01 novembre 2018

Alastair Crooke - A cosa porteranno la guerra finanziaria asimmetrica e le radicali pressioni degli USA?



Traduzione da Strategic Culture, 28 agosto 2018.


A quanto pare la leadership cinese è arrivata alla conclusione che l'amministrazione Trump è decisa a ricorrere a tutte le armi del proprio arsenale di pressione finanziaria per azzoppare una Cina considerata come una rivale e per rinvivire il proprio dominio mondiale. Xi sembra aver previsto una lunga guerra di posizione per il prossimo futuro: una guerra che si combatterà sul piano geopolitico (nelle schermaglie sul Mar Cinese meridionale, sulla Corea del Nord, su Taiwan e sulla politica cinese per le infrastrutture continentali) quanto sul piano economico. Se le cose stanno così, c'è il rischio concreto che le schermaglie diventino spontaneamente uno scontro militare, limitato e contenuto oppure no.
Nella sostanza, Xi ha ragione. Fino a poco tempo fa Washington concordava con l'assunto culturale occidentale sul progredire lineare della storia: questo significa che l'introduzione di un'economia basata sul libero mercato e di spirito occidentale avvenuta all'epoca di Deng Xiaoping costituiva parte di un inevitabile incamminarsi della Cina sulla via di libertà politiche ed economiche sempre più ampie. I cinesi, insomma, sarebbero diventati "come noi".
Poi a Washington DC sono arrivati al limite, e hanno deviato sul percorso di un modo molto diverso di intendere le cose. Questo perché le riforme economiche di stampo liberale introdotte in Cina sono state tutte tese a ripristinare l'antica supremazia eeconomica mondiale e l'antica potenza cinese, e non a "conferire maggior potere all'individuo" secondo il modo occidentale di pensare. In questo contesto, rimanere ossequiente e conforme all'ordine globale ha per la Cina un senso fintanto che così facendo resta sul percorso giusto per diventare la prima potenza mondiale nel 2049, in tempo per i cento anni del Partito Comunista Cinese.
Come succede in tutte le tardive conversioni sulla via di Damasco, le élite responsabili della politica estera statunitense si sono trasformate in ferventi propagandisti della litania sulla minaccia costituita dalla Cina. Sorge allora una domanda: che senso ha ormai per la Cina proseguire nella sua istintiva politica di evitare il confronto con gli USA, specie quando è risaputo che Trump mantiene alta la pressione senza mai arrendersi e raddoppiando continuamente la posta? Come può la Cina mantenere la propria posizione quietista se Trump mette pressione nel Mar Cinese meridionale o in Corea del Nord, o se decide di fare sua Taiwam come bandiera della democrazia? Xi non può.
Da parte sua, la Russia ha davanti un Presidente degli USA arroccato sulla difensiva: da sempre assertore delle buone relazioni con la Russia, si è trovato costretto a rinverdire le sue credenziali antirusse a causa della perdurante vulnerabilità all'atmosfera isterica del Russiagate, al punto che sta diventando più realista del re -più intransigente verso i russi di quanto non lo siano i russofobi veri e propri- e più neoconservatore dei neoconservatori. Con tornate di sanzioni contro la Russia già in calendario al Congresso -dove il Presidente degli USA ha capacità di intervento davvero minima per limitarne la concretizzazione- i russi si devono preparare a un lungo periodo di frizioni sul piano economico. La crisi ameriKKKana è talmente profonda che il Presidente Putin, proprio come chiunque altro, non può immaginarsi cosa ne potrebbe venir fuori.
Più o meno lo stesso vale per l'Europa, l'Iran, la Turchia, il Pakistan e il Venezuela. Sarà un periodo in cui gli USA si serviranno dell'intero arsenale di strumenti di pressione ai loro ordini per ripristinare la supremazia mondiale statunitense e per allineare tutti quanti alla loro agenda. Trump sta alzando il livello dello scontro, con l'apparente intenzione di ottenere per novembre la prima resa, o la prima faglia politica in cui fare leva. E se questo non dovesse succedere?
Il "mercato", con poche eccezioni, considera la prospettiva di una vittoria dell'AmeriKKKa nella guerra commerciale come cosa sicura. Gli USA sono il mercato di consumo più importante ed esserne allontanati con le brutte lede gli interessi dei partner commerciali degli USA; questo significa che i dazi che gli altri imporranno per rappresaglia non colpiranno gli esportatori statunitensi nella stessa misura. Nella maggior parte dei casi gli USA esportano meno verso l'estero.
Un paese come la Cina esporta negli USA merci per un valore almeno doppio rispetto a quelle che importa; gli Stati Uniti, nell'ottica della Casa Bianca, hanno in questo caso il coltello dalla parte del manico perché le possibilità di imporre dazi da parte degli USA sono il doppio rispetto a quelle cinesi. Inoltre gli Stati Uniti si avvalgono dell'egemonia del loro dollaro per la guerra valutaria; creano un dollaro artificialmente forte che indebolisce i mercati emergenti e al tempo stesso danneggia la loro possibilità di fare pressioni, in quanto il loro debito e gli interessi da pagare, che sono denominati in dollari statunitensi, diventano eccessivamente alti in rapporto alle loro valute.
Questa concezione del mercato inteso come guerra commerciale rispecchia in qualche modo lo spirito militare ameriKKKano. Gli Stati Uniti dispongono di gran lunga dell'apparato militare più grande; possono far fuori chiunque ad eccezione della Russia, di conseguenza si dà per scontato che chiunque sfidi gli Stati Uniti sia destinato a perdere. Gli Stati Uniti dunque possono iniziare una guerra -ed effettivamente lo fanno- facendo sfoggio di una navigata capacità di distruzione che prende a bastonate qualunque avversario. A quel punto però come proseguire? Sembra che l'apparato militare statunitense non disponga di alcuna risposta sul conto delle fasi successive: si impantana e si ritrova perdente a fronte di rappresaglie asimmetriche. La sua unica risposta sono le guerre a durata indefinita.
Alastair Macleod del Mises Institute pensa che sia sbagliato tenere un approccio tanto ottimista nei confronti del mercato.
Le considerazioni secondo cui la Cina si trova nei guai a causa dei dazi e che è indebolita da un dollaro forte sono prive di fondamento. Questo è un campo in cui domina la geopolitica. Gli occasionali successi degli Stati Uniti in attacchi contro il rublo e contro lo yuan non sono altro che effimere vittorie di Pirro. Gli Stati Uniti non stanno affatto vincendo la loro guerra valutaria contro la Cina e contro la Russia. La Cina non sta affatto rinunciando al suo obiettivo strategico di diventare, alleandosi con la Russia, la superpotenza del continente euroasiatico al di là della portata dell'egemonia statunitense.
La Russia e la Cina stanno giocando e stanno vincendo per il lungo periodo. Entrambe stanno sondando Washington, e continueranno a farlo fino a novembre, per vedere se, per dirla con le parole del portavoce di Putin, esiste "un qualche terreno comune, per cercare di capire se sia possibile trovarne uno e se la controparte ha l'intenzione di farlo." Anche Pechino sta cercando di appurare se Trump sia intenzionato ad arrivare a un compromesso di un qualche genere sugli accordi commerciali con la Repubblica popolare che gli permetta di salvare la faccia in considerazione delle elezioni di metà mandato di novembre, oppure no. Questo tentare di capire che aria tira non va considerato una prova di debolezza e neppure un segno di prossima capitolazione. Russia e Cina stanno semplicemente comportandosi secondo prassi diligente prima che gli eventi li costringano ad alzare il livello dello scontro e ad arrivare ad un punto in cui i rischi saranno più gravi.
Quello che si nota meno -perché non è cosa che si presti ad evidenze rumorose- è il fatto che i preparativi per questa prossima fase da qualche tempo a questa parte vengono messi in atto in misura sempre maggiore. Magari si tratta di piccoli passi, ma si tratta pur sempre di cose di grande significato perché le piattaforme necessarie a contrastare il bullismo finanziario statunitense vengono poste in opera a ritmi accelerati, soprattutto da quando Trump ha iniziato a sanzionare un il mondo intero.
La prima cosa da prendere in considerazione il vecchio adagio per cui ogni crisi rappresenta anche una opportunità. Le spacconate di Trump e le sanzioni contro tutto e tutti stanno provocando una risposta forte. Quando l'AmeriKKKa sanziona tutti, Cina e Russia hanno facilmente campo libero per spingere altri paesi verso l'abbandono del dollaro come valuta commerciale e verso l'adozione delle monete locali. E questo è proprio quello che sta succedendo. Nel mercato del greggio è quasi cosa fatta. L'arrivo dello Shanghai Futures Exchange ha simbolicamente segnato l'inizio della fine del mondo uscito da Bretton Woods, ed è verosimile che gli stati del Golfo si arrendano per forza di cose all'inevitabile.
