03 novembre 2026

La povertà del 2026: inclusiva e alla moda

Azzera gli sprechi!
Sai che puoi provare gustose ricette a base di bucce, gambi e foglie?
Delicati cupcake a base di bucce di frutta e torsoli
Scarti essiccati per un saporito soffritto
Creme spalmabili a base di foglie e gambi di verdure
Lastra a Signa (Firenze), ottobre 2026. Queste scritte sono in un centro commerciale, non nella sede di una di quelle organizzazioni caritatevoli con cui gli stessi centri commerciali ostentano di intrattenere una qualche relazione ripulitrice. Nel mondo contemporaneo iniziative come questa sono parte insostituibile di una narrazione corrente che chi non ama il consumismo e ne disprezza i cantori può anche assecondare, perché dice moltissime cose interessanti sull'attuale stato di cose senza che ci sia bisogno di laboriose ricerche. Pur di esorcizzare crepe sempre meno controllabili e di non lasciare spazi agibili a qualche problematica disconferma, la narrazione ha adottato i temi di un irritante poverty chic e assolve comunque a una delle proprie funzioni di base che è quella di consentire ai meglio allineati di guardare con commiserazione qualcun altro. Il pubblico chiamato a distinguere con alterigia e sussiego un Blanc de Blancs da un Rosé d'assemblage non fa più massa critica? Non importa: si può benissimo rifarsela con chi ignora cosa sia un cupcake. Per non perdere troppi agganci col reale e soprattutto col potere d'acquisto di chi frequenta i centri commerciali, si è soprattutto pensato bene di riprendere contenuti che rimandano a un periodo storico e a
una realtà sociale che già considerava il vitto una conquista difficile e la voracità una colpa. Fino alle soglie della borghesia medioalta la virtù di una sposa non era nella capacità di saper cucinare bene, ma di farlo con poco o pochissimo. Ai bambini si insegnava il potere nutritivo dei torsoli. Agli impiegati le riviste aziendali raccomandavano: "Poca carne sempre: essa costa molto e vale modestamente per le necessità del corpo. Ottanta, cento grammi di carne al giorno sono più che sufficienti. E sempre si ricordi che latte e cacio costutiscono un cibo che è più carne della stessa carne, e se questo principio fosse bene radicato avremmo finito di considerare il cacio come un complemento dell'alimentazione, mentre questo derivato del latte ha tutti i diritti di essere considerato come un elemento basale superiore per molti lati alla carne". Correvano suggerimenti dettagliati più rivelatori delle statistiche: "Perché una facile valutazione sia offerta a tutti basta ricordare che una alimentazione che fornisca al mattino cc. 250 di latte con poco zucchero e un piccolo pane, a mezzodì 70-80 grammi di cacio con un pane di medio formato e poco più di duecento grammi di frutta, e alla sera una buona minestra con 75-90 grammi di riso, un poco di condimento, un po' (60 grammi) di carne e di ortaggi, poca frutta e un paio di pagnottelle comuni coll'aggiunta di un bicchiere di vino è sempre tale da fornire oltre 2600 calorie. Il che, nella massima parte dei casi, è sufficiente per le necessità organiche individuali". Chi si adeguava forzatamente a questi menu di certo non aveva modo di comprare i giornali che li pubblicavano; chi li leggeva tentava di prenderne le distanze misurandole con la propria posizione sociale, ma la qualità della cucina aveva sempre il sopravvento sui contenuti calorici.
In questo campo "l'interprete somma del pensiero femminile piccoloborghese in epoca imperiale" sarebbe stato il medico pediatra Amalia Moretti Foggia, curatore di rubriche di economia domestica per "La Domenica del Corriere" con lo pseudonimo di Petronilla. I suoi ricettari, già destinati a un pubblico che anche in tempo di pace non aveva certo problemi di iperalimentazione, dopo il 1940 avrebbero assecondato le necessità del momento.
Il passato di bucce e il "sugo finto" senza carne erano i primi esperimenti di una cucina piccoloborghese che si allenava a ingannare l'appetito con la manipolazione, a sostituire la sostanza con la forma. La crescita dei prezzi alla vigilia degli anni Quaranta, le restrizioni belliche e poi la fame nera porteranno questa tendenza a conseguenze paradossali. Verrà un giorno in cui la stessa Petronilla, senza mutar di tono e sempre usando iperboli come "ultrasopraffino" e "ultrasciccoso" suggerirà alle padrone di casa la sua "cucina senza": zuppa senza pasta, marmellata senza zucchero, insalata senza olio, fagiolini senza fagiolini, spinaci senza spinaci. Tema originale per speculazioni intellettuali. "Il lettore malizioso", commenta infatti il semiologo Piero Ricci, "potrà costruire con questi titoli una paradossale enumerazione che, se da una parte rimanda all'ingegnosità con cui ogni giorno in cucina si affronta la difficoltà del vivere e il gusto del sopravvivere, dall'altra, letta a distanza di tempo e senza tener conto del referente, produce l'ordito di una filastrocca di parole ridotte alla pura essenza fonica, a una gustabile materialità che offre la speranza di lenire i morsi della fame".
I paragrafi citati sono in Gian Franco Venè, "Mille lire al mese: la vita quotidiana della famiglia nell'Italia fascista", Milano 1988.