05 settembre 2014

Giuliano Ferrara, che è grasso, fa il violento incomparabilmente superiore.



Da qualche anno lo Stato Islamico è scappato dalle manine di chi se ne serviva, e da qualche mese la sua presenza ha cominciato a costituire un problema; da quando lo Stato Islamico è diventato un problema, l'islamofobia c' a' pummarola 'n coppa è tornata ad infarcire le gazzette.
Il 5 settembre 2014 per esempio Giuliano Ferrara, che è grasso, ha invocato per l'ennesima volta la guerra da quel suo Foglio che nessuno legge e che vive da sempre come una tigna a rimorchio delle risorse pubbliche, grazie a quelle sovvenzioni sull'editoria che secondo gli "occidentalisti" neppure dovrebbero esistere.
Ora, il problema è che nel caso specifico Giuliano Ferrara, che è grasso, ha ragione da vendere e propositi costruttivi da avanzare: si colga immediatamente l'occasione per mandarlo una buona volta laddove infuriano più rabbiosi i combattimenti, e di farlo in modo da ridurre al minimo le probabilità di un suo ritorno.
Si faccia davvero tutto quello che è possibile fare per condurlo in zona d'operazioni, lui e tutti i lettori che vorranno unirsi all'impresa. Tenuto conto di imbucati, professioniste -pardon, stagiste- al séguito ed altra mercanzia del genere si dovrebbe -sia pure molto a fatica- arrivare a riempire un autobus urbano. Il percorso fra Milano e la frontiera siriana si svolge per intero su strade asfaltate di facilissima percorrenza.
Una volta che Giuliano Ferrara, che è grasso, ed il suo manipolo di eroi avranno comodamente raggiunto Deir ez Zor o Raqqa non resterà che augurar loro buona fortuna dopo avergli messo in mano un moschetto Carcano e un paio di giberne, a tanto limitando la fornitura di equipaggiamenti per non rendere insostenibile il peso economico della missione.
Il rischio dell'antieconomicità, in un'operazione che avrebbe il merito non indifferente di ripulire il "paese" dove mangiano spaghetti da individui di questo genere, sta nel fatto che Giuliano Ferrara, che è grasso, potrebbe essere indotto dalle proprie abitudini a pensare di potere a buon diritto reclamare una mimetica fuori ordinanza.
E magari anche la pretesa di gravare sulla sussistenza.
Sarà bene far sì che provveda di persona facendosi recapitare sul posto le vivande di qualche ristorante milanese, e che si avvii verso le linee nemiche in giacca e cravatta, con la occidentale eleganza che gli è propria.

04 settembre 2014

La Everyday Rebellion dei cialtroni rivoluzionari



Con la pazzesca invocazione qui sopra, nella tarda estate dl 2014 lo Scoundrelton Post fa un po' di pubblicità ad un certo film documentario.
Una specie di bignami della ribellione che piace alle gazzette, vale a dire quella in cui gli scontri di piazza a Kiev si possono fare e a Genova no.
Everyday Rebellion ci fa vedere innanzitutto quanto sono cattivi nella Repubblica Islamica dell'Iran, o meglio, quanto erano cattivi quando il mondo intero li voleva morti, quando al Primo Ministro di allora non era ancora venuto in mente di fare il rivoluzionario verde, e quando non si aspettava che i Pasdaran entrassero in Iraq per togliere le castagne dal fuoco al governo locale, benedetti a mezza voce dallo stesso Occidente che cercherà di fargli la pelle un'altra volta appena le acque si saranno calmate.
Poi ci fa vedere come ogni giovane donna possa giovare alle magnifiche sorti e progressive della specie umana partecipando a cortei e manifestazioni con pochi vestiti addosso.
Pare che il documentario dia spazio a tutti i moti di piazza filooccidentali, a tutte le "rivoluzioni colorate" degli ultimi quindici anni, a tutte le più demenziali idiozie autoreferenziali e fogliettesche rese possibili dal Cinguettatore, dal Libro dei Ceffi e da tutto il resto dell'armamentario del cialtronista rivoluzionario; strano che manchi all'appello Yoani Sànchez (ché in queste faccende con i "dissidenti" cubani si va sempre sul sicuro) perché poi le versioni disponibili di quelli che Sherif el Sebaie battezzò "i fighetti di piazza Tahrir" ci dovrebbero essere più o meno tutte.
La sua definizione, radicale e spietata, si attaglia bene a tutti i rivoluzionari da strapazzo che hanno fatto la gioia dei foglietti "occidentali".
Questa minoranza, che suscita la simpatia dell'occidente (o meglio di quelli che David Rieff chiama su Internazionale i "ciberutopisti" e che io ho definito "rivoluzionari col culo al caldo"), vive di "Tweetnadwa" ed è convinta che i problemi delle baraccopoli del paese, dove la gente cerca di mangiare tra la spazzatura e le feci, li risolverà Google. Sul magazine dello Zeitung c'è un articolo che spiega molto bene quanto questi giovani siano lontani dai problemi veri del paese: "Mahmoud indossa jeans attillati e scarpe da ginnastica Converse e ha studiato scienze della comunicazione. Anche i suoi amici sono andati al college. I loro genitori sono medici, avvocati, artisti. Sul tavolo gli ultimi iPhone e Blackberry. Il bagliore dei monitor dei computer portatili. Horreya: il nome del locale significa "libertà". Proprio qui c'è la birra. "La gente come noi ha messo in moto la rivoluzione", dice con orgoglio Mahmoud, spiegando come, con i loro smartphone, hanno diffuso l'appello per protestare su Facebook ad altri giovani della classe media egiziana durante i primi giorni. Sono educati, ben informati, mangiano al "McDonald" e fanno shopping nei centri commerciali di lusso". Ebbene, questo signor Mahmoud ha la cura miracolosa per i problemi dei poveri egiziani: "So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook". Persino il corrispondente dello Zeitung è rimasto a bocca aperta per lo sconcerto. Non mi meraviglia che questa gente susciti l'ammirazione di quella che chiamo "sinistra alle sardine".
A tre anni dal manifestarsi dell'invenzione gazzettiera della "Primavera Araba", gli apprendisti stregoni della rivoluzione che non c'era sono ridotti peggio che con le spalle al muro ed è verosimile che in realtà particolarmente colpite, come la Repubblica Araba di Siria, una parte consistente della popolazione non chiederebbe di meglio che di mettere le mani addosso a qualche anti Assad da corteo gazzettiero.
Ad indignare, ad ispirare una disistima molto profonda, è il fatto che tutto era abbastanza prevedibile.
Forse bastava non esagerare con la birra e i ciarlòfoni portatili.

