23 agosto 2010

Di rom, di rumeni, di clandestini e di altre cose


Ad agosto gli argomenti dovrebbero, in teoria, scarseggiare; invece il materiale degno di qualche speculazione non è mancato, grazie alle ultime riprovevoli boutades dell'"occidentalismo" militante fiorentino.
In attesa del quindici settembre, quando in un pieno mercoledi pomeriggio lavorativo uno zero di nome Marco Cordone dovrebbe insozzare una piazza fiorentina leggendovi estratti di un libercolo di Oriana Fallaci, possiamo infierire su tutto il mazzo avvalendoci di qualche articolo di gazzetta e di una memoria più lunga di quanto la spazzatura politicante desidererebbe.
Come si ricorderà, in una notte d'estate e adottando molto giustamente precauzioni ai limiti del paranoico, una decina di militanti di "Azione Giovani" hanno affisso qualche foglietto in cui se la prendevano con una legge toscana che assicura le prestazioni sanitarie indifferibili ed urgenti anche a chi non possiede quel tesserino di plastica che secondo la volontà "occidentalista" fa la differenza tra chi merita di vivere e chi no. Lo scagnare "occidentalista" ha trascinato la cosa fino ad un organo del potere giudiziario che nell'ordinamento dello stato che occupa la penisola italiana viene definito "Corte Costituzionale".
La Corte Costituzionale ha dato torto marcio ai ricorrenti.
Si ricorderà anche che nei volantini diffusi, in mezzo ad irritanti distinguo e ad annaspi assortiti, si capiva che per gli "occidentalisti" il legislatore toscano era colpevole di non consegnare supinamente questo o quell'essere umano ad una fine spaventosa, capace di far impallidire la peggiore iconografia sulle pestilenze medievali. Nulla di inconcepibile per la pratica politica "occidentalista", sistematicamente vòlta a suscitare gli istinti più deteriori al nobile fine del tornaconto elettorale.
Si ricorderà anche del video che testimoniava la sortita, in cui comparivano ragazze "vestite" in modo apertamente criticabile.
Poche settimane dopo questa costruttiva pensata, una gazzetta on line documentava un fatto verificatosi nella vicina Prato, il laboratorio delle politiche "occidentaliste" su cui ci siamo più volte soffermati, infierendo doverosamente suo segni di una ostentazione quotidiana e reiterata di "valori" e comportamenti diametralmente opposti a quelli propugnati dalle "radici cristiane" che la schiuma "occidentalista" tiene tanto a riscoprire.
Secondo questa gazzetta, una donna "clandestina", qualunque significato si voglia attribuire al termine, ha somministrato a causa di una cattiva traduzione una iperdose di antistaminico alla propria bambina di tre mesi, che si è salvata grazie all'operato del reparto pediatria dell'ospedale del luogo.
Ecco, è bene che sia chiaro che nell'infera utopia "occidentalista" sarebbe stato giusto che questa bambina fosse crepata in un modo che in tempi più normali, quelli per intenderci in cui assumere cocaina e frequentare prostitute non erano considerate virtù, nessuno avrebbe augurato neppure ad un cane.

Ovviamente l'"occidentalismo" gazzettiero non va in vacanza: ogni giorno la macchina della propaganda deve macinare esistenze e produrre suffragi. L'agosto 2010 è il mese in cui le deportazioni di cittadini rumeni organizzate nella Repubblica Francese da un certo Sarkozy, al quale non sapremmo attribuire alcun merito al di là della gelosissima frequentazione di mucose femminili da rotocalco, hanno riacceso la verve forcaiola degli "occidentalisti" toscani, che hanno pensato bene di infierire -nihil sub sole novum- su qualcosa che non si capisce bene se siano i rom o i rumeni. "Il Giornale della Toscana", per il quale non esiste alcuna differenza così come nessuna differenza esiste per il suo pubblico, se ne usciva infatti con questo capolavoro di titolo.



Chi scrive non ha mai patito alcun torto, neppure minimo, né da un rumeno né tantomeno da un rom. E dire che se l'atteggiamento "occidentalista" nei confronti dei rom è rimasto costantemente improntato ad una scoperta ed esplicita voglia di sterminio ampiamente avallata dalla gran parte dei sudditi, quello nei confronti dei rumeni ha conosciuto, in nome delle citate necessità elettorali, delle virate sorprendenti. Nel 1989 i trei culori con il buco al centro, a testimoniare la fine del governo comunista, erano un vessillo irrinunciabile, criticare il quale voleva ovviamente dire essere intruppati senza diritto alla difesa tra i coltivatori di nostalgie inconfessabili. Oggi i cittadini della Repubblica di Romania vengono considerati una sorta di extracomunitari onorari.
Rom e rumeni, peraltro, hanno avuto ed hanno a tutt'oggi un rapporto che definire conflittuale è riduttivo; non vogliamo fare torto a nessuno dal momento che entrambi hanno altro da fare che leggere le gazzette; per questo si propongono qui, per ciascuno di essi, un canto comunemente associato all'appartenenza di gruppo.


