21 agosto 2026

Firenze. "Ridare dignità al giardino Fallaci per i 20 anni dalla morte di Oriana"?

Firenze, agosto 2026. Un piccione onora Oriana Fallaci

Per le gazzette, agosto è un mese parco di argomenti.
Lo si è detto e ripetuto usque ad nauseam.
Intanto che aspetta il via per cianciare di campanella con la riapertura delle scuole e poi di passare alla colonnina di mercurio con l'avanzare dell'autunno, quel che resta di un gazzettificio ridotto spesso a contare sulla generosità del Dipartimento per l'Editoria (e chissà che non ci sia un motivo) tira fuori roba rimasta a decantare per mesi in qualche file e chiude i numeri in questo modo.
Il 21 agosto il "Corriere Fiorentino" si accorge che da dieci anni Piazzale Oriana Fallaci è Piazzale Oriana Fallaci nell'indifferenza generale.
E meno male che non ci sono nemmeno numeri civici, così la denominazione circola anche poco.
Un certo Andrea Ragazzini dice di aver messo insieme oltre trecento ben vestiti pronti a sostenere la causa di un degno ricordo per la "scrittrice" che in questa sede da quasi vent'anni additiamo con brio primaverile al dileggio di chi legge.

Ragionandoci per i vent'anni dalla morte della Fallaci, il prossimo 15 settembre, mi sono chiesto dove fosse questo "piazzale" a lei intitolato. Per i fiorentini quello è un giardino. Poi sono andato a vedere e il cartello, messo su un picchetto in un'aiuola, è anche mezzo storto e bisogna andare a cercarlo. Al giardino va ridata dignità. E poi non c’è neanche una vera e propria targa con scritto chi è stata Oriana Fallaci, cos’ha fatto, che legame ha con questa città.

 Su cosa abbia fatto e su quale legame abbia avuto quella "scrittrice" con Firenze non è necessario dilungarsi. Da un elemento come Oriana Fallaci sarebbe stato estremamente offensivo essere stimati e a ripetere sempre le stesse cose rischieremmo davvero di causare nei nostri lettori una crisi di indignato rigetto. 
Da parte nostra abbiamo avuto, abbiamo e avremo da eccepire anche se a Oriana Fallaci fosse dedicato un viottolo dalle parti dell'immondezzaio comunale. La cosa più costruttiva da fare sarebbe togliere di mezzo questa intitolazione, scusandosi con i restanti trecentosessantatremila cittadini. Parecchi dei quali, se proprio li si dovesse interpellare, si direbbero cristianamente propensi a lasciare quella donna a un pietoso oblio.
La gazzetta si premura di riportare una precisazione di Andrea Ragazzini per cui la sua "non è una proposta ideologica". Il che, come sanno bene le persone serie, significa l'esatto contrario.
A corredo dell'articolo c'è comunque una foto perfetta: una targa odonomastica che fa da posatoio a un piccione. Un piccione dall'aspetto nemmeno troppo sveglio.

 

12 agosto 2026

Dodici agosto

E si fa ricordare
come una bella domenica di sole.




06 agosto 2026

Francesco Guccini, 1940 - 2026

 


Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago;
Vespero non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago?

Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest' oroscopo, per divinar responso;
e resto qui a aspettare che ritorni giorno.

E devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire;
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d'equinozio.
O forse io, forse io ho sottovalutato questo nuovo dio.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando...

Me ne andavo l'altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto Bosphoreion là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più Occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?

Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto;
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate, dove siete andati?
Sentivo bestemmiare in alamanno e in goto...

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità.
Di filosofi e di etère, sospesa tra due mondi e tra due ere.
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma...

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto.
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un'altra notte è andata;
Lucifero è già sorto e si alza un po' di vento,
c'è freddo sulla torre o è l'età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata.
Mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento...

05 agosto 2026

Alastair Crooke - La tensione deflagra. E si propaga in tutto il Medio Oriente

 


