loro". Il mondo degli "occidentalisti" si riduce sostanzialmente ad un pallonaio ciarlante punteggiato di femmine poco vestite e di insalatiere colme di maccheroni, per cui non è che gli servano strategie cognitive di più ampia portata. Tuttavia in esse episodi come quello su riportato, in cui i soggetti si scambiano proditoriamente i ruoli di buoni e di cattivi, di dissidenti e di governativi, non hanno semplicemente diritto di cittadinanza.
La differenza tra politicame "occidentalista" e non "occidentalista" si sta riducendo fino a scomparire ed in questo scritto abbiamo toccato alcuni dei contesti in cui questo si è già verificato, tuttavia qualche minima differenza ancora sussiste.
Farideh Karamloui afferma nello stesso articolo che
"I sudditi dello stato che occupa la penisola italiana, specialmente qui a Firenze, sono molto abituati a convivere con la presenza di turisti, ma negli ultimi cinque o sei anni le cose sono cambiate. Le politiche del Comune di Firenze non sono buone. Non ci sono più molte famiglie a vivere nel centro storico, vivono a dieci, quindici minuti fuori città... Risentono un po' della presenza dei turisti".
Un'amministrazione comunale scopertamente "occidentalista" non avrebbe neppure previsto la presenza di qualcosa di simile ad una "commissione pace", derubricata senza appello a roba da terroristi islamonazianarcocomunisti, e questo avrebbe già chiuso la questione. Nel caso fosse esistito qualcosa di simile, una critica tanto feroce all'amministrazione comunale non solo avrebbe negato a Farideh Karamloui la possibilità di perorare in quella sede la propria causa, ma avrebbe con ogni probabilità messo in moto qualche microgazzettiere a libro paga, esplicitamente incaricato di farne scempio con ogni mezzo necessario.

05 gennaio 2011

Sessanta milioni di spade si levano unite contro il Brasile


Firenze, 4 gennaio 2011. L'occidentalista fallaciano Riccardo Nencini mentre manifesta praticamente da solo sotto il consolato della Repubblica Federativa del Brasile. Almeno due che gli portano le bandiere gli è riuscito di trovarli.

Nei primi giorni del 2011 lo stato che occupa la penisola italiana, ed in modo particolare il suo "governo", lamentano l'appropriata risposta loro riservata dalla Repubblica Federativa del Brasile, i cui vertici rappresentativi, politici e giudiziari hanno lasciato intendere di avere pesantissimi e giustificati dubbi circa il rispetto dei diritti umani nel sistema carcerario peninsulare.
Ai rappresentanti della Repubblica Federativa del Brasile viene in sostanza rimproverato di aver osato rammentare che le galere, con tutto quel che segue, non esistono solo a Tehran. Eppure, uno che le paragoni ad hotel di lusso nello stato che occupa la penisola italiana può ambìre ad una poltrona ministeriale, in luoghi meno sovvertiti non lo vorrebbero come lavascale nel più malfamato dei condomini.
Il giornalame peninsulare è uso da anni rispettare gli obblighi con la committenza cercando ogni volta di mettere nella peggior luce possibile realtà politicamente invise e spingendo fino al grottesco la visibilità mediatica dei sostenitori delle cause dell'esecutivo. Per il quattro di gennaio si promettevano dunque fuoco e fiamme, con manifestazioni in ogni città. Le manifestazioni ci sono state, con i protagonisti inquadrati in modo da farne risaltare il numero.
O meglio, da non farne risaltare il numero.
Per limitare i danni, gli articoli usciti sul gazzettame "occidentalista" hanno semplicemente evitato di fornire cifre, con lo spettacoloso ed agonizzante "Giornale della Toscana" che ha pensato bene di non allegare neppure un'immagine. Aveva i suoi motivi, visti i quindici manifestanti messi insieme per la circostanza dall'"occidentalismo" locale (stima di Riccardo Venturi).
Il resto del gazzettaio ha citato totali imbarazzanti.
Il danno, per gli "occidentalisti", è comunque minimo: l'elettorato se lo coltivano con la propaganda e non con le manifestazioni, e la discrepanza spettacolosa tra il tempo e lo spazio destinato a questa roba (con ovvia profusione di risorse) ed il riscontro prossimo allo zero non impensierirà nessuno.
Gli "occidentalisti" peninsulari hanno comunque centrato un obiettivo, quello di fornire l'ennesima prova della propria autoreferenzialità. I manifestanti erano per intero costituiti da scaldapoltrone di tutti i livelli, gazzettieri e figuranti maldestri.
La nostra conoscenza della questione è minima ed abbiamo avuto occasione di occuparcene solo per la sovrarappresentatività mediatica data al caso, coi toni perentori delle grandi occasioni e dei grandi spargimenti di fumo.
Qualcuno si è comunque divertito a rimettere le cose al loro posto. La cronaca romana di Militant Blog raccoglie foto prese in momenti e da angolature opportune, e commenti improntati al realismo. Vi si legge tra l'altro qualche riga tratta da un articolo de "La Stampa" che mette impietosamente in luce, oltre all'esiguità del numero ed all'autoreferenzialità, anche la bambinesca cattiveria dei presenti, riusciti ovviamente a litigare tra loro.
Qualcun altro ha fornito una disamina della vicenda dalla quale escono malconci in parecchi.
Intanto, ecco di cosa si occupava, altrove, gente un po' più seria.

