14 ottobre 2010

Pallone e terrorismo islamico


...Anzi, visto che chi scrive abita a Firenze, e che l'istigazione al disprezzo verso gli "occidentalisti" fiorentini è una delle ragioni d'essere di questo blog, pallone e terrorismislàmiho, a fare il tris con i'ddegrado e l'insihurézza.
Il dodici ottobre doveva esserci uno scambio di pallonate tra due gruppi di undici vestiti uguali, con parecchia gente a vederlo.
Un gruppo di undici vestiti uguali rappresentava la nazionale dei pallonieri della Repubblica di Serbia. L'altro gruppo una squadra che dovrebbe far capo allo stato che occupa la penisola italiana.
Molta gente è andata a Genova dalla Serbia: in uno stato dove si inzeppano le piazze di blindati e di gendarmi per impedire di manifestare a cinquanta ragazzini -gente contro la quale si mietono allori facilissimi, per mostrare ai gazzettieri quanto efficace sia la lotta a i'ddegrado e per la sihurezza- i condivisori del mito di Kosovo Polje non hanno certo ecceduto in educazione ed in cerimoniosità, anche perché è gente contro cui mietere allori può essere un problema. Per chi fosse digiuno in materia, è bene ricordare che fu nei pallonai jugoslavi che furono fatte le prove generali della guerra civile, e che la generazione compresa tra i trenta e i quarantacinque anni ha, da quelle parti, una dimestichezza con armi proprie ed improprie e con il loro utilizzo che è bene non mettere alla prova.
Fatto sta che le pallonate sono durate poco e che c'è stato prima qualche arresto, poi uno scambio di accuse a livello istituzionale, con il quale i responsabili della "sicurezza" dello stato che occupa la penisola italiana hanno tentato di far dimenticare che è la seconda volta in tre mesi che un gruppo di gente del pallonaio li riporta con i piedi per terra.
Quanto avvenuto dimostra varie cose interessanti.
La prima, lo si sarà già capito, è l'inconsistenza e la sostanziale risibilità delle pretese avanzate da chi dice di combattere l'insihurezza e i'ddegrado, e che nel solco di quella infinita serie di emergenze inventate che costituisce da dieci anni l'essenza dell'"informazione" sta più che altro combattendo contro la prospettiva di dover andare a lavorare. Si tenga presente che nello stato che occupa la penisola italiana l'incarico di ministro dell'interno è al momento ricoperto da un tale che appartiene ad un partito "occidentalista" che ha il dichiarato scopo di minarne l'unità territoriale, e che una dozzina di anni fa fu preso a manganellate dai gendarmi e portato via come un nogglòbal qualunque.
La seconda ha a che fare con la "guerra al terrorismo", in nome della quale sono autorizzate e lodate la menzogna e la delazione ed una diciassettenne poco vestita che passeggi per le vie di Tabriz incarna la libertà meglio di mille coetanee compostamente vestite che studino lingue straniere o scienze infermieristiche.
Dunque: sul clima generale di odio, di sospetto, di vantata e ciarliera incompetenza che la "guerra al terrorismo" tuttora mantiene nella penisola italiana non c'è bisogno di soffermarsi troppo. C'è da soffermarsi invece sul fatto che, tutto questo nonostante, i luoghi in cui sono possibili esplosioni distruttive di violenza di massa sono e resteranno assai numerosi, con buona pace della politicanza "occidentalista" e delle sue menzogne.
In questa sede non si ha alcuna considerazione del pallone, e dunque non si ha nulla contro chi demolisce un pallonaio. La cosa però fa pensare che se davvero esistessero i musulmani di cui "scrivono" i gazzettieri, e se decidessero a tavolino di fare una strage di sudditi del "paese" che occupa la penisola italiana, non andrebbero certo a far saltare in aria un monumento antico: si limiterebbero a lasciare un ordigno in uno dei tantissimi ipermercati in cui i sudditi di cui sopra reputano dignitoso girare sfaccendati a giornate intere, in uno di quei locali per presunti ricchi in cui gli "occidentalisti" reputano appropriato organizzare incontri elettorali, oppure in una zona affollata di quei pallonai che di essi "occidentalisti" sono la prima se non unica preoccupazione. I precedenti in questo senso non mancano, né nella penisola italiana né altrove in Europa.
Quello che le gazzette "occidentaliste" mancheranno di sottolineare, è che in dieci anni di "guerra al terrorismo" nessuna dell'oltre un milione di persone originarie di dar al'Islam che vivono nella penisola italiana ha mai pensato di fare qualcosa di simile.
C'è anche una terza conclusione da trarre. A giudicare dall'iconografia ostentata, sembra che i frequentatori di pallonaio provenienti dalla Serbia facessero capo ad un'estrema destra resa popolare e potente dal calor bianco delle guerre recenti. Se invece della panoplia simbolica del loro nazionalismo avessero ostentato bandiere rosse e la gendarmeria li avesse fatti a pezzi, la "libera informazione" peninsulare avrebbe mostrato aperta ed incondizionata approvazione.