I mercati vedono la vendita del debito pubblico statunitense (i buoni del tesoro USA) da parte della banca centrale della Repubblica Popolare Cinese come una spada di Damocle che la Cina tiene sul capo degli Stati Uniti; al tempo stesso però i mercati credono che la Cina non farà mai una cosa del genere perché abbasserebbe il valore del suo patrimonio. Sarebbe un gesto contrario agli interessi cinesi. Non ci si chiede mai, comunque, perché la Cina dovrebbe detenere titoli del genere, se gli Stati Uniti le impediscono di usare i dollari che possiede per acquistare titoli nominati in dollari.
La Cina è sempre stata attenta a non turbare i mercati; questo è un fatto. Può anche essere però, che i mercati non stiano correttamente interpretando la strategia cinese. Ci si potrebbe aspettare che l'unica risorsa della Cina sia quella di vendere i buoni del Tesoro statunitensi, come la Russia ha appena fatto. Come sempre però, questa sarebbe da parte dei mercati una considerazione di breve respiro sul conto delle possibilità di quel paese. La Cina invece sta tenendo presente una prospettiva di lungo periodo. Si ricordi cosa disse nel 2016 il maggiore generale Qiau Liang: "gli Stati Uniti hanno bisogno di un forte ritorno di capitali per sostenere la vita quotidiana degli ameriKKKani e per sostenere l'economia statunitense. Date le circostanze, [qualsiasi paese che] blocchi il ritorno di capitali negli Stati Uniti diventa nemico degli Stati Uniti. Si tratta di una cosa che dobbiamo capire molto bene... Per arginare efficacemente gli Stati Uniti gli altri paesi devono pensare di più a come interrompere il flusso di capitali alla volta degli Stati Uniti, quando formulano i loro piani strategici."
Quello che la Cina può fare e che sta effettivamente facendo con i titoli denominati in dollari è quello di utilizzarli in un'altra maniera rilevante. La Cina non li sta vendendo ma li sta usando, senza tanto chiasso, per sostenere i propri alleati fondamentali le cui valute periodicamente soffrono delle campagne di vendita orchestrate da Wall Street. Questo significa che la Cina sta silenziosamente sostenendo la Turchia e l'Iran, nel caso dell'Iran più che altro acquistandone il greggio. La Cina quindi sta silenziosamente mandando all'aria e indebolendo quel dollaro forte con cui Trump intenderebbe mettere all'angolo la Turchia e l'Iran. Si tratta di guerra finanziaria asimmetrica sul lungo periodo.
L'Iran, la Turchia e anche il Pakistan sono snodi fondamentali delle iniziative infrastrutturali cinesi; cosa ancora più importante, hanno un ruolo strategico significativo per la sicurezza nazionale della Cina. In Cina si nutre molta preoccupazione per i musulmani di stirpe turca, gli uiguri dello Xinjang, migliaia dei quali hanno già combattuto come jihadisti in Siria. La Cina non vuole che questi combattenti tornino in patria, né vuole che i musulmani si radicalizzino in Cina o nei paesi ai suoi confini occidentali.
In questo processo di radicalizzazione il Presidente Erdogan ha avuto un ruolo importante. I cinesi vogliono che smetta di stuzzicare le popolazioni etnicamente turche che vivono in Cina e nei paesi confinanti; in cambio la Cina si impegna a sostenere la lira turca. L'economia cinese sarebbe vulnerabile anche al blocco statunitense dello stretto di Malacca; per tamponare questo punto debole la Cina ha bisogno del Pakistan e del corridoio che arriva al porto di Gwadar. E l'Iran è assolutamente fondamentale per la sicurezza nazionale sia della Cina che della Russia.
Cina e Russia stanno silenziosamente realizzando una zona economica che attraversa l'Asia centrale e che non dipende dal dollaro, è equipaggiata per passare da una valuta all'altra ed è sostenuta dal credito, in opposizione ai tentativi ameriKKKani di mandarla in frantumi. La Russia, che ha già sganciato in ampia misura la propria economia dal dollaro, ha la specifica funzione di assicurarsi che l'Europa non cessi di essere un mercato per le merci cinesi a causa dell'imperversare di Trump, e che il proposito di Trump di riconquistare il predominio nel campo dell'energia continui a restare un pio desiderio.
Considerati nel loro insieme dal punto di vista quantitativo, si tratta di piccole mosse; esse rappresentano tuttavia una riduzione nel ricorso al dollaro al di fuori della sfera interna agli stati uniti qualitativamente significativa. L'ampiezza dell'area del dollaro al di fuori del territorio statunitense sta perdendo pezzi. L'importanza di un fatto come questo non dovrebbe essere trascurata: gli Stati Uniti possono contare sugli alti standard di vita che li caratterizzano perché possono acquistare beni a buon mercato e pagarli con dollari di carta che vanno ad aumentare il debito statunitense e che gli altri sono obbligati ad accettare perché commerciano ricorrendo alla valuta mondiale di riserva. Il livello di vita degli ameriKKKani è di fatto sostenuto dal resto del mondo.
Gli Stati Uniti possono permettersi di mantenere il proprio apparato militare soltanto perché, a differenza di qualsiasi altro paese, sforano il bilancio per sovvenzionare una forza di sproporzionata grandezza senza badare a spese; almeno fino ad oggi a colmare gli ammanchi di bilancio ci pensavano gli stranieri.
L'AmeriKKKa può permettersi di esercitare pressioni in campo finanziario proprio grazie al dollaro forte. Attenzione: non si tratta solo del risultato dei tassi mantenuti a livelli minimi dalla Fed; Trump ne è perfettamente consapevole: "Il denaro si sta riersando sul nostro amato DOLLARO come poche volte in passato," ha scritto Trump su Twitter il 16 agosto. E questo succede solo a causa della pressione finanziaria.
Con un dollaro forte le valute dei partner commerciali si deprezzano, mentre si impennano gli interessi e il valore dei capitali da essi dovuti. In questi casi il Fondo Monetario Internazionale li richiama all'ordine imponendo austerità e vendita del patrimonio nazionale. Il giochetto cui Russia e Cina intendono mettere fine è proprio questo. Russia e Cina hanno messo in piedi delle alternative alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale cui paesi come la Turchia possono ricorrere invece di doversi rassegnare a seguire le direttive del Fondo Monetario Internazionale.
Alasdair Mcleod nota la dicotomia che esiste fra la visione a breve termine di Trump e quella a lungo termine di Russia e Cina:
Al momento e probabilmente solo per i pochi mesi che mancano alle elezioni di metà mandato previste per novembre il Presidente Trump sta costringendo i suoi nemici a far fronte a difficoltà valutarie con le sue politiche commerciali aggressive che contemplano il ricorso alle sanzioni e l'utilizzo del dollaro come arma. Si tratta di un trucco che le varie amministrazioni statunitensi hanno usato per diverso tempo...
Le iniziative del Presidente Trump in campo commerciale... Stanno allontanando vari paesi dalla sfera di influenza degli Stati Uniti. Alla fine questo comportamento si rivelerà controproducente. Gli speculatori che contano sulla visione a breve termine di Trump e sulle politiche di normalizzazione della Fed al momento stanno facendo salire il valore del dollaro... Cosa che sembra destinata [nel più lungo periodo] a portare ad un suo crollo.
Il dollaro sta salendo solo grazie a considerazioni basate sul breve periodo e non è guidato dal nulla di più concreto della speculazione. Venuta meno questa, torneranno ad affermarsi le prospettive a lungo termine, che contemplano la crescita delle necessità di bilancio e i deficit commerciali... Oltre alla salita dei prezzi alimentata da una combinazione di precedente espansione monetaria e di tasse in più dovute ai dazi commerciali.
La prospettiva di lungo termine adottata da Russia e Cina può essere proprio questa oggi come oggi il dollaro forte e i timori in campo geopolitico stanno provocando una corsa al bene rifugio rappresentato dai titoli ameriKKKani facilmente smerciabili. La recente stima del fabbisogno statunitense ha incrementato il flusso di dollari rientranti grazie allo scudo fiscale previsto per il denaro liquido fatto rientrare dai conti esteri delle società. In questo momento gli Stati Uniti possono esercitare questa leva finanziaria e sembra che tutto vada bene: la borsa sale, gli agenti pensano che quella nella guerra commerciale sarà una vittoria facile e gli indicatori economici, a detta della Fed, "sono solidi".
Solo che Russia e Cina possono permettersi di attendere. I dollari che dall'estero "si riversano [in AmeriKKKa] come poche altre volte in precedenza" stanno sottraendo ossigeno, ovvero liquidità in dollari, un po' dappertutto. Finiranno presto per esaurirsi, o porteranno ad una contagiosa crisi del credito di cui l'Europa sarà verosimilmente la prima vittima e che sarà innescata proprio dal drenaggio di liquidità provocato per consentire a Trump di esercitare maggiore pressione.
A questo punto i rapporti di forza fra Stati uniti da una parte e Russia e Cina dall'altra si invertiranno e saranno queste ultime a poter fare pressione.