Treceţi batalioane române Carpaţii dovrebbe risalire agli anni del primo conflitto mondiale e rievocare l'intervento in esso del Regno di Romania, che aspirava ad annettersi le terre "irredente" controllate dall'impero austriaco. Partita nel peggiore dei modi, l'avventura rumena raggiunse alla fine i risultati sperati, costruendo una nazione con genti e territori fino a pochi decenni prima spartiti da tre imperi in un clima sociale e politico che aprì la strada all'esperienza antisemita ed ultranazionalista della Garda de Fier.


Un cântec istoric ne-aduce aminte
Că fraţii în veci vor fi fraţi
Un cântec de luptă bătrân ca Unirea
Voi compatrioţi ascultaţi

Treceţi batalioane române Carpaţii
La arme cu frunze şi flori
V-aşteaptă izbânda, v-aşteaptă şi fraţii
Cu inima la trecător

Ardealul, Ardealul, Ardealul ne cheamă
Nădejdea e numai la noi
Sărută-ţi copile părinţii şi fraţii
Şi-apoi să mergem la război

Nainte, nainte spre Marea Unire
Hotarul nedrept să-l zdrobim
Să trecem Carpaţii, ne trebuie Ardealul
De-o fi să ne-ngropăm de vii

Cu săbii făcură Unirea, ce inimi!
Spre Alba cu toţii mergeam
Toţi oamenii ţării semnau întregirea
Voinţa întregului neam

Cu toţii eram regimente române
Moldova, Muntenia, Ardeal
Fireasca unire cu patria mumă
Ne-a fost cel mai drept ideal

Aceasta-i povestea Ardealului nostru
Şi-a neamului nostru viteaz
Istoria-ntreagă cu lupte şi jertfe
Trăieşte-n unirea de azi

Dreptatea şi pacea veghează Carpaţii
Şi ţara e frunze şi flori
A noastră izbânda, ai noştri sunt fraţii
Trăiască în veci trei culori

Vrem linişte-n ţară şi pace în lume
Dar dacă-ar veni vreun blestem
Carpaţii şi fraţii sări-vor ca unul
Urmând comandantul suprem

Treceţi batalioane române Carpaţii
La arme cu frunze şi flori
V-aşteaptă izbânda, v-aşteaptă şi fraţii
Cu inima la trecător.
Un vecchio canto ci ricorda
Che i fratelli saranno sempre fratelli;
un canto di battaglia dei tempi dell’Unificazione
voi compatrioti ascoltate.

Avanti nei Carpazi o battaglioni rumeni,
le armi ornate di fronde e di fiori;
vi attende la vittoria, vi attendono i vostri fratelli
con il cuore rivolto a chi marcia.

La Transilvania, la Transilvania, la Transilvania ci chiama
e noi siamo la sua sola speranza;
baciate i bambini, i genitori e i fratelli
e poi andiamo alla guerra.

Avanti, avanti verso la Grande Unione;
abbatteremo la frontiera ingiusta;
passiamo i Carpazi e prendiamo la Transilvania,
anche a costo di farci seppellire vivi.

Con le loro spade realizzarono l’Unità, che cuori!
Verso Alba Iulia andiamo tutti insieme.
Tutti gli uomini del paese hanno firmato per l’unificazione,
la volontà di una nazione intera.

Eravamo tutti reggimenti rumeni,
Moldavia, Muntenia e Transilvania;
l’unità naturale della madre patria
fu il nostro giustissimo ideale.

Questa è la storia della nostra Transilvania,
e della nostra coraggiosa nazione;
l’intera nostra storia, di battaglie e sacrifici,
vive nell’Unione di oggi.

Giustizia e pace vegliano sui Carpazi,
e tutta la terra è coperta di verde e di fiori;
la vittoria è nostra, sono nostri i fratelli,
evviva per sempre i tre colori.

Vogliamo tranquillità per la nostra terra e pace nel mondo,
ma se una minaccia dovesse presentarsi,
i Carpazi e i nostri fratelli si leveranno come un solo uomo
dietro al loro comandante supremo.

Avanti nei Carpazi o battaglioni rumeni,
le armi ornate di fronde e di fiori;
vi attende la vittoria, vi attendono i vostri fratelli
con il cuore rivolto a chi marcia.