12 ottobre 2010

Matteo Calì, apprendista gazzettiere e micropolitico "occidentalista"



Le file dell'"occidentalismo" fiorentino sono in questo momento alle prese col rovinoso calo di consensi che ne penalizza il maggior "partito" a livello peninsulare, e da sempre costrette ad operare in un contesto che a tutt'oggi rimane profondamente ostile, nonostante la propaganda rovesciata da un anno all'altro sulla città intera. I partiti "occidentalisti", a Firenze, schierano poi abitualmente candidati di una tale pochezza da essere sistematicamente costretti a ricorrere a qualche "figura civica" che renda presentabile quello che presentabile non è.
Alla scorsa tornata amministrativa toccò a Giovanni Galli, palloniere paracadutato direttamente in piazza Signoria con propositi tanto bellicosi quanto evaporati istantaneamente. Sulla parabola elettorale di chi aveva statuito essere indispensabile "cambiare colore a Firenze" abbiamo all'epoca fornito puntuali e corrosivi resoconti.
Matteo Calì appare essere un giovane "occidentalista" dall'aria ben nutrita; in occasione di una manifestazione studentesca, nell'ottobre 2010, si è lasciato andare a considerazioni la cui fondatezza sarà qui oggetto di un'indagine accurata.
Di Matteo Calì siamo riusciti a rintracciare un biografia piuttosto dettagliata, peraltro ormai vecchia di sette anni, e la solita autoschedatura che riproponiamo parzialmente in screenshot. Si noti che stiamo mostrando l'autoschedatura di un individuo che ricopre una sia pur modesta carica amministrativa e che quindi riveste responsabilità pubbliche: veniamo così a sapere che tra i principali interessi di un micropolitico locale di area "occidentalista", nello stato che occupa la penisola italiana, trovano innanzitutto posto Politica, Sport, Cazzate, Goliardia. Coerenza vuole che Calì si occupi essenzialmente di pallone. Il pallone, a Firenze, è declinabile nelle accezioni di vero, tavestito (il "calcio storico", perfetto esempio di tradizione inventata) e finto, una roba che chiamano "Fantacalcio". Matteo non fa mancare le proprie cure a nessuna delle tre accezioni. Il suo "datore di lavoro" invece risulta essere un'organizzazione politica, in questo caso una importante compagine "occidentalista" che si definiva "Alleanza Nazionale" le cui sorti ci sono al momento ignote.
Le migliaia di "amici" elencati nella sua schedatura portano a pensare che come datore di lavoro questa "Alleanza Nazionale" non sia tra i più esigenti, lasciando a Matteo molto tempo e molte occasioni per coltivare quella satanica parodia di vita sociale che passa sotto il nome di "social network".
Ed autorizzando a non considerarlo propriamente uno Stakhanov.
Sul fatto che il pallone, i pallonieri, il pallonaio e le pallonate siano il più delle volte l'unico interesse e l'unico argomento della politica "occidentalista" esistono testimonianze tanto abbondanti quanto varie; chissà che anche l'aggressione all'Iraq ed all'Afghanistan non le abbiano affrontate con l'ottica e con la competenza con cui affrontano il pallonaio della domenica: a tutt'oggi l'unico risultato di quelle iniziative consiste nel permettere ai matteicalì, alla cui virtù militare non affideremmo neanche il classico bidone di benzina, di contrassegnare la propria autoschedatura con un disegno verde, bianco e rosso listato a lutto.
Apprendiamo dalla biografia che Matteo Calì è nato nel 1982: ammesso che l'abbia scritta di suo pugno, com'è probabile, è interessante rilevare che si definisce un "grande comunicatore" e che "colpisce il suo modo di comportarsi che riesce ad adattarsi molto bene ad ogni occasione".
Un'ottima considerazione di sé, ovviamente per nulla confermata dagli eventi come sempre accade in questi casi.
Matteo si è diplomato nel 2001 e forte dell'esperienza fatta come conduttore di una gazzetta scolastica, si è iscritto alla "Facoltà di Media e Giornalismo dell'Università di Firenze".
Bene. La "Facoltà di Media e Giornalismo dell'Università di Firenze" non esiste. Al momento in cui scriviamo esiste un corso di laurea triennale presso la Facoltà di Scienze Politiche, ad indirizzo "Comunicazione, Media e Giornalismo".
Le tracce biografiche di Matteo Calì terminano col 1 marzo 2003, giorno in cui è diventato "responsabile del Punto Azzurro sede del coordinamento provinciale di Forza [omissis]".
Un Punto Azzurro. L'azzurro, per chi non lo sapesse, è il colore con cui vanno vestiti i pallonieri di una squadra che dice di raccogliere i migliori pallonieri della penisola italiana.
Nel caso "occidentalista", il pallone e la sua simbologia governano anche l'approccio alla politica locale, non soltanto il cacciarsi in guerre decennali. In questo caso l'espressione Punto Azzurro denotava una delle molte -ed effimere- iniziative politiche "occidentaliste" che seppur in minima parte hanno comunque contribuito ad instaurare nella penisola italiana il clima ebefrenico, meschinello e demente che vi impera incontrastato da anni.
In assenza di smentite, e considerando che la consultazione dei titoli delle tesi di laurea reperibile sul sito dell'Università di Firenze non fa cenno al suo nome, dobbiamo concludere che a distanza di nove anni dall'iscrizione Matteo Calì deve ancora laurearsi.
Per un "occidentalista" in carriera, invecchiare in facoltà è ordinaria amministrazione e non sono pochi i casi di quelli che riescono a trascorrervi dieci o quindici anni. Una permanenza tanto lunga dovrebbe averlo messo in grado di produrre testi quantomeno accettabili: in fondo, in quel corso di laurea si studiano quattro lingue e si ha a che fare con metodologia della ricerca sociale e con il marketing.
Ecco dunque uno scritto tratto dal blog di Matteo Calì. Screenshot e copia per intero limiteranno i danni di una sua eventuale cancellazione e mostreranno questo micropolitico per quello che è veramente. Si notino, tra l'altro, il banner dell'intestazione che depone a favore di competenze di livello irriferibile anche nel campo della grafica, e un pallone in basso a destra, tanto per non farselo mancare mai.


domenica 10 ottobre 2010
Spiccate il volo..dal ponte.