La scorsa settimana Netanyahu si è recato alla Casa Bianca nello Studio Ovale, per un incontro il cui esito è avvolto dal silenzio. Un silenzio eloquente. Nessun funzionario del governo statunitense è andato all'aeroporto ad accoglierlo, non gli è stato steso alcun tappeto rosso. La visita è stata un fiasco. Lo stato sionista è allo sbando, con la sua strategia della "Grande Israele" ormai logora per la mancanza sia di truppe che di coerenza.
L'ex difensore civico dell'IDF Maggiore Generale Yitzak Brik prevede (Ma'ariv, 26 luglio), che la crisi che sta travolgendo gli apparati di intercettazione dello stato sionista rappresenti "solo il preludio della catastrofe che incombe su di noi".
Nei prossimi scontri con l'Iran la minaccia aumenterà di dieci volte, fino a farci perdere completamente la capacità di intercettare i missili balistici iraniani. Si prevede che questi missili colpiranno i centri abitati, gli obiettivi strategici, le infrastrutture produttive ed economiche, gli istituti scientifici e tecnologici, le istituzioni educative, gli ospedali, le industrie vitali, e ci annienteranno completamente.
Trump -ed era anche ora, si direbbe- ha capito che la guerra che ha iniziato per schiacciare l'Iran gli si è ritorta contro, e ora minaccia di schiacciare lui. Non esiste di fatto alcuna soluzione militare se non quella di smettere di scavare ancora di più, dopo aver già toccato il fondo.
Nel frattempo, l'Iran non gli permette più di andare avanti con il suo ciclo tattico che consiste nel dare il via a un'offensiva che dovrebbe servire a fare pressione, per poi -ogni lunedì- passare a parlare di "accordi imminenti" al fine di manipolare i mercati petroliferi e i prezzi delle azioni. Lunedì 3 agosto un'ondata di vendite allo scoperto sul mercato ha fatto crollare il prezzo del Brent addirittura del 7,7%.
L'Iran, inoltre, intende avere l'ultima parola sull'andamento del conflitto, che (in ogni caso) è destinato a intensificarsi a causa degli sforzi statunitensi volti ad accrescere la pressione dell'accerchiamento. Gli Stati Uniti vogliono dare l'idea di essere riusciti a costringere l'Iran ad accettare una "pace" imposta.
Solo che invece di aumentare la pressione sull'Iran, la strategia di Trump sta mettendo in subbuglio il Medio Oriente, aumentando il rischio di una escalation incontrollata.
Gli ultimi sviluppi -tra cui la dichiarazione dello Yemen di voler reagire all'assedio colpendo aeroporti e porti sauditi e gli attacchi a due importanti raffinerie della Aramco che hanno messo fuori uso l'oleodotto saudita verso il Mar Rosso- hanno trascinato l'Arabia Saudita in un conflitto sia contro lo Yemen, sia (insieme al CENTCOM) contro le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare in Iraq, che secondo l'Arabia Saudita sarebbero responsabili dei danni alle raffinerie, nonostante Hash'd al Shaabi neghi decisamente. Questi due episodi sottolineano comunque fino a che punto la "guerra di Trump" stia destabilizzando una regione già fragile.
Il 29 luglio l'Arabia Saudita, insieme agli Stati Uniti, ha sferrato consistenti attacchi aerei su almeno sei città irachene uccidendo almeno venti persone e ferendone decine tra i membri delle Unità di Mobilitazione Popolare.
Perché l'Arabia Saudita dovrebbe attaccare Hash'd al Shaabi e non lo Yemen? Probabilmente perché AnsarAllah reagirebbe con dei missili, distruggendo ciò che resta delle infrastrutture petrolifere saudite.
Appena venuta a conoscenza degli attacchi statunitensi contro le postazioni delle Unità di Mobilitazione Popolare, e in coerenza con il principio per cui "un attacco degli Stati Uniti contro un membro dell'Asse della Resistenza è un attacco contro tutti", la Repubblica Islamica dell'Iran ha reagito lanciando missili balistici contro le basi statunitensi in Giordania.
Due nuovi fronti -quello delle Hash'd al Shaabi in Iraq e quello tra Yemen e Arabia Saudita- si sono quindi aggiunti al quadro già incandescente della regione. Eppure, ci sono altri potenziali focolai di tensione che ribollono in subordine: in Libano, il Ministro della Difesa dello stato sionista vanta il fatto che
Ventiquattro villaggi libanesi, vecchi di centinaia di anni, sono stati distrutti. Tutti gli edifici, non uno qua e uno là, ma interi villaggi [sono stati rasi al suolo]. Una distruzione totale. Dovete capire: sono state distrutte da quindicimila a ventimila abitazioni in tutti e ventiquattro i villaggi- E oggi il 70% di Gaza è stato distrutto.
Ancora più significativo è il fatto che il Ministro della Sicurezza Nazionale dello stato sionista Ben Gvir abbia promesso di scatenare i coloni in una guerra contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania, al fine di forzare un esodo "volontario" dei palestinesi. Ben Gvir sostiene che il periodo che precede le elezioni nello stato sionista costituisca il momento più propizio per innescare una crisi che, a suo avviso, potrebbe costringere all'evacuazione di interi villaggi palestinesi.
Come se questo caos non bastasse, il 25 luglio i missili statunitensi hanno colpito un quartier generale della Marina delle Guardie Rivoluzionarie nella zona di Ziba Kenar, sul Mar Caspio, nella provincia di Gilan.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato questa settimana che l'attacco -attribuito all'Ucraina- contro una nave iraniana nel Mar Caspio dovrebbe essere considerato un attacco contro l'Iran stesso, sostenendo che l'incidente abbia messo in evidenza la necessità di eliminare quella che ha definito la minaccia rappresentata da Kiev. Ha accusato l'Ucraina di aver ampliato la portata di quelli che ha definito "i suoi attacchi terroristici".