Gelem gelem, "Sono andato, sono andato", è l'inno ufficioso degli zingari. Dovrebbe essere attribuito a Žarko Jovanović e Jan Cibula, che lo avrebbero redatto nel 1969 usando come base una melodia tradizionale e presenta molte varianti nel testo, adattato a lingue e dialetti di un po' tutta l'Europa orientale. La Kali Lègia del testo identifica con ogni probabilità i reparti SS responsabili del porrajmos, la distruzione degli zingari d'Europa.


Gelem, gelem lungone dromencar
Maladilem baxtale Romencar
A Romalen kotar tumen aven
E chaxrencar bokhale chhavencar

A Romalen, A chhavalen

Sasa vi man bari familiya
Mudardas la i Kali Lègiya
Saren chhindas vi Romen vi Romnyan
Mashkar lende vi tikne chhavoren

A Romalen, A chhavalen

Putar Devla te kale udara
Te shay dikhav kay si me manusha
Palem ka gav lungone dromencar
Ta ka phirav baxtale Romencar

A Romalen, A chhavalen

Opre Roma isi vaxt akana
Ayde mancar sa lumaqe Roma
O kalo muy ta e kale yakha
Kamava len sar e kale drakha

A Romalen, A chhavalen

Sono andato, sono andato per lunghe strade,
ho incontrato romà fortunati.
Ehilà, romà? Da dove venite
con le tende e i bambini affamati?

Oh, romà! Oh, fratelli!

Anch'io avevo una grande famiglia,
l'ha sterminata la Legione Nera.
Uomini e donne furono squartati,
e tra di loro anche bambini piccoli.

Oh, romà! Oh, fratelli!

Dio, apri le nere porte
così che possa vedere dov'è la mia gente.
E tornerò a andare per le strade,
e vi andrò con uomini fortunati.

Oh, romà! Oh, fratelli!

In piedi, gitani! E' ora il momento,
venite con me, romà di tutto il mondo
il volto bruno e gli occhi scuri
mi piacciono tanto, come l'uva nera.

Oh romà! Oh, fratelli!

La prima cosa che risulta evidente è che non potrebbero esistere costruzioni identitarie fondate su valori ed esperienze più opposte di queste. Ma per l'incompetenza "occidentalista", evidentemente, non c'è alcuna differenza. Basta non avere in regola le carte per le quali è un manipolo di indossatori di cravatte a decidere le regole, per risultare meritevoli di campo di concentramento, di deportazione e peggio. Tanto i capri espiatori hanno altro da fare che occuparsi di come gazzette e scaldapoltrone li trattino, sistematicamente e finora -purtroppo- impunemente, come appestati sui quali è lecito infierire con ogni mezzo.
Gli ultimi anni hanno visto lo smantellamento della democrazia, trasformata in eurocrazie e natocrazie, guerre incessanti e la fine dello stato di diritto, per non parlare dello sfascio dello stato sociale in tutti i suoi aspetti, dalla scuola pubblica alle pensioni: eppure la gente rimane incredibilmente sotto controllo, perché teme e quindi odia. Teme ed odia perché ogni giorno, sfruttando ogni possibile debolezza psicologica ed ogni luogo comune, c'è chi induce in tutti una fantasia ossessiva fatta di mostri assetati di sangue che si annidano come gli alieni di qualche pellicola dozzinale tra gente comune da anni avviata verso una lotta canina per le sempre minori risorse a disposizione. E si avvicina sempre di più il giorno in cui ogni altra spiegazione, ivi comprese le franche risate in faccia alla spazzatura umana che sporca la carta del gazzettame "occidentalista", verrà considerata apologia di terrorismo.
La "legalità occidentalista" è il nulla della Legione Nera; il deserto chiamato pace, Satana il Lapidato.

22 agosto 2010

Massimo Pieri, Alberto Locchi e la moschea a Firenze


Quello di una moschea a Firenze sembra essere una specie di refrain agostano, quest'anno propagandisticamente più utile che mai come diversivo stanti le repellenti -e rivelatrici- condizioni in cui versa il "governo centrale" dello stato che occupa la penisola italiana, per intero controllato dagli "occidentalisti".
Massimo Pieri ed Alberto Locchi sono due "occidentalisti" del Consiglio Comunale della città di Firenze. Nell'agosto 2010 hanno emesso un comunicato stampa ad uso dei fiancheggiatori redazionali che è un piccolo capolavoro di pochezza inutile, cui va comunque ascritto, come va ascritto a qualunque asserzione "occidentalista" su qualsivoglia campo dello scibile, un merito considerevole: quello di mettere una volta di più in luce il miscuglio di malafede, incompetenza e cialtroneria che della pratica politica "occidentalista" costituisce il fondamento.
Eccone dunque la confutazione, riga per riga.