03 settembre 2014

Alastair Crooke - Conoscere la storia dello wahabismo in Arabia Saudita è indispensabile per comprendere lo Stato Islamico



Traduzione da Huffington Post.

BEIRUT. In Occidente, il clamoroso irrompere del Da'ish (lo Stato Islamico) sulla scena irachena è stato per molti un avvenimento scioccante. In molti hanno espresso perplessità -e sgomento- a fronte della sua propensione alla violenza e dell'attrattiva che esercita nei confronti dei giovani sunniti. Ma più che altro è l'atteggiamento ambiguo dell'Arabia Saudita davanti ad un fenomeno tanto preoccupante quanto difficile da spiegare; la domanda è "Ma i sauditi non capiscono che lo Stato Islamico rappresenta una minaccia anche per loro?"
Perfino in queste circostanze, pare che l'élite alla guida dell'Arabia Saudita sia spaccata. C'è chi è soddisfatto e si fa trascinare dall'ideologia strettamente salafita del Da'ish: lo Stato Islamico sta combattendo l'incendio dell'Iran sciita con il fuoco sunnita, ed un nuovo stato sunnita sta prendendo forma nel cuore di quello che i sunniti considerano il cuore del proprio retaggio storico.
Poi ci sono sauditi più timorosi, che ricordano le vicende della rivolta contro Abd el Aziz condotta dalle milizie dello Ikhwan wahabita (questo Ikhwan non ha nulla a che vedere con lo Ikhwan dei Fratelli Musulmani; in questo scritto non si fa mai riferimento allo Ikhwan dei Fratelli Musulmani), che fece quasi implodere lo wahabismo e le fortune della Casa dei Saud alla fine degli anni Venti.
Molti sauditi sono profondamente irritati dalle dottrine radicali del Da'Ish, o Stato Islamico, e stanno cominciando ad interrogarsi su alcuni aspetti del percorso e della visione politica del loro paese.


La dualità saudita

Le tensioni e i disaccordi sul conto dello Stato Islamico che esistono in Arabia Saudita possono essere comprese soltanto se si afferra l'intrinseca dualità, tutt'oggi esistente, che sta al centro dell'operazione dottrinale compiuta dalla monarchia, nonché delle origini storiche della monarchia stessa.
Uno dei principali fili conduttori dell'identità saudita rimanda direttamente a Muhammad ibn Abd al Wahhab, fondatore dello wahabismo, e all'uso che Ibn Saud fece del suo puritanesimo radicale ed esclusivista. Ibn Saud altro non era che un capo di second'ordine in mezzo a tanti altri fra le tribù beduine che continuamente avevano schermaglie tra loro  in mezzo al deserto del Nejd, calcinato e disperatamente povero.
Il secondo filo conduttore che sta alla base di questa dualità che lascia tanto perplessi riconduce invece a Re Abd al Aziz, che negli anni dopo il 1920 si orientò verso lo statalismo. Riconduce al suo aver messo il guinzaglio alle violenze dello Ikhwan per avere il riconoscimento di stato nazionale da Gran Bretagna ed AmeriKKKa, alla sua istituzionalizzazione della spinta wahabita originaria e al conseguente sfruttamento da parte sua della manna petrolifera degli anni Settanta, sfruttata sapientemente per incanalare verso l'esterno la volatile corrente dello Ikhwan con la diffusione di una rivoluzione culturale -piuttosto che una rivoluzione violenta- in tutto il mondo musulmano.
Questa "rivoluzione culturale" non era fatta di pacato riformismo. Si basava sull'odio giacobino di Abd al Wahhab per la putrefazione ed il deviazionismo che egli percepiva attorno a sé. Di qui la sua esortazione a purificare l'Islam da tutti i suoi elementi ereticali ed idolatrici.