31 ottobre 2018

Alastair Crooke - I fondamenti metafisici dell'attuale angoscia globale



Traduzione da Strategic Culture, 20 agosto 2018.


In uno scritto dal titolo Lenin aggiornato James Jatras, ex diplomatico statunitense, pone un interrogativo molto pertinente. Per prima cosa racconta di come il Presidente Trump abbia incontrato il Presidente Putin e sembra aver fatto qualche progresso nell'alleviare le tensioni bilaterali. "Immediatamente si scatena il putiferio: Trump viene chiamato traditore. In senato arriva il maledetto atto sulle sanzioni, e Trump è costretto a mettersi sulla difensiva."
A quel punto il senatore Rand Paul si reca da Putin a Mosca, nota Jatras.  Paul porta una lettera del presidente degli USA, in cui si propongono moderati passi verso la distensione. Rand Paul incontra dei senatori russi e li invita a Washington per continuare i colloqui; "immediatamente si scatena il putiferio: Paul viene chiamato traditore. Il Dipartimento di Stato scopre che i russi sono colpevoli di aver fatto ricorso ad armi chimiche illegali (nel Regno Unito)... ed impone delle sanzioni. Trump è costretto a mettersi ancora di più sulla difensiva."
Chiaramente Trump è stato fin dal principio "percepito dai globalisti fautori dell'ordine neoliberista come un pericolo mortale per il sistema cui essi devono la propria ricchezza," osserva Jatras. Il grosso interrogativo che Jatras avanza in seguito a quanto accaduto è come può una tale isteria collettiva essersi sviluppata in un'ostilità talmente viscerale che parti dello establishment anglosassone si ritrovano pronte a intensificare l'ostilità verso la Russia fino al punto di rischiare un "conflitto [nucleare] catastrofico e inarginabile". Come mai la passione delle élite per la salvezza del globalismo è tanto forte da pretendere che esse rischino l'estinzione del genere umano? Jatras ipotizza che ci si trovi ad avere a che fare con impulsi psicologici oltremodo potenti.
Jatras risponde evocando lo spirito dell'epoca di Lenin, quel 1915 in cui egli considerò l'idea di una guerra civile interna alla Russia intesa come contraria alla Russia in quanto tale, contro la sua storia, la sua cultura, la sua relgione, il suo retaggio intellettuale e politico. Dieci milioni furono le vittime del repulisti; Lenin disse allora "Io sputo sulla Russia. [Il massacro non è che] una tappa che dobbiamo affrontare sulla strada che porta alla rivoluzione mondiale [ovvero, secodo la sua concezione di un comunismo universale]."
Nel suo libro Black Mass il professor John Gray nota che "il mondo in cui ci troviamo... è cosparso dei rottami di progetti utopistici che, seppure inquadrati in un contesto laico che negava verità alla religione, erano di fatto il veicolo di miti religiosi." Ispirati dall'umanesimo dei Lumi di Rousseau giacobini rivoluzionari scatenarono il Terrore come violenta rappresaglia per la repressione delle élite. I boscevichi trotzkisti massacrarono milioni di persone in nome di una rifondazione dell'umanità alla luce dell'empirismo scientifico; i nazisti fecero qualcosa di simile in nome del razzismo scientifico di stampo darwiniano.
Tutti questi progetti utopistici (e assassini) sono effettivamente il frutto di un tipo di pensiero meccanicistico, a binario unico, che si è evoluto in Europa nel corso dei secoli e che, almeno per il caso del pensatore europeo occidentale, ha generato l'imperturbabile sensazione di essere nel giusto.
Queste certezze, che si presumono frutto di empirismo e che sono ormai radicate nell'ego umano, hanno innescato il risveglio di nozioni apocalittiche che appartengono alla precedente concezione giudaico-cristiana: la storia sarebbe stata in qualche modo un percorso diretto a una qualche trasformazione della condizione umana, qualcosa di diretto ad una fine in cui tremenda sarebbe stata la punizione dei corrotti e in cui un mondo radicalmente nuovo e redento avrebbe atteso gli eletti. Nel mondo di oggi, essa non è mossa da un atto divino, ma "organizzata" dai Lumi umani.
La redenzione del mondo dalla suo stato di corruttela doveva essere portata in essere tramite i principi illuministici della razionalità e della scienza. Ci si aspettava che un'era di pace avrebbe fatto seguito alla fine dei tempi.
Questi rivoluzionari millenaristi, esponenti del nuovo scientismo che speravano di imporre alla storia uno squassante punto di discontinuità in cui il corpo politico sarebbe stato purgato dei difetti della società umana, non erano in ultima analisi altro che alfieri laici del mito apocalittico ebraico e cristiano.
Il mito millenarista ameriKKKano, allora come oggi, aveva -ed ha- le proprie radici nella fervida convinzione che gli USA abbiano un destino manifesto, una "nuova Gerusalemme", che rappresenta la migliore speranza dell'umanità per un futuro utopistico. La credenza in un destino speciale si riflette nella convinzione che gli USA debbano guidare, o meglio, che abbiano il dovere di costringere, l'umanità sulla via che porta al futuro.
Si potrebbe eccepire che l'originario umanesimo illuminista, ricco di "buoni propositi", non ha alcun rapporto col giacobinismo o con il bolscevismo trotzkista. In pratica però le somiglianze sono sostanziali: sono tutte varianti laiche di un utopistico percorso di redenzione di un'umanità imperfetta. Una cerca di redimere l'umanità attraverso la distruzione rivoluzionaria dei settori sociali irredimibili. L'altra colloca le radici della redenzione in un processo teleologico di fusione delle identità culturali e cerca anche di indebolire il senso di appartenenza che deriva dai legami di sangue e dal territorio, in modo da creare una tabula rasa su cui possa fondarsi una nuova identità cosmopolita, omogeneizzata e non nazionale, che sarà sia pacifica che democratica.
L'obiettivo è rappresentato da una società globale cosmopolita liberata dalle pastoie della religione, della cultura nazionale, della comunità, del genere e della classe sociale. La tolleranza un tempo ritenuta componente essenziale della libertà ha subìto una metamorfosi orwelliana da cui è riemersa con connotati opposti, come strumento di repressione. Qualsiasi leader nazionale che si schieri contro questo progetto, qualsiasi cultura nazionale contraria, qualsiasi orgoglio nazionale che sottolinei i progressi compiuti da un qualche paese in particolare costituiscono chiaramente un ostacolo per questa prospettiva universalistica, e devono essere distrutti. Insomma, i millenaristi di oggi possono anche rifuggire dalla ghigliottina, ma sono esplicitamente coercitivi, anche se in maniera diversa, nei confronti della progressiva "cattura" della narrativa e delle istituzioni statali.
Dunque, c'è in vista uno spazio globale che riconoscerà una sola umanità internazionale e globale. Un quadro molto simile a quello che volevano i trotzkisti.
Allora, com'è stato precisamente che la Russia e il signor Putin sono diventati l'antitesi di questo progetto utopistico, e hanno innescato tali isterici timori nelle élite globaliste?
Sono dell'idea che la cosa sia nata da una sempre crescente consapevolezza delle élite occidentali che tanto il monoteismo formale giudaico cristiano (e latino) che ha conferito all'Europa occidentale la propensione ad insistere sulla propria specificità e sul proprio itinerario lineare quanto l'ideologia millenaristica laica che lo accompagna sono entrambi in discussione e sono entrambi in declino.
Henry Kissinger afferma che l'Occidente (e dunque la NATO) sta sbagliando a "pensare che esista una sorta di evoluzione storica destinata a percorrere l'Eurasia, senza capire che da qualche parte in questo percorso essa si imbatterà in un'entità molto diversa da quella westphaliana [l'idea occidentale di stato liberaldemocratico orientato verso l'economia di mercato]." Ormai è ora di abbandonare "le vecchie pretese," sottolinea Kissinger, perché "ci troviamo in un'epoca molto, molto grave per tutto il mondo."
Non c'è dubbio che all'indebolirsi della religione rivelata e della sua controparte utopistica laica sia collegato il generale crollo delle certezze ottimistiche che fa capo all'idea di una concezione lineare del progresso, certezze in cui sono in molti -specie tra i giovani- a non credere più, a fronte del mondo reale.
Quello che davvero infastidisce le élite globalistiche è la tendenza contemporanea, manifestatasi soprattutto in Russia, verso un pluralismo che tiene conto in ciascun caso della cultura, della storia, della religiosità, dei legami di sangue e di lingua, e che vede in questo riappropriarsi dei valori tradizionali il modo per restituire sovranità a ciascun popolo. Il concetto russo di Eurasia contempla culture diverse autonome e sovrane; almeno implicitamente, rappresenta un rifiuto della teologia latina centrata sull'uguaglianza e dell'universalismo riduttivo al quale si arriverebbe tramite la redenzione.
L'idea invece è quella di un raggruppamento di nazioni, ciascuna delle quali guarda alla propria cultura e alla propria identità primordiale; questo significa che la Russia è russa secondo la propria concezione culturale russa, e non si permette di farsi costringere a imitare le tendenze all'occidentalizzazione. Il punto debole, in questo raggruppamento di nazioni euro asiatiche, che le identità culturali sono complesse e dalla storia multiforme. Esse sfuggono all'ossessione imperante per la riduzione di ogni nazione ad una singolarità di valore e ad una singolarità di significato. Il terreno per la collaborazione e per il dialogo si amplia al di là del "noi contro di loro", per abbracciare i multiformi strati delle identità complesse e dei relativi interessi.
Perché tutto questo sembra tanto diabolico alle élite globali occidentali? Perché atteggiamenti tanto isterici? Bene: esse intravedono nella dottrina euroasiatica come la intendono i russi (e più in generale nel populismo) una versione camuffata dei vecchi valori presocratici: per gli antichi, tanto per fare un esempio, il concetto stesso di "uomo" in quel senso non esisteva. Esistevano invece gli uomini: i greci, i romani, i barbari, i siriaci e così via. Una concezione ovviamente opposta a quella dell'" uomo" universale e cosmopolita.
Dopo che l'impero romano ebbe fatto proprio il cristianesimo come forma dissidente e occidentalizzata dell'ebraismo, né l'Europa né il cristianesimo rimasero più fedeli alle proprie origini o alla propria stessa natura. Il monoteismo assoluto, nella sua forma dualistica, era profondamente estraneo alla mentalità europea. Il cristianesimo latino dapprincipio tentò senza molto successo di reprimere i valori antichi, per poi decidere che era meglio cercare di assimilarli al proprio interno. Il cristianesimo ortodosso russo è riuscito a mantenere una propria linea, mentre la Chiesa di Roma ha sofferto molte crisi, non ultime quella dell'illuminismo e quella della dissidenza protestante che ha percorso l'Europa occidentale.
Le élite fanno bene a mostrarsi timorose. Nella modernità scompare qualsiasi norma esterna al di là del conformismo civile che possa guidare l'individuo nella propria vita e nelle proprie azioni, e l'incoraggiato sradicamento dell'individuo rispetto a qualsiasi forma di struttura (classi sociali, chiesa, famiglia, società e genere) ha prodotto un recupero in qualche modo inevitabile di concetti rimasti comunque latenti e semidimenticati.
Tutto questo rappresenta il ritorno a vecchi sistemi di valori, una religiosità quieta; un voltarsi indietro per sentirsi ancora nel mondo e parte di esso. Questi vecchi sistemi di valori sono di fatto rimasti immutati, sia pure sotto i paludamenti del cristianesimo, insieme ai loro miti fondanti e a concetto di un ordine cosmico (il maat egiziano) che ancora turbina ai livelli più profondi dell'inconscio collettivo. Ovviamente non può esistere un ritorno all'antico in tutto dappertutto. Non può trattarsi della semplice restaurazione di quanto esisteva un tempo. Si tratta di un qualcosa da portare avanti come se la giovinezza dovesse rifiorire, secondo il concetto dell'eterno ritorno, a partire dalla nostra stessa decomposizione.
Lo studioso dell'Islam Henri Corbin osservando una volta in Iran un cartellone in cui si vedevano le forme di vasellame di varia foggia tratteggiate sul pannello posteriore di legno di un armadietto, penso che seppure non c'erano più gli ingombri solidi del vasellame in qualche modo era ancora presente lo spazio che avevano occupato, sia pure sotto la forma di un vuoto segnato da una linea. I vecchi concetti e i vecchi valori allo stesso modo hanno lasciato i loro contorni. Ed è questo probabilmente che sta facendo impazzire le élite globaliste: 500 anni fa l'illuminismo travolse il breve rifulgere del mondo antico in Europa che viene chiamato Rinascimento. Adesso le cose stanno in modo opposto, ed è il mondo delle élite di oggi che sta crollando su se stesso. Cose che si pensavano sconfitte al di là di ogni possibilità di recupero stanno cautamente riemergendo dalle rovine. La ruota del tempo gira e ancora una volta ha compiuto il suo percorso. Le cose possono mettersi male, perché il pensiero lineare e a binario unico impiantato in Occidente possiede una intrinseca propensione al totalitarismo. Staremo a vedere.
Come allora, quando l'illuminismo fece strame delle vecchie convinzioni bandendo qualsiasi cosa fosse delfica e imperscrutabile con i bagliori laser del suo scetticismo radicale e causando tensioni psicologiche gravissime (più di 10.000 europei finirono bruciati vivi durante l'isterica caccia alle streghe) oggi ci troviamo davanti a un'ondata ancora incipiente di alterità che emerge dai più profondi livelli della psiche umana per scagliarsi sulle granitiche certezze autocoltivate dell'illuminismo. Le tensioni e l'isteria la seguono, in una maniera simile.
Questo ritorno sta facendo letteralmente impazzire uomini e donne; stanno diventando pazzi quanto basta per rischiare una guerra catastrofica pur di non abbandonare il mito dell'AmeriKKKa e del suo destino manifesto e di non riconoscere i difetti del loro modo di pensare, foriero di divisioni radicali in un mondo che invece va ricondotto a una qualche convergenza.

29 ottobre 2018

Alastair Crooke - Arriva l'accordo di Trump su stato sionista e Palestina. Gli arabi sentono odor di fregatura... e di umiliazione in arrivo.



Traduzione da Strategic Culture, 13 agosto 2018.