Allora, cosa sta succedendo? Non è chiaro se l'attacco ucraino -in cui è morto un marinaio iraniano- contro una nave che secondo le infondate accuse di Kiev stava trasportando un carico di armi sia stato semplicemente l'equivalente di uno strillo da bambini con cui Zelensky ha cercato di attirare l'attenzione e di suscitare l'interesse di papà Trump oppure qualcosa di più grave. Zelensky in diverse occasioni si è lamentato del fatto che la guerra con l'Iran stesse distogliendo l'attenzione dell'Occidente dalla sua guerra con la Russia. Si è trattato di un tentativo di riorientare Trump verso la guerra ucraina?
Tutte queste dinamiche sono confluite a Washington in occasione della camera ardente di Lindsay Graham, proprio nel momento in cui Laura Loomer –una influencer MAGA ormai in declino, ma che piace a Trump e alla quale egli presta volentieri ascolto– ha effettuato una plateale giravolta di centottanta gradi, svettando tutto a un tratto come la più grande sostenitrice e promotrice della causa ucraina. Forse, proprio al posto del defunto Lindsay Graham.
Su internet circolano numerose speculazioni per cui questa sua ampiamente pubblicizzata folgorazione sulla via di Damasco potrebbe segnare un significativo punto di svolta nella politica statunitense. Tuttavia potrebbe trattarsi anche di un fenomeno effimero destinato a svanire rapidamente. La Loomer non ha alcuna influenza tra i giovani sostenitori del movimento MAGA, ma ne ha ancora sulla base di Trump composta da persone sopra i sessantacinque anni che guardano Fox News.
Al momento tuttavia si pensa che il radicale riorientamento della Loomer segni l'inizio di una considerevole operazione psicologica volta a convincere gli statunitensi che una "AmeriKKKa interventista" possa essere compatibile con il "Prima l'AmeriKKKa" e che quindi sia coerente sostenere lo scontro militare contro la Russia. Questo refratin della Looomer, per così dire, si presenta come una critica ai seguaci MAGA di Pat Buchanan, che aderiscono alla linea che ha dato il titolo al suo libro: A Republic – Not an Empire: Reclaiming AmeriKKKa’s Destiny.
Naturalmente, qualsiasi cambiamento nell'opinione pubblica statunitense che sia favorevole all'interventismo militare è ben accolto nello stato sionista.
Questo cambiamento potrebbe indurre Trump a diventare maggiormente proattivo sulla questione ucraina? Non lo sappiamo. La Loomer ha promesso a Trump un resoconto completo del suo viaggio in Ucraina e del suo incontro con Zelensky. Trump le darà ascolto? O potrebbe ascoltarla senza prestarle attenzione? Chissà.
Il punto è che l'offensiva mediatica volta a ritrarre l'Ucraina come vincitrice -sebbene questo sia oggettivamente falso- sta prendendo vigore almeno presso un settore dell'opinione pubblica statunitense. Michael Wolff, che conosce Trump da molto tempo e ne ha scritta una biografia, osserva che
la virata di centottanta gradi della Loomer sull’Ucraina è ovviamente già in atto [cioè sta prendendo piede]. Zelensky si trova in città... Avrà un incontro con Trump. E Trump, certo, come potrebbe non rendersi conto che l'Ucraina in questo momento si trova decisamente in vantaggio.
In senso più ampio, dal punto di vista della politica estera questa amministrazione è stata un disastro totale... La questione iraniana è un disastro totale. Allinearsi alla Russia è ovviamente una mossa sbagliata... Zelensky, [in precedenza] raffigurato come un perdente, ora è un vincitore: tutto il resto è ora visto come un mucchio di 'mosse sbagliate' [da Trump]. In questo contesto, lui [Trump] ha disperato bisogno di un successo. E l'Ucraina sta cominciando ad apparirgli come una possibile occasione per una sua [vittoria] sfruttando il funerale di Lindsay Graham per passare a una strategia più efficace. Una morte può rivelarsi un gran colpo per le pubbliche relazioni. Bingo. Sì. La Russia è nei guai.
Naturalmente, è scioccante assistere a come le élite occidentali possano essere manipolate attraverso una incessante campagna di pubbliche relazioni. Eppure i commenti di Wolff sono ben più che banali pettegolezzi da rubrica di gossip. Riflettono una psicosi di massa che sta prendendo piede. Non è razionale, ma è piuttosto alimentata da interessi e cricche facoltose che perseguono i propri scopi.
Ecco come funziona: Zelensky vuole presentarsi come "vincitore" agli occhi dell'Europa e di Trump. L'Europa lo esorta a lanciare missili in profondità nel territorio russo per costringere la Russia a concedere un cessate il fuoco. Trump al G7 esprime approvazione per gli attacchi contro la Russia. A questo punto si innesta la prima, con gli attacchi con i droni contro le raffinerie russe. Con le parole di apprezzamento di Trump al G7 si innesta la seconda, e si degenera fino agli attacchi contro la popolazione civile russa (i centri di smistamento della Wildberries per i clienti su internet, i morti nei centri vacanze) tramite missili a maggiore gittata e testate più potenti.
Allo stesso tempo l'Ucraina apre il fuoco su una nave iraniana nel Mar Caspio. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran (IRGC) minaccia ritorsioni. Lo IRGC minaccia il Regno Unito (e Cipro) per il suo coinvolgimento sempre più marcato nella guerra contro l'Iran.
L'Europa tratta la Russia come se non facesse sul serio e continua a propugnare attacchi missilistici in profondità nel territorio russo. La Russia, tuttavia, non può permettere che questi attacchi continuino, sempre più massicci. Nel frattempo, il Medio Oriente sta silenziosamente andando a fuoco. L'Iran non cederà alle pressioni di Trump; né la Cina tollererà la pressione delle sanzioni statunitensi.
Per Trump, risolvere tutto armata mano è impossibile. La miglior cosa che possa fare è impedire che i conflitti finiscano per convergere in un'unica guerra mondiale.