Firenze, manifestazione di piazza contro il decreto Gelmini.
Studentelli con le sciarpe sul viso, caschi, kefie, striscioni, bandiere anarchiche e spillette del Che attaccano l'istituto degli Scolopi in via Lamarmora. Studentelli che mai una riga della riforma hanno letto, studentelli che arriva ottobre e devono "okkupare", loro duri e puri che intonano "Lotta dura senza paura", "se non cambierà lotta dura sarà", loro ancora figli di figli di genitori sessantottini, ancora a romperci le palle con parole sentite, risentite e ormai noiose. Voi, studentelli, siete la mercificazione, voi, studentelli, siete il prodotto di un pensiero che si basa sul nulla. Che non trova in questa società nuovi stimoli e si aggrappa ancora a refusi che poco hanno a che fare con la libertà che volete intendere rappresentare. Voi, studentelli, che al liceo avete sempre un rappresentante d'Istituto rasta amico di tutti, che parla con tutti, di cui tutte sono innamorate. Voi, studentelli, che fate i discorsi conditi di "omologazione, lotta di classe, lotta sociale, diritti (mai, doveri!), giustizia".
Siete comici, perchè credete che ci siano ancora i fascisti. Siete ridicoli quando pensate di sfilare in un corteo coprendovi il volto. Mi chiedo se siete rimasti incredibilmente indietro, se come all'ora anche oggi, vivrete ghettizzati nel vostro mondo fatto di rasta e giambè, di reti e collettivi, di zecche e gente sporca che non si lava. Anche questo vi fa sentire più ganzi, anche essere sudici.
Pubblicato da MATTEO CALI' a 15:21

Non c'è che dire.
L'appartenenza politica di Matteo Calì sarebbe di per sé sarebbe sufficiente a rivolgergli l'esortazione di continuare a pensare al pallone, concedendosi al massimo qualche excursus nell'àmbito dei maccaruncielli a 'o raù o dei genitali femminili, campi unici del pensiero e della pratica "occidentalisti"; ma qui c'è da dire dell'altro.
C'è da dire che la presentazione di un elaborato anche solo lontanamente vicino alle forme ed al registro linguistico di questo in occasione di una prova d'esame gli avrebbe procurato l'immediata cacciata a male parole dalla sessione, e la buona vecchia sbarratura del libretto con tanti saluti a sei mesi dopo. Il che fa concludere che i nove anni passati a Scienze Politiche non abbiano certo portato a Matteo quei vantaggi in termini di competenze e di skills che sarebbe stato lecito aspettarsi.
Come tutti sanno, la comunicazione politica "occidentalista" proietta abitualmente sugli avversari politici caratteristiche, difetti e comportamenti spregevoli che sono, in realtà, coessenziali a chi muove certe accuse. Detto in altre parole, un "occidentalista" è qualcuno che, incapace di laurearsi nel triplo del tempo previsto, dà senza vergogna di studentello a qualcun altro. E lo fa in dieci righe che sembrano uscite diritte diritte dal "generatore di articoli di Libero". Mica male; la nostra abitudine di sostituire il vocabolo "giornalista" con uno a piacere dei suoi dispregiativi da gazzettiere a giornalaio trae la sua ragione di essere proprio da casi di questo genere, che poi costituiscono pressoché per intero il mainstream.
Chi scrive fa parte da circa vent'anni, pur senza particolari eccessi, dell'ambiente di cui questo mangiatore di spaghetti traccia un ritratto che se espresso di persona ai diretti interessati, gli procurerebbe con ogni probabilità fortissimi rischi anche nel campo dell'incolumità personale.
Matteo Calì, anni ventotto, pubblica quello che somiglia assai di più a quello che si ottiene passando allo scanner un qualsiasi assorbente igienico usato che non alle asserzioni di qualcuno investito di pur minime responsabilità pubbliche, delle quali ha anche la faccia di menare vanto. Una delle spiegazioni possibili è che condurre attivamente politica "occidentalista" riesca a sporcare anche moralmente, ad ottundere e a rendere perfetti esponenti dell'epoca contemporanea anche individui che in altri contesti avrebbero conosciuto un percorso di vita meno involuto. D'altronde, comportarsi come perfetti esponenti dell'epoca contemporanea è caratteristica determinante a tutti i livelli della politica "occidentalista", coloro che sono designati a frequentarne i truogoli non hanno altra colpa che d'essere fedeli rappresentanti del corpo elettorale e dei suoi "valori".