"Le sanzioni contro l'Iran sono state varate ufficialmente. Si tratta delle sanzioni più severe mai imposte, e a novembre verranno ulteriormente inasprite. Io sto chiedendo la PACE NEL MONDO, niente di meno!"
"Io sto chiedendo la pace nel mondo"? Cosa diavolo significa questo messaggio che il Presidente Trump ha scritto su Twitter? Questo messaggio non è assolutamente confacente al pragmatismo di un uomo d'affari di New York; vuole forse dire che Trump intende mancare di rispetto ad Obama? Che vuol far implodere l'Iran per far tornare gli Stati Uniti il leader in campo energetico? O forse che tolto di mezzo l'Iran si libererà per tutti gli Stati arabi sunniti desiderosi di percorrerlo il cammino fin qui precluso che porta alla normalizzazione dei rapporti e dei traffici con lo stato sionista?
Il curioso utilizzo del maiuscolo per l'espressione PACE NEL MONDO implica il fatto che Trump ha una visione un po' più ampia al di là di questa nuova guerra deliberata contro l'Iran. PACE NEL MONDO fa davvero pensare che Trump ci stia conducendo verso un destino preciso, un destino che non riguarda solo l'AmeriKKKa ma l'umanità intera, nientemeno. Si tratta di una visione apocalittica: un evento che non implica qualche cosa di malvagio, ma il fatto che l'implosione dell'Iran rivoluzionario condurrà in qualche modo l'umanità alla salvezza.
La certezza che i crimini e le follie del passato possano essere superati tramite una qualche onnicomprensiva trasformazione della vita umana è la versione laica di antiche credenze cristiane. L'idea stessa di un qualche accadimento in grado di trasformare l'umanità e di condurla alla salvezza alle proprie radici nelle certezze della religione, in questo caso la corrente apocalittica dell'ebraismo a cui è anche Gesù apparteneva, che venne assimilata dal cristianesimo primitivo.
Questo irrompere del pensiero religioso è farina del sacco di Trump? O forse gli arriva dalla conversione di Ivanka all'ebraismo ortodosso? O forse è emerso dalla base culturale evangelica di Trump e di Pence?
Non è dato saperlo. Ma una volta che ci si trasferisce nel campo della salvezza dell'umanità, abbiamo bisogno di ridefinire la nostra comprensione di quello che vi succede. Quando cerchiamo di capire Trump e lo stato sionista in particolare, possiamo aver bisogno di lasciar perdere l'immagine tipica del negoziatore immobiliare con la testa dura e pensare se non sia mosso da un qualche impulso religoso. In questo caso per avere qualche indizio su ciò che si nasconde dietro lo strano messaggio su Twitter di Donald Trump dobbiamo rifarci al pastore [evangelico] statunitense Robert Jeffress, che ha ricevuto esplicito mandato da Trump e dalla sua famiglia di recarsi a Gerusalemme per ufficiare la cerimonia che segnava il trasferimento in città dell'ambasciata statunitense. Jeffress afferma:
Nel corso della storia Gerusalemme è stata oggetto della devozione sia degli ebrei che dei cristiani, e [rappresenta] il fondamento della profezia [per cui Dio ha affidato per l'eternità la Terra Santa agli ebrei].
Vediamo di spiegare e di fare un po più di chiarezza sulla concezione religiosa che sottende al linguaggio piuttosto forte usato da Jeffress. Fin dai tempi dell'esodo, Israele ha costituito un popolo eletto e distinto. Scegliendosi un popolo e stringendo con esso un'alleanza, Yahvè ne ha fatto un popolo. Questo significa che Israele esisterà come popolo solo fino a quando riconoscerà Yahvè come proprio dio. E quello che vale per il popolo vale anche per il paese, perché solo in Eretz Israel, nella Terra d'Israele, la Torà può trovare piena realizzazione. Diccontro, Eretz Israel ha un significato (dal punto di vista religioso) soltanto finché la Torà vi viene rispettata. Di qui la specificità della terra oltre che del popolo.
Come già detto, la famiglia Trump ha mandato ad ufficiare la cerimonia di Gerusalemme una voce di questo genere. Magari si tratta di una scelta che ha un qualche significato. Altrimenti non avrebbe alcun senso quanto scritto da John Limbert, professore in pensione di studi mediorientali all'accademia navale statunitense ed ex vicesegretario per gli affari iraniani oltre che veterano dell'assedio all'ambasciata USA a Tehran:
Che cosa ha fatto il Presidente Trump? Ossessionato da Obama e con un debole per l'adulazione che gli tributano lo stato sionista e l'Arabia Saudita, ha rifiutato l'idea che la diplomazia potrebbe ottenere dalla Repubblica Islamica più di quanto abbiano ottenuto quarant'anni di inutile e reciproco battersi il petto.
Ha scelto un approccio che unisce bullismo, minacce, accuse e pretese irrealistiche con l'invito al dialogo. Con questo Trump si è assunto un rischio e ha offerto agli iraniani un regalo: l'occasione per dirgli di no, e per battere una potenza straniera forte e minacciosa.
In Iran ancora risuonano le parole che l'Ayatollah Ruhollah Khomeini pronunciò trent'anni fa. Famosa fu la risposta che diede a una domanda circa i negoziati con gli USA: "Perché mai la pecora dovrebbe negoziare con il lupo?" In altre parole, gli ameriKKKani non hanno alcun interesse ad accordarsi con noi: ci vogliono mangiare.
Trump ha infarcito il proprio esecutivo di gente che perora la causa del gruppo dissidente iraniano dei Mujaheddin del Popolo, che è ampiamente detestato; una setta stile Jonestown con un passato discutibile e un ancor più discutibile presente... Gli iraniani sanno che per quanto cattivo possa essere il governo attuale i Mujaheddin del Popolo sarebbero assai peggio, una versione iraniana degli khmer rossi.
Trump ha minacciato punizioni verso qualsiasi paese o qualsiasi società faccia affari con l'Iran, e di impedire a Tehran di vendere greggio. Lo stesso modo di fare degli inglesi nel periodo compreso fra il 1951 e il 1953, prima che si unissero alla CIA per mettere in atto un colpo di stato che rovesciasse il Primo Ministro nazionalista Mohammed Mossadeq. Trump ha minacciato chiaro e tondo di annichilire milioni di iraniani, e poi si è offerto di dialogare con chiunque, ovunque e in qualsiasi momento senza pregiudizi.
Allo stesso tempo il Segretario di Stato di Trump Mike Pompeo ha ulteriormente confuso il messaggio, quale che esso fosse. In un recente discorso tenuto a un pubblico di iraniano-ameriKKKani a Los ANgeles, Pompeo ha parlato dell'Iran come di "quel paese" e ha deplorato tutta la rivoluzione islamica disprezzando così il sacrificio dei milioni di iraniani che hanno combattuto e che sono morti per rovesciare la monarchia e per difendeer il loro paese dagli invasori iracheni. Dopo simili dichiarazioni le sue manifestazioni di rispetto per singoli iraniani e per l'antico retaggio culturale del paese perdono qualsiasi parvenza di sincerità.
Siamo chiaramente davanti ad un esperto statunitense di questioni iraniane profondamente frustrato. Frustrazione che forse è in parte dovuta a una lettura degli eventi dal punto di vista consueto alla politica estera statunitense, che è laico.
La professoressa Elizabeth Oldmixon spiega che per un certo settore della comunità [cristiana] evangelica statunitense "lo status dello stato sionista è veramente, veramente importante perché è in base a questo che essi concepiscono la fine dei tempi." E prosegue: "Quando parliamo di Terra Santa, della promessa della Terra Santa fatta da Dio, stiamo parlando di proprietà immobiliari su entrambe le rive del Giordano. QUindi l'idea di Grande Israele e l'espansionismo sono davvero importanti per questa collettività. Gerusalemme in questo ha un'importanza fondamentale. Essa viene considerata una capitale storica e biblica... Questa gente coltiva delle credenze millenaristiche e pensa che in futuro ci sarà un'età dell'oro in cui Cristo regnerà sulla terra; crede anche che prima del suo ritorno, ci sarà una tribolazione in cui Cristo sconfiggerà il male."
E quanto grande è questo settore? "Grosso modo è pari a un terzo della popolazione evangelica ameriKKKana, ovvero circa quindici milioni di persone."
Insomma, dagli USA ecco un triumvirato di emissari religiosi ortodossi che sono tutti membri della famiglia Trump o suoi ex servitori. La loro missione? La PACE NEL MONDO. Che cosa può mai indicare questo concetto, quando Trump ne parla in modo tanto enfatico da usare tutte maiuscole e inquadrandolo nel contesto delle sanzioni devastanti che intende imporre all'Iran, se non il desiderio di concretizzare l'idea de "la Terra Santa promessa per gli ebrei" e portare così a conclusione il lungo conflitto mediorientale? Anche la teologia indica che con la Salvezza anche la "pace" verrà ristabilita.
"Questi cristiani hanno qualcosa in comune con i sionisti religiosi che vivono nello stato sionista," aggiunge la Oldmixon come se si trattasse di una nota a margine nonostante sia un concetto fondamentale: "La generazione che ha fondato lo stato sionista era ampiamente laicizzata. Il loro sostegno in favore di uno stato ebraico non si basava su una profezia biblica. Gli ebrei religiosi sono sempre stati scontenti del fatto che la generazione fondatrice non fosse davvero motivata da una concezione religiosa del popolo ebraico e del suo posto nel mondo. Un'idea che gli evangelici di questo paese condividono: essi sostengono lo stato sionista per motivi religiosi."
Insomma, cosa sta succedendo davvero? Il Primo Ministro dello stato sionista Benjamin Netanyahu ha definito "una pietra miliare negli annali del sionismo e dello statyo sionista" il momento in cui la Knesset ha promulgato il mese scorso una legge fondamentale [eloquentemente chiamata "legge sullo stato-nazione"] che specifica come lo stato sionista sia "lo stato-nazione del popolo ebraico, in cui esso realizza il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico all'autodeterminazione."
La legge ha sancito in modo ancora più netto la differenziazione su base religiosa, prevedendo una clausola che punta a privilegiare soltanto le comunità ebraiche, definendo "lo sviluppo degli insediamenti ebraici come valore nazionale" e promettendo "di promuovere e di agevolare la loro fondazione e il loro consolidamento."
Nello stato sionista la legge è stata oggetto di critiche. Alla Knesset è stata approvata di misura, 62 voti contro 55. I detrattori sostengono che essa rappresenta una deviazione rispetto alla democrazia e all'uguaglianza di tutti i cittadini. Al momento, comunque, la nuova legge fondamentale non cambia nulla.
Status diversi dal punto di vista della legge e dei diritti politici sono già una realtà nello stato sionista, così come già esistono maniere legali per istituire comunità segregate. Non esiste alcun "diritto" all'uguaglianza davanti alla legge, e lo stato sionista non è uno stato di tutti i cittadini.
Il punto, in questo caso, non è tanto il problema della discriminazione che occupa i media, ma il passaggio dalla condizione di stato laico, così com'era stato concepito dai sionisti delle origini, alla condizione di stato che funziona secondo un movente religioso. In pratica lo stato sionista va verso una costituzione basata sui primi cinque libri del Vecchio Testamento, quelli che costituiscono la Torà. Una situazione simile a quella dell'Arabia Saudita, che afferma semplicemente che la sua costituzione è rappresentata dal Corano.
Come si è mossa dunque la famiglia Trump? Cosa possiamo concluderne? In primo luogo, Trump ha regalato Gerusalemme allo stato sionista; l'altro elemento profeticamente obbligatorio -dopo l'occupazione di tutta la Terra di Israele- per l'instaurazione di una Terra Santa ebraica. Nel frattempo Kushner si è mosso in modo da togliere di mezzo la questione dello status di rifugiati per i palestinesi del 1948 e per i loro discendenti, proponendo invece di sostenere economicamente i paesi di residenza per promuovere l'assimilazione dei rifugiati. Trump adesso si sta dedicando a disfare l'Iran, la bestia nera del progetto sionista, e si è impegnato a rendere pubblico il suo "accordo del secolo".
Ovviamente non sappiamo cosa esso contempli, ma Netanyahu ha appena messo a punto l'inquadramento legislativo (la legge sullo stato-nazione) in grado di facilitare la trasformazione dell'attuale stato sionista in uno stato religioso ebraico e "unitario". Non è una coincidenza che questo sia accaduto dopo che le forze di difesa dello stato sionista hanno riferito alla Knesset che la popolazione ebraica e quella non ebraica nella zona compresa fra il Giordano e il Mediterraneo sono numericamente pari, con sei milioni e mezzo di persone per parte. La legge sullo stato-nazione elimina effettivamente i rischi del pluralismo politico e dell'uguaglianza dei diritti politici.
Esistono resoconti che fanno pensare che nel piano di Trump gli USA potrebbero riconoscere per proprio conto, con una dichiarazione, uno stato palestinese senza però specificarne la collocazione e senza effettivamente accordargli gli attributi di uno stato. Uno stato meramente nominale, insomma. Senza Gerusalemme come capitale, senza ovviamente alcun diritto al ritorno per i profughi, senza riconoscimento dello status di rifugiati per i palestinesi del 1948 (così chiamati perché cacciati dalle loro case nel 1948) e probabilmente senza neanche un cenno alla questione degli insediamenti. Si capisce che al momento il testo dell'accordo è rimasto in sospeso, perché i partiti religiosi nella coalizione di Netanyahu non vogliono che si faccia neppure menzione di uno stato palestinese, sia pure a livello meramente nominale.
I funzionari della Casa Bianca dicono inoltre che se i palestinesi continuano a rifiutarsi di avere a che fare con il piano, che gli USA renderanno pubblico in ogni caso, inviteranno la destra religiosa dello stato sionista a imporre le condizioni che la favoriscono: l'annessione di terre nella West Bank e un'ulteriore espansione territoriale col pretesto di consolidare gli insediamenti ebraici ai sensi della legge sullo stato-nazione.
Sembra che il mondo arabo si stia svegliando. Gli arabi si stanno accorgendo che l'accordo del secolo sarà un'umiliazione per il loro prestigio, come umiliante fu il risultato della guerra dei sei giorni. L'obiettivo di Trump è sempre stato questo, instaurare uno stato degli ebrei? Forse che Limbert ha visto le cose al contrario? Invece che essere stati i sauditi ad adulare Trump, è stato Trump a sfruttare i punti deboli nel carattere di Mohammed bin Salman e a trascinare gli arabi in un progetto di cui non avevano afferrato la portata e il fondamento teologico?
In ogni caso il vento è ormai cambiato; re Salman ha tolto dalle mani di Mohammed bin Salman il dossier palestinese; ormai è un anno che il segreto avvolge i termini del famoso accordo del secolo, e fra i leader arabi l'impazienza sta crescendo. La loro condiscendenza non è più scontata: stanno sentendo odor di fregatura.
La ciliegina sulla torta? L'Iran non cederà sotto le sanzioni, e qualunque cosa accada dell'accordo di Trump uno stato sionista chiuso a fortezza su se stesso si troverà in una regione in cui il fuoco della politica si sposta lentamente ma decisamente verso l'alleanza di forze che ha avuto la meglio nell'epica contesa in Siria. Oggi sono l'Iraq, il Pakistan e la Turchia a guardare a est. Domani, quando l'assedio all'Iran si rivelerà un fiasco e l'accordo si rivelerà per quello che è, è possibile che anche alcuni paesi del Golfo (Dubai, il Kuwait ,l'Oman) si orientino come il Qatar verso l'asse Russia-Cina.