Da Irib.ir

Il Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran Ali-Akbar Salehi, durante un incontro con il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki, ha affermato che l'Iraq ha un'importanza particolare per la politica estera iraniana.
"Attribuiamo grande importanza al fatto che tutte le formazioni politiche irachene siano in grado di portare un contributo al nuovo governo; consideriamo la cosa come uno dei fondamenti della piena sovranità del paese", ha detto Salehi.
Salehi ha anche auspicato che l'Iraq diventi un paese più sicuro.
"Esistono molte potenzialità per l'espansione della collaborazione tra i due paesi, e l'Iran ha annunciato la propria disponibilità a partecipare ai progetti per la ricostruzione dell'Iraq".
Salehi ha affermato anche che la presenza della Repubblica Islamica dell'Iran e dell'Iraq nella cooperazione regionale è fondamentale.
Il premier iracheno, da parte sua, ha sottolineato l'importanza di una apprezzabile accelerazione nella ricostruzione del paese. Al-Maliki ha detto che i due paesi stanno lavorando ad una commissione congiunta che si occupi di facilitare l'estendersi della cooperazione.
Il riferimento non è fuori luogo.
Nel 2003, in qualche caso incuranti della pioggia battente, i figuranti "occidentalisti" manifestarono, più o meno raccogliendo gli stessi numeri di marmaglia della stessa risma, a favore dell'aggressione yankee all'Iraq e di una guerra considerata vinta il primo maggio dello stesso anno.
Si esportava la democrazia, mica storie. E per la ricostruzione, poi...
Una bella lungimiranza.
Il tempo passa. L'incompetenza "occidentalista", invece, resta.

04 gennaio 2011

Il 2011 dei cialtroni tra Firenze e Prato, tra Brasile ed Egitto


Firenze. La cronaca locale dell'inizio di gennaio 2011 offre spunti innumerevoli per infierire sull'"occidentalismo" gazzettiero e di quartiere. Se ne deridono di séguito i tre che spiccano per pochezza e cialtroneria, in un contesto che fornisce quotidianamente un tale numero di prove di abiezione da lasciare solo l'imbarazzo della scelta.


Ormai non esiste realtà politica o sociale che non possa trattare per quello che è l'"occidentalismo" escreto dalla penisola italiana: nel gennaio 2011 il politicame istituzionale ed i suoi propagandisti piagnucolano asserendo di essere stati presi a schiaffi dalla Repubblica Federativa del Brasile in materia di diritti umani e di trattati di estradizione.
Sono stati trattati con la sbrigatività con cui si congeda un venditore di maccheroni eccessivamente insistente, nulla di più e nulla di meno.
E nulla di più grave.
Gli "occidentalisti" da corteo, come i dieci fannulloni della foto qui ripresa, indicano nella repressione generalizzata una conquista della civiltà contemporanea ed il loro "governo" solo di riempire le carceri si è dimostrato capace. Nel solo 2010 le loro galere hanno ucciso almeno settanta prigionieri, e si tratta solo dei casi accertati; la sfrontatezza con cui questi mangiatori di spaghetti tacciano di barbari ed incivili stati sovrani che sono in grado di dar loro lezioni perfino sulle politiche repressive non sarebbe neppure degna di commento, ma sarà il caso di aggiungere giusto qualcosa, per dare l'idea dei livelli di abiezione ciarliera raggiunta da sudditi e gazzettieri.
Sul blog di un certo Giovanni Morandi, allegato alla gazzetta "Quotidiano.net", troviamo quanto segue.