10 ottobre 2010

Afghanistan, guerra e gazzette



La screenshot qui sopra ritrae la headline di una gazzetta pubblicata nella penisola italiana. Si tratta di una delle gazzette più diffuse, "Repubblica", considerata chissà perché invisa all'esecutivo in carica. Il motivo per cui "Repubblica" sia ogni giorno al centro del ringhiare governativo non è facile da spiegare: quanto a superficialità, idiozia, inconsistenza, dabbenaggine e bassezza non ha nulla da invidiare al gazzettame apertamente schierato.
In breve, i fatti. L'Afghanistan è stato aggredito ed occupato nell'ottobre del 2001 dagli Stati Uniti d'AmeriKKKa e dai loro "alleati": dicevano i gazzettieri che era obbligatorio rivoltare il paese come un calzino ("...We won't leave any stone unturned...") a caccia dei cenciosi barbuti che s'erano azzardati a restituire alla cittadinanza[1] alcuni isolati nel centro di New York. Avanzate fulminee, nemico dissolto eccetera eccetera.
Nell'ottobre del 2010 l'ingegnere civile saudita utilizzato come casus belli è ancora introvabile spionaggio, tecnologia e quattrini nonostante; il che basterebbe per trarre conclusioni molto drastiche sull'intera faccenda, anche senza approfondire le tematiche legate a quella che è a tutti gli effetti una riedizione del Big Game ottocentesco. In questi nove anni le "perdite collaterali", come vengono gazzettieramente definiti i civili ammazzati a freddo, sono state migliaia. Sulle condizioni, sul numero e sulle perdite dei combattenti afghani nessuno si cura di divulgare statistiche: si sa soltanto, e sporadicamente, che cadono a centinaia combattendo in condizioni difficili da immaginare contro la macchina bellica più costosa mai esistita. Nel corso degli ultimi nove anni l'AmeriKKKa ha inondato l'Asia centrale di denaro e di armi che hanno, ovviamente, preso le destinazioni più varie: se si pensa che lo spionaggio amriki tentò affannosamente per anni ed anni di rientrare in possesso del centinaio di missili Stinger consegnati alla resistenza antisovietica, si ha a malapena un'idea delle implicazioni di questo solo fatto. Gli aggressori hanno poi calpestato innumerevoli volte la sovranità dei paesi confinanti a cominciare dal Pakistan, potenza nucleare vera a differenza della Repubblica Islamica dell'Iran, della cui "democrazia" e "stabilità" e "sicurezza" nessuno pare interessarsi. Alla vigilia dell'aggressione un mangiatore di hamburger mandò a dire al leader pakistano che al minimo diniego l'intero paese sarebbe stato "ridotto all'età della pietra". Si tenga inoltre presente che tutta la macchina organizzativa responsabile della guerra risponde in ultima analisi ad un corpo elettorale che in molti casi non è in grado di indicare l'Afghanistan sulla carta geografica.
Nel frattempo la rappresentazione mediatica dell'Afghanistan non ha certo perso niente in termini di pressappochismo servile, di cialtroneria, di malafede. Nel "paese" dove si mangiano spaghetti, così come in tutto l'"occidente", coltivare l'ignoranza e l'idiozia del corpo elettorale è una questione di fondamentale importanza, e nel caso dell'aggressione all'Afghanistan l'operazione si è attestata su un ridotto numero di traduzioni operazionali, sostanzialmente le stesse dal 2001 ad oggi.
In sostanza, il gazzettaio ha sempre riportato con costanza ed impegno degni di molto migliori cause che l'aggressione all'Afghanistan avrebbe l'obiettivo di "cacciare i talebani" e di "aiutare il popolo afgano sulla strada della democrazia". Si potrebbe obiettare che perfino i sovietici seppero trovare giustificativi più credibili, ma non è questo il limite più criminale della propaganda. Il limite criminale della propaganda sta in primo luogo nella sistematica negazione dei veri obiettivi dell'aggressione, a quanto pare assolutamente incoffessabili. In secondo luogo c'è la rappresentazione mediatica del "nemico", costruita in modo da fare della massa indistinta dei "talebani" qualcosa di estraneo alla realtà sociale e geopolitica dell'Afghanistan. Partendo da questi due assunti è possibile cominciare ad apprezzare i titoli della screenshot in tutta la loro demenzialità.