29 luglio 2026

Alastair Crooke - Per gli USA, l'esito dell'aggressione contro la Repubblica Islamica dell'Iran è ormai compromesso

 Trump mobster, luglio 2026


Traduzione da
Strategic Culture, 28 luglio 2026.

In serata il 24 luglio Trump ha ordinato alle forze armate statunitensi di non effettuare nuovi attacchi contro l'Iran, nonostante avesse in precedenza approvato un attacco di "infernale violenza" contro la Repubblica Islamica.
Gli Stati Uniti hanno invece richiesto un nuovo cessate il fuoco temporaneo e stanno cercando di tornare al protocollo d'intesa -accantonato e fallimentare- estendendo i colloqui anche allo Yemen; Trump starebbe cercando di far entrare nei negoziati Ansar Allah.
Secondo ogni evidenza Trump è furibondo e teme che la guerra stia corrodendo la sua presidenza e il suo retaggio. Nel corso della settimana passata l'Iran ha respinto categoricamente tutte le richieste di trattare e ha confermato che non intavolerà negoziati in nessuna circostanza. Insomma, perché l'Iran dovrebbe concedere agli USA il tempo di riorganizzarsi e di riarmarsi per poi scatenare un'altra serie di attacchi, proprio adesso che si trovano alle corde?
Tornare al protocollo d'intesa di cui Trump ha ripetutamente distrutto la credibilità? Improbabile.
Will Schryver osserva che circolano voci secondo cui il Pentagono starebbe facendo pressione su Trump perché metta fine alla guerra con l'Iran, poiché gli Stati Uniti hanno quasi esaurito le scorte di missili intercettori per la difesa aerea e di missili balistici a lungo raggio. Anche i principali collaboratori del Presidente sono preoccupati dalla prospettiva di una escalation del conflitto in Medio Oriente, dal defilarsi di alleati irrinunciabili nel Golfo -vulnerabili a ulteriori attacchi iraniani- e dall'incombente crisi energetica. "Nella cerchia di Trump erano in pochissimi -ammesso che qualcuno ci fosse- a essere convinti che fosse saggio andare alla escalation, hanno riferito due fonti informate sui fatti", scrive il New York Times.
Sembra inoltre che i trucchi da illusionista per celare le vere condizioni dell'approvvigionamento di carburante negli Stati Uniti possano aver avuto un qualche ruolo nel convincere Trump a tornare sui propri passi. Larry Johnson riferisce che
[Un] documento redatto da Karl Miller indaga su come le operazioni segrete di approvvigionamento ed esportazione di carburante da parte delle forze armate statunitensi stiano esaurendo le riserve nazionali di gasolio e di benzina avio, in particolare in un periodo in cui le scorte interne sono già a livello critico.
In sintesi, Miller afferma che
gran parte di queste esportazioni (segrete) di carburante passa attraverso canali opachi, come lo hub di trasbordo di Rotterdam, dove la destinazione finale –militare o estera– non viene resa pubblica dal momento che il sistema economico degli USA rischia di trovarsi a corto mentre le esigenze militari e quelle di altri Paesi -in particolare quelle dello stato sionista- passano avanti a tutto il resto.
Nel suo rapporto, Miller sembra alludere alla palese manipolazione da parte delle autorità statunitensi degli indici di riferimento del petrolio, volta a convincere i mercati che il prelievo di emergenza dalle riserve strategiche di 172 milioni di barili, avviato per contrastare i repentini cali nell'approvvigionamento causati dal conflitto con l'Iran non comporterebbe alcun pericolo di carenza di carburante.
Sebbene il livello minimo di sicurezza previsto dalla legge sia di 250 milioni di barili (il livello attuale è di circa 300), si sta comunque diffondendo la convinzione per cui il prelievo potrebbe spingersi ancora oltre, fino a lasciare circa 70 milioni di barili. Ma è davvero possibile? Qual è il livello minimo cui possono arrivare le riserve strategiche di petrolio? Non si deve pensare a qualcosa come un grande serbatoio di petrolio con segnato un livello preciso; la questione è più complessa. La riserva strategica è stoccata in numerose sedi ed è formata da diversi tipi di greggio, che vengono prelevati a ritmi diversi; alcuni siti di stoccaggio potrebbero collassare se svuotati del tutto o quasi. Insomma, nessuno sa quale sia il limite da non superare. Sono tutte congetture.
Gli esiti dell'aggressione di Trump sono ormai compromessi. L'unico modo per tornare ai negoziati sarebbe quello di offrire concessioni sostanziali fin dall'inizio. Ma anche se Trump lo facesse, chi gli crederebbe? E le sue condizioni mentali sono in grado di tollerare una tale umiliazione?
L'ostacolo principale sul percorso per tornare ai negoziati con la Repubblica Islamica dell'Iran è che Trump e la sua congrega più stretta non hanno capito nulla dell'Iran.