Impostori travestiti da musulmani

Lo scrittore e giornalista ameriKKKano Steven Coll ha descritto il modo in cui questo austero e catoniano discepolo dello studioso del XIV secolo Ibd Taymiyyah di nome Abd al Wahhab disprezzasse "la nobiltà egiziana ed ottomana che elegante, raffinata, fumatrice e piena di hashish, viaggiava stambureggiando attraverso l'Arabia per andare a pregare alla Mecca".
Secondo Abd al Wahhab costoro non erano musulmani: erano impostori, che di musulmano non avevano che l'abito. Né al Wahhab considerava molto migliore il comportamento dei locali beduini arabi: lo indispettivano con quel loro onorare i santi, con l'erigere pietre tombali, con la loro "superstizione" che era poi l'usanza di trattare con riverenza tombe o luoghi che si consideravano particolarmente pregni di spirito divino.
Abd al Wahhab considerava bida', proibiti da Dio, tutti questi comportamenti.
Abd al Wahhab pensava, come Taymiyyah prima di lui, che il periodo della permanenza a Medina del Profeta Muhammad rappresentasse l'ideale della società musulmana, il "mgliore dei tempi", che tutti i musulmani avrebbero dovuto aspirare ad imitare. L'essenza del salafismo è, in sostanza, questa.
Taymiyyah aveva anche dichiarato guerra alla Shi'a, al Sufismo e alla filosofia greca. Inveì anche contro l'uso di visitare la tomba di Muhammad e di celebrarne il genetliaco, dichiarando che queste usanze altro non erano che una mera imitazione della devozione cristiana per Gesù inteso come Dio, e che erano dunque comportamenti idolatrici. Abd al Wahhab aveva fatto propri tutti questi insegnamenti, stabilendo altresì che "qualsiasi dubbio e qualsiasi esitazione" da parte di un credente verso il riconoscimento di questa specifica interpretazione dell'Islam avrebbe dovuto "privare ognuno dell'immunità di cui godono i suoi beni e la sua stessa vita".
Uno dei primi punti fermi nel pensiero di Abd al Wahhab era diventato il concetto fondamentale di takfir. La dottrina takfiri per come la intendevano Abd al Wahhab ed i suoi seguaci stigmatizza come infedeli i musulmani che si impegnino in attività suscettibili di mettere in qualsiasi modo in discussione la sovranità dell'autorità assoluta, ovvero dell'autorità del monarca. Abd al Wahhab deplorava tutti i musulmani che onoravano i defunti, i santi o gli angeli, ritenendo assodato che sentimenti del genere li distraevano dalla completa sottomissione dovuta a Dio, e a Dio soltanto. Di conseguenza, l'Islam wahabita mette al bando ogni preghiera diretta ai santi o ai cari defunti, la visita alle tombe o a moschee particolari, le festività religiose che celebrano i santi, la celebrazione del genetliaco del Profeta Muhammad, e proibisce persino l'uso delle lapidi per contrassegnare le sepolture.
Abd al Wahhab pretendeva che ci si conformasse, e che questo conformismo venisse dimostrato in modi fisici e tangibili. Sostenne che tutti i musulnmani devono decidere di far riferimento ad una sola guida, ad un califfo, nel caso ve ne fosse uno, e scrisse che quanti non si adattano a questo modo di vedere le cose dovrebbero essere uccisi, le loro mogli e le loro figlie violentate, le loro proprietà confiscate. La lista degli apostati meritevoli di morte comprendeva gli sciiti, i sufi ed altre correnti dell'Islam che Abd al Wahhab non considerava affatto musulmane. Su questo punto in particolare, nulla divide lo wahabismo dallo Stato Islamico. La spaccatura sarebbe emersa solo in séguito, a partire dalla successiva istituzionalizzazione del pensiero di Muhammad ibn Abd al Wahhab che sosteneva "Un solo governante, una sola autorità, una sola moschea". Questi tre pilastri furono intesi come rispettivamente riferentisi al re saudita, all'autorità assoluta dello wahabismo ufficiale e al suo controllo della "moschea" intesa come  il mondo.
Lo Stato Islamico nega questi tre pilastri, sui quali poggia nel momento attuale l'intera autorità sunnita; ecco la spaccatura che rende lo Stato Islamico, che su ogni altro aspetto si rifà allo wahabismo, una seria minaccia per l'Arabia Saudita.


Cenni storici 1741-1818

La difesa di concetti ultraradicali come questi, fatta da Abd al Wahhab, finì inevitabilmente con attirargli addosso il bando dalla sua stessa cittadina; nel 1741, dopo aver vagabondato per un po', al Wahhab trovò rifugio presso Ibn Saud e la sua gente. Ibn Saud si era accorto che gli insegnamenti di Abd al Wahhab, mai sentiti prima, erano il punto d'appoggio per rovesciare la tradizione e le convenzioni arabe; erano un modo per conquistare il potere.
La tribù di Ibn Saud abbracciò la dottrina di Abd al Wahhab e da allora in poi poté fare quello che aveva sempre fatto, vale a dire compiere scorrerie nei villaggi vicini e rapinarli di ogni proprietà. Solo che adesso non lo faceva perché era tradizione degli arabi il farlo, ma agendo sotto le bandiere del jihad. Ibn Saud e Abd al Wahhab reintrodussero anche il concetto di martirio in nome del jihad, che ai martiri garantiva immediato accesso al paradiso.
All'inizio conquistarono la supremazia su poche comunità locali ed imposero ad esse il loro dominio. Ai conquistati veniva posta una scelta limitata: la conversione allo wahabismo o la morte. Nel 1790 questa Alleanza era arrivata a controllare la maggior parte della penisola arabica, ed aveva più volte compiuto incursioni contro Medina, la Siria e l'Iraq.
La strategia era quella dello Stato Islamico di oggi: sottomettere le genti conquistate. L'obiettivo era quello di mettere paura. Nel 1801 gli Alleati attaccarono la città santa irachena di Karbala e massacrarono migliaia di sciiti, donne e bambini compresi. Molti sacrari sciiti vennero distrutti, compresa la tomba dell'Imam Hussein, il nipote assassinato del Profeta Muhammad.
Osservando la situazione all'epoca un ufficiale britannico, il luogotenente Francis Warden, scrisse: "Hanno saccheggiato tutta la città e fatto razzia nella tomba di Hussein... in tutta la giornata hanno massacrato, e lo hanno fatto con particolare crudeltà, più di cinquemila abitanti..."
Lo storico del primo stato saudita Osman Ibn Bishr Najdi scrisse che Ibn Saud aveva fatto un macello a Karbala nel 1801. Con orgoglio ne riferì le prove, scrivendo "Abbiamo preso Karbala e abbiamo fatto un macello, e abbiamo catturato la sua popolazione come schiava sia lode ad Allah, Signore dei Mondi: noi non chiediamo perdono per questo e diciamo anzi 'A chi non crede, lo stesso trattamento'".
Abdul Aziz entrò nella città santa della Mecca nel 1803; la città si era arresa sotto il peso del terrore e del panico, e la stessa cosa sarebbe poi successa a Medina. I seguaci di Abd al Wahhab demolirono i monumenti storici, tutte le tombe e tutti i sacrari su cui poterono mettere le mani. Alla fine, avevano distrutto centinaia di anni di architetture islamiche tutt'attorno alla Grande Moschea.
A novembre 1803, tuttavia, un assassino sciita uccise re Abdul Aziz per vendicare il massacro di Karbala. Gli successe il figlio Saud bin Abd al Aziz, che continuò la conquista dell'Arabia. A comandare comunque erano gli ottomani, che a quel punto non poterono più rimanere a guardare il loro impero che veniva divorato pezzo per pezzo. Nel 1812 l'esercito ottomano, formato da egiziani, cacciò l'Alleanza da Medina, da Gedda e dalla Mecca. Nel 1813 Saud bin Abd al Aziz morì di malaria. Il suo sfortunato figlio Abdullah bin Saud venne portato dagli ottomani ad Istanbul dove venne sottoposto ad una macabra esecuzione. Un testimone riferì che per tre giorni gli furono inflitte umiliazioni per le vie di Istanbul e che poi era stato impiccato e decapitato. La testa era stata sparata da un cannone, e il suo cuore strappato dal petto e impalato sopra il suo corpo.
Nel 1815 gli wahabiti furono sconfitti dagli egiziani, che agivano per contro dell'impero, in una battaglia decisiva. Nel 1818 gli ottomani conquistarono e distrussero la capitale wahabita di Dariyah. Il primo stato saudita aveva cessato di esistere. I pochi wahabiti rimasti si ritirarono nel deserto per serrare le file, e vi rimasero senza causare disordini per la maggior parte del XIX secolo.