Nell'ottobre del 2010 un convoglio di militari occupanti è stato attaccato. Da quelle parti è roba d'ogni giorno: le forze di occupazione consumano quantità folli di rifornimenti[2] che viaggiano in colonne poco difendibili, e se qualcuno decide di distruggere una ventina di autobotti può farlo anche con mezzi molto esigui ed una notizia del genere finisce, quando ci finisce, in qualche newswire di second'ordine accanto all'ennesima strage di civili ad opera di qualche "bomba intelligente" o di qualche aereo senza pilota. Negli ultimi anni pare che la passione mediatica per le bombe e per la loro intelligenza sia venuta meno, per lasciare posto a quella per gli aerei comandati a distanza. Spariti dalla divulgazione gli elicotteri, in Iraq ed in Afghanistan abbattuti a decine praticamente a sassate.
Questa volta però le cose sono andate diversamente perché nell'attacco sono morti quattro soldati mandati a fare stone turning in Afghanistan dallo stato che occupa la penisola italiana. La notizia riceve il sistematico risalto che hanno avuto tutte le notizie di questo genere: l'autoreferenzialità mediatica ed istituzionale del gazzettaio e dei "governanti" in questi casi emerge pienamente perché la partecipazione all'occupazione dell'Afghanistan non ha alcuna eco nei conversari quotidiani, al di là degli ambienti direttamente interessati. Non l'ha mai avuta e non la avrà mai. La conta mediatica delle vittime richieste dalla servile partecipazione alle guerre d'aggressione volute dall'AmeriKKKa ha preso da molto tempo l'aspetto di un'operazione routinaria, per quanto risalto il gazzettaio possa dare alla cosa.
Gli intenti della rappresentazione mediatica di eventi del genere sono molto evidenti. I funerali delle vittime dell'attacco a Nassirya servirono esplicitamente a stroncare il dissenso: era un dovere ineludibile unirsi al lutto di stato e la marmaglia politicante pretese dappertutto drappi a bande verticali verde, bianca e rossa con il nastro nero. Lo stato che occupa la penisola italiana ha una costituzione in cui si specifica che quelli sarebbero i colori di una certa "bandiera nazionale". In quei giorni del 2003 il dubbio ed il realismo avevano, gazzettieramente parlando, la stessa legittimità zero che hanno a tutt'oggi: a reti unificate fu statuito che la mancata esposizione della bandiera su descritta o la minima obiezione macchiavano il loro autore di correità in strage. Questa scoperta tendenza all'indottrinamento è rimasta maggioritaria ed è uno dei moltissimi motivi per cui i mass media peninsulari sono generalmente oggetto di considerazioni apertamente sprezzanti ad opera di chiunque abbia un minimo di cognizione di causa in una qualunque delle materie sfiorate quotidianamente dai gazzettieri.
La screenshot su esposta mostra un'esposizione di contenuti ai limiti dell'autolesionistico e praticamente al di là del commentabile.
I Talebani (qualunque cosa siano, perché non è certo "Repubblica" la sede adatta alla ricerca di certe informazioni): "Li abbiamo uccisi noi". Si noti che il giorno dopo l'arrivo degli yankee a Kabul nel 2001 la stessa gazzetta dava i "talebani" per scomparsi dalla scena sociale e politica del paese, dalla sera alla mattina.
"La Russa chiede bombe sugli aerei". Questo La Russa sarebbe il ministro della guerra dello stato che occupa la penisola italiana. Si tratta di un individuo che propone il cotone nelle orecchie come rimedio all'inquinamento acustico. Sulla sua competenza in merito alle guerre in corso, che possiamo supporre allineata a quella dell'"occidentalista" medio, è bene non trarre conclusioni.
"I militari al fronte: qui siamo in guerra". Ma pensa.
Si viene anche a sapere che i militari sono, in quale percentuale non si sa, autoschedati su Facebook. Così in occasioni come questa il gazzettiere cui tocca scrivere in proposito può venire a sapere che a questo o a quello piacevano la birra fredda o dormire la domenica fino a tardi senza neanche schiodarsi dalla poltroncina dell'ufficio.


[1] La marmaglia "occidentalista" utilizza questa espressione ogni volta che un centro sociale o una casa occupata o uno squat o qualunque cosa sfugga al suo securitarismo mestruale viene distrutto insieme agli anni di vita e di passione di chi vi si è impegnato. Vediamo un po' che effatto fa se la si toglie dal contesto abituale. Va da sé che nel bel mezzo del democracy export, una roba che contempla anche l'andare ad insegnare agli altri come si sta al mondo, il paese più securitario del mondo si ritrova in casa qualcosa come un milione di giovani armati.

[2] Questa è una delle caratteristiche della "guerra asimmetrica" con un aggressore che dispone di quantità enormi di ogni cosa ed un aggredito pressoché sprovvisto di tutto. Pare che in più di un'occasione pattuglie yankee abbiano passato grossi guai sul terreno perché per rintracciarle era sufficiente seguire la scia di rifiuti che si lasciavano dietro.

09 ottobre 2010

Firenze. Francesco Torselli, Casaggì e l'eclissi dell'"occidentalismo" giovanile



L'otto ottobre un corteo studentesco ha sfilato per Firenze. Qualche spintone, un petardo e un paio di uova sono bastati affinché i gazzettinisti di via Cittadella potessero aprire "Il Giornale della Toscana" del giorno successivo ciarlando de "La scuola della violenza" e sottraendo un paio di pagine ai soliti resoconti sulle tresche della gang manicomiale e sporca in ogni senso che tiene a farsi definire "governo del fare", allo stesso modo in cui una propaganda capace ogni giorno di raggiungere autentiche vette di abiezione vuole essere definita "libera stampa".
Ora, dal 1994 ad oggi lo stato che occupa la penisola italiana è stato per lo più "governato" da forze politiche "occidentaliste" che devono praticamente tutto ad un controllo massmediatico pressoché assoluto. In materia di scuola, i megafoni "occidentalisti" non hanno cessato un solo istante di addossare ogni colpa a "cattocomunisti", "sessantottini" e "cattivi maestri". Le espressioni sono sempre queste: non sapremmo dire con precisione a cosa facciano riferimento perché non abbiamo incontrato un solo "sessantottino", un solo "cattocomunista" od un solo "cattivo maestro" in tutto il nostro cursus studiorum, fatto sta che la propaganda "occidentalista" statuisce l'istruzione pubblica essere in mano ad elementi del genere, considerati fonte di ogni male ed artefici di ogni nequizia. Un po' come certo antisemitismo d'accatto addossa monocordemente agli ebrei in quanto tali la colpa di ogni crisi finanziaria.
Ora, l'"occidentalismo" ha avuto a disposizione quasi vent'anni per realizzare quella formazione basata su "Internet, Inglese ed Impresa" che secondo la campagna elettorale del 2001 doveva fare poco meno che miracoli. Leggendo il titolone del "Giornale della Toscana" dobbiamo concludere che alle tre "I" governative si è sostituita la sola "V".
Un bilancio niente male davvero, se pensiamo che decisioni di portata altrettanto vasta, come partecipare alla pazzesca e demenziale aggressione all'Afghanistan sono state prese e portate a realizzazione letteralmente dalla sera alla mattina.
Altrettanto pazzesche e demenziali sono le reazioni "occidentaliste" ad incidenti di percorso tipo le manifestazioni antigovernative con migliaia di partecipanti o i morti in guerra. Nel primo caso si frigna "chi paga? E chi paga? E chi paga? Ma chi paga?", nel secondo non potendo frignare "chi paga? E chi paga? E chi paga? Ma chi paga?" perché a pagare sono i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana, gli stessi che si vorrebbe blandire ogni giorno con circenses sempre più laidi, si apre un fascicolo come per una denuncia per pascolo abusivo. Si lascia cioè intendere che a morire in guerra, secondo il folle copione usato dagli "occidentalisti" per cacciarsi in una situazione dalla quale sono usciti sconfitti l'impero britannico prima e quello sovietico poi, spetta sempre e solo alle "vittime collaterali" delle armi che qualcuno teleguida comodamente spaparanzato chissà dove. Il ridicolo mescolato non soltanto al tragico, ma ad una tragedia e ad una sconfitta volute e cercate con ogni mezzo, come la storia dello stato che occupa la penisola italiana avrebbe insegnato a chiunque si fosse preso la briga di studiarla. Chissà che anche i responsabili di quelle forze armate non siano rimasti vittime dell'impreparazione e della faziosità abitualmente attribuite alla "scuola sessantottina".

Ci sono contesti in cui le profezie si realizzano. Basta attendere, e a volte neppure troppo.
Un paio di anni fa, con il ritorno degli "occidentalisti" a far finta di sovrintendere alla prosperità dei sudditi, considerammo che per le organizzazioni giovanili "occidentaliste" in prima fila nel contestare il ministro della pubblica istruzione non si sarebbe aperto un bel periodo. Per qualche anno alcuni fannulloni riuscirono a far oltremodo sovrarappresentare mediaticamente l'importanza dell'"occidentalismo" politico giovanile, accogliendo chiassosamente e con le bandiere bene in vista i politici invisi nelle loro uscite pubbliche. L'operazione seguiva linee precise e pianificate, e col cambio dell'esecutivo la pratica è cessata all'istante, al pari dell'importanza che la visibilità "giovanile" ha in termini di portata elettorale.
L'"occidentalismo" giovanile fiorentino si è dunque trovato da una parte davanti all'operato di un ministro che ha fatto sembrare acqua fresca i provvedimenti del suo predecessore, e dall'altra a dover operare in un ambiente di scoperta ed assoluta ostilità. Intanto il principale partito "occidentalista" del governo peninsulare ha trascorso almeno quattro mesi in lotte a coltello, scissioni, litigi e ripicche che ne hanno colliquato la base e fatto letteralmente scomparire la maggior parte delle sedi.
Sull'irritante cornice di "antagonismo filogovernativo" in cui operano gli "occidentalisti" giovani (in certi ambienti non è considerato disdicevole fare il "dirigente giovanile" anche a quarant'anni compiuti) ci siamo già pronunciati in più di un caso. Adesso, dentro questo "antagonismo filogovernativo" gli tocca far rientrare la propaganda necessaria a giustificare l'operato del ministro che hanno contribuito ad eleggere.
La cosa si presenta piuttosto difficile perché com'era prevedibile le già scarne formazioni giovanili hanno subìto un'imponente emorragia di militanti e perso l'appeal conquistato con la propaganda; gli spazi fisici per l'agibilità politica sono vicini a zero e i giovani "occidentalisti" hanno un'influenza politica ai minimi termini. La "vittoria elettorale" universitaria ottenuta pochi mesi fa nelle elezioni di un negletto e disprezzato organo di "rappresentanza nazionale" li ha anche bollati col marchio violentemente impopolare della istituzionalizzazione, per quanti "amici" possano raccattare sulla repellente autoschedatura di massa costituita da Facebook e dalle altre "reti sociali".
L'assidua ricerca di visibilità su internet e sui mass media tradizionali, ottenuta allagando il web di contenuti e le agenzie di comunicati, costituisce un rimedio parziale e precario, destinato a reggere fino al primo che dice ad alta voce che il re è nudo.
A Francesco Torselli, consigliere comunale fiorentino, ideatore e responsabile della conventicola "occidentalista" Casaggì, la cosa è successa proprio all'indomani della manifestazione studentesca dell'otto ottobre 2010, quando il suo attivismo telematico gli ha fruttato un brusco richiamo alla realtà ad opera di qualcuno che, da qualche mese a questa parte, si è preso la briga di cominciare a fargli il verso mettendo in piedi la parodia di uno degli svariati blog che farebbero capo alla sua persona.
A commento di una foto che ritrae un tale dall'aspetto piuttosto allucinato, i parodisti esprimono sul conto di Francesco Torselli una serie di considerazioni piuttosto fondate, alcune delle quali fanno non troppo velato riferimento ad una certa distruttiva abitudine che la vox populi asserisce essere molto diffusa in ambienti "occidentalisti".
Ogni tanto un esamino di coscienza non farebbe nemmen troppo male, si sostiene. Di nostro abbiamo aggiunto che