Sono tutti convinti di avere a che fare con una leadership rigida e intransigente, cui si opporrebbe la gran parte del popolo iraniano che nel suo insieme desidererebbe ardentemente trovare una via d'uscita.
E questo è sbagliato. Le cose stanno in maniera esattamente opposta. Sono i vertici ad essere pragmatici. Ad essere intransigente, nel suo complesso, è la piazza. Che grida vendetta e che vuole sapere perché mai si dovrebbe negoziare.
All'opposto, l'esecutivo di Trump e i suoi sostenitori di Fox News hanno abbandonato il concetto che gli USA avevano di se stessi come nazione redentrice, e tendono a un atteggiamento radicalmente manicheo, come scrive il professor Michael Vlahos:
la 'buona novella' statunitense è stata sostituita dallo spettro onnipresente del Male e dalla minaccia della forza. Le sacre parole Libertà e Democrazia sono sempre invocate, ma sono diventate un mantra vuoto. Il 'vangelo' statunitense non predica più la redenzione e l'espiazione: adesso è tempo di imposizione e di punizione. Il voltafaccia è avvenuto in un istante, con l'11 settembre e con Guantanamo.
Il problema è quindi nell'atteggiamento di fondo: come è possibile negoziare o dialogare con l'incarnazione del Male, che è il concetto che Trump ha degli iraniani? No che non è possibile, ovviamente. E lo scopo di ritrarre i nemici in termini tanto negativi era proprio questo, fare in modo che qualsiasi vera mediazione fosse impraticabile e che non fosse neppure immaginabile una soluzione che sarebbe vista come l'ascesa al potere di "una delle persone più malvagie della storia" a capo di una "banda di teppisti assetati di sangue". La politica viene ridotta alla ricerca della prevaricazione su tutto ciò che è altro.
L'Occidente mostra uno specifico modo di pensare, che ritiene rappresenti l'essenza di ciò che è umano. Questo modo di pensare -spesso definito apollineo- è legato al patriarcato, alla legge e a un pensiero verticale dall'alto verso il basso, laico, razionale e meccanicistico. Offre poco spazio alla condizione di "stato intermedio": le cose sono o "A" o "non A".
Tuttavia esiste un altro modo di pensare -spesso definito dionisiaco- che esprime la dualità energetica sia nella natura che nell'essere umano: maschile e femminile, ordine ed esuberante trasgressione, rettitudine e degenerazione. Queste dualità formano all'interno della coscienza dei poli che coesistono e che si costituiscono a vicenda. Il logos dionisiaco può forse essere visto come il lato oscuro, o addirittura come una rivolta contro Apollo.
E poi c’è Persefone, il rovescio del lato oscuro dionisiaco. Persefone esprime l'esistenza ctonia e femminile. Qui non c’è alcun polo maschile, ma solo una dea legata alla terra e al principio femminile della riproduzione, al processo di crescita e di cura e alla conoscenza degli inferi chiamata intuizione. Persefone simboleggia la vita ciclica di Afrodite, il decadimento, la morte e il rinnovamento finale.
La coscienza per lo più è l'espressione delle qualità umane secondo un particolare orientamento. Ciononostante, tutte le civiltà attingono dall'intera gamma delle componenti della coscienza: in un modo o nell'altro, esse finiscono per costituire questo o quel tipo di civiltà.
Pensare secondo una data cultura significa pensare in un certo modo; appartenere a una cultura diversa, a un gruppo etnico diverso, a una religione diversa significa avere un modo di pensare diverso. Eppure rimaniamo tutti umani.
Così l'arroganza imperiale di Trump sta cominciando a fare i conti con il fatto che gli sarà difficile e forse impossibile trovare una soluzione per il Medio Oriente, perché vedere il mondo da una prospettiva meramente apollinea significa pensare in modo essenzialmente maschile ed esclusivista, non riuscire a comprendere l'alterità e basarsi piuttosto sull'eccezionalità del privilegio. Semplicemente, non si riconosce -e non si può riconoscere- l'esistenza di una pluralità di modi di pensare.
Gli Stati Uniti hanno perso la guerra. Adottando un linguaggio manicheo tanto intransigente, Trump si è di fatto tagliato fuori da qualsiasi possibile soluzione diplomatica. Allargando il fronte di guerra al Libano, allo Yemen, alla Siria e all'Iraq ha gravemente complicato qualsiasi percorso diplomatico. Tutti gli elementi sono interconnessi, ma seguono anche agende distinte. Pertanto, una soluzione comporta una complessa matrice di questioni piuttosto che una disputa binaria tra gli Stati Uniti e l'Iran da soli. Gli Stati Uniti alla fine dovranno capitolare, con il risultato che l'Iran diventerà una potenza regionale rafforzando Russia e Cina; la regione finirà lentamente per fare i conti con questa nuova realtà dell’Asia occidentale.