Con lo Stato Islamico la storia si ripete

Non è difficile capire in che modo la fondazione dello Stato Islamico da parte dell'ISIL nell'Iraq di oggi possa apparire a quanti ricordano queste vicende. Va anche detto che le concezioni dello wahabismo del XVIII secolo non si è affatto indebolita nel Nejd, e che anzi è tornata prepotentemente in vita col collasso dell'Impero Ottomano, nel caos che fece seguito alla fine della prima guerra mondiale.
In questa recrudescenza del XX secolo la Casa dei Saud era guidata da uno Abd al Aziz di poche parole e dalla grande astuzia politica. Al momento di unire le frammentate tribù beduine, egli lanciò lo Ikwan saudita secondo lo spirito di Abd al Wahhab e dei primi predicatori combattenti di Ibn Saud.
Questo Ikhwan era una reincarnazione del primo, fiero e semindipendente movimento avanguardista formato da moralisti wahabiti armati e dediti alla causa, che erano arrivati ad un niente dall'impadronirsi di tutta l'Arabia all'inizio del 1800.Questo Ikhwan riuscì, come ci era riuscito il suo predecessore, a conquistare le città di Mecca, Medina e Gedda in un tempo compreso fra il 1914 ed il 1926. Abd al Aziz tuttavia cominciò a sentire che i suoi più ampi interessi erano minacciati dal giacobinismo rivoluzionario di cui lo Ikhwan dava prova. Lo Ikhwan si rivoltò, dando il via ad una guerra civile che durò fino agli anni Trenta, quando il re riuscì a calmare la questione... a colpi di mitragliatrice.
Abd al Aziz si era trovato in una situazione in cui le semplici verità dei decenni precedenti stavano perdendo vigore. Nella penisola araba era stato scoperto il petrolio. Il Regno Unito e l'AmeriKKKa avevano iniziato a fargli la corte, ma erano ancora propense a sostenere Sharif Hussein come unico legittimo padrone del paese. Ai sauditi toccava sviluppare una diplomazia un po' più sofisticata.
Lo wahabismo, nato come movimento di jihad rivoluzionario e di purificazione takfiri dal punto di vista teologico, fu di forza fatto diventare un movimento che chiamava alla restaurazione conservatrice dal punto di vista sociale, politico , teologico e religioso, affinché servisse come giustificativo per la lealtà istituzionalizzata nei confronti della famiglia reale saudita e del potere assoluto del monarca.


Lo wahabismo si diffonde con le ricchezze petrolifere

Con l'arrivo della manna petrolifera, come spiega lo studioso francese Giles Kepel, l'obiettivo dei sauditi diventò quello di "espandersi e di diffondere lo wahabismo in tutto il mondo musulmano... l'idea diventa quella di wahabizzare l'Islam, riducendo così la moltitudine di voci che esiste all'interno della religione ad un unico credo, ad un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali". Miliardi di dollari vennero investiti, e continuano ad essere investiti a tutt'oggi, in manifestazioni di "potere morbido" di questo tipo.
Questo potente miscuglio di proiezione di "potere morbido" mandata avanti a suon di miliardi e di volontà saudita di prendere le briglie dell'Islam sunnita e di usarlo per assecondare gli interessi ameriKKKani, assieme al concomitante sostegno offerto dai sauditi alla diffusione dello wahabismo negli ambienti educativi, della società e della cultura di tutto il mondo islamico, fece sì che la politica occidentale diventasse dipendente dall'Arabia Saudita. Questa dipendenza è nata con l'incontro di Abd al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense che stava riportando in patria il Presidente dopo la conferenza di Yalta, e dura ancora oggi.
Gli occidentali guardarono all'Arabia Saudita, e il loro sguardo venne accecato dalla sua ricchezza, dalla sua apparente modernizzazione, dalla sua asserita leadership su tutto il mondo islamico. Gli occidentali scelsero di considerare scontato che il regno stesse perseguendo gli imperativi della vita moderna e che la predominanza sull'Islam sunnita non avrebbe fatto altro che condurlo sulla via della modernizzazione.
Solo che l'approccio saudita all'Islam basato sullo Ikhwan non è morto negli anni '30 dello scorso secolo. Esso ha perso posizioni, ma ha mantenuto una propria presa su parti del sistema. Di qui la dualità che osserviamo oggi in Arabia Saudita nei confronti dello Stato Islamico.
Da una parte, lo Stato Islamico è decisamente wahabita. Dall'altra, ha posizioni ultraradicali, che vanno in una direzione diversa. Potremmo considerarlo essenzialmente come un movimento sorto per correggere lo wahabismo di oggi.
Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante è un movimento che si ispira al "dopo Medina"; esso considera fonte di emulazione gli atti dei primi due califfi più che quelli del Profeta Muhammad, e rifiuta per forza di cose la pretesa autorità di governare avanzata dai sauditi. Nell'era del petrolio la monarchia saudita ha prosperato diventando un'istituzione sempre più enfiata; intanto, a dispetto delle campagne di modernizzazione di re Faisal, l'attrattiva del messaggio dello Ikhwan continuava a guadagnare terreno. Lo "approccio dello Ikhwan" ha ottenuto, ed ottiene ancora oggi, il sostegno di molti uomini e donne importanti e di molti sceicchi. Da un certo punto di vista, Osama Bin Laden è stato un fedele rappresentante dell'ultima fioritura di questo approccio.  Oggi, il fatto che lo Stato Islamico stia lavorando per minare la legittimità della monarchia non viene considerato qualcosa di problematico, ma qualcosa che rimanda alle genuine origini del progetto dei Saud e di Wahhab.
Nel controllo del Medio Oriente in cui sauditi ed Occidente hanno collaborato allo scopo di portare a termine molti progetti occidentali come la lotta al socialismo, al baathismo, al nasserismo, all'influenza sovietica ed iraniana, i politici occidentali hanno messo in evidenza l'interpretazione della realtà saudita da essi stessi scelta, fatta di ricchezza, modernità ed influenza nella regione, ma hanno scelto anche di ignorare ogni spinta wahabita.
D'altronde, i movimenti islamici più radicali sono stati percepiti dai servizi segreti occidentali come maggiormente efficaci nella lotta all'Unione Sovietica in Afghanistan e nel combattere i leader ed i paesi mediorientali sgraditi.
Perché dovremmo provare un senso di sorpresa, allora, se dal mandato che sauditi ed occidentali hanno affidato al Principe Bandar affinché guidasse l'insurrezione siriana contro il Presidente Assad è emersa una specie di movimento di avanguardia come lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante, che è una sorta di violento e terrorizzante nuovo Ikhwan? E perché dovremmo provare un senso di sorpresa, adesso che ne sappiamo un po' di più sullo wahabismo, se viene fuori che in Siria è più facile incontrare il mitico unicorno che non qualche "insorto moderato"? Perché mai avremmo dovuto pensare che lo wahabismo radicale avrebbe fatto emergere formazioni moderate? O forse pensavamo che una dottrina che si basa su "un solo capo, una sola autorità, una sola moschea, sottomissione o morte" avrebbe potuto in ultima analisi condurre alla moderazione ed alla tolleranza?
No, forse non lo abbiamo mai neppure pensato.