27 ottobre 2018

Alastair Crooke - A meno di una catarsi negli USA, un ordine mondiale basato su tre potenze è destinato a rimanere un sogno



Traduzione da Strategic Culture, 6 agosto 2018.

Il professor Michael Klare in un lungo scritto afferma che i discorsi della campagna presidenziale del 2016, anche se non menzionavano esplicitamente il concetto, tendevano comunque alla prospettiva di un mondo controllato da tre grandi potenze -USA, Cina e Russia- secondo modalità in cui non sarebbero mancati gomitate e spintoni, ma in cui le guerre sarebbero state poche.
Klare afferma che
La prova che Trump ha preso in considerazione un sistema internazionale di questo genere si possono trovare nei discorsi e nelle interviste della campagna del 2016. In essi, più volte ha denunciato la Cina per le sue pratiche commerciali spregiudicate e ha biasimato la Russia per il suo arsenale nucleare, ma non ha mai descritto i due paesi come nemici mortali. Si trattava di rivali o di concorrenti, con i cui capi si poteva comunicare e anche collaborare, nei casi in cui la cosa si rivelava vantaggiosa. Trump accusava d'altra parte la NATO di costituire un limite per la prosperità degli USA e per la loro facoltà di muoversi con successo nello scenario mondiale. Insomma, l'alleanza era assolutamente superflua se i suoi appartenenti non intendevano sostenere le idee di Trump sul come promuovere gli interessi ameriKKKani in un mondo altamente competitivo.
Sono argomenti senz'altro plausibili, e vari autori hanno sviluppato questa linea di pensiero arrivando all'assunto per cui nel 2016 Trump stava vagamente pensando a un grande accordo strategico che sarebbe stato il fondamento per la pace mondiale.
Probabilmente all'epoca le cose stavano così. Io sarei dell'opinione che una simile tesi non ha trovato buona conferma negli eventi, perché l'arte dell'accordo di Trump applicata al contesto geostrategico, come possiamo adesso notare, si fonda sulla pressione e sulla minaccia degli USA e sul costringere la controparte a capitolare. Una tattica che non lascia spazio ad alcuna speranza di arrivare a una concertazione fra tre potenze alla pari e degne di considerazione. Il metodo di Trump non prevede la presa in considerazione dell'altro ma solo pressioni, esercitate con ogni misura possibile, per garantire il predominio statunitense.
O forse -e si tratta di una valutazione che magari pecca di eccessiva generosità- le idee che Trump aveva nel 2016 erano troppo in anticipo sui tempi e hanno dovuto subire delle modifiche dopo una ruvida presa di contatto con la natura della macchina governativa statunitense. In questo caso sarà difficile che un qualsiasi partenariato a tre possa affermarsi prima che l'AmeriKKKa abbia affrontato una sorta di profonda catarsi. I suoi costituenti infatti, come ha detto un senatore statunitensi, semplicemente mancano degli strumenti culturali che gli servirebbero per contemplare l'idea di non essere "i primi al mondo".
Il professor Russell-Mead ha ripreso questa considerazione, scrivendo che la "metamorfosi dell'8 maggio" con cui Donald Trump è uscito dagli accordi sul nucleare iraniano ha rappresentato un cambiamento di direzione: un cambiamento che è il riflesso della "istintiva comprensione [da parte di Trump] del fatto che la maggior parte degli ameriKKKani sono tutt'altro che ansiosi di arrivare ad un mondo post ameriKKKano". I sostenitori del signor Trump non vogliono lunghe guerre, "ma non possono neppure essere persuasi ad accettare stoicamente il declino del paese".
È notevole il fatto che Russell-Mead colleghi saldamente il mutamento qualitativo deciso da Trump proprio alla "metamorfosi dell'8 maggio", che è stato il momento in cui il presidente ha abbracciato una volta per tutte la linea politica dello stato sionista che prevedeva l'uscita dall'accordo sul nucleare iraniano -decidendo di sanzionare e di mettere sotto assedio l'economia della Repubblica islamica dell'Iran- e che ha appoggiato la vecchia ma mai concretizzata idea di una NATO araba e sunnita capeggiata da Riyadh destinata a confrontarsi con l'Iran sciita.
Col passare del tempo è possibile che Trump si ricordi di Russell-Mead e arrivi alla conclusione che il professore aveva ragione, ovvero che quella specifica decisione ha rappresentato un punto di svolta per la sua presidenza. Una decisione che di fatto ha impedito di raggiungere qualsiasi grande accordo con la Russia o con la Cina. Ed è possibile che concluda che proprio in quel momento ha perso questa possibilità perché la Casa Bianca ha seguito bovinamente Netanyahu nel suo confronto con l'Iran. Ovviamente il disaccordo seminato dai servizi di intelligence politicizzati del Regno Unito e degli Stati Uniti ha ridotto lo spazio disponibile per le manovre politiche di Trump, ma non è certo questo uno dei motivi per cui Russia e Cina non hanno previsto di raggiungere un ampio accordo con Trump. L'Iran di per sé, invece, lo è.
Per quale motivo? Il professor Klare paradossalmente spiega a chiare lettere perché non ci sarà nessun ordine mondiale a tre: perché al centro della partnership strategica fra Russia e Cina c'era e continua ad esserci "la condanna dell'egemonia globale -il dominio di un singolo paese sulle vicende mondiali- insieme all'appello per l'istituzione di un ordine internazionale multipolare". In esso si trovano anche altri concetti fondamentali, compreso il rispetto incondizionato per la sovranità statale, la non interferenza negli affari interni degli altri stati e il perseguimento di vantaggi economici reciproci. [Il corsivo è dell'autore, N.d.T.]
Quando Trump ha fatto propria senza riserve la linea politica dello stato sionista (o meglio, quella di Netanyahu) si è dovuto prendere tutto il pacco. Il documento preparato nel 1996 per Benjaminh Netanyahu da un gruppo di studi capeggiato da Richard Perle e intitolato Clean Break faceva un tutt'uno degli schieramenti neoconservatori statunitensi e sionisti. Schieramenti che sono a tutt'oggi ancora uniti a livello ombelicale. La "squadra di Trump" oggi come oggi è infarcita di neoconservatori che odiano l'Iran senza alcuna riserva. Sheldon Adelson, un importante finanziatore politico di Trump, un sostenitore di Netanyahu e principale istigatore del trasferimento a Gerusalemme dell'ambasciata statunitense è dunque riuscito a collocare il proprio alleato John Bolton -un neoconservatore irriducibile- al posto di primo consigliere per la politica estera di Donald Trump.
Di fatto l' arte dell'accordo è stata trasformata dai neoconservatori in uno strumento per ampliare il potere ameriKKKano piuttosto che per adattare l'ordine economico mondiale in un modo accettabile all'asse Russia-Cina. E oggi come oggi non esiste alcun "vantaggio economico reciproco" che si possa vedere o di cui si possa fare menzione.
Insieme alla linea politica di Netanyahu Trump ha adottato politiche che puntano al rovesciamento del governo iraniano o almeno a far sì che che l'Iran sia costretto a cambiare atteggiamento al punto che i suoi leader siano costretti a rinnegare la rivoluzione iraniana. Con questo "prima lo stato sionista" Trump deve anche acconsentire all'esistenza di un anello di basi militari statunitensi intorno al Golfo destinate a contenere l'influenza iraniana e a sostenere concedendo armi il vecchio e superato progetto della NATO araba. Inoltre, con questo "prima lo stato sionista" non c'è da sorprendersi se Trump scopre che esistono ostacoli al ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria e dall'Afghanistan, laddove un Iran inteso come "attore malevolo da arginare" impedisce a Trump di mantenere l'impegno preso in campagna elettorale sul ritiro dal Medio Oriente.
Oltre al dato di fatto che l'Iran è un alleato strategico sia della Cina e della Russia, dal momento che occupa una posizione chiave sia nella strategia cinese basata sulle vie commerciali che in quella russa sulla supremazia continentale, la strategia che mette al primo posto lo stato sionista rappresenta un ottimo giustificativo per tutte le denunce che Cina e Russia hanno fatto e che continuano a fare: l'uscita degli USA da un accordo internazionale senza alcun motivo; il loro disprezzo per il diritto internazionale; l'insistenza soltanto loro per un assedio economico all'Iran; l'intromissione negli affari interni di un altro paese (con il rafforzamento della dissidenza di cui sono esponenti di Mujaheddin del Popolo), le prepotenze da padroni del vapore contro gli altri paesi affinché assecondino le sanzioni parate contro terzi e il rifiuto dei vantaggi economici reciproci. Trump ha superato ogni limite. Perché mai Russia e Cina dovrebbero fidarsi di lui. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, si dice. L'AmeriKKKa è sempre l'AmeriKKKa.