16 luglio 2026

Alastair Crooke - Guerra all'Iran, versione 3.0

 Guerra all'Iran, luglio 2026


Traduzione da Strategic Culture, 12 luglio 2026.

Nella serata del 7 luglio la Marina degli Stati Uniti ha tentato -in coordinamento con il Qatar e l'Oman- di far passare un convoglio di quattro navi attraverso lo Stretto di Hormuz transitando per le acque omanite, invece di far loro seguire la rotta ufficialmente approvata dall'Iran. Trump potrebbe aver immaginato (oppure gli era stato detto) che con i funerali di Stato del defunto Leader Supremo Ali Khamenei in corso l'Iran non avrebbe reagito al tentativo di aprire con la forza un corridoio statunitense. Trump, tuttavia, ha frainteso la presa di posizione dell'Iran: Hormuz è la sua "arma atomica"; l'Iran non intende rinunciarvi.
Trump insiste –in chiara contraddizione con i termini stabiliti nel quinto paragrafo del protocollo di intesa– che l'Iran non ha alcun diritto di interferire con qualsiasi nave che tenti di transitare nello Stretto di Hormuz. Solo che l'Iran si sta muovendo nel rispetto dei termini del quadro di de-escalation concordato. E ha più volte avvertito che avrebbe colpito qualsiasi nave che aggirasse i suoi controlli.
L'Iran ha risposto direttamente alla sfida lanciata da Trump al suo controllo dello Stretto, colpendo due navi con missili e una terza con un drone armato. Una quarta petroliera di proprietà del Qatar, carica di gas naturale liquefatto, è stata incendiata costringendo l’equipaggio ad abbandonare la nave colpita.
Queste rappresaglie iraniane hanno spinto Trump a ordinare attacchi aerei statunitensi contro obiettivi iraniani, a reintrodurre le sanzioni sulle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica e a revocare il protocollo di intesa che aveva firmato con quegli stessi iraniani che ha definito feccia, ponendo così fine al cessate il fuoco. "Li abbiamo colpiti duramente ieri sera", ha dichiarato Trump al vertice NATO di Ankara. "Probabilmente stasera li colpiremo duramente di nuovo".
Trump ha effettivamente colpito nuovamente l'Iran mercoledì notte, anche se l'Iran non aveva attaccato un'altra nave che cercava di aggirare i controlli. In risposta, l'Iran ha lanciato missili balistici e droni contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e contro la base aerea di Muwaffaq al Salti in Giordania.
Il vicepresidente Vance sta dicendo all'Iran: "Se provate a chiudere lo Stretto di Hormuz, l'esercito statunitense risponderà. È semplice". O l'Iran tiene lo Stretto di Hormuz completamente aperto a tutti, oppure gli Stati Uniti continueranno a colpire come hanno fatto martedì sera.
L’Iran insiste sul fatto che sarebbero stati gli USA a violare il protocollo di intesa; tramite il portavoce della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale avverte che ulteriori attacchi da parte degli Stati Uniti contro l'Iran saranno contrastati da un’offensiva a sorpresa su vasta scala e potenzialmente anche con il ricorso ad altre opzioni, quali il ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione, la modifica della dottrina nucleare del Paese e la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab oltre a quella dello Stretto di Hormuz.
Insomma, il vicepresidente Vance sta dicendo che se l'Iran limiterà l'accesso a Hormuz -cioè lo manterrà aperto solo per le navi degli Stati amici- gli Stati Uniti intensificheranno la loro risposta. A questa minaccia l'Iran risponde che intensificherà a sua volta la propria ritorsione –due attacchi per ogni attacco statunitense– e che potrebbe anche adottare nuove dottrine belliche.
Trump in sostanza è caduto nella trappola della escalation, a quanto pare -e almeno in parte- per rifarsi dal crollo dei consensi nei sondaggi interni. Si è messo in questa situazione con le sue mani, cercando di fare il furbo durante i preparativi per il funerale di Khamenei nel tentativo di ottenere una "rapida vittoria".
Quanto durerà questa escalation? Certamente non porterà alla riapertura dello Stretto, né al ritorno allo status quo di prima della guerra. Finché l'Iran manterrà la sua capacità di controllare Hormuz, non c'è alcun motivo per credere che la situazione tornerà quella che era prima.
Al contrario, e più probabilmente, la crisi accelererà l'insorgere dell'incombente crisi economica globale che potrebbe protrarsi fino a quando le difficoltà economiche non diventeranno acute, man mano che si esauriranno le scorte di greggio di bassa qualità e che gli effetti sull’economia reale in Occidente diventeranno visibili.
Con la carenza di munizioni e il ritiro del potenziale aereo dal Medio Oriente già in atto, Trump probabilmente non dispone dei mezzi necessari per lanciarsi a pieno titolo in una "Guerra all'Iran versione 3.0".
A dettare i tempi in questa nuova serie di ritorsioni a bassa intensità, quindi, sono probabilmente il livello delle scorte delle raffinerie negli Stati Uniti e quello della sofferenza che Trump sta provando in patria per il declino della sua fortuna politica, nonché per la sua avversione per qualsiasi cosa egli consideri un'umiliazione sul piano personale.
Quando è stato che le cose hanno cominciato a andare storte? Probabilmente il nodo della questione va identificato nel momento in cui la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran Sayyed Mojtaba ha rilasciato la dichiarazione in cui affermava di aver avuto idee diverse sul protocollo di intesa rispetto al gruppo dei negoziatori, e di aver comunque accettato di procedere dopo aver ricevuto dal Presidente Pezeshkian la garanzia che nei rapporti con gli USA avrebbe assicurato il rispetto dei principi fondamentali della Repubblica Islamica dell'Iran.
La dichiarazione è stata un avvertimento sia per gli Stati Uniti che per i negoziatori iraniani: l'approvazione del protocollo di intesa da parte dell'Iran non costituiva un mandato in bianco, ma era anzi strettamente legata ai dieci principi originariamente enunciati dalla nuova Guida Suprema.
A un certo punto, la leadership iraniana sembra essere giunta alla conclusione che l'Iran fosse vittima di un imbroglio da parte degli Stati Uniti; che il protocollo di intesa fosse mendace "e che l’insieme degli eventi successivi all'annuncio del memorandum avrebbe rispecchiato una strategia statunitense basata sulla convinzione che nel precedente scambio di colpi con l'Iran [gli Stati Uniti e lo stato sionista] non fossero riusciti a raggiungere i propri obiettivi, rendendo necessaria una sospensione dello scontro -sia pure temporanea- al fine di riorganizzarsi e prepararsi meglio, per riprendere le ostilità quando si fossero presentate le condizioni giuste".
Questo ha indotto l'Iran a riconsiderare la situazione, ritenendo che tutto quanto atteneva Hormuz e il Libano costituisse la leva fondamentale per intraprendere una nuova guerra, mentre l’Occidente faceva pressione nel contesto di una strategia di contenimento e gli USA e lo stato sionista si preparavano a riprendere lo scontro.
La strategia messa in atto sul momento dagli Stati Uniti non comporta cambiamenti negli obiettivi degli USA e dello stato sionista, quanto un adeguamento nei meccanismi operativi per consentire qualche compromesso che Washington ritiene necessario. Ad esempio, una collaborazione più stretta con la Turchia e il coinvolgimeno della Siria con Jolani, per tramite di Erdogan. L'idea è quella di rimescolare le carte in Libano e poi "valutare come stanno le cose", come ha sottolineato Vance.
Non è certo che questa nuova condotta funzionerà. Il mondo sta cambiando rapidamente. Il pronosticato trionfo dello stato sionista in Medio Oriente si è rivelato un fallimento. Probabilmente fallirà anche la manovra di Trump, basata sul protocollo di intesa, per aprire lo Stretto di Hormuz.
Anche la guerra contro la Russia e l'assedio alla Cina ad essa collegati stanno vacillando; e anche la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inscalfibile, viene messa in discussione. Un esponente di spicco del Partito Democratico statunitense, Rahm Emanuel, potenziale candidato alla presidenza per il 2028, ha preso la parola il 12 luglio nello stato sionista lanciando un monito inequivocabile. Lo stato sionista "ha perso il sostegno del mondo, è diventato un 'paria regionale' [e la sua] alleanza con gli Stati Uniti è 'a un bivio'".
In ultimo, ormai E infine, ecco che compare un cigno nero a nuotare sempre più in pieno sole. Eric Katz, scrivendo su Notus, afferma che "la bozza di un rapporto ad uso interno per il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti intende mettere in guardia dai rischi posti dal mercato dell'intelligenza artificiale, paragonandone gli aspetti chiave alla bolla delle dotcom che ha sconvolto l'economia statunitense quando è scoppiata nei primi anni 2000".
Gli analisti del Tesoro hanno scritto:
Gli analisti di professione presso il Dipartimento del Tesoro hanno riscontrato che le aziende di IA sono radicate nell'economia statunitense in modo più profondo di quanto lo fossero i loro predecessori del settore dotcom, e che rappresentano un rischio significativo per l'intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ne ostacolassero la crescita.
Una flessione del mercato dell'IA provocherebbe onde d'urto in tutto l'ecosistema economico.
Una flessione dei mercati negli USA –aggravata da una crisi energetica– potrebbe rivelarsi disastrosa per le speranze di Trump in vista delle elezioni di metà mandato.