“Sì alla moschea a patto però che sia soltanto un luogo dove si prega e non diventi un centro di indottrinamento dove potrebbero attecchire frange dell’Islam più integralista”.

Si potrebbe cominciare col chiedere a Massimo Pieri e ad Alberto Locchi che cosa intendano per "Islam più integralista", dal momento che non ci risulta esista una "scala dell'integralismo" operazionalmente traducibile. La fonte delle preoccupazioni "occidentaliste" è, come sempre, incoffessabile ma non verte certo su questo punto, come avremo modo di spiegare in breve più avanti.

“Da tempo si discute dell’ipotesi di aprire un luogo di culto per i musulmani in città e non siamo contrari per principio. Non è infatti più accettabile che, nel 2010, i fedeli dell’Islam siano costretti a pregare in scantinati o garage. Si tratta di una situazione incivile e per questo è giusto individuare uno spazio adeguato dove i musulmani possano riunirsi per pregare. Uno spazio che però non deve essere necessariamente a Firenze. Anzi il ragionamento su una possibile localizzazione dovrebbe allargarsi anche al territorio dei comuni limitrofi e della provincia in generale”.

Traduzione: complice lo stesso ciarlare propagandistico al quale dobbiamo la poltrona che stiamo scaldando, gli scantinati ed i garage frequentati da persone che non mangiano carne di maiale, non bevono vino e si riuniscono il venerdì al tramonto fanno decrescere il valore degli immobili e le rendite della torma di parassiti che rappresenta uno dei target della comunicazione politica "occidentalista". Non ci interessa dunque il più o meno alto grado di "civiltà" legato a questa o quella pratica religiosa, quanto il fatto che questa gente si tolga di torno il prima possibile. Se poi la questione si spostasse in qualche negletto comune di campagna, tanto meglio: basterebbero tre o quattro fannulloni ripresi dalla televisione un mercoledì pomeriggio qualsiasi per attestare la contrarietà dei sudditi del comune di Chissaddove Valdisieve o di Vattelappesca in Chianti alla presenza di una moschea, e ci risparmieremmo anche la fatica di indire manifestazioni e raccolte di firme per avere il ritorno di immagine che ci è necessario se non vogliamo tornare a fare la fila all'ufficio di collocamento.

“la moschea deve rimanere un luogo di culto, uno spazio dove i fedeli dell’Islam vanno a pregare come accade per i cattolici nelle chiese. Non deve diventare un centro di indottrinamento dove potrebbe prosperare l’odio predicato dalle frange più radicali ed estremiste dell’Islam. È questo che dobbiamo evitare”.

Se qualcuno pensava davvero che l'esperienza di Locchi e Pieri in materia di Islam andasse oltre la lettura di qualche pamphlet fallacianesco, si consideri servito. La nostra visita alla moschea di Shiraz che ospita la tomba di Sayed Amir Ahmad, compiuta un venerdì pomeriggio all'inizio del 2005, ci mostrò un imam che stava sviscerando con calma chissà quale argomento -rimpiangiamo amaramente di non conoscere il farsi, al contrario di molti "occidentalisti" che trovano vanto e giustificativo perfino nell'ignoranza di quella che dovrebbe essere la loro lingua madre- davanti ad un gruppo di una decina di giovani seduti sui tappeti, mentre un undicesimo girava con un vassoio su cui stavano datteri e bicchieri di tè forte. Il tutto in un ambiente che un "occidentalista", ammesso e non concesso che sappia dove si trova Shiraz, considererebbe sicuramente come un deposito delle bombe nucleari del dittatore Ahmadinejad.

“I senesi non hanno abdicato all’arrivo degli stranieri, come è accaduto invece ai fiorentini o ai pratesi che, nel tempo, hanno ceduto locali e attività commerciali e adesso si lamentano della situazione. L’identità di una città, la coesione della società sono valori importanti che devono essere mantenuti e consolidati”.

La coerenza "occidentalista" non è qualcosa che ogni tanto tocca il fondo. E' qualcosa che sul fondo -su tutti i fondi- striscia stabilmente, abitualmente e sempre. Ecco dunque gli esponenti di una formazione politica che del libero mercato aveva fatto un dogma ritornare precipitosamente sui loro passi, nonostante essa formazione debba alla distruzione del residuo tessuto sociale pratese, voluta e sistematicamente perseguita da tutti in nome del tornaconto, gli ultimi successi elettorali a livello locale. E' intressante notare che "l'identità di una città" come Siena, sbrigativamente condensata dagli "occidentalisti" nella tradizione inventata del palio che vi si svolge due volte l'anno, è stata considerata minacciata fino a ieri proprio dall'islàmme. Sul palio del due luglio 2010 dipinto dall'architetto Ali Hassoun, e sulle forsennate reazioni "occidentaliste" in proposito, abbiamo già avuto modo di soffermarci.