02 settembre 2014

Giulia Latorre sul Libro dei Ceffi


La propaganda "occidentalista" trascina stancamente da almeno due anni una questione di cui non importa assolutamente niente a nessuno nonostante l'occidentalame vi abbia profuso le proprie migliori risorse, e che in questa sede abbiamo già affrontato e liquidato da diverso tempo.
Alla fine di agosto 2014 uno dei protagonisti della faccenda avrebbe sofferto di un lieve malore (uno stato ischemico transitorio, pare).
Il primo settembre 2014 una schedatura sul Libro dei Ceffi a nome Giulia Latorre riportava il testo qui riprodotto, che ha alimentato per qualche ora le gazzette. L'originale pare fosse lievemente diverso: il nome dello stato che occupa la penisola italiana era associato all'epiteto di Cambronne, fatto velocemente sparire dall'autore delle cinque righe. Qualcun altro degli interessati avrà fatto notare che non è molto elegante scatarrare nella ciotola da cui si mangia.
Riccardo Venturi ha espresso articolate considerazioni sulla materia. Se ne riprende qui lo spunto, quale sostanziale dileggio della altrui disinvoltura.
I toni usati dalla sedicente Giulia Latorre non sono propriamente quel che ci si aspetta dalla figlia di un eroico difensore della Sacra Patria; nonostante le correzioni in corso d'opera, il suo scrittarello merita di essere riprodotto per intero, con la sua peculiare grafia, poiché anch'essa contribuisce a dare un'idea molto precisa del suo "paese" e delle competenze dei suoi sudditi.
Riassumendo:
 a) Lo stato che occupa la penisola italiana, secondo la schedatura a nome della sig.na Latorre Giulia, è di merda (seppure prontamente cancellata) perché li fa restare: forse, chissà, si vorrebbe dichiarare guerra alla Repubblica dell'India assieme ai ripetenti da scuola media di Boutique Pound e insieme a Giorgia Meloni, che in questi giorni pensava seriamente di danneggiare reputazione ed economia di una potenza nucleare esortando un palloniere a non andarci a fare le pallonate.
b) Lo stato che occupa la penisola italiana, sempre secondo la stessa schedatura, è di merda perché "si preoccupa" (coi campi di concentramento chiamati CIE e con la legge Bossi-Fini, verrebbe da dire) "di portare qui gli immigrati che bucano le ruote xk vogliono soldi"; considerazione profondissima e intelligentissima ripresa ipso facto dalla "Padania", che in questi casi difende a spada tratta quello stesso stato che il suo partito di riferimento aveva giurato di distruggere. O terra dei maccheroni! Smetti di preoccuparti di quegli sporchi immigrati che bucano le ruote "per soldi" e preoccupati per i tuoi eroici figli che bucherellano esseri umani a gratis! (a gratis..?!?)
c) Lo stato che occupa la penisola italiana, infine, non si preoccupa "dei fratelli che combattono per noi e perdono la vita".
Ehi, ehi, calma, ragazzina. D'accordo che il babbo si è sentito male, ma bisognerà chiarirti un paio di cose, e definitivamente. La prima è che il tuo babbo non è mio fratello, e non lo vorrei come fratello nemmeno se me lo regalassero infiocchettato. Non "combatte" affatto, né per me, né per te e né per noi; se ne stava a far la guardia a un privato, e magari dovresti chiederti seriamente che cosa ci stava a fare e perché. Non era a difendere la "Patria", ma una proprietà privata. Non era a far la guerra; sai, quella cosa che i "nostri ragazzi" vanno a fare qua e là, travestita da "missione di pace" con ricchissimi finanziamenti e rifinanziamenti. Tant'è vero che la vita non la hanno rischiata affatto, ma la hanno tolta a due poveracci che lavoravano a casa propria. Non cercare di confondere le acque, ragazzina, anche se si capisce la preoccupazione per il babbo che è stato male; e non tirare in ballo la morte, perché la morte a questo Paese gliela stanno dando soprattutto le spese militari e i razzismini quotidiani da brava figlia come il tuo. Una perfetta figlia dell'Italia, sei: perché la offendi?
Queste ultime righe sono riprese senza alcuna correzione dal testo originale e contengono il nome dello stato che occupa la penisola italiana; ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