08 luglio 2026

Alastair Crooke - Gli USA congelano il protocollo d'intesa con la Repubblica Islamica dell'Iran e passano al piano B


Trump, Netanyahu, bandiera bianca. Luglio 2026

Traduzione da Strategic Culture, 6 luglio 2026. 

Il piano A? Rovesciare la Repubblica Islamica, considerata nient'altro che un fragile castello di carte. Il suo crollo -a sentire le previsioni- avrebbe provocato un effetto a catena abbattendo diversi fronti collegati all'Asse della Resistenza, secondo l'analisi del Mossad e della rete dei centri del potere sionista negli USA. Alcuni funzionari statunitensi si erano comunque mostrati dubbiosi.
L'idea che ci sarebbe stata una rivolta popolare in Iran si è rivelata, al contrario, un errore strategico di tale portata che ha fatto da catalizzatore per la Repubblica Islamica, che adesso è più forte, più ribelle, più assertiva. Persino gli esperti dello stato sionista ammettono che la fallace premessa alla base della guerra ha generato un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente. Fino a quel momento, come ha potuto affermare un importante commentatore militare sionista come Alon Ben David, lo stato sionista era il punto di riferimento in Medio Oriente per ogni interesse mondiale; d'ora in poi, lo Stato di riferimento è e sarà l'Iran. Questa considerazione ha attestato fino a che punto si fosse andati oltre ogni limite.
Così la congrega filosionista è passata al piano B: una gabola basata sul protocollo d'intesa. Che Trump interpreta in una maniera tale che nel caso (improbabile) che l'Iran si adeguasse, si ritroverebbe di fatto disarmato, perché l'accordo sul nucleare spoglierebbe lo Stato di ogni prerogativa in virtù dei requisiti previsti per le "verifiche": ispezioni dell'AIEA a sorpresa, invasive e "senza limiti" di "siti sotterranei segreti", scienziati e istituti di ricerca passati a setaccio. Tutto in piazza, ancora una volta.
Considerato nel contesto delle aspirazioni di più vasta portata che lo stato sionista ripone nel piano B, l'obiettivo sarebbe quello di imporre al tempo stesso la lobotomia di Hezbollah, tramite un accordo di disarmo separato da attuare per mezzo di formazioni filogovernative libanesi compiacenti in grado di premere da nord sul movimento, intanto che lo stato sionista procederebbe da sud con la desertificazione.
In contemporanea il piano prevede la cauterizzazione della Resistenza palestinese ispirandosi al "Programma dei villaggi strategici" dei tempi del Vietnam, precursore del trasferimento forzato in campi di concentramento recintati e di fatto inabitabili.
In terzo luogo, il piano contempla la neutralizzazione della Resistenza irachena tramite un nuovo Primo Ministro compiacente insediato dagli ameriKKKani, Ali al Zaidi. Il quale al Zaidi, con il pretesto di una campagna anticorruzione e con il sostegno degli Stati Uniti, si è messo a pretendere che la Resistenza irachena disarmi entro il 30 settembre. La neutralizzazione della Resistenza irachena è vista come fondamentale ai fini di facilitare un'incursione siriana da parte delle milizie jihadiste del presidente Jolani nel Libano settentrionale, al fine di completare la morsa che si stringe su Hezbollah.
Tutto sommato, il piano B sembra suggerire un progetto di pacificazione regionale molto completo, specialmente se considerato insieme agli sforzi statunitensi volti a forzare l'apertura di un "corridoio ameriKKKano" sul versante omanita dello Stretto di Hormuz.
Probabilmente il piano per la pacificazione regionale sarà visto come una astuta mossa di Trump per mitigare la pressione esercitata su di lui dall'ira dei neoconservatori a motivo delle "concessioni" che ha fatto all'Iran nel protocollo d’intesa.
Ma è davvero una mossa tanto astuta? A Marco Rubio è stato affidato il compito di controllare che lo establishment di Beirut si allineasse allo stato sionista nel comune antagonismo contro Hezbollah. Solo che il pezzo di carta che ne è venuto fuori sul disarmo di Hezbollah non gode di alcuna legittimità; è in contraddizione con la Costituzione libanese e richiederebbe l'avallo del Consiglio dei Ministri e l'approvazione del Parlamento per avere una qualche validità o un qualche significato.
L'accordo tra stato sionista e Libano invece è efficace nell'infliggere un colpo mortale alla struttura di coordinamento tra Stati Uniti e Iran, concordata separatamente da Vance e presieduta dal Qatar, per la supervisione del rispetto del memorandum d'intesa in Libano. L'iniziativa con cui Rubio ha escluso l'Iran dal quadro di coordinamento per il Libano va contro il memorandum d'intesa e contro gli sforzi di mediazione compiuti da Vance. Il "documento" tripartito di Rubio non risolverà nulla, ma lascerà che la "questione libanese" continui a essere una ferita aperta.
Eppure, un cessate il fuoco in Libano e il ritiro dello stato sionista sono fondamentali perché il protocollo d'intesa non rimanga lettera morta. Sembra che Netanyahu abbia incaricato Ron Dermer proprio di convincere Rubio a sabotarlo.
Così, adesso alla Casa Bianca sono ai ferri corti sull'Iran Vance e Rubio. Il protocollo d'intesa intanto scivola verso la sospensione; rimarrà probabilmente in vigore, sia pure in uno stato comatoso.