“Come è giusto che in Italia ci siano luoghi di culto per i musulmani, sarebbe altrettanto giusto che nei paesi di fede islamica i fedeli di altre religioni, come per esempio i cattolici, possano avere a disposizione uno spazio dove poter pregare. Possiamo essere noi a dare il buon esempio, nella speranza che poi venga seguito anche dai paesi islamici”

La crestomazia di pochezze che precede le righe qui sopra avrebbe già costituito di per sé un'ulteriore ed ennesima testimonianza della profondissima incompetenza che caratterizza pressoché per intero l'elettorato passivo "occidentalista", le cui fortune elettorali continuano a dipendere dal clima monolitico di terrore instaurato da anni dalla loro propaganda e dalla perenne individuazione di nemici esterni contro cui dirigere le paure di sudditi altrimenti tentati dall'andare a chieder loro conto di anni di un declino economico, culturale, sociale ed etico palpabile e forse irreversibile. Un declino di cui gli "occidentalisti" più involuti e consapevoli del proprio ruolo non cessano di bearsi come di una conquista della civiltà, avallandone a getto continuo le manifestazioni più abiette.
Locchi e Pieri non fanno torto alla loro incompetenza, almeno questo va loro riconosciuto: eccoli considerare "i paesi di fede islamica" come un monolitico hic sunt leones che corrisponde sicuramente al ritratto di un nemico metafisicamente malvagio indispensabile alla loro propaganda ed alle loro miserabili fortune elettorali, ma che è ovviamente privo di qualunque rapporto con una realtà pressoché opposta. Una realtà sulla quale non intendiamo ritornare per non abusare della pazienza e della competenza dei nostri lettori.

Il timore "occidentalista" dell'Islam nasce in realtà da motivi di tutt'altro genere, tra i quali potremmo identificare, in un'elencazione sicuramente incompleta e senza alcuna pretesa di approfondimento, quelli che seguono.
Le istanze di giustizia sociale che alcune correnti del pensiero islamico, sopratttutto quelle legate allo sciismo duodecimano interpretato in senso non quietista, intendono perseguire sono veleno puro per gente che dell'ingiustizia sociale e della morale da campo di sterminio che vi sovrintende ("mangia il tuo pane, e se puoi anche quello del tuo vicino") ha fatto una specie di dogma.
In secondo luogo, è interessante un esame anche rapido delle differenze che esistono tra la comunicazione politica "occidentalista" e quella delle organizzazioni sociali e statali che essa identifica con il Male metafisico. Mentre gli "occidentalisti" affidano tutto ad una continua narrazione da società dello spettacolo che magnifica le tresche, gli sprechi da vomito, gli sciali e la prevaricazione sistematica e quotidiana dei propri rappresentanti politici, la comunicazione politica della Repubblica Islamica dell'Iran presenta i successi dell'intero paese nei campi della tecnologia, della prosperità sociale, della cultura e della lotta al colonialismo. Gli organi di "governo" controllati dagli "occidentalisti" rigurgitano di scarti, guitti, buoni a nulla e femmine da trivio laddove in Iran si impone, almeno in linea di principio, che l'elettorato passivo sia scelto per la propria competenza e per la propria adesione ai principi fondanti della Repubblica Islamica.
La comunicazione politica indica dunque come condivisibili due differenti sistemi di valori: dalla parte "occidentalista" quelli legati all'ostentazione di consumi sempre più insultanti e di comportamenti sempre più ebeti, triviali, repellenti e distruttivi; quella della Repubblica Islamica quelli legati alla competenza, al lavoro ed allo studio.
In terzo luogo, l'Islam è temuto anche -e forse soprattutto- per la morigeratezza di costumi richiesta ai credenti. In una "civiltà dei consumi" peraltro arrivata al parossismo da molti anni in cui gli "occidentalisti" identificano l'unico sistema di vita degno di esistere (per tutti gli altri ci sono le "esportazioni di democrazia" e le bombe intelligenti) un principio simile è inammissibile, e forse il più autenticamente rivoluzionario di tutti.
Queste sono soltanto alcune delle motivazioni per cui auspichiamo, e non da oggi, che a Firenze sorga una moschea degna della città. Il nostro auspicio è che venga realizzata con fondi pubblici esplicitamente distolti dalle spese per la sihurezza e per la lotta a i' ddegrado, dalle spese militari e da quelle per la gendarmeria e che venga realizzata in pieno centro, magari abbattendo i brutti edifici che stanno sul lato orientale di Piazza Ghiberti e dentro i quali si svolgono quotidianamente attività autenticamente minatorie della pace e della giustizia. Il modello architettonico da noi prospettato lo scorso anno, quello della Behram paşa di Diyarbakir, resta più valido che mai.