01 settembre 2014

Per una buona pausa pranzo nei pressi di Prato: Poggio Pizza Kebab, via Lorenzo il Magnifico 42 a Poggio a Caiano


A fine agosto 2014 abbiamo letto uno scritto su un foglietto locale che dava notizia dell'apertura del primo kababi di Poggio a Caiano, una località a pochi chilometri da Prato e da Firenze.
Non mancano problemi per i rifiuti lasciati dai clienti proprio davanti alle Scuderie dove spesso viene consumato il panino con il kebab. [...] la sera, i clienti del punto kebab amano sedersi sulle "panchine di pietra" che caratterizzano la facciata delle Scuderie medicee. Non ci sarebbe niente di male se non fosse che puntualmente vengono lasciate a terra cartacce, fazzoletti e persino lattine vuote. Non proprio un'immagine da cartolina turistica.
I kababi sono uno dei soggetti preferiti dalla propaganda "occidentalista" perché lo "scontro di civiltà" da essa stessa inventato si nutre di "tradizioni" ancora più inventate, che sono il fallace punto di vista da cui partono propagandisti abituati ad andare per le spicce ed affatto disposti a soffermarsi su questioni che non sono propriamente dei dettagli, ad esempio il fatto che le imprese che forniscono ai kababi la materia prima per lavorare, spesso comprese le attrezzature necessarie, sono per lo più localizzate nella Repubblica Federale Tedesca. Ci si guarda ancora di più dall'evidenziare il fatto che i kababi sono esempi del capitalismo più autentico, colpevole di essere caratterizzato da quella iniziativa individuale e da quel rapporto diretto tra il lavoro e il profitto in cui l'"occidentalismo" riconosce a ciance le proprie radici.
 In mancanza di meglio, dunque, ben vengano le cartacce, i fazzoletti e persino le lattine vuote che rovinano le immagini da cartolina turistica: l'essenziale è che il pubblico ed il principio di realtà non vengano mai in contatto tra loro.
Incuriositi dallo scritto ci siamo recati in via Lorenzo il Magnifico. Abbiamo espresso l'intenzione di farlo ad un nostro corrispondente, il quale ha letto l'articolo in link e ci ha scritto che a suo modo di vedere, al limite, si dovrebbe essere indignati perché le "Scuderie Medicee" sono state costruite davanti ad un kababi.
L'ingresso del kababi è quello della foto in alto.
Il gestore del Poggio Pizza Kebab parla abbastanza fluentemente la lingua maggioritaria nello stato che occupa la penisola italiana; il suo paese è la Repubblica Islamica del Pakistan. Non c'è che da pensare ancora una volta a quanti mangiatori di spaghetti ostentano orgoglio, vanto e giustificativo della propria ignoranza, a cominciare da quella delle lingue straniere, e trarne le debite conclusioni.
I tre avventori che abbiamo trovato nel locale stavano parlando con lui informandosi dell'attività; abbiamo pensato che anch'essi fossero stati attirati in zona dagli stessi motivi che hanno stimolato la nostra curiosità. Ascoltando, veniamo a sapere che all'inizio di settembre dovrebbe partire anche l'attività di pizzeria con consegna a domicilio.
L'offerta dell'esercizio è quella classica: kebab e samosa accompagnati da bevande gassate, il tutto a prezzi piuttosto differenti da quelli in vigore presso organizzazioni economiche "occidentalmente" desiderabili, alle cui cartacce, fazzoletti e persino lattine vuote nessuno pare interessarsi.
Ancora meno sono quelli che paiono interessarsi a come quelle stesse organizzazioni trattano il personale, sostanzialmente equiparato a cartacce, fazzoletti e persino lattine vuote. 

Questo invece è l'ingresso delle Scuderie Medicee, con relative panchine di pietra.
Non si notano né cartacce, né fazzoletti, né lattine vuote.
In compenso c'è da chiedersi chi mai comprerebbe una "cartolina turistica" con un soggetto del genere e magari che cosa penserebbe l'occidentalame contemporaneo di una scuderia in piena attività e del suo effetto sulle cartoline turistiche, considerati i quintali di sterco equino che ne verrebbero portati fuori ogni giorno; altro che cartacce, fazzoletti e persino lattine vuote.
Va da sé che nelle società normali i problemi che non mancano hanno nomi un po' diversi, come "esportazione di democrazia", "politica muscolare", "perdita collaterale", "eliminazione selettiva"... E' verosimile ipotizzare che di problemi che non mancano il gestore del Poggio Pizza Kebab ne sappia assai di più dei delatori specializzati in cartacce, fazzoletti e persino lattine vuote. 
Che neanche ci sono.

30 agosto 2014

Blitz Quotidiano su Iraq, yazidi e Boko Haram. Ma che bel mestiere è fare il gazzettiere.


Quelli di "Blitz Quotidiano" dicono di aver preso la foto dal Cinguettatore.
Iraq: donne cristiane rapite da Boko Haram vendute al mercato nelle gabbie.
Parola di fogliettista.

Con l'avanzata dello Stato Islamico in Iraq sui foglietti e nelle televisioncine ha ripreso vigore la cagnara antiislamica, che nel "paese" dove mangiano spaghetti è reduce da quindici anni consecutivi di abiezioni ridicole e di incompetenza ributtante.
Perfetto specchio del suo pubblico, d'altronde, composto per intero da sudditi ridicoli, abietti e la cui incompetenza suscita reazioni disgustate in chiunque abbia un minimo di rispetto per se stesso.
Si copia e si incolla dal blog di Miguel Martinez.

Da un po’ che non mi occupo di Medio Oriente, ma questa è troppo…
Leggo questa fantastica storia:

Iraq: donne cristiane rapite da Boko Haram vendute al mercato nelle gabbie
MOSUL, IRAQ – Donne cristiane vendute al mercato di Mosul, in Iraq. Donne cristiane, della minoranza yazidi, commerciate come bestiame dopo il rapimento da parte di Boko Haram.
Nei giorni scorsi le notizie della tratta delle cristiane erano apparse sui giornali, ora sul web cominciano a spuntare le foto, e sono foto che sembrano incredibili nel ventunesimo secolo.
Si tratta di donne rapite, velate integralmente, incatenate e minacciate da integralisti armati di spada e armi da fuoco. Trasportate al mercato su dei camion, dentro delle gabbie, come bestie al macello.
Le donne finiscono al mercato dopo essere state “smistate” nel campo di prigionia di Sinjar, città Yazidi che nel frattempo è stata conquistata.