Aspettiamo una vendetta dopo l'insulto del Brasile.
Su questo sono d'accordo sia il suddito Marco Minotti, sia il fogliettista Giovanni Morandi.
Purtroppo per loro la vendetta fa, almeno in teoria, parte dei codici mafiosi; nelle relazioni internazionali non è che non sia contemplata, ma prende per lo meno nomi differenti.
Il registro linguistico è rivelatore: si ha l'impressione che i due siano più ferrati in materia di comportamenti mafiosi che in materia di diritti umani.
Suddito e fogliettista sono uniti nel considerare un insulto quello che chiunque non sia solito trascorrere il proprio tempo mangiando spaghetti e consultando pornografia chiamerebbe reazione costruttiva e dettata da realismo.
Chiosa tra l'altro Morandi:
"Non dimentichiamo che dietro la mancata consegna del criminale, c’è la motivazione ancora più offensiva che l’estradizione avrebbe messo in pericolo la sua incolumità. Una falsità che paragona l’Italia ai regimi dispotici amici di Lula".
Sul fatto che si tratti di una motivazione offensiva parlano meglio di quanto potremmo fare noi i rapporti delle organizzazioni non governative, stranamente considerate degne di fede solo quando al centro delle loro denunce c'è la Repubblica Islamica dell'Iran.
E' invece fuori di dubbio che paragonare lo stato che occupa la penisola italiana ai "regimi dispotici amici di Lula" (si noti: un "regime" che è "amico" di un singolo individuo) sia una falsità. Infatti non esiste "regime dispotico amico di Lula", qualunque cosa si intenda con questa espressione, che non sia in grado di impartire lezioni allo stato che occupa la penisola italiana, alla sua classe "politica" e soprattutto ai suoi sudditi.
Nell'ultimo villaggio del Karakalpakstan ci si guarderebbe bene dal mettere in piazza simili prodigi di incultura, che nella penisola italiana sono invariabilmente motivo di vanto e di giustificazione.
Di questi sudditi, Marco Minotti e ancora di più Giovanni Morandi sono campioni attendibili e sarebbe costruttivo che limitassero la sfera dei loro interessi a quelli consoni e consueti -pallone, pornografia, spaghetti- lasciando diritto e geopolitica a chi meno si riconosca nella loro condizione di sudditi. A chi dunque non consideri la cultura un insulto, a chi non condivida una visione del mondo basata sulle dicotomie con cui si "ragiona" quando si ciarla di pallone, di pallonate e di pallonaio.
Dicotomie oltretutto demenziali, a partire dalla loro non considerazione dei reali rapporti di forza. E' probabile che nei prossimi mesi il gazzettaio ospiterà una fitta serie di scritti a carattere denigratorio contro la Repubblica Federativa del Brasile, rea di essere uscita dal campo del pallonaio per dar prova di poter contare, sul piano internazionale, come la potenza continentale che è.

Il 30 dicembre l'edizione on line de "La Repubblica" di Firenze pubblicava un trafiletto sugli oltre cento mustad'afin accampati alla bell'e meglio in un vecchio insediamento industriale a Sesto Fiorentino. Nel titolo, l'asserzione "Il 3 gennaio veniamo con le ruspe".
Per motivi sempre meno chiari, "La Repubblica" tiene moltissimo a distinguersi dal gazzettame "occidentalista". Puri motivi di marketing.
Comunque, non c'è stato bisogno di attendere il tre gennaio. La notte del trentuno dicembre uno dei capannoni ha preso fuoco e lo stesso gazzettaio "occidentalista", che deve i quattro quinti della propria tiratura all'incessante pioggia di odio rovesciata da anni su chiunque non abbia in regola le carte per le quali sono gli stessi gazzettisti a decidere le regole, ha dovuto dare notizia del sospetto dolo.
Io agli zingari gli darei fuoco. Un'asserzione abituale di feccia "occidentalista" che non ha di solito mai visto cosa resta di qualcuno che brucia vivo.
Gli faremo un piacere tentando di rimediare con la foto qui sotto. Non è neanche tra le scene peggiori reperibili nel web.