Può essere che Trump avesse poca scelta e che la linea politica nei confronti dell'Iran abbia rappresentato in qualche modo una forzatura? Può essere che l'Iran sia stato il prezzo che gli è toccato pagare per mantenere i neoconservatori entro la portata  della Casa Bianca anziché fuori, per tutelarsi in qualche modo dalle trame di John Brennan e Robert Mueller? Forse gli servono sostenitori economici per la campagna presidenziale del 2020? Forse che a tanto può arrivare soltanto sostenendo senza riserve lo stato sionista?
O forse il suo far proprie le posizioni dello stato sionista, con la contemporanea ostilità verso l'Iran, è dovuta al suo ossessivo desiderio di disfare tutto ciò che Obama ha fatto? Altrimenti, è possibile che non si sia affatto trattato di una scelta strategica ma di una decisione viscerale, frutto dell'antica ostilità coltivata da Trump verso l'Iran e da una corrispondente predilezione verso lo stato sionista?
Su questo giudicherà la storia, ma intanto questi sono i fatti. Le motivazioni sono un'altra cosa, quello che conta è tutto qui: la politica di Trump in Medio Oriente è destinata al fallimento. Il popolo iraniano non si arrenderà mai. Trump è andato a mettersi all'angolo da solo, grazie a Bibi.
Oltretutto allo stato sionista l'accordo del secolo non frutterà assolutamente quel sostegno dei leader arabi che sembrava possibile all'inizio. Trump potrebbe anche imporre il suo progetto a fronte di nessun sostegno e di nessun consenso da parte dei palestinesi; in questo caso si tratterebbe in fin dei conti di una vittoria di Pirro che porterebbe molto danno agli USA.
Ormai è trascorso un anno e ancora restano da pubblicare i termini dell'accordo. Nel mondo arabo la musica sta cambiando: MbZ e MbS hanno perso il loro status di celebrità; MbS ha fatto carta straccia della questione palestinese e la guerra nello Yemen sta rosicchiando lo status di potenza regionale dell'Arabia Saudita. Di fatto, la guerra nello Yemen sta corrodendo la facoltà saudita di imporre qualunque cosa a chicchessia.
Esistono resoconti, e si tratta di resoconti credibili indicano che John Bolton "pensa di avere il diritto di trattare l'Iran come gli pare. Crede che potremmo [noi USA] combattere una campagna marittima nel Golfo Persico con poche o nessuna perdita e che se necessario [gli USA] possono bombardare il popolo iraniano per scatenare contro i mullah il rancore dovuto alle ristrettezze economiche. Pompeo è d'accordo con lui. Egli sta cercando di tenersi buono il presidente, intanto che persegue con intelligenza e senza chiasso gli obiettivi che condivide con Bolton."
"l'Iran non è l'Iraq," ha scritto Emile Nakleh, ex esperto sul campo della CIA per il Medio Oriente. Ha aggiunto laconicamente che "Trump e il Segretario di Stato Mike Pompeo dovrebbero essere già stati informati sulle differenze che ci sono fra i due paesi... L'Iran è una potenza militare credibile, con una portata regionale. La sua vicinanza geografica all'Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e ad altri paesi appartenenti al filoameriKKKano Consiglio per la Cooperazione nel Golfo rende questi ultimi troppo vulnerabili alle rappresaglie militari iraniane in caso di un attacco statunitense. Per l'Arabia Saudita e per i suoi vicini è molto difficile, nonostanti le batterie antimissile Patriot fornite dagli Stati Uniti proteggere le proprie infrastrutture petrolifere e gli acquedotti."
Forse Mike Pompeo ha avuto anche qualche informazione sugli sciiti e sulla straordinaria resistenza che storicamente hanno dimostrato a fronte di persecuzioni millenarie. L'Iran è il faro degli sciiti di tutto il mondo, sciiti che probabilmente costituiscono il 40% della popolazione mediorientale, e non il 10% come si pensa generalmente.
E Gli sciiti sono maestri della guerra asimmetrica.
Nel caso Trump decidesse di passare la parola alle armi, ecco Nakhleh che ripete l'ammonimento destinato ai responsabili della politica statunitense prima della guerra all'Iraq.
La "liberazione" per mano straniera di un dato paese dal suo stesso governo diventa molto velocemente una "occupazione". Non importa quanto un "liberatore" straniero cerchi di indorare la pillola con gli imperativi morali che sarebbero stati motivo del suo agire. Quando ho consigliato un individuo ai vertici della politica statunitense nell'imminenza della guerra in Iraq sul conto delle possibili reazioni del popolo iracheno alla guerra condotta dagli USA che si prospettava, esso mi ha risposto con sufficienza che "voialtri [la CIA di Nakhleh] dovete capire che noi siamo dei liberatori e non degli occupanti. Noi andiamo a salvare il popolo iracheno da quel tiranno." Io risposi che questa cosiddetta liberazione avrebbe avuto vita breve, e che il mondo islamico non avrebbe sostenuto una guerra statunitense contro l'Iraq, che sarebbe stata considerata come nient'altro che un'altra 'crociata cristiana' contro un paese musulmano."
La "decisione dell'8 maggio" di Trump e la relativa "metamorfosi" dello spirito di fondo della presidenza cui essa ha necessariamente condotto hanno privato il presidente degli USA di qualsiasi contropartita di un qualche conto da offrire a Putin, al di là di qualche colloquio da amiconi e di qualche piccolo accordo sulla Siria stretto lì per lì. Adesso non ha nulla, nemmeno i finti condomini sulla spiaggia in Corea come quelli con cui Trump ha cercato di convincere Kim Jong Un, capace di suscitare un minimo di interesse in mezzo al popolo iraniano.
A meno che gli USA non attraversino un qualche processo catartico, finanziario politico che sia, in grado di far loro abbandonare visioni utopistiche su un'AmeriKKKa la cui unica missione è redimere il mondo, nulla cambierà nella loro immagine. A meno che questo non succeda, continueremo con l'ordine o il disordine mondiale in cui ci troviamo. E continueremo a trovarsi in grave pericolo.

22 settembre 2018

Una petizione per cancellare Oriana Fallaci dalla toponomastica fiorentina



Anni fa col collega di malefatte telematiche Miguel Martinez ci siamo divertiti parecchio con i ridicoli "attivisti" di Avaaz, un'organizzazione fumosa e nel migliore dei casi inconcludente che accampava decine di milioni di iscritti e che non vedeva nulla di stridente nel caldeggiare l'aggressione occidentale a paesi sovrani e al tempo stesso difendere il veganismo o i cagnolini randagi.
In poche parole mettemmo in piedi una petizione all'insegna del più sfrenato liberismo turbocapitalista in cui si chiedeva l'abolizione della luce rossa dei semafori, che consideravamo una pastoia burocratica colpevole di aver bloccato gli investimenti in campo stradale. Prima di sparire la petizione fu firmata da Joseph Goebbels, dai papi dei primi due secoli dell'era cristiana e da altre eminenti personalità. Pare che l'eliminazione della petizione dalla piattaforma fosse dovuta proprio all'autorevole sostegno di Capitan Harlock e di Paolino Paperino. L'assurdità della proposta perorata, invece, a quanto sembra non fu un problema per nessuno.
Cialtroneria ad elevato grado di purezza, insomma.
Da qualche tempo i tedofori della "petizione in rete" sono dei signori che si fanno chiamare change.org.
Change.org presenta una piattaforma analoga a quella di Avaaz e c'è da temere che offra altrettante garanzie di serietà; apparentemente fanno eccezione, rispetto a tanto autorevole precursore, dei form che consentono di indirizzare esplicitamente le petizioni a qualcuno in grado di contribuire al loro accoglimento; nel nostro caso si tratta del borgomastro Dario Nardella e dell'assessore alla toponomastica Andrea Vannucci.
A suo tempo abbiamo accolto con incredula ripugnanza la decisione dell'amministrazione fiorentina di dedicare una piazza e una fermata della tramvia ad Oriana Fallaci, al punto che evitiamo abitualmente di servirci del tram proprio per evitare di passare da quelle parti.
In un momento di noia abbiamo pensato dunque di fornire ai nostri lettori un divertissement, che consiste in una petizione in cui si esorta l'amministrazione a tornare sui propri passi, a rivedere la decisione presa e a cancellare Oriana Fallaci dalla toponomastica.
Siamo consapevolissimi del fatto che potremo contare sul sostegno di Archimede Pitagorico e di Bilbo Baggins.
Alcuni dei motivi per procedere in merito sono comunque raccolti qui, in un'antologia tutt'altro che lusinghiera che ci pregiamo di indicare nuovamente all'attenzione delle persone serie.
La scelta di proporre invece Mario Rigoni Stern, scrittore ed essere umano di ben altra levatura e di ben altri meriti, si basa anche sul fatto che pur essendo stato insignito della cittadinanza onoraria fiorentina nel 2006, non risulta a tutt'oggi rappresentato nella toponomastica.
Adoperarsi perché a questo si ponga rimedio, togliendo ovviamente di mezzo la memoria di un individuo che non ha avuto alcun rispetto per la città e per la parte più consapevole e attiva della sua popolazione, costituisce a nostro modo di vedere un discreto esempio di comportamento costruttivo.