"...Non farebbe male neppure qualche commento ancora più impietoso. Tanto per dirne una, pare che il "non conformismo" di simili "ribelli" non arrivi neppure a tollerare la presenza del signore dai lunghi capelli bianchi, ripreso a torso nudo nel video pubblicato sul blog del sedicente "centro sociale di destra".
Un signore che è da almeno vent'anni una presenza stabile delle manifestazioni fiorentine e che ha una di quelle fisionomie che paiono non risentire affatto del tempo che passa.
Il contesto peninsulare ricorda non poco una spaghetteria di provincia in cui si smercino anche videocassette pornografiche ed immagini di Padre Pio, intanto che nel retro si affittano camere ad ore a marmaglia in canottiera.
Chi si trova a suo agio in un postribolo come questo non trova nulla di strano nell'esistenza di una realtà ossimorica come l'"antagonismo filogovernativo" ostentare il quale procura suffragi e gettoni.
Si noti poi, tra l'altro, la passione per il "Bogside" e per una "causa irlandese" in cui il ricorso alla lotta armata è parte non secondaria della pratica politica.
Uno che milita in un "partito" per il quale basta il lancio di qualche uovo affinché la racaglia giornalaia a libro paga (autentica incarnazione di che cosa sia nella sua essenza la "civiltà occidentale" con tutte le sue "radici cristiane") si metta a strepitare di "terrorismo" dovrebbe avere almeno il buon gusto di mettere in sottordine certe passioni personali.
Miguel Gullermo Martinez Ball, un interprete e traduttore la cui penna è bene non sfidare, si occupò di Casaggì qualche tempo fa, esprimendo considerazioni estremamente concise e dolorose.
In sintesi:

Concetto uno, le parole: il blog di Casaggì commemora:

"Tre anni fa l'eroico martirio di Saddam Hussein".

Concetto due, i fatti: il blog di Casaggì invita:

Casaggì e Azione Giovani sono in prima linea per cambiare colore a Firenze. Nelle prossime elezioni amministrative del 7 giugno la destra giovanile ha scelto di schierarsi con Giovanni Galli e il centro-destra fiorentino racchiuso ne "Il Popolo della Libertà".


Che in italiano forbito, si chiama presa in giro. E pure con la corda di un impiccato.

Messo davanti a considerazioni simili, chiunque avesse un minimo di rispetto per se stesso e per i sudditi che intenderebbe governare cambierebbe fulmineamente mestiere e aspirazioni. Ma il rispetto di se stessi o di chiunque altro, così come la competenza o il disinteresse, sono concetti che l'elettorato passivo del "paese" dove si mangiano maccaruna c'a'pummarola 'n coppa considera, giustamente, alieni. D'altronde non è gente piovuta dalla luna, anche se potrebbe sembrarlo, ma un prodotto dell'età contemporanea e della spirale involutiva imboccata da almeno vent'anni ed incoraggiata con ogni mezzo proprio da coloro che dovrebbero per lo meno far finta di cercare di arrestarla.

07 ottobre 2010

Successful business in Islamic Republic of Iran


La metro di Tehran. (Fonte: Skyscrapercity)