Ora, non prendo nessuna posizione rispetto a ciò che sta succedendo adesso in Iraq, per il semplice motivo che ne so quanto chiunque abiti a Firenze, cioè più o meno zero.
Ma trovo davvero interessante il fatto che gli Yazidi siano diventati cristiani, e che i nigeriani di Boko Haram abbiano invaso l’Iraq (magari passando per Lampedusa?).
Come dice il giornalista, in uno sprazzo di correttezza, “sono foto che sembrano incredibili nel ventunesimo secolo“.


27 agosto 2014

Paul Rogers (Open Democracy) - Lo stato sionista ha perso la guerra




Traduzione da Open Democracy.


Di prima mattina, il 5 agosto 2014, è entrato in vigore a Gaza un nuovo cessate il fuoco di settantadue ore. Che la tregua duri o meno, sia il governo sionista che lo stato maggiore di Hamas canteranno vittoria, dopo ventotto giorni di scontri aspri che hanno lasciato sul terreno milleottocento vittime palestinesi e migliaia di feriti. I politici dello stato sionista vanno dicendo che l'IDF (le forze di "difesa" dello stato sionista) ha potuto ritirarsi da Gaza dopo aver distrutto i tunnel che i combattenti avversari usavano per infiltrarsi, e che l'aeronautica è ancora perfettamente in grado di colpire bersagli in tutta la striscia di Gaza. Tutto questo implica che lo stato sionista ha buoni motivi per rivendicare la vittoria.
Un esame più attento porta a conclusioni diverse. Il perché lo indicano in modo particolare tre episodi specifici avvenuti in momenti precisi della guerra.
Il 20 luglio la guerra era iniziata da dodici giorni. L'IDF stava facendo entrare truppe di terra a Gaza, con l'idea di continuare a distruggere le postazioni di lancio dei missili, ma anche di trovare i tunnel. In quella giornata soltanto, l'unità d'élite chiamata Brigata Golani ha avuto tredici caduti e più di cinquanta feriti. Tra i morti il vicecomandante di battaglione e il comandante della brigata, colonnello Ghassan Alian (cfr. "Gaza, context and consequences", Oxford Research Group, 31 luglio 2014).  Il livello complessivo della resistenza e soprattutto le competenze dei miliziani di Hamas hanno rappresentato una spiacevole sorpresa per l'IDF, tanto più dopo che esso era arrivato a capire che la questione dei tunnel rappresentava un problema molto più serio di quanto si pensasse (cfr. "Israel vs. Hamas, a war of surprises", 24 luglio 2014).
Il secondo episodio si è verificato il 28 luglio ed è stato una conferma di quanto successo la settimana prima. A Gaza c'era ormai molto personale dell'IDF: l'obiettivo principale era diventato quello di identificare e distruggere le gallerie. Eppure, anche nella concitazione dell'intensità con cui l'operazione veniva portata avanti un gruppo di combattenti di Hamas è stato straordinariamente abile nell'utilizzare un tunnel la cui esistenza non era nota; è uscito dal lato sionista ed ha attaccato un posto di frontiera. Non i civili del kibbutz Nahal Oz, come riferito sulle prime. Il gruppo ha ucciso cinque giovani soldati sionisti, tutti sottufficiali tra i diciotto ed i ventun anni, che stavano partecipando ad un'esercitazione di addestramento al comando.
Terzo episodio il 30 luglio. Lo stato sionista ha bombardato una scuola delle Nazioni Unite nel campo profughi di Jabaliya, ha ucciso ventun persone compresi bambini addormentati (erano le quattro e quaranta del mattino) e ne ha ferite altre decine. L'attacco sarebbe stato condotto con l'utlizzo di artiglieria a lungo raggio, e con l'intento di colpire miliziani di Hamas che rappresentavano una minaccia per una squadra dell'IDF intenta a distruggere l'ingresso di un tunnel che si trovava a trecentoventi metri dalla scuola. Un'indagine delle Nazioni Unite ha mostrato che in dieci minuti erano stati sparati dieci colpi; tre avevano colpito la scuola, due erano caduti entro cinquanta metri da essa (Cfr. Ben Hubbard & Jodi Rudoreren, "Questions over deadly barrage on shelterAl momento dell'attacco le ventiquattro stanze della scuola stavano ospitando tremiladuecentoventi persone, comprese in un assai più ampio programma di rifugi delle Nazioni Unite che offriva ospitalità a duecentosessantamila persone in diciannove tra complessi scolastici ed altre strutture. La scuola è uno dei sei siti delle Nazioni Unite colpiti durante le prime quattro settimane di scontri: ci sono state pesanti critiche, l'uso di artiglieria a lungo raggio, sprecisa, contro bersagli in aree urbane densamente popolate è quantomeno opinabile (cfr. "America, Israel, Gaza: missiles and politics", 19 luglio 2014).
Nel loro insieme, questi tre incidenti indicano che l'esecutivo sionista si trova in grosse difficoltà. L'attacco al rifugio, per esempio, è stato amplificato dai nuovi media sociali; dall'ultimo massiccio attacco di terra contro Gaza, l'operazione Piombo Fuso del 2008-2009, le tecniche di distribuzione e la registrazione video istantanea tramite smartphone hanno fatto rapidi progressi, e questo ha prodotto conseguenze duplici. Si possono diffondere direttamente ed ovunque immagini delle conseguenze sui civili, e far sì che diventi più probabile che i mass media occidentali mostrino maggiori dettagli di queste conseguenze.  Il sostegno in favore della guerra, nello stato sionista, è rimasto forte; la reputazione del paese però ne ha sofferto considerevolmente in tutto il mondo. Alcuni importanti organi di stampa occidentali altrimenti soliti esprimere un sostegno senza incrinature, stavolta pubblicano scritti pieni di dubbi sulle conseguenze a lungo termine dell'aggressione sionista (cfr. "Israel and the world: us and them", The Economist, 1 agosto 2014).