21 settembre 2018

Alastair Crooke - Secondo Kissinger è tempo che gli USA rinuncino ai loro antichi assunti



Traduzione da Strategic Culture, 30 luglio 2018.

In una conversazione con Edward Luce del Financial Times sul conto del presidente in carica negli USA, Kissinger ha detto: "Penso che Trump possa rivelarsi una di quelle figure che nella storia fanno di quando in quando la loro comparsa per segnare la fine di un'epoca e per costringere a rinunciare ai vecchi assunti." Proseguendo nella conversazione, ha precisato quanto voleva dire aggiungendo che "Questo non significa che egli ne sia consapevole, o che sta pensando a qualche grandiosa alternativa. Potrebbe essere semplicemente un caso."
Com'era lecito aspettarsi, Luce pensa che l'incontro fra Trump e Putin possa rappresentare un possibile punto minimo per la diplomazia ameriKKKana, e un tradimento verso i servizi statunitensi che attestano le intromissioni russe nelle elezioni del 2016; arriva a citare il titolo del Daily News di New York, secondo il quale Trump in quest'occasione si sarebbe comportato in maniera tale da rientreare nel "plateale tradimento".
Kissinger, che fornisce ragguagli sia a Trump che a Putin, rifiuta esplicitamente di abboccare. Considerata la situazione, gli ribatte, l'incontro con Trump si doveva fare: "L'incontro doveva avere luogo. Io stesso l'ho perorato per diversi anni. La questione è passata in secondo piano a causa degli affari interni ameriKKKani. Si è trattato senza dubbio di un'occasione persa. Ma penso che si debba farne qualche cosa."
Perché si è trattato di un incontro così importante? E che cos'è il qualche cosa che bisogna farne? Luce si impantana nella poca chiarezza dei messaggi di Kissinger e lamenta il fatto che è difficile capire in che senso vada inteso il suo discorso sull'economia. Solo che Kissinger è chiaro quando parla, e a prima vista si tratta di cose di fondamentale importanza, come è di fondamentale importanza il dove vuole andare a parare.
Russia e Cina stanno entrambe sfidando l'ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti, e lo stanno facendo insieme: stanno sfidando l'AmeriKKKa magari non nel contesto di un'alleanza formale in piena regola ma in un partenariato strategico, politico ed economico. Secondo Kissinger, "La NATO ha sbagliato a pensare che sia in atto un'evoluzione storica che la porterà a percorrere tutto il continente euroasiatico; non ha compreso che da qualche parte lungo il cammino avrebbe incontrato qualcosa di molto diverso dalle entità rispondenti all'idea occidentale di stati liberaldemocratici e orientati al mercato."
Esattamente. Per anni sia i governi repubblicani che quelli democratici hanno sostenuto che l'attrazione gravitazionale delle istituzioni internazionali dominate dagli USA, i flussi commerciali e anche la cultura popolare avrebbero man mano riplasmato sia la Russia che la Cina trasformandole in partecipanti entusiasti, condiscendenti (e sottomessi) di un mondo globalizzato e consumista guidato dagli Stati Uniti.
La NATO, braccio armato della diffusione di quest'ordine in tutto il pianeta, va avanti incessante, finché nella sua marcia attraverso il continente euroasiatico non finisce per scontrarsi con due grossi scogli culturalmente non occidentali la cui presenza era, dal punto di vista di Kissinger, ovvia: la Russia e la Cina.
Kissinger, facendo riferimento alla recente scomparsa di Brzezinski, spiega chiaramente a Luce perché l'incontro di Helsinki sia tanto importante: "Zbig è stato una figura quasi unica per la mia generazione," dice Kissinger. "Entrambi abbiamo pensato che le idee in merito all'ordine mondiale fossero il problema fondamentale della nostra epoca. Come potevamo realizzarlo? Avevamo idee piuttosto diverse. Ma tutti e due eravamo soprattutto preoccupati di far arrivare la diplomazia a un livello di influenza tale da raggiungere lo scopo."
Luce chiede: "[E] chi si sta ponendo questioni simili oggi?" Kissinger risponde, con devastante calma: "Oggi non esiste alcun dibattito."
Per caso o di proposito -secondo Kissinger Trump contrassegna la fine di un'epoca e la costringe a fare a meno dei propri "vecchi assunti", fra i quali le concezioni di Fukuyama sulla fine della storia e sull'ultimo uomo, e quella di una convergenza sui valori liberali occidentali. "Negli anni Quaranta del XX secolo i leader europei avevano chiara la direzione da seguire," osserva Kissinger, ma "oggi come oggi per lo più cercano soltanto di evitare guai." "Non è che stiano facendo un buon lavoro in questo senso," lo interrompe Luce. "Questo è vero," risponde laconicamente Kissinger con un enigmatico sorriso.
Nell'Unione Europea evitare guai significa essenzialmente un'Europa confortevolmente attaccata al proprio ruolo sostanziale in politica estera: fare da trampolino per la battaglia di contrasto all'"aggressione russa", compiacere Washington acclamando la NATO e ripetere la tiritera dell'"aggressione russa" sono cose che non vengono mai messe in discussione. Sono la conditio sine qua non in Europa per dormire fra quattro guanciali o per ambire a qualche carica statale. Quella del contrapporsi alla Russia è stata una posizione adottata senza riflettere e senza porsi domande. Senza porsi domande fino a quando Trump si è liberato di questo "vecchio assunto" e ha iniziato la distensione con la Russia.
I "gravi, gravi pericoli" da cui Kissinger vuole metterci in guardia -e non sembra che stia semplicemente premendo perché si torni alle sue vecchie tattiche di triangolazione tipiche dei tempi di Nixon per dividere la Cina dalla Russia e mettere gli USA nel mezzo a soffiare sul fuoco della competizione e della rivalità fra le due.
Kissinger probabilmente comprende che anche queste triangolazioni sono diventate un "vecchio assunto". Egli sottolinea come la NATO abbia completamente fallito a comprendere la "quasi mistica" tolleranza russa per le sofferenze, dice Luce. Il fatto è che l'essenziale per Kissinger è che la NATO ha mal interpretato il profondo desiderio di rispetto dei russi. Il desiderio di essere rispettati in quanto tali.
Kissinger non sta ammonendo sul fatto che gli USA mancano di una strategia basata sulla triangolazione. Sta dicendo piuttosto che stiamo inavvertitamente andando verso la guerra perché ci basiamo su fantasie utopistiche secondo cui il mondo è destinato a un futuro esclusivamente centrato sull'AmeriKKKa. L'incontro si doveva tenere, ma lo stesso Kissinger afferma che "Ci troviamo in un periodo molto, molto serio per il mondo."
Trump non avrebbe potuto triangolare nemmeno se avesse voluto. Trump non può offrire quasi nulla al signor Putin. Il Congresso e lo stato profondo hanno fatto e strafatto per ingabbiare qualsiasi spazio di manovra Trump potesse avere nei confronti della Russia. Anche il capitale politico di Trump si è indebolito: è continuamente minacciato di azioni legali o di impeachment. Che cosa può fare?
Inoltre la possiblità di separare la Russia dalla Cina non esiste. Entrambi i paesi stanno affrontando una guerra non convenzionale ad opera degli USA e dell'Europa, che hanno intrapreso una guerra economica basata sul dollaro, in cui le armi sono le sanzioni e le tariffe. Per contrastare un'egemonia del dollaro che è diventata un'arma è ovvio che Russia e Cina debbano coordinare e concordare una controstrategia finanziaria, se vogliono mettere in atto una difesa che funzioni.
Ecco dove si trova l'essenza di quello che Kissinger ha definito un periodo molto serio per il mondo. Kissinger dice, nel seguito della conversazione, che l'AmeriKKKa rischia di trovarsi come un'isola fra due oceani e senza il controllo di alcun ordine mondiale; in altre parole, in un'epoca in cui regna un ordine frammentato e disordinato. Un'epoca in cui l'AmeriKKKa potrà anche avere in mano le redini della comunicazione, che saranno tuttavia indebolite dal fatto che l'AmeriKKKa è un paese polarizzato e non più un paese unito. Un paese di fatto senza più freni.
Che fare, allora? Kissinger lo dice: curare il funzionamento della diplomazia, almeno. Tump può anche cercare di cavare sangue dalle rape, date le limitate possibilità politiche cui può accedere, e sperare che dopo novembre si ritroverà presidente plenipotenziario quanto basta per portare a termine il suo tentativo di distensione.