La Repubblica Islamica dell'Iran, a trent'anni dalla rivoluzione ed a venti dalla fine della guerra imposta ha da tempo smentito la sconsolata considerazione che Mossadeq ebbe a fare alla Majilis, secondo la quale gli iraniani da soli -ovvero senza la presenza colonialista- non erano in grado di mandare avanti neppure un cementificio.
L'economia iraniana, pur legata a doppio filo al mercato petrolifero, sta conoscendo serissimi tentativi di diversificazione e di sviluppo; le energie alternative non sono solo il nucleare ma anche l'eolico (gli impianti sono visibili, per esempio, sulla strada che porta da Qazvin a Rasht), la ricerca non è solo reverse engineering per tenere in piedi la decrepita flotta aerea militare ma anche farmaci anticancro, l'industria leggera produce molti beni per il mercato interno, dagli arredi a grocery di livello apprezzabile, fino ad autoveicoli esportati in molti paesi asiatici e non. A questa diversificazione palpabile ed evidente, il circuito mediatico locale dà quotidiano risalto, pubblicizzando anche la rete di relazioni internazionali che fanno della Repubblica Islamica dell'Iran un paese estremamente diverso da quello raffigurato in permanenza da gazzettine e televisioncine "occidentali", che trascorrono ad elencare liste di impiccati e di impiccandi tutto il tempo e tutto lo spazio che non trascorrono a rimpiangere lo Shah. E' probabile che le suddite "occidentali" abbiano seri problemi ad interiorizzare il fatto che il mondo è un po' più vario di quanto sembri, e che se la realtà quotidiana in "Occidente" è ricca di esempi in cui un utilizzo disinvolto delle proprie mucose porta a rivestire cariche politiche di primo piano (con i risultati che conosciamo), esistono anche realtà meno sovvertite in cui la stessa intraprendenza porta invece all'isolamento sociale se non peggio. Un "Occidente" in cui si dà per scontato che emancipazione femminile -o, peggio, la dignità delle donne- e consumi irresponsabili siano la stessa cosa non può che considerare per lo meno astrusa la realtà di un paese in cui è la costituzione stessa a sottolineare esplicitamente che la competenza e la rettitudine sono principi irrinunciabili per chiunque intenda rivestire cariche pubbliche. E la Repubblica Islamica dell'Iran, come si può constatare dalla fitta serie di impegni e di incontri internazionali enumerati nei comunicati stampa della presidenza, non è affatto il paese isolato e disprezzato che i mass media "occidentali" sono tenuti a presentare.
In "occidente" il rapporto tra agenda politica e realtà è labile, inconsistente, distorto. Labile, inconsistente e distorto è anche il rapporto che esiste tra la stessa realtà e la rappresentazione mediatica gradita agli interessi, lobbystici ed asserviti, che finiscono per costituire l'essenza stessa di un'azione politica autoreferenziale fino alla cecità. Nata da una rivoluzione che ha cacciato i colonialisti, sopravvissuta ad una guerra combattuta contro mezzo mondo mentre l'altra metà stava a guardare, la Repubblica Islamica è colpevole di ostinarsi ad esistere ed ipso facto destinataria di un bias mediatico e politico sistematicamente testo a farne la più impresentabile ed infrequentabile compagine statale esistente.
La politica di molti stati "occidentali" punta da trent'anni a fare terra bruciata attorno all'Iran, tra incoerenze e storture di ogni genere.
Lo stato che occupa la penisola italiana si è ovviamente allineato ai voleri del padrone vero, tra dichiarazioni farneticanti ed impegni solenni. Ora, mentre la Repubblica Islamica dell'Iran impiegava trent'anni a migliorare, diversificare e rendere competitiva la propria economia, una penisola dell'Europa meridionale nota per i maccaruna c'a'pummarola e per i cantanti d'opera li impiegava in modo diametralmente opposto. Particellizzati in microimprese vastissimi settori della produzione, guardata con aperto sospetto -se non dileggio- qualunque attività produttiva, i sudditi che bivaccano nella penisola italiana alle prese con un potere d'acquisto che si riduce ogni giorno considerano spesso come il massimo della dignità quelle attività parassitiche e dai nomi in lingua inglese che hanno sostituito un'industria smantellata quasi per intero. In queste condizioni, la più elementare logica imporrebbe di non disdegnare i pochi mercati ancora disposti ad assorbire qualcosa di proveniente dai sempre più ristretti settori in cui le industrie peninsulari possano ancora presentarsi con un minimo di dignità. Ovviamente, e per la su citata cecità, le politiche in questo senso vanno in direzione contraria, come vedremo.
Tehran ha almeno tredici milioni di abitanti e definirla caotica e inquinata è semplicemente riduttivo. La mobilità urbana è resa sopportabile dalle quattro lunghe linee esistenti di una rete metropolitana curatissima ed ancora in espansione. Sono in costruzione due nuove linee, ed altre due sono in programma, così come è in atto l'ammodernamento del materiale rotabile di quelle esistenti. Il veto politico ha messo fuori dai giochi le imprese peninsulari in grado di dire la loro in questo settore, lasciando giustamente il campo agli equivalenti della Repubblica Popolare Cinese. Nulla di strano: è l'epilogo ordinario di vicende che contemplano gli interessi di organizzazioni meno propense ad atteggiamenti servili e a reazioni scomposte e che godono dell'attenzione di politici propensi all'azione concreta. All'azione concreta, non all'autolesionismo ciarliero tipico di chi si aspetta che qualcun altro gli spiani la strada con qualche "esportazione di democrazia" velleitaria e cialtrona.

02 ottobre 2010

Firenze, ottobre 2010. La "civiltà occidentale" di ogni giorno.


La saldezza, la presa, la consistenza, la graniticità delle radici cristiane dell'"Occidente" in un bar di periferia.
Ian McKormack torna dall'aldilà, addirittura con l'ingresso libero.


La foto qui sopra viene da uno di quelli che Luciano Bianciardi ritrasse per quello che sono già nel 1964. "...Il bottegone, una stanza enorme senza finestre, con le luci giallastre sempre accese".
Una foto come questa darebbe anche da disperare, più che da pensare. Ma è stata scattata attorno all'imbrunire, e non pare che le "pubblicazioni" esposte siano esattamente andate a ruba. Forse sperare è ancora concesso.

In materia di "civiltà occidentale" ha scritto qualcosa, oggi, anche Riccardo Venturi. Tra il luglio e l'agosto del 2001 in una penisola dell'Europa meridionale nota nel mondo per la propensione dei suoi abitanti agli spaghetti, al mandolino, alla cocaina ed alla frequentazione delle prostitute, si diffuse a livello mediatico e non solo l'asserzione secondo la quale le macchie che si notavano sui muri della scuola genovese Armando Diaz, citata nel post in link, fossero in realtà fatte con salsa di pomodoro.
Non sappiamo con esattezza a chi debba essere fatta risalire la responsabilità prima della diffusione di un simile rumour. Chiunque egli sia, il nostro auspicio è che la foiba gli sembri una vacanza.
Che giunga alla morte assaporando a lungo l'assoluta certezza che tra tot secondi egli non esisterà più, e che il mondo continuerà a girare come se nulla fosse.
Questo è nostro auspicio e nostro augurio; e che gli siano negate lacrime e sepoltura.