12 agosto 2010

06 agosto 2010

Il "Giornale della Toscana" e Pietro Badoglio



«Fini? È come Badoglio»

Bianconi, vicecapogruppo del Pdl alla Camera, attacca il fondatore del Fli: «Ha tradito il mandato elettorale, ma in Toscana l’unità del partito resiste»
Con l’uscita di Fini l’attuale legislatura è arrivata a una svolta. Maurizio Bianconi, vicecapogruppo del Pdl alla Camera, però avverte il presidente di Montecitorio: «È come Badoglio, ha tradito il mandato elettorale. Per questo dovrebbe dimettersi, lui e tutti i parlamentari che lo hanno seguito».


Maurizio Bianconi dovrebbe essere un avvocato di Arezzo. Eppure non è necessaria alcuna formazione universitaria per prendere un qualsiasi manuale di storia ed apprendere che Pietro Badoglio da Grazzano tutto fece meno che tradire un mandato elettorale.
Gli era materialmente impossibile dal momento che nessuno lo aveva eletto.
In compenso, ostentò equidistanza, nicchiò, tramò e titubò per quaranta giorni con i costruttivi risultati a tutti noti. Intanto che il peggio scopertamente si preparava, Pietro Badoglio non trovò di meglio che dichiarare che "la guerra continua e l'Italia resta fedele alla parola data [...] chiunque turbi l'ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito". Privilegi, scranni e prebende distribuite come prima, ai mustad'afin piombo.
E' molto strano che un politico "occidentalista" consideri Badoglio come un esempio da non imitare: la sua condotta fu perfettamente rappresentativa degli interessi e del modus agendi dell'"occidentalista" tipico.