17 settembre 2018

Alastair Crooke - Per Trump l'Unione Europea è un alleato che vale zero



Traduzione da Strategic Culture, 23 luglio 2018

Magari è un'errata valutazione, ma un numero non piccolo di commentatori ha fatto pensare che il Presidente Trump a Helsinki intendesse fare tabula rasa della triangolazione alla Kissinger esistente fra USA, Russia e Cina. Si tratta di un'ipotesi ben fondata. Lo stesso Trump aveva abbracciato la linea di Kissinger in una conferenza stampa del 2015: gli USA avrebbero dovuto sempre cercare di tenere divise Russia e Cina in modo da non trovarsele coalizzate contro.
"...Una delle cose peggiori che può succedere al nostro paese è il riavvicinamento della Russia alla Cina. Le abbiamo fatte avvicinare noi, con i grandi accordi fatti nel settore petrolifero. Le abbiamo fatte avvicinare noi. Per il nostro paese è una prospettiva terribile. Sono diventate amiche a causa della nostra leadership incompetente. Io credo che con Putin mi troverei molto bene, no? E, dico, i più forti siamo noi [gli USA]. Non credo che serviranno le sanzioni; sono convinto che andremo molto, molto d'accordo."
Un discorso sensato, ma a Helsinki Trump ha fatto qualcosa di molto meno strategico e di molto più terra terra, qualcosa che è più in accordo con la sua filosofia basata sull'arte dell'accordo.
Nel corso del tempo abbiamo sviluppato un modello mentale abbastanza preciso di come "si suppone che si comporterà un Presidente e di come si svilupperà un processo politico. Ovviamente Trump non corrisponde a questo modello," scrive Jim Rickards. "[George W.] Bush e Obama erano completamente orientati al processo. Si poteva prevedere con ampio anticipo il corso degli eventi mentre si facevano strada nei processi decisionali della West Wing e di Capitol Hill." Nel caso di Trump, continua Rickards, "un processo esiste, ma non si conforma né a una linea temporale né a un copione esistente. Sembra che Trump sia per la maggior parte del tempo l'unico a prendervi parte. Nessun altro a Washington pensa in questo modo. Chi è dell'ambiente tenta di evitare confronti e inasprimenti e a fare compromessi fin dall'inizio, compiendo in modo raffinato il percorso attraverso il processo politico."
"Ecco qui il processo di Trump:
- Identificare un grande obiettivo (il taglio delle tasse, l'equilibrio commerciale, il muro...).
- Identificare i punti di pressione da usare contro chiunque si metta nel mezzo (le elezioni, le tariffe, i posti di lavoro e così via).
- Minacciare in modo estremo l'oppositore, rifacendosi ai punti di pressione di cui sopra.
- Se l'oppositore lascia perdere, venire a più miti consigli, cantare vittoria e tornarsene a casa con gli allori.
- Se l'oppositore ribatte, raddoppiare la posta. Se Trump dichiara l'intenzione di sottoporre a dazio cinquanta miliardi di importazioni dalla Cina e la Cina reagisce in proporzione, Trump rilancia al raddoppio e i miliardi di importazioni diventano cento. Trump alza la posta fino a quando non vince."
Alla fine questo gioco al rialzo può sfociare in negoziati che portino almeno all'idea che Trump abbia vinto, come nel caso della Corea del Nord, anche se si tratta di una vittoria più di figura che concreta.
Insomma, se vediamo il vertice di Helsinki nell'ottica dell'arte dell'accordo, cosa ne viene fuori? Russia e USA hanno tali divergenze e così pochi sono i punti di vista condivisi che le prospettive per arrivare a un accordo strategico globale sono assai scarse. Il Presidente Trump non può offire gran che alla Russia; togliere le sanzioni non dipende da lui ma dal Congresso, e non può, per come stanno le cose oggi, cedere sulla questione dell'Ucraina nonostante Trump abbia chiaro che USA ed Europa con il colpo della Maidan a Kiev si sono procurati una bella gatta da pelare.
"Quindi", come scrive l'editorialista russo Rotislav Ishchenko (qui una traduzione dal russo) "la situazione è quella in cui due parti, anche prima che inizino i negoziati, sanno che non riusciranno ad accordarsi e non si sono neppure preparate a farlo dal momento che dopo le trattative non era previsto di sottoscrivere alcunché.Al tempo stesso entrambe le parti avevano bisogno che l'iniziativa fosse un successo." Ishchenko prosegue: "Trump ovviamente minaccia l'Unione Europea con una possibile intesa con la Russia. E anche Putin ha bisogno di mostrare all'Europa che non è l'unica con cui si può trattare.
 La posizione dell'Europa è chiara. Non è una coincidenza il fatto che Trump, elencando i nemici degli USA (la UE, la Cina, la Russia) abbia messo in chiaro che considera la Russia un problema minore [rispetto alla UE] perché in pratica con essa non ci sono contraddizioni sul piano dell'economia (il Nord Stream 2 non conta). Non è la Cina, con cui gli USA hanno i maggiori negativi dal punto di vista della bilancia commerciale, ma l'Unione Europea -che Trump definisce tranquillamente come il principale competitore commerciale- a ricevere benefici economici ingiustificati tramite accordi politici con gli USA, e che resta il loro principale avversario.
[Trump così] risolve le sue contraddizioni politiche e militari con la Russia [e di conseguenza] riduce a zero il valore della UE come alleato di Washington... L'Europa era abituata a servirsi del proprio ruolo di trampolino per la lotta contro la Russia come [essenziale] argomento per tenere Trump lontano dal compiere questo ultimo passo, la completa separazione dalla UE. E sperava di poter continuare a farlo.
Negli ultimi tempi la Merkel, dopo il summit della NATO, ha iniziato a dire senza infingimenti... [che l'ostilità di Trump verso la UE non ha giustificazione], perché l'Europa si batte con la Russia in nome degli interessi degli USA.
Per l'Unione Europea era essenziale che questa argomentazione continuasse a funzionare. Altrimenti Washington avrebbe avuto assai più in comune con Mosca che con Bruxelles. E l'Europa non è pronta a un aspro confronto con gli USA. Occupata com'era a riposare sugli allori [ovvero sulla propria convinzione di avere dalla propria una sorta di superiorità morale nel campo dei valori], l'Europa non si è impegnata -a differenza della Cina, per esempio- in una diversificazione dei propri legami economici ed è apparsa fortemente dipendente dall'accesso al mercato ameriKKKano.
"Dal momento che non si sono azzardati a precedere Trump nella normalizzazione dei rapporti con la Russia, i leader dell'Unione Europea temevano fatalmente che Trump e Putin, a dispetto delle difficoltà, avrebbero fatto l'impossibile per arrivare a qualche accordo, specie perché entrambi si sono rivelati gente capace di prendere in un istante decisioni che cambiano il destino del mondo.
La posizione assunta dall'Unione Europea ha incrementato il valore del vertice anche per la Russia. A Mosca possono aspettare fino a quando Washington non sarà pronta a riconciliarsi. Se si considera che l'Unione Europea ha ovviamente l'intenzione di mettersi di mezzo per cercare di salvaguardare un assetto geopolitico da cui trae vantaggio ma che non va bene né a Trump né a Putin, la Russia ha anche interesse a ben figurare davanti al mondo in occasione di questo vertice, e a mostrare che c'è la possibilità di arrivare ad accordi definitivi ed esaurienti."
Insomma, Trump si sta servendo di Helsinki per "minacciare in modo estremo l'oppositore", ovvero l'Unione Europea, impedendole di giocare la carta della propria utilità nei confronti dell'AmeriKKKa nella perenne contesa con la Russia. Il recente comunicato finale della NATO in ogni caso suona come un'accusa piuttosto precisa nei confronti della Russia e del suo comportamento.
Sia Trump che Putin si sono assunti un considerevole rischio politico con questa messa in scena della "fine della Guerra Fredda" In alcuni settori degli USA Trump ha levato reazioni straordinariamente isteriche e ha provocato molti commenti agli editoriali dello Washington Post che definivano il linguaggio che ha caratterizzato l'eloquio di Trump alla conferenza stampa come una "apostasia" e "un cancro in mezzo a noi". (Il vocabolo apostasia è il linguaggio con cui lo jihadismo violento taccia chi non crede.)
Non c'è dubbio che il latente odio per la Russia sia uscito allo scoperto. Questa acredine non sarà una sorpresa per Putin, anche se il registro linguistico estremo che la élite ha usato nei confronti di Trump metterà i russi al corrente di quello che rischiano loro nel caso Trump venisse per un motivo o per l'altro rimosso dalla propria carica.
Cosa implica il ricorso a un linguaggio simile? Le radici della russofobia in AmeriKKKa sono profonde. La loro origine risale all'epoca della partecipazione di attivismi del trotzkismo ameriKKKano alla rivoluzione bolscevica, ampiamente finanziata e orchestrata da Wall Street. I banchieri di New York non fornirono soltanto denaro, ma agevolarono un facile passaggio in Russia a rivoluzionari come Trotzky ed altri. L'assassinio dei killer trotzkisti (e di molte altre persone) ad opera di Stalin negli anni Trenta è alla base del linguaggio forcaiolo russo che ancora circola negli USA, anche se qualcuno ne ha dimenticato l'origine. Esistono conventicole negli USA che non hanno mai perdonato i repulisti staliniani.
Ovviamente quello che irrita la maggior parte della gente in AmeriKKKa e nelle élite liberali europee è il fatto che Putin consideri l'AmeriKKKa come al proprio livello morale e come dotata di pari competenze nel settore dell'intelligence. L'AmeriKKKa è convinta di aver vinto una volta per tutte: ha vinto la Guerra Fredda sotto il profilo culturale, nel campo dei sistemi di governo e dell'economia. Questo arrogarsi la "fine della storia", e la condizione di estasi che ne è derivata, le hanno evitato il bisogno di trattare la Russia come qualcosa di diverso dal popolo "psicologicamente sconfitto" che essa, peraltro, non era.
In ultima analisi il risentimento dello establishment occidentale nasce dal rifuto dei russi di sottostare a quella sconfitta che, secondo questo modo di vedere, si erano meritata: Putin ha rifiutato di incasellare la Russia nell'ordine mondiale a guida ameriKKKana e ha preferito che, in qualche modo, la Russia rimanesse Russia, secondo una cultura propria.
Quali sono le implicazioni per l'Europa? Per l'Europa si tratta di una catastrofe. Significa che il dialogo degli USA con Putin è destinato a continuare. Da che parte schierarsi allora, per Washington o per Mosca? Restare leali alla vecchia sovranità dimezzata o cercare di aderire a qualcosa di nuovo, prima che ci pensi qualcun altro?
A differenza della Russia l'Europa non può permettersi di aspettare. Incontrando Putin, Trump ha tolto gli USA dallo stallo e ha tolto all'Unione Europea il diritto di fare la stessa mossa. Questo rischia di complicare la politica europea più di quanto non facciano le sfide che essa deve già affrontare.
E Trump? I "flussi del denaro" indicano che sarà incriminato o messo in stato d'accusa dopo le elezioni di metà mandato. C'è da dubitarne. A fronte di tutte le chiacchiere di John Brennan su "reati e malefatte di estrema gravità" formulate col preciso linguaggio giuridico dell'impeachment, non esiste alcun reato. E se anche ve ne fossero, sono cose che come tali possono emergere da un trimestre molto diverso. Ed è probabile che Trump sopravviverà all'isteria imperante.