Fotogramma tratto da un video del 20 gennaio 2009.
Gaza. La sicurezza sionista al suo meglio.

La località di Sesto Fiorentino non è troppo lontana dal laboratorio politico "occidentalista" rappresentato dalla città di Prato.
Sulle "radici cristiane" della città di Prato e dei suoi micropolitici abbiamo già edotto chi legge in più di un caso. A volte, la profonda condivisione degli insegnamenti alla base del monoteismo si manifesta da quelle parti in modo clamoroso: un certo Emilio Paradiso si è inventato (o meglio, ha creduto di inventarsi) i cino-musulmani postulandone la "non integrazione", così come gli scaldasedie della stessa risma tacciano di islamonazicomunismo chiunque obietti in merito al liquame con cui saturano il mainstream.
In un ambiente tanto pervaso di spiritualità e di trascendenza, il politicame "occidentalista" ha pensato a niente di meno che ad una maratona oratoria per la libertà di culto. L'idea è stata di un certo Giorgio Silli, le cui parole meritano di essere riportate come perfetto esempio di disinvolto esercizio dei due pesi e delle due misure, oltre che di attribuzione causale per lo meno discutibile.
"Non possiamo rimanere impassibili di fronte all'inasprirsi di un'inaccettabile spirale di odio, che si sta sempre piu' manifestando attraverso un vero e proprio stragismo nei confronti dei cristiani di tutto il mondo. Ognuno puo' portare un contributo importante con il dialogo, nella ferma convinzione che dobbiamo dire no ad ogni forma di fondamentalismo e di terrorismo"
Sarebbe interessante sapere a quale fondamentalismo e a quale terrorismo si vuol fare riferimento, perché il secondo vocabolo in particolare, nel linguaggio politico "occidentalista" indica in genere qualunque comportamento diverso da quelli di consumo.
La frase è interessante anche perché almeno uno dei casi di "stragismo" lamentati si è verificato nella Repubblica Araba d'Egitto, il cui esecutivo da oltre trent'anni segue supinamente le direttive "occidentaliste" in generale ed amriki e sioniste in particolare, presentate come salvifiche in quanto tali.
Ai Giorgio Silli non viene certo da chiedersi se non ci fosse qualcosa di sbagliato, in certe "esportazioni di democrazia" che da dieci anni insanguinano il mondo senza che i Giorgio Silli diano segno di preoccuparsene.

01 gennaio 2011

Fine del 2010 tra گلستانِ e Brasile



Il 2010 si è chiuso con due eventi del tipo che il mainstream archivia dopo un giorno al massimo. Addirittura dopo qualche ora, nel caso delle gazzette in rete.

Primo evento. L'occupazione dell'Afghanistan. گلستانِ, Golestan, significa roseto; un toponimo che ricorre spesso in un'area compresa tra l'Armenia ed il Pakistan. Nello stato che occupa la penisola italiana esisterebbe un qualcosa definito "Ministero della Difesa". Un Golestan dei tanti, quello afghano, ha procurato a uno che farebbe il ministro della difesa, laddove difesa significa in questo caso "costosa e controproducente intromissione negli affari altrui", il suo tredicesimo morto dall'inizio dell'anno.
Lo stato che occupa la penisola italiana ha una lunga ed umiliante storia di partecipazione a guerre inutili e pazzesche, non ultima l'immonda aggressione colonialista dell'Iraq. L'inutile e pazzesca partecipazione all'occupazione dell'Afghanistan costa un miliardo di euro all'anno.
In cambio di un miliardo di euro, ogni tanto un proiettile o una mina ricordano ai sudditi dello stato che occupa la penisola italiana che in guerra si muore. Uno degli "occidentalisti" più quotati, tale Umberto Bossi, avrebbe commentato la cosa affidando al gazzettame considerazioni contraddistinte da una pochezza entusiasmante e da un'inconsistenza assoluta. "Dall'Afghanistan tornano troppi morti: il Paese non è certo contento","Se l'America non fosse andata in Afghanistan, avremo il terrorismo dilagante in tutta Europa. L'America ha agito in maniera saggia" per finire con un "Purtroppo in guerra la gente muore".
Dicono che lo stato che occupa la penisola italiana abbia, fino ad epoche recentissime, sbandierato primati un po' in ogni campo. Si potrebbe asserire che evidentemente ci è riuscito non grazie alla propria classe politica, ma nonostante essa. Una considerazione del genere tralascia una questione fondamentale, ossia che la classe politica viene grosso modo sottoposta ad un vaglio elettorale, e che dunque è legittimo considerarla rappresentativa dei sudditi.
Incidentalmente, nelle stesse ore i saggi amriki hanno continuato ad impedire al terrorismo di dilagare in tutta Europa ammazzando quindici persone nel vicino Pakistan. Per farlo hanno usato aerei telecomandati che possono essere diretti stando in poltrona a Seattle o a Niagara Falls, magari mangiando uno hamburger con la mano libera dai comandi.