Intanto sta andando tutto a rotoli. Il principale sfidante di Netanyahu alle prossime elezioni, l'ex capo delle Forze di Difesa dello stato sionista (IDF) ed ex membro del governo di guerra Gadi Eisenkot ha confermato questa settimana che "l'Iran non è mai arrivato ad avere armi nucleari. Sono ben consapevole di tutte le informative dei servizi segreti... Netanyahu sta inventando la realtà, sta creando minacce dal nulla, ed è così che spaventa l'opinione pubblica dello stato sionista". L’ex primo ministro Bennett si è detto d’accordo, ha sostenuto che le affermazioni di Netanyahu sono "bugie" e accusandolo di "fare reverse engineering sulla storia".
Tutto questo non sarà di aiuto a Trump, costretto come si trova a dover riaprire con urgenza e completamente lo Stretto di Hormuz per evitare una grave crisi economica. Contrariamente all'opinione per cui si tratterebbe di una mossa astuta, esiste l'idea (sempre più diffusa tra gli iraniani, tra gli altri) per cui l'Iran sarebbe vittima di un inganno. Il protocollo d'intesa altro non sarebbe che uno escamotage per forzare l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, come ha dedotto Vance, al fine di riempire le riserve strategiche di petrolio statunitensi e occidentali, oltre che per guadagnare tempo per capire quali potrebbero essere le pressioni cui gli USA potrebbero ricorrere per forzare sugli altri elementi previsti nel protocollo.
L’opinione corrente, in quella Assemblea degli Esperti che nella Repubblica Islamica dell'Iran ha un'importanza fondamentale e anche presso la gente comune, si è irrigidita contro qualsiasi concessione agli Stati Uniti, specialmente per quanto riguarda il permesso di transito alle navi (ostili) che attraversano lo Stretto di Hormuz. Il proposito generale è quello di mantenere la morsa iraniana su Hormuz fino a quando il dolore non diventerà lancinante.
Così, mentre a Washington si aprono delle fratture e l'Iran diventa sempre più diffidente nei confronti di Trump e dei suoi cambiamenti di rotta, il protocollo d'intesa si rivela un inganno teso soltanto a far riaprire lo Stretto, prima di colpire l'Iran sia indirettamente -colpendo i suoi alleati della Resistenza- sia in modo più duro.
È interessante notare che il prendere piede di questa opinione va affermandosi nel momento in cui il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si è detto convinto che anche gli "accordi" raggiunti ad Anchorage con Trump fossero probabilmente un inganno da parte degli Stati Uniti.
Insomma: chi si è preso gioco di chi? Per ora, il petrolio proveniente dal Golfo Persico non è diretto verso gli Stati Uniti. Secondo la Reuters, almeno cinque superpetroliere che trasportano un totale di dieci milioni di barili di petrolio saudita caricato a Ras Tanura hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Due delle cinque superpetroliere che hanno lasciato lo Stretto sono dirette in Giappone, mentre altre due stanno facendo rotta verso la Cina. Il che significa -come ha sottolineato Larry Johnson- che anche se le petroliere dovessero in questo momento dirigersi verso gli Stati Uniti il Paese si troverebbe comunque ad affrontare una grave carenza di greggio acido almeno fino al 23 agosto, considerando i quarantadue giorni necessari per il viaggio verso gli Stati Uniti. Il greggio acido è una materia prima fondamentale per la produzione di gasolio e carburante avio nelle complesse raffinerie statunitensi.
A giochi fatti, occorre sospendere l'analisi della guerra intrapresa da USA e stato sionista contro l'Iran, poiché sia Trump che Netanyahu stanno entrando in una fase di stallo in vista delle elezioni. Trump potrebbe minacciare di "annientare" l'Iran se questo non capitola e non china il capo, ma è dubbio che gli Stati Uniti possano mantenere a lungo la propria presenza militare nella regione con le scorte di munizioni che vanno esaurendosi. Ciononostante, un ulteriore episodio di guerra vera e propria è altamente probabile. E ampiamente previsto in Iran.
È possibile un breve attacco militare degli Stati Uniti contro l'Iran come dimostrazione di potenza, ma otterrebbe ben poco. E nulla di strategico.
Allora, chi sta perdendo in questa guerra? Lo stato sionista e Netanyahu. Netanyahu è in grave difficoltà anche sul fronte elettorale.
Il previsto trionfo dello stato sionista in Medio Oriente è stato un fallimento. Anche la guerra rivoluzionaria contro la Russia e l’assedio alla Cina, ad essa collegati, stanno vacillando. E persino la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inattaccabile, si trova messa in discussione.
Dopo che Netanyahu ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano nel 2015, i principali commentatori sionisti in materia di sicurezza hanno iniziato a lamentare il loro errore strategico definendolo "uno dei più grandi errori strategici del ventunesimo secolo". Sorprendentemente, nello stato sionista c'è qualcuno -comprese figure militari in alto nella scala gerarchica- che sta già rimpiangendo di aver assassinato la Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio 2026. "Almeno con Khamenei sapevamo a che punto eravamo", ha dichiarato una fonte militare sionista di alto livello a Ben Caspit.
"[Khamenei] aveva delle linee rosse, aveva una strategia ed era, in una certa misura, lucido. C'era una certa stabilità nella follia iraniana. L'attuale leadership è molto meno stabile, di gran lunga più estrema e imprevedibile. Sono inebriati dal potere e dall’arroganza, convinti di aver sconfitto sia l'AmeriKKKa che lo stato sionista".