03 agosto 2010

Monte Melkonian, studioso e combattente



Monte Melkonian nacque nel 1957 in California, nella contea di Fresno; i genitori erano entrambi armeni. I nonni provenivano dall'Anatolia ed erano emigrati tra il 1883 ed il 1913; uno di essi, a meno di trent'anni, era già stato arrestato tre volte dai turchi perché membro di quella che era solito chiamare "una società segreta rivoluzionaria".
Nel 1969, con la famiglia, Monte fece un lungo viaggio in Europa il cui culmine fu una permanenza a Merzifon, la cittdina natale della nonna materna nei pressi di Amasya. Nel corso degli anni Melkonian fece spesso riferimento a questa esperienza considerandola come il punto di partenza per la riscoperta delle proprie origini. La passione per i viaggi e per lo studio occupò la sua prima giovinezza. A quindici anni trascorse un anno a studiare in Giappone; l'anno successivo visitò il Viet Nam. Negli anni Ottanta la sua padronanza del giapponese era tale da permettergli di fare da interprete nelle conferenze; nel 1992 considerava ancora la lotta di liberazione vietnamita come un esempio importante per i combattenti dell'Artchak.
Al ritorno negli Stati Uniti si diplomò, e tre anni dopo si laureò a Berkeley in archeologia e storia dell'Asia antica, con una tesi sul taglio della roccia nelle tombe reali urartee.
Nel 1978 insegnò inglese in Iran, dove contribuì ad organizzare scioperi tra gli insegnanti; dopo aver visitato il Kurdistan iraniano, mentre in Iran la rivoluzione si radicava, si spostò a Beirut dove partecipò alla difesa del quartiere armeno della città dagli attacchi falangisti. Venuto rapidamente in contatto con i combattenti marxisti dell'ASALA, l'Esercito Rivoluzionario per la Liberazione dell'Armenia, ne fece parte per tre anni. Catturato in Francia nel 1981 con un falso passaporto cipriota, venne rilasciato e rimandato in Libano dopo che ASALA ebbe fatto esplodere varie bombe a Parigi reclamando la sua liberazione.
La sanguinosa implosione di ASALA, nel 1983, costrinse Monte Melkonian a vivere clandestinamente per anni, fin quando non riuscì a passare di nuovo in Francia dove venne arrestato ancora, nel 1985, per possesso di documenti falsi e porto abusivo di arma. Dopo il rilascio, nel 1989, raggiunse lo Yemen del Sud dove si riunì a Seta Kbranian, sua compagna da oltre dieci anni. Intanto che il blocco sovietico si disgregava, Melkonian trascorse circa un anno di vita errabonda in Europa orientale, fin quando non raggiunse l'Armenia ancora sovietica, nell'ottobre 1990. Qui lavorò per qualche mese approfondendo il tema della propria tesi di laurea; divennne membro dell'accademia armena di scienze e si sposò a Gheghard nell'agosto 1991.
Nel corso degli anni, tra studi regolari, contatti con persone della più diversa origine e impegno di autodidatta, oltre all'inglese e al giapponese aveva acquisito una buona padronanza della lingua armena, del castigliano e del francese; parlava in modo accettabile l'arabo ed il turco, oltre ad un po' di farsi e di curdo. Al momento della sua morte, tra le sue cose fu trovata una copia logorata dall'uso dell'arte della guerra di Sun Tzu.
Nel 1991 ebbe a scrivere che pensava che gli armeni fossero in preda ad una grande confusione. Mentre il loro paese si dibatteva in problemi politici, economici ed ambientali che lo avrebbero attanagliato per decenni, le nuove forse politiche emerse a seguito della dissoluzione dell'Unione Sovietica stavano portando l'Armenia su un percorso che secondo Melkonian non avrebbe fatto altro che peggiorare i già gravi problemi presenti. A Yerevan si respirava infatti un'atmosfera in cui ad un nazionalismo esasperato si mescolavano illusiorie aspettative nei confronti dell'"Occidente". Monte Melkonian concentrò la sua attenzione sull'Artchak, asserendo che la sua perdita, con la deportazione della popolazione armena, avrebbe significato l'irrompere delle forze azere nello Zangezur ed un pericolo mortale per l'esistenza stessa dell'Armenia come territorio abitato da persone in grado di autodeterminare il proprio destino.
Nel settembre del 1991 Monte Melkonian partì per il nord dell'Artchak e combatté per tre mesi prendendo parte alla liberazione di tre villaggi.
Nel febbraio del 1992 divenne comandante nella regione di Martuni; con tre-quattrocento uomini, armati con materiali catturati alle forze azere, il comandante Avo riuscì a sottrarre la zona dal raggio di azione dell'artiglieria e dei missili nemici.
Nel 1993 Melkonian contribuì alla pianificazione della strategia che portò alla cattura della regione di Kalbajar, la striscia di territorio azero che separava l'Artchak dalla repubblica di Armenia. A tutt'oggi il Kalbajar è controllato dalle forze armene dell'Artchak.
Durante i primi mesi in cui prese parte ai combattimenti, Monte Melkonian ebbe una cattiva impressione dei fedayi armeni, dovuta alla loro scarsa preparazione, all'atteggiamento ed alle monture fasciste frequentemente ostentate, alla loro tendenza ad accanirsi sulla popolazione civile e sui prigionieri catturati. Quando divenne comandante a Martuni fece in modo che i fedayi non finissero, per quanto possibile, in prima linea. Animato da un forte realismo prima ed ancora che dalla propria esperienza di combattente marxista, si comportò spesso in modo diametralmente opposto a quello corrente, usando i (pochi) blindati e le forze a disposizione per allontanare i civili azeri dalle zone di combattimento.
Esiste una certa aneddotica che lo riguarda, e che fa riferimento essenzialmente ai mesi che Melkonian trascorse come comandante militare a Martuni. Melkonian non ebbe mai atteggiamenti spavaldi armi alla mano, non fumava, manteneva un linguaggio corretto, non beveva mai alcolici quando era in uniforme ed era altrettanto parco nel mangiare. Questi ultimi sono elementi da non considerare scontati in un contesto in cui l'ostentato consumo di alcool e di carne di maiale poteva servire alla polarizzazione delle posizioni ed al rafforzamento dell'identità dei combattenti. Melkonian aiutava di tasca propria chiunque ne avesse bisogno e tenne sempre a vivere nelle stesse condizioni in cui vivevano i combattenti che gli erano stati affidati. Martuni è una regione vinicola e Melkonian impose a chi contrabbandava vino verso Stepanakert di contribuire alla difesa stessa del territorio fornendo carburante o munizioni ai combattenti. Pare che due settimane prima di morire fosse incorso nelle ire della criminalità organizzata per aver incendiato un campo intero di canapa indiana.
A Martuni Melkonian contribuì anche a rimettere in piedi una panetteria cooperativa, scuole elementari ed ospedali; morì mentre stava lavorando alla realizzazione di una cooperativa di tessitori di tappeti. In un contesto che definire patriarcale è perfino riduttivo, Melkonian scoraggiò apertamente la discriminazione delle donne lavorando insieme alla moglie ogni volta che questo era possibile e considerando le ausiliarie delle comunicazioni e della sussistenza come combattenti a tutti gli effetti.
Un giorno di giugno del 1993, dopo una battaglia vinta contro delle postazioni di artiglieria, Monte fu informato via radio della cattura di un T72. Un colpo di fortuna non da poco per una formazione armata che viveva praticamente di armamenti presi al nemico. Melkonian decise di ispezionare subito il carro armato, insieme a cinque commilitoni. Lungo la strada vicino al villaggio di Merzuli la sua jeep si imbatté in un BMP senza contrassegni, i cui occupanti risultarono essere azeri. Una scheggia uccise Melkonian mentre rispondeva al fuoco.
Il 19 giugno Melkonian venne sepolto nel cimitero militare di Yeraphur ad Erevan. Davanti alla sua bara sfilarono in quindicimila.