Anche se le cose stanno in questi termini, sostenere che lo stato sionista abbia perso la guerra potrebbe sembrare a tutta prima una forzatura. Eppure, anche un esame più accurato porta alle stesse conclusioni. Si ricordi l'obiettivo iniziale, che era quello di far cessare il lancio di razzi. I razzi non hanno mai smesso di essere lanciati e c'è anche il forte sospetto che Hamas e le altre milizie non abbiano utilizzato nemmeno la metà degli arsenali a disposizione; lo stesso IDF pensa che Hamas disponga ancora di tremila ordigni.
Il secondo obiettivo era la distruzione delle gallerie. Altro fallimento operativo. Il 3 agosto l'IDF aveva scoperto quaranta tunnel, sempre con accessi molteplici; un numero molto più alto del previsto. Inoltre, i responsabili strategici di Hamas si erano preparati esattamente per far fronte ad operazioni di questo tipo. Scavare i tunnel a grande profondità e riempirne completamente i punti di imbocco li rende difficili, se non impossibili, da identificare; basta conoscere con approssimazione dove si trovano le gallerie incomplete per poi trovarle, riaprirle e completarle dopo il ritiro dei soldati della IDF.
Il livello di competenza raggiunto a Gaza in materia di gallerie sotterranee è cosa che a livello comune non è stata ancora interiorizzata. Un solo tunnel di quelli usati per infiltrarsi nello stato sionista percorre due chilometri e quattrocento metri, si trova a venti metri sotto il livello del suolo ed utilizza trecentocinquanta tonnellate di materiali di rivestimento (Cfr. Shane Harris, "Extensive Hamas tunnel network points to Israeli intelligence failure", Foreign Policy, 3 agosto 2014)
Il raggiungimento di queste competenze si spiega in parte con l'esperienza fatta durante gli ultimi anni, con la costruzione di gallerie per il traffico commerciale sotto la frontiera con l'Egitto. Secondo un servizio di Al Jazeera, per unire Gaza all'Egitto sono state scavate oltre cinquecento gallerie. L'opera ha richiesto il lavoro di settemila persone. Anche se l'IDF fosse riuscito a distruggere tutti i tunnel costruiti da Hamas, cosa che di per sé è improbabile, non ci vorrà molto per costruirne altri; qui contano le competenze, e l'utilizzo di una mano d'opera addestrata.

Oltre a tutto questo, c'è anche l'aspetto meno noto dell'operazione Margine Protettivo rappresentato dal livello delle perdite dei sionisti, che si è rivelato parecchio più alto di quanto si temesse. Ovviamente le vittime palestinesi sono assai di più; oltre milleottocento morti e novemila feriti, civili per oltre il sessantotto per cento. Un paragone con la Piombo Fuso del 2008-2009 è eloquente. In quel caso l'IDF uccise mille e quattrocentoquaranta palestinesi nel corso di ventitré giorni, perdendo nove soldati in combattimento ed altri quattro per fuoco amico. Stavolta, l'IDF ha fino ad oggi perso sessantaquattro soldati in ventotto giorni. La censura militare ha permesso che il numero dei morti fosse pubblico, ma ha fatto circolare pochissimi dati sui feriti; una fonte degna di credito li calcola in oltre quattrocento. 
La popolazione ebraica dello stato sionista ammonta a circa un decimo di quella del Regno Unito. In proporzione, le perdite in ventotto giorni di guerra superano il numero di vittime britanniche complessive di sei anni di guerra in Iraq e di dodici anni di guerra in Afghanistan. Una valutazione rivelatrice è stata fatta da un ex maggiore generale dell'esercito statunitense, Robert H. Scales, insieme ad un esperto di questioni di difesa, Douglas A. Olivant:
"Non ci sono più gli sparuti e ondivaghi gruppi di combattenti visti all'opera ai tempi di Piombo Fuso nel 2008. A Gaza oggi si combatte inquadrati in squadre strettamente coordinate e ben organizzate, sotto comandanti ben interconnessi e che dispongono di buone informazioni. Le unità si attestano e combattono dai seminterrati e dalle gallerie: aspettano che i soldati dell'IDF li superino e poi li prendono alle spalle" (cfr. "Gli eserciti del terrore combattono, più efficienti e letali che mai", Washington Post, 4 agosto 2014).
Gli scriventi estendono le loro conclusioni agli sviluppi in corso in tutto il Medio Oriente, ivi compresi i combattenti islamici in Iraq. Le loro conclusioni sono in un paragrafo dirompente, soprattutto se consideriamo da quale parte arriva, e che è opportuno citare per intero.
"Quello che stiamo vedendo a Gaza, in Siria ed in Iraq dovrebbe servire come antidoto contro qualunque guru della politica istituzionale che si azzardi ad invocare un ritorno delle forze statunitensi in Iraq. I Marines e i soldati statunitensi sono ancora delle forze combattenti di prim'ordine, ma il vantaggio comparativo di cui godono è diminuito. I gruppi terroristici stanno diventando veri e propri eserciti in cui la dedizione fanatica si accompagna a competenze tattiche di recente acquisizione; intervenire di nuovo in questo contesto potrebbe portare a perdite di scala molto maggiore, come i sionisti hanno imparato a proprie spese".
Il 4 agosto, prima i sionisti hanno avanzato la proposta di una breve tregua; poi hanno stretto un cessate il fuoco di tre giorni.  Si tratta di un gesto che contrasta visibilmente con l'insistenza con cui, appena un giorno prima, il Primo Ministro Benjamin Nethanyahu aveva parlato di "completare la missione". Forse questo repentino mutamento di rotta nasce dai resoconti prodotti dagli ambasciatori sionisti in ogni parte del mondo, o forse l'amministrazione Obama ha alla fine fatto pressioni. Ma forse è stato perché i comandanti dell'IDF si erano fatti un'idea della situazione molto più realistica di quella dei loro politici, e hanno detto chiaramente che si sarebbe dovuto cantare vittoria e ritirarsi. Finché si era ancora in tempo.