Secondo evento. La querelle tra Repubblica Federativa del Brasile e stato che occupa la penisola italiana circa gli accordi bilaterali di estradizione.
Una particolare specializzazione della propaganda "occidentalista" consiste nel cercare condanne politiche nei curricola di veri o -assai più spesso- anche solo presunti avversari e di utilizzarla al parossismo perché si arrivi all'eliminazione -l'ideale sarebbe quella fisica, ma l'importante è che lasci eventuali incarichi elettivi ricoperti- del soggetto colpito. Come punto di partenza va bene qualsiasi cosa: un "occidentalista" non avrà nulla da obiettare se viene fuori che un potenziale avversario politico ha passato anni ed anni a dare e prendere coltellate per roba di pallone, ma considererà gravissimo che sia stato fermato mentre affiggeva un manifesto politico.
Si ricorderà poi che la definizione "occidentalista" di terrorismo compendia in esso qualunque azione, qualunque opera, qualunque concetto non contemplino passaggi di denaro tra chi ne possiede poco e chi ne possiede molto: un individuo come il suddito al centro della questione rappresenta per gli "occidentalisti" una preda da trofeo, e la questione stessa una faccenda di supremo prestigio ed interesse statale.
Naturalmente la propaganda è una cosa, la realtà il più delle volte un'altra.
Opposta.
Alla fine di dicembre 2010 la Repubblica Federativa del Brasile nega allo stato che occupa la penisola italiana l'estradizione di un suddito. E lo fa con una comunicazione ufficiale un po' risentita: a Brasilia i toni di puntuale sufficienza, da dominante a sottoposto, con cui lo stato che occupa la penisola italiana comunica in merito a questioni simili con qualunque entità statale diversa dall'AmeriKKKa e dallo stato sionista non devono essere piaciuti.
L'episodio è interessante per più motivi.
Innanzitutto, è probabile che le condizioni del sistema carcerario peninsulare siano note anche ad un oceano abbondante di distanza; nell'esecutivo brasiliano devono abbondare gli individui competenti e consapevoli. In quello dello stato che occupa la penisola italiana abbondano invece i mangiatori di busecca la pronti ad assicurare che le loro galere sono hotel a quattro stelle. Un'espressione che ha conosciuto una notevole fortuna, tant'è che ad anni dal giorno in cui è stata pronunciata ricorre ancora spesso nelle ciarle dei sudditi più composti nel loro ruolo, che è quello di rappresentare il corpo sociale meno presentabile d'Europa.
In secondo luogo, la vicenda fornisce anche una minima misura di quale sia il peso politico dello stato che occupa la penisola italiana, e di quale prestigio goda il suo esecutivo, che come abbiamo visto rispecchia perfettamente "valori" e competenze dei sudditi. Molto giustamente le "richieste" di gente simile sono state considerate dagli esponenti politici e giudiziari della Repubblica Federativa del Brasile con lo stesso fastidio con cui si considererebbe un venditore ambulante di maccheroni particolarmente insistente, e liquidate con la stessa determinazione.
Il politicame "occidentalista", ovviamente, non ha gradito. Ha reagito come era da aspettarsi che reagisse, ovvero come un sovrappeso in canottiera che, seduto a tavola con la forchetta di spaghetti stretta nel pugno destro, apprenda dalla televisione sempre accesa che la schedina del Totopallone che si è dimenticato di giocare valeva un monte premi di milioni.
E' logico, ed anche probabile, che ulteriori mosse "diplomatiche" riescano soltanto a peggiorare le cose.