Il materiale per questo scritto viene dalla pagina dell'edizione inglese di Wikipedia, la cui principale fonte risulta essere una biografia scritta dal fratello Markar Melkonian, e da The Right to struggle - La forza di combattere, antologia di scritti di e su Monte Melkonian tradotti da Garagin Gregorian per Editziones de su Arkiviu-bibrioteka "T. Serra" nel 2004.
Il sito del Monte Melkonian Fund presenta tra l'altro una galleria fotografica, dalla quale proviene l'immagine su riportata.

02 agosto 2010

Isaac Newton a Firenze



La fisica classica contempla l'esistenza di un terzo principio della dinamica, desunto dal Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Isaac Newton.
Nella forma corrente di enunciato, il principio afferma che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
Nulla di strano, quindi, che il piccolo darsi da fare di qualcuno che ha riempito il quartiere di Gavinana di croci celtiche e di attestazioni di stima per una mangiatoia "occidentalista" attualmente pressoché virtuale causa sfratto sia stato seguito a ruota dall'opera di qualcun altro, che ha assolto al dovere civico di rimettere le cose al loro posto. Mostrando tra l'altro di avere le idee molto chiare in merito a dove vadano cercati i primi responsabili d'insihurézzeddegràdo.

01 agosto 2010

Luglio 2010: l'Iraq democratico è prospero e stabile



Nell'aprile del 2003 il presidente amriki George Diabolus Bush scagliò la macchina bellica più potente e costosa del mondo contro un paese in ginocchio.
I gazzettieri a libro paga statuirono che chi sollevava il minimo dubbio era un terrorista passibile e meritevole della stessa fine, ed ebbero in questo l'approvazione a tratti isterica di intere torme di omuncoli il più delle volte obesi anche mentalmente, accomunati da un'incompetenza e da un'autoconsapevolezza indegne di uno scarafaggio ma presentati -e probabilmente con ragione- come perfettamente rappresentativi della volontà popolare.
In altre parole, ad applaudire alle aggressioni e a decidere se affidare o meno responsabilità nucleari ad una pitbull con il rossetto c'era e c'è un corpo elettorale che in sei casi su dieci non sa trovare l'Iraq sulla cartina.
In una certa penisola dell'Europa meridionale, in cui bivacca un aggregato di assuntori di cocaina capaci solo di frequentare prostitute e mangiare spaghetti, al megafono si abbarbarono da un anno all'altro casi umani di vario ordine e sesso, imbrattacarte di repulsiva grassezza e altri avanzi di avanspettacolo. In questo non c'è nulla di strano; ognuno si fa rappresentare come crede sia meglio ed i sudditi di uno stato giustamente identificato con maccheroni e mandolini non potevano produrre di se stessi una rappresentazione mediatica più degna.
Il primo maggio dello stesso anno il presidente amriki George Diabolus Bush decise che la guerra era finita e vinta.
Nel luglio del 2010 la visibilità mediatica dell'Iraq aggredito è ridotta ai trafiletti come quello qui riportato.
Anni di menzogne demoliti in quattro righe.
Della torma di servi cui si è fatto cenno, non ce n'è stato uno che abbia avuto la decenza non diciamo di attaccarsi ad una trave, ma per lo meno di cambiare mestiere.

Iraq: luglio il mese più sanguinoso dal 2008, 535 morti

L'Iraq esce dal cono d'ombra in cui era calato: con 535 morti luglio e' stato il mese piu' sanguinoso dal 2008. E' quanto emerge da un bilancio fornito dai ministeri iracheni della Sanita', della Difesa e dell'Interno secondo cui tra le vittime si contano 396 civili. Le cifre fornite mostrano una netta recrudescenza della violenza nel Paese, che, a cinque mesi dalle elezioni, non ha ancora un governo
[repubblica.it].