14 novembre 2018

Runner Pizza: un'azienda che vuole Firenze sempre più smart city


Runner Pizza è una rete di pizzerie di Firenze che fa portare le pizze a casa dei clienti da un fitto gruppo di lavoranti con lo scooter.
Negli ultimi anni andare a imboccare a domicilio gente talmente pigra da non saper metter un piede davanti all'altro fino alla rivendita all'angolo (a Firenze esiste una mangioteca ogni due isolati e si tratta di una stima per difetto) e talmente incompetente da non saper cucinare per proprio conto è diventato un andazzo -pardon, un trend- molto rilevante nella microeconomia dei contesti urbani.
Ci sono gazzette che sostengono che Runner Pizza è una delle aziende che vogliono Firenze sempre più smart city, qualsiasi cosa voglia dire.
E chi siamo noi per contraddirle.
Il 26 maggio 2018 il borgomastro di Firenze Dario Nardella elogiava la Runner Pizza per aver adottato scooter elettrici.
L'amministratore delegato Tiziano Capitani teneva un discorso pieno di ottime intenzioni:
“La Runner è un’azienda che per dimensioni e vocazione potrà diventare un esempio di come la sensibilità alle problematiche ambientali possano rendere possibile l’impiego di tecnologie di avanguardia ed energie rinnovabili su larga scala, specialmente nell’ambito dei servizi di logistica. Il percorso è segnato, l’azienda è convinta di procedere all’utilizzo di nuove tecnologie e fonti di energia alternative anche presso i laboratori diffusi sul territorio. Il cammino non è breve, ma lo pensiamo inesorabile. Da oltre 15 anni l’innovazione fa parte di noi. Vorremmo che entro due anni almeno il 50% dell’energia necessaria alla produzione dei prodotti provenga da fonti rinnovabili… sarebbe bello che le aziende toscane specializzate nel settore ci aiutassero, perché noi gli obiettivi li vogliamo raggiungere davvero!”
Solo che le ottime intenzioni sono una cosa, la realtà è un'altra.
Nella realtà l'innovazione fa così parte di loro, specialmente nell'ambito dei servizi di logistica, che stando all'edizione cartacea de "La Repubblica" del 14 novembre 2018 Andrea Menicagli, quarantasette anni e tre figli, morì nel febbraio 2016 dopo un incidente.
Era caduto dallo scooter il suo primo giorno di lavoro e indossava un casco vecchio.
Vecchio di oltre 15 anni.
La gazzetta su specificata indugia con puntiglio sulle condizioni di un arnese -i complicatori di cose semplici vogliono che lo si chiami dispositivo di protezione individuale- davvero poco in linea con tanti propositi innovativi, e ci dice che Tiziano Capitani, con tale Roberta Gussoni amministratore unico di una Rpcoop società cooperativa e tale Federico Piccioli, amministratore unico della cooperativa Well Done (espressione che a Firenze viene spesso scherzosamente tradotta con bel danno), è stato accusato di omicidio colposo.
Si viene così a sapere che per portare in giro delle cose da mangiare non basta fare ditta con qualcuno che suda sette camicie davanti a un forno e qualcun altro che si scapicolla qua e là in motorino. Ci vogliono una società e due cooperative: una fornisce lo scooter, una il casco, un'altra il lavoratore. Con il dettaglio, innovativo anch'esso, di una retribuzione il più delle volte davvero incoraggiante. Nel senso che è più un incoraggiamento che altro.

13 novembre 2018

Alastair Crooke - Le tendenze del prossimo futuro sono già visibili



Traduzione da Strategic Culture, 26 settembre 2018.

Nella propria autobiografia Carl Jung parla di "un momento di straordinaria lucidità", nel corso del quale ebbe uno strano dialogo interiore: in quale mito vive oggi l'uomo, si chiedeva il suo io? "Nel mito cristiano; tu ci vivi?" chiedeva Jung a se stesso. E per essere onesto con se stesso rispose di no: "Per quanto mi riguarda, non è la condizione in cui vivo io." Non esiste più alcun mito per noi, chiese allora il suo io interiore? "No," rispose Jung; "evidentemente no". E di cosa vivi allora, chiese di nuovo l'io interiore. "A questo punto il dialogo con me stesso diventò sgradevole. Smisi di pensare; ero arrivato in un vicolo cieco", concluse Jung.
Oggi molte persone provano la stessa sensazione. Sentono questo vuoto. Il dopoguerra, e forse lo stesso fenomeno dell'illuminismo europeo, hanno fatto il loro tempo, si pensa. Qualcuno se ne rammarica, molti di più ne sono disturbati e si chiedono che cosa li attende.
Viviamo in un momento in cui due grandi concezioni stanno svanendo: stiamo vivendo il declino della religione rivelata e al tempo stesso quello della discredito delle esperienze delle utopie laiche. Viviamo in un mondo cosparso dei relitti di progetti utopistici che, nonostante avessero un inquadramento laico che negava le verità di fede, di fatto veicolavano un mito religioso.
I rivoluzionari giacobini erano ispirati dall'umanesimo illuminato di Rousseau e scatenarono il Terrore come violenta risposta alla repressione delle élite. I trotzkisti bolscevichi uccisero milioni di persone in nome dell'empirismo scientifico che avrebbe portato all'uomo nuovo; i nazisti fecero qualcosa di simile con l'idea di instaurare il razzismo scientifico di stampo darwiniano.
Il mito millenarista ameriKKKano, un tempo come oggi, era ed è radicato nella fervida convinzione che gli Stati Uniti abbiano un Destino Manifesto: questo mito in ultima analisi non è altro che un caso particolare di una lunga serie di tentativi di imporre al corso della storia un momento di forzata discontinuità, da cui iniziare a riplasmare la società umana.
Detto altrimenti, tutti questi progetti utopistici, tutti questi successori del mito apocalittico ebraico e cristiano hanno previsto che il cammino dell'umanità portasse ad un punto di convergenza e ad una sorta di fine dei tempi o di fine della storia.
Ecco, oggi come oggi non viviamo più in miti come questi: anche le utopie laiche non funzionano più. Non riempiranno il vuoto. Le certezze ottimistiche connesse all'idea di un progresso a sviluppo lineare hanno particolarmente sofferto della discredito. Di cosa vivremo allora? Non si tratta di una questione esoterica; questioni del genere riguardano la storia e il nostro destino.
Le élite deplorano qualunque alternativa come populista o illiberale. Insomma, esse rifiutano di vedere quello che si trova davanti ai loro occhi: stanno affermandosi valori ben precisi. Di cosa si tratta? Da dove vengono? Come potrebbero cambiare il mondo in cui viviamo?
Il valore più evidente è rappresentato dall'affermarsi a livello globale del desiderio di vivere nel contesto della propria cultura; di vivere secondo una propria cultura ben distinta. Il concetto è quello di culture autonome e sovrane che stanno cercando di riappropriarsi di ciò che è loro proprio, del proprio tradizionale patrimonio storico, religioso, di legami di sangue, di territorio e di lingua. La questione dell'immigrazione, che sta squassando l'Europa, costituisce un esempio ovvio di tutto questo.
Questo valore tuttavia non sta chiamando in causa un tribalismo puro e semplice, ma anche un modo diverso di concepire il concetto di sovranità. In esso è contemplata l'idea che la sovranità si acquisisce comportandosi e pensando in modo sovrano. Il potere sovrano emerge dalla fiducia che un popolo può nutrire sulla base di un percorso storico peculiare e definito, di un retaggio intellettuale e di un patrimonio spirituale che concorrono a fare di esso qualche cosa di distinto.
Con questo si intende dire che alla base della sovranità personale e di quella comune c'è una cultura viva e consolidata; si tratta di un chiaro rifiuto dell'idea che il cosmopolitismo dei melting pot possa generare una qualunque sovranità autentica.
Si tratta certamente dell'opposto rispetto al concetto globalizzante di un "genere umano" che converge su valori comuni e su un "modo di esistere" unico, neutro ed apolitico. Ora, l'essere umano così definito, secondo l'antica tradizione europea, non esisteva. Esistevano soltanto gli uomini: i greci, i romani, i barbari, i siriani e così via. Una concezione opposta ovviamente al concetto universale di essere umano cosmopolita. Il recupero di questo modo di pensare si trova per esempio alla base del concetto di Eurasia così come viene utilizzato da Russia e Cina. 
Un secondo valore in ascesa deriva dal disincanto mondiale nei confronti del pensiero occidentale, meccanicistico e a binario unico, che riconduce tutto quanto ad un significato solo che si presuppone derivato empiricamente. Quando questo modo di pensare si insedia nell'ego individuale porta ad un'imperturbabile sensazione di trovarsi nel giusto, almeno per un pensatore dell'Europa occidentale: "Noi siamo quelli che dicono il vero"; tutti quanti gli altri balbettano o mentono.
La antica tradizione europea è stata ed è rappresentata dal pensiero congiuntivo. La colpa, l'ingiustizia, le contraddizioni e la sofferenza esistono in questo mondo? Certo che esistono, afferma Eraclito, ma solo per una mente limitata e considera le cose distinte una dall'altra, e non come connesse e collegate senza soluzione di continuità; questa condizione non comporta l'afferrare un significato ma piuttosto quella di essere delicatamente e potentemente afferrati da esso.
Cosa c'entra tutto questo con il mondo d'oggi? C'entra, perché la neoconfuciana leadership cinese di oggi pensa in questi termini. L'idea dello Yin e dello Yang e del loro sottostare all'instaurazione e al perdurare dell'armonia è ancora alla base dei concetti cinesi di politica e di risoluzione dei conflitti. Lo stesso vale per la filosofia sciita e per il concetto russo di Eurasia. Un tempo anche gli europei pensavano in questi termini: secondo Eraclito tutti gli elementi contrapposti sono uno alla base dell'esistenza dell'altro e coesistono in armonia secondo modalità invisibili all'occhio umano.
Questa prospettiva alternativa è quella che si trova proprio a sostegno dell'ordine mondiale multipolare considerato come un valore. L'accettazione del fatto che ogni individuo e ogni popolo abbiano qualità multiformi rifugge l'ossessione dominante che impone di ridurre ogni paese ad un solo valore e ad un solo significato. Il terreno per collaborare e per costruire degli scambi , così ben al di là di un "o questo o quello" e si estende ai multiformi strati di identità complesse e dei relativi interessi. Si tratta in altre parole di una concezione tollerante.
Esistono poi altri valori: la ricerca della giustizia e della verità in senso metafisico, l'integrità considerata come un bene, il comportamento responsabile e la conoscenza e l'accettazione di ciò che si è. Tutti i valori immutabili.
Il punto è questo. Con la modernità è scomparsa qualsiasi norma esterna, è scomparso qualsiasi mito al di là del conformismo civile in grado di guidare l'individuo nella propria vita e nelle proprie azioni; il forzato sradicamento dell'individuo dalle strutture di qualsiasi forma (classi sociali, chiesa, famiglia, società e genere) ha reso il rifarsi a quanto era pur rimasto latente, se non proprio ricordato, praticamente inevitabile.
L'anelito agli antichi dettami -di cui si ha pure una comprensione rudimentale e poco articolata- rappresenta un ritorno a quanto di antico ancora esiste nei più profondi livelli dell'essere umano. Un anelito al tornare di nuovo a far parte del mondo e ad essere una componente di esso. Questo processo, che si concretizza secondo modalità diverse, è in atto in tutto il mondo.
Ovviamente questo "ritorno all'antico" non può essere integrale. Non può essere il semplice ripristino delle cose come erano un tempo. Esso deve farsi strada attraverso il nostro disfacimento, deve partire dalle nostre rovine come qualcosa di nuovo che si ripresenta nell'eterno ritorno.
Nondimeno queste idee nuove e vecchie al tempo stesso avranno un impatto sul mondo liberale esistente e saranno per esso una sfida. La nostra struttura economica di oggi deriva in gran parte da Adam Smith. Ed essa non era altro che una trasposizione diretta della filosofia politica di John Locke e di John Hume, che di Smith erano intimi amici. E il pensiero di Locke e di Hume altro non era che la narrativa, in termini politici ed economici, della vittoria del concetto protestante di comunità religiosa sopra il corrispondente concetto cattolico, avvenuta all'indomani degli accordi di Westfalia.
Dunque è inevitabile che valori diversi dettino modelli diversi: che specie di modelli lasciano presagire i valori che stanno emergendo? In primo luogo il mondo non occidentale si sta staccando dall'indeterminatezza dell'identità e del genere e sta tornando ad apprezzare in questi settori la chiarezza e la distinzione; sta tornando alla centrealità della famiglia e alla necessità di considerare tutti degni di stima, quale che sia il loro posto nella gerarchia della vita. Nella pratica governativa, così come nell'economia, il valore guida è quello di una diversa concezione del potere. Il mito cattolico dell'amore, del porgere l'altra guancia, dell'umiltà e del distacco dal mondo contraddice l'antico concetto di condotta virile, che predicava invece la resistenza all'ingiustizia e il portare avanti la propria verità. Una condotta che era politica per natura, e che era dominata da un'etica in cui la potenza era un attributo normale.
Questo antico concetto di potenza si è affermato oggi nella consapevolezza del fatto che un popolo mentalmente operativo è vitale e culturalmente solido e può avere la meglio contro uno stato considerevolmente più ricco e meglio armato che abbia messo il proprio popolo a vivere una gradevole sonnolenza e lo abbia privato della sua vitalità.
Sia la pratica governativa che l'economia finiranno probabilmente col riflettere i principi dell'autonomia e della riacquisizione di sovranità da parte della nazione e del popolo, oltre che il concetto che l'organizzazione della società è sempre servita a farsi che essa fosse naturale campo dello sviluppo di un uomo o di una donna -capaci di trovare le proprie potenzialità e la propria integrità- secondo quanto da essi stabilito.
Quello che colpisce è che stiamo assistendo all'insediamento nella politica corrente di questi principi gemelli, pur nelle loro apparenti tensioni, in campi completamente distinti: nello stato che occupa la penisola italiana il Movimento Cinque Stelle -che viene considerato di sinistra- è al governo con la Lega, che viene considerata di destra.
Ovviamente in molti diranno che "non ci sono alternative". L'alternativa invece esiste eccone, e il treno sta arrivando alla nostra fermata proprio adesso.


10 novembre 2018

Alastair Crooke - Due grandi progetti per l'assetto del Medio Oriente sono in corso di sviluppo e stanno prendendo campo. E sono in rotta di collisione.



Traduzione da Strategic Culture, 12 settembre 2018.

Dalle ceneri delle due vastissime concezioni che hanno caratterizzato il decennio che si chude -la tentata conquista del Medio Oriente da parte dei Fratelli Musulmani e l'opposto progetto delle monarchie del Golfo di mandare in pezzi i Fratelli e di ricostituire il "sistema arabo", un assolutismo tribale di stampo ereditario- stanno sviluppandosi due opposti intenti. Due opposti intenti che stanno prendendo l'abbrivio e che presto o tardi entreranno in rotta di collisione. Di fatto lo sono già. Il problema è fino a dove arriverà la schermaglia.
Uno dei due riguarda l'unificazione del quadrante settentrionale della regione tramite la diffusione di uno spirito politico comune -basato sulla resistenza all'insistere degli USA per essere presenti in zona al fine di ravvivare l'egemonia ameriKKKana- e sul più pratico imperativo di trovare il modo di superare e di sopraffare la macchina da guerra finanziaria degli USA.
Negli ultimi giorni questo movimento ha conseguito una vittoria sostanziale. Elijah Magnier, giornalista esperto di Medio Oriente, così la descrive in poche parole:
Il candidato preferito dagli USA per la carica di Primo Ministro [in Iraq] Haidar Abadi ha perso la sua ultima possibilità di ottenere un secondo mandato quando una rivolta ha provocato nella città meridionale di Bassora un incendio che ha attaccato le mura del consolato iraniano. Mentre gli abitanti dimostravano avanzando a buon diritto la richiesta di acqua potabile, elettricità, lavoro e infrastrutture, gruppi prezzolati con intenzioni diverse si sono infiltrati fra i manifestanti e sono riusciti a incendiare uffici, ambulanze, un edificio governativo e una scuola che faceva capo a al Hashd al Shaabi e ad altri gruppi politici contrari agli Stati Uniti. Il comportamento della folla ha costretto Sayyed Moqtada al Sadr, cui fanno capo cinquantaquattro parlamentari, ad abbandonare il proprio partner politico Abadi e a chiuderne la carriera politica. Al Sadr ha cercato di prendere le distanze dai fatti di Bassora in modo che la colpa ricadesse sul solo Abadi. Si è messo dalla parte del vincitore, si è messo dalla parte dell'Iran...
Questo insieme di eventi ha portato al Sadr ad aggregare i suoi cinquantaquattro deputati alla maggioranza. L'aperto sostegno degli USA e i fatti di Bassora hanno messo fine alla carriera politica di Abadi... La coalizione più grande adesso potrà contare ben più che centosessantacinque deputati, e in questo modo sarà in grado di scegliere il Presidente del parlamento e i suoi due vice, il Presidente e il nuovo Primo Ministro... La grande coalizione che si sta consolidando non avrà più bisogno del sostegno dei quarantadue deputati curdi.
Il leader di questa grande coalizione di partiti sciiti e sunniti sarà con ogni probabilità Faleh al Fayyadi capo di Hashd al Shaabi, le Unità di Mobilitazione popolare. Politicamente parlando l'Iraq è adesso disponibile a entrare nell'alleanza di cui fanno parte russi iraniani e siriani, anche se le divisioni che ci sono fra gli sciiti iracheni continuano ad essere una potenziale fonte di conflitti. Se, come è probabile che succeda, l'Iraq verrà messo sotto embargo dagli USA per non aver ottemperato alle sanzioni statunitensi contro l'Iran, sarà l'imperativo delle circostanze a spingere il paese verso la sfera economica in via di consolidamento che è stata al centro dell'incontro di Tehran del 14 settembre, verso una serie di infrastrutture economiche attualmente in evoluzione i cui fini sono l'abbandono del dollaro e il contrasto alle sanzioni degli USA.
Istigare i dimostranti di Bassora -ci sono consistenti sospetti che dietro ci fosse la mano dei sauditi- è stato un errore di calcolo che per gli USA ha conseguenze anche più ampie. Intanto è possibile che le forze armate ameriKKKane si sentano dire di lasciare il paese. Poi, per il Pentagono sarà più difficile sostenere la propria presenza militare in Siria. Le linee logistiche per lo schieramento ameriKKKano nel nord est della Siria passano dall'Iraq e potrebbero non essere più utilizzabili; le forze USA in Siria si troveranno isolate e saranno quindi più vulnerabili.
Il voltafaccia iracheno sgonfia anche le aspirazioni del Presidente Trump sulla riaffermazione della supremazia degli USA nel campo energetico mediorientale. Si sperava che l'Iran avrebbe finito per capitolare e per arrendersi alle pressioni economiche e politiche, e che l'effetto domino avrebbe trascinato anche l'Iraq in una politica di condiscendenza.
Questo scenario avrebbe lasciato in mano statunitense le principali fonti di energia "a basso costo di produzione" del Medio Oriente. In considerazione di quanto successo però è più probabile che tutto questo, o per lo meno tutto quanto attiene l'Iran e l'Iraq, finisca nell'orbita russa assieme alle prospezioni nel Bacino del Levante siriano, che è inesplorato. Alla fine la "massa continentale" russa produttrice di energia può rivelarsi un avversario più che considerevole per l'aspirazione degli USA, recentemente riaffermata, di tornare a detenere la supremazia del settore.
L'intento che si oppone a questo, e che si sta parimenti affermando, è l'idea di Kushner, Friedman e Greenblatt di mettere fine alla pretesa dei palestinesi di avere un progetto politico. Dal poco che ne trapela sembra di capire che l'idea è quella di svuotare le loro pretese politiche innanzitutto tagliando via pezzo a pezzo i principali pilastri su cui si basa la natura politica del progetto palestinese.
In primo luogo si intende porre fine al paradigma dei due stati e sostituirlo con quello di "uno stato", uno "stato-nazione" ebraico in cui vigono diritti differenziati e prerogative politiche differenziate. In secondo luogo, mettendo fuori discussione l'idea che Gerusalemme possa essere capitale di uno stato palestinese. In ultimo, cercando di eliminare lo status di rifugiati per i palestinesi buttando il peso della loro sistemazione direttamente sulle spalle dei paesi che li ospitano. In questo modo si cacciano i palestinesi fuori dalla sfera della politica promettendogli che se la passeranno meglio e che saranno più "felici" se seguiranno i dettami di Kushner.
Basandosi sulla loro esperienza di immobiliaristi alle prese con quegli inquilini riottosi la cui cacciata è alla base di qualsiasi sviluppo immobiliare di un qualche peso, Kushner e Friedman hanno iniziato con le pressioni togliendo fondi all'Agenzia dell'Onu per i Rifugiati, chiudendo l'ufficio dell'OLP negli USA, tagliando gli aiuti agli ospedali di Gerusalemme Est e demonizzando i leader palestinesi presentandoli come corrotti e poco concentrati sugli asseriti desideri dei palestinesi (per una vita più prospera dal punto di vista materiale).
Di recente quelli di Kushner hanno tirato fuori una vecchia idea, presentata nello specifico dal quotidiano in lingua ebraica Yedioth Ahoronot da Sima Kadmon il 7 settembre scorso, che Abu Mazen non ha respinto a prescindere quando glie ne è stata fatta parola. L'idea risale al gennaio 2010 e fu presentata dal generale dello stato sionista Giora Eiland in un articolo scritto per il Begin-Sadat Center for Strategic Studies. Eiland scriveva:
La soluzione consiste nel fondare un regno federale di Giordania comprendente tre "stati": la East Bank, la West Bank e Gaza. Questi stati nel senso ameriKKKano [della parola] saranno come la Pennsylvania o il New Jersey. Saranno pienamente indipendenti per gli affari interni, avranno un bilancio, istituzioni governative, leggi proprie, polizia e altri espliciti simboli dell'indipendenza. Solo che, come la Pennsylvania e il New Jersey, non avranno responsabilità sulla politica estera e sull'esercito. Questi due settori, proprio come negli USA, resteranno di competenza del governo federale di Amman.
Elland ipotizzava che lo stato sionista avrebbe tratto evidenti vantaggi da una soluzione del genere, invece che da una che contemplasse l'esistenza di due stati. "Innanzitutto si introduce un cambiamento nel modo di vedere la situazione. Non si parla più di popolo palestinese che vive sotto occupazione, ma di un conflitto territoriale fra due paesi: lo stato sionista e la Giordania. In secondo luogo la Giordania può essere più propensa al compromesso su determinate questioni, come quella territoriale." Aggiungeva che "in Medio Oriente l'unico modo per assicurare la sopravivenza di un governo consiste nel controllare a tutti gli effetti la sicurezza... quindi, il modo per prevenire in Giordania disordini fomentati da un futuro governo di Hamas nella West Bank consiste nell'affidare alla Giordania il controllo militare di quella zona [oltre a realizzare una West Bank demilitarizzata che continuerebbe a rimanere sotto il controllo dello stato sionista]."
Insomma, i palestinesi di Gaza (stando a quanto si legge) verranno fatti stabilire a Gaza e nel Sinai (e sorvegliati dai servizi egiziani), mentre le enclave palestinesi rimaste nella West Bank finirebbero sotto controllo della polizia giordana sotto la supervisione generale dello stato sionista. Un corrispettivo governo "federale" in Giordania sarà considerato dallo stato sionista responsabile di tutto quanto.
Ovviamente tutto questo potrebbe non essere altro che un esercizio di fantasia di Kushner e soci. Non sappiamo cosa prevede il più volte rimandato "Accordo del Secolo" di Trump, ma quello che sembra chiaro è che c'è l'intenzione di cancellare il concetto di qualsiasi entità politica palestinese in quanto tale e di redere malleabile il popolo palestinese distaccandolo dai propri leader e offrendogli vantaggi materiali. Al momento attuale i palestinesi sono deboli. Non c'è dubbio che operando di concerto gli USA e lo stato sionista possano riuscire a far fuori qualsiasi opposizione al suddetto accordo. Gerusalemme sarà "consegnata" allo stato sionista. I palestinesi saranno cancellati dalla scena politica. Ma a quale prezzo? Che succederà allora alle monarchie del Golfo?
Lo studioso di Oxford Faisal Devji, in un editoriale sul New York Times, ha sottolineato la situazione problematica dell'Arabia Saudita:
Dopo la prima guerra mondiale la marina statunitense ha sostituito quella britannica, e il petrolio fece del regno una cosa essenziale per il capitalismo occidentale. Solo che la centralità economica e religiosa dell'Arabia Saudita strideva con la sua perdurante marginalità politica: militarmente erano la Gran Bretagna, gli USA e persino il Pakistan ad essere responsabili della sua stabilità sul piano interno e della sua sicurezza dalle minacce provenienti dall'estero.
Al giorno d'oggi l'Arabia Saudita si contrappone a prima vista all'Iran, ma le sue pretese di supremazia trovano spazio solo per il declino dell'Egitto e per la marginalizzazione dell'Iraq e della Siria. A parte l'Iran, solo la Turchia le tiene testa, sia pure con un comportamento ambiguo.
...Il regno del principe Mohammed sembra più un paese laico che teocratico; la sovranità sembra sia stata finalmente strappata dalle mani delle tribù e dei religiosi per essere avocata direttamente dalla monarchia. Ma l'Arabia Saudita può diventare ancora più potente sul piano geopolitico solo mettendo a rischio il suo status religioso... [corsivo dell'autore, N.d.T.]
Il piano per fare dell'Arabia Saudita uno stato definito sul piano politico anziché sul piano religioso distrugge la concezione vecchia di secoli della geografia islamica [sunnita], che ha sempre considerato l'Arabia come un proprio centro depoliticizzato... La Mecca e Medina continueranno a ricevere i pellegrini, ma è probabile che l'Islam [sunnita]... troverà il proprio centro in Asia, dove vive di gran lunga il numero maggiore di seguaci e verso cui si stanno dirigendo in misura sempre maggiore la ricchezza e la potenza mondiali.
Solo che questo non è proprio il caso dell'Islam sciita, che è riuscito a unire il potere politico con un rinnovato status religioso, come attesta il prosperare straordinario di Karbala come centro dei pellegrinaggi degli sciiti, e che ha visto il successo dell'Iran nel contrastare gli jihadisti wahabiti sia in Siria che in Iraq. Di contro, la guerra nello Yemen ha invece eroso le credenziali politiche e religiose dell'Arabia Saudita.
Eppure, nonostante le traiettorie contrastanti, proprio qui può verificarsi la collisione: lo stato sionista si è ineluttabilmente alleato con l'Arabia Saudita e con l'Islam sunnita. E così anche gli USA hanno assunto la stessa posizione di parte dello stato sionista e dell'Arabia Saudita nei confronti dell'Iran. Entrambi stanno alle spalle del re saudita e lo spingono a condurre una guerra su più livelli contro il potente vicino.
Alon Ben David, un corrispondente militare dello stato sionista, sul quotidiano in lingua ebraica Ma'ariv ha scritto il 7 settembre un articolo che costituisce un esempio della narrativa prometeica con cui lo stato sionista celebra i propri successi, dovuti essenzialmente al sostegno incondizionato di Trump: "Le forze di difesa dello stato sionista, che hanno tardato per anni ad accorgersi della potenziale minaccia costituita dall'espansionismo iraniano, hanno capito che dovevano passare all'azione... questa settimana le forze di difesa hanno rivelato che dall'inizio del 2017 in Siria sono stati condotti oltre duecento attacchi aerei. Ma se si considerano le attività svolte in questa guerra dalle forze di difesa nel loro complesso, per lo più effettuate sotto copertura negli ultimi due anni, risulta che le forze di difesa dello stato sionista hanno portato a termine oltre frontiera centinaia di operazioni di vario tipo. La guerra tra le guerre è diventata la guerra delle forze di difesa, ed è stata foraggiata giorno e notte... A tutt'oggi, lo stato sionista si è rafforzato nel confronto diretto con l'Iran... Ogni volta che colpiamo l'Iran, il nostro potere di deterrenza si rafforza."
Beh, questione di opinioni. Di opinioni molto rischiose.

04 novembre 2018

Alastair Crooke - Creare difficoltà in Siria è un passo verso il rovesciamento del governo... a Washington.



Traduzione da Strategic Culture, 12 settembre 2018.


L'amministrazione statunitense ha rotto gli indugi, ha scritto David Ignatius il 30 agosto, e adesso afferma di avere "interessi duraturi" in Siria al di là dell'uccisione dei terroristi dello Stato Islamico. L'amministrazione "non ha in programma per il prossimo futuro il ritiro delle proprie forze speciali dal nord-est della Siria". "Adesso," ha detto ad Ignatius un funzionario governativo, "il nostro compito è quello di creare difficoltà [per la Russia e per il governo siriano] finché non otterremo quello che vogliamo."
A quanto pare gli Stati Uniti hanno cambiato linea politica verso la metà di agosto, svanito ogni intento di comprensione reciproca che Trump e Putin avevano manifestato in luglio a Helsinki, e sono adesso in cerca di qualcosa che gli permetta di esercitare più pressioni possibile nelle ultime fasi della guerra civile siriana. A quanto sembra si tratta di un ultimo tentativo di imporre la volontà statunitense nel teatro bellico siriano, servendosi degli jihadisti di Idlib per contare qualche cosa nel contesto di qualsiasi transizione politica e del PKK curdo nel Nord est del paese per premere contro la Turchia e per arginare l'Iran.
Siamo davanti ad una svolta di centoottanta gradi. Il nuovo inviato in Siria di Pompeo, James Jeffry, è stato chiarissimo: "Gli Stati Uniti non tollereranno che le forze governative passino all'attacco," ha detto riferendosi all'imminente offensiva contro la enclave jihadista di Idlib.
"Per noi qualsiasi offensiva è da considerarsi una escalation il responsabile," ha detto. "Per giunta, se si usano armi chimiche, si creano ondate di profughi o si attaccano civili innocenti... La conseguenza sarà che dovremo rivedere le nostre posizioni..." A domanda se le possibili rappresaglie statunitensi per qualsiasi offensiva contro Idlib, armi chimiche o no, avrebbero contemplato attacchi aerei, Jeffrey ha risposto che "Abbiamo più volte chiesto il permesso di procedere," e che "potrebbe essere un modo [per reagire]".
L'obiettivo è quello di cacciare l'Iran dalla Siria, di assestare uno schiaffo strategico umiliante alla Repubblica Islamica per rafforzare la stretta imposta alla sua economia, di fare pressioni per una transizione politica da cui il Presidente Assad sia escluso e soprattutto quello di evitare di lasciar trasparire alcuna traccia della debolezza strategica degli Stati Uniti.
In Russia i vertici governativi già sapevano che gli Stati Uniti intendevano far fallire l'ultima operazione congiunta di vasta portata per porre fine al conflitto in Siria. Tutto questo trova adesso conferma. Un funzionario superiore del Cremlino ha detto ad Al Monitor a condizione di rimanere anonimo che i funzionari statunitensi intendono intralciare per molto tempo: "Sono seccati perché siamo stati noi ad avere la meglio nella gestione di queste crisi, e adesso non perdono occasione per metterci i bastoni tra le ruote."
Magari si trattasse solo di questo: il linguaggio di Jeffrey, il Dipartimento di Stato che parla di ulteriori sanzioni economiche da usare come strumento di pressione e le minacce contro l'Iran sono provocazioni e ultimatum di fatto diretti contro la Russia e contro l'Iran.
Gli eventi stanno prendendo una brutta piega. Non sappiamo perché Trump abbia rinnegato con tanta enfasi qualsiasi accenno di comprensione reciproca raggiunto a Helsinki, a meno di non considerare le straordinarie pressioni politiche e psicologiche cui è sottoposto. L'apoteosi funebre di McCain, presentato come l'incarnazione delle virtù ameriKKKane, il fazioso New York Times in mano a un vecchio funzionario della Casa Bianca membro della resistenza che ha rivendicato come un successo l'aver sabotato la politica di distensione di Trump verso la Russia; il libro di Woodward che lo ridicolizza, e ora anche Obama che si è unito al coro il 7 settembre, quando si è prodotto nella scontata insinuazione che il trumpismo alimenti in qualche modo il nazismo.
Mancano sessanta giorni alle elezioni di metà mandato. Come scrive Tom Luongo, "lo 'stato profondo' teme concretamente di perdere... E per me è chiaro che lo 'stato profondo' sta mandando la sinistra progressista in delirio sul conto di Donald Trump. Gli sta letteralmente mettendo il forcone in mano e suonando l'adunata perché si impadronisca con le brutte dell'Ufficio Ovale."
E questo è il punto. Basta con gli indugi, come ha detto Ignatius. La cosiddetta Resistenza sta uscendo allo scoperto alla grande per screditare politicamente Trump prima delle elezioni di metà mandato, e per screditare e demonizzare la Russia, con il Regno Unito che spalleggia come sempre, in questo caso accusando due russi per il caso Skripal.
Dal punto di vista politico l'Europa è entrata in gioco a causa delle guerre commerciali di Trump, della sua insoddisfazione nei confronti della NATO e del suo disprezzo per la élite globalista e liberale dell'Unione Europea. Questa autonominata Resistenza è dunque pronta a scendere in campo non solo sul fronte interno contro Trump, ma anche contro la Russia, per assicurarsi che l'Europa e il suo considerevole mercato di beni al consumo non scivolino nella sfera russo-cinese. La Russia deve essere demonizzata come il nemico assoluto con cui è impensabile qualsiasi alleanza.
Questa gente è davvero pronta a schernire la Russia e l'Iran al punto di arrivare al confronto militare? Sembra proprio di sì: James Jeffrey lo ha detto esplicitamente allo Washington Post: "secondo certi aspetti è possibile che stiamo entrando in una nuova fase in cui ci sono forze di paesi diversi che si fronteggiano reciprocamente invece di perseguire i propri differenti obiettivi," ha detto elencando la Russia, gli Stati Uniti, l'Iran, la Turchia e lo stato sionista. In altre parole la resistenza scenderà in campo di qui a novembre sia sul piano interno contro Trump sia sul piano della politica estera cercando di provocare e di irridere la Russia finché non succede qualcosa che permetta alla Resistenza di dire che rispetto ai tempi dell'unione sovietica sono cambiati i suonatori ma la musica è la stessa.
James Jeffrey avverte la Russia di non passare all'offensiva a Idlib per eliminare l'ultima sacca di jihadisti intransigenti. Ma l'offensiva è già iniziata. Che cosa è successo nell'incontro del 7 settembre a Teheran cui erano presenti Erdogan, Putin e Rohani? Gli osservatori dicono che sull'offensiva di Idlib non è stato raggiunto alcun accordo e che gli Stati Uniti sono riusciti nel loro intento: la loro ferma contrarietà all'attacco contro gli jihadisti ha mandato in stallo le operazioni. Solo che l'accordo fondamentale era già stato raggiunto prima dell'incontro e non tanto nel corso di esso: la Turchia ha messo Tahrir al Sham, detto anche an Nusra, detto anche Al Qaeda, nella propria lista delle organizzazioni terroristiche. Il risultato significativo, quello fondamentale, era proprio questo.
Erdogan è un politico, un politico navigato. È stato lui a sostenere quella fazione. Egli si considera un leader sunnita, un ottomano, "la guida" a livello mondiale dei Fratelli Musulmani. Erdogan è stato uno strumento fondamentale per gli insorti in Siria; è stato lui stesso a provocare l'insurrezione. Adesso però la stabile presenza degli jihadisti a Idlib si è fatta insostenibile persino per la Turchia; come può sganciarsi politicamente da questi insorti che la Turchia ha foraggiato con tanta attenzione? Quali conseguenze potrebbe comportare sul piano della sicurezza passare platealmente dalla parte di chi ne persegue la distruzione, delle bombe a Istanbul? Quali danni ne patirebbe l'immagine di sostenitore dell'Islam sunnita cui tiene tanto?
Quello che serviva era una piattaforma che venisse incontro alle sue necessità di politico di mostrare pubblicamente -e in televisione- la cura che mostra verso i settori che lo sostengono. Ed Erdogan l'ha trovata. Erdogan ha agito per tutelare i suoi elettori. Ha sostenuto la sua posizione in qualità di rappresentante di uno stato potente a fronte di altri Stati potenti, sottolineando il proprio interesse politico. Effettivamente ha attirato l'attenzione su di sé. Per quale altro motivo Putin e Rohani avrebbero dovuto permettere una messa in scena in cui tra massimi responsabili politici si chiacchierava apparentemente senza grande costrutto davanti alle telecamere, se non perché avevano capito che Erdogan aveva bisogno di mettersi in mostra?
La Turchia ha già definito an Nusra come un movimento terrorista. L'offensiva continuerà, le perdite civili saranno inevitabili perché gli jihadisti sono mescolati alla popolazione civile di Idlib, proprio come successe quando gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia hanno bombardato Raqqa per cacciarne lo Stato Islamico nel 2017: "contro Raqqa furono sparati più colpi di artiglieria che in qualsiasi altra occasione dai tempi della guerra in Vietnam".
Anche gli ameriKKKani probabilmente si metteranno in mostra, magari con i missili Tomahawk, per dipingere la Russia e la Siria come mostri disumani.

03 novembre 2018

Alastair Crooke - Si sta preparando un "incidente di Suez" anche per la Siria?



Traduzione da Strategic Culture, 1 settembre 2018.

La metamorfosi è ormai compiuta. Il Presidente Trump alla fine ha dissipato completamente il posticcio usato per la campagna del 2016 in cui immaginava vagamente un accordo generale in politica estera che potesse fare da fondamento a "LA PACE NEL MONDO, niente di meno," come scrisse su Twitter al momento del varo delle sanzioni contro l'Iran. Il 6 agosto scrivevamo, citando il professor Russell-Mead, che la "metamorfosi dell'otto maggio" di Trump, ovvero l'uscita degli USA dagli accordi sul nucleare iraniano, rappresentavano un deciso cambio di direzione. Un cambiamento che è il riflesso della "istintiva comprensione [da parte di Trump] del fatto che la maggior parte degli ameriKKKani sono tutt'altro che ansiosi di arrivare ad un mondo post ameriKKKano". I sostenitori del signor Trump non vogliono lunghe guerre, "ma non possono neppure essere persuasi ad accettare stoicamente il declino del paese".
Tutto è cominciato esattamente con la "metamorfosi dell'otto maggio" di Trump, ovvero con il momento in cui il Presidente degli Stati Uniti ha una volta per tutte fatta propria la linea politica dello stato sionista con l'uscita dagli accordi sul nucleare, il varo delle sanzioni e l'assedio dell'economia iraniana, oltre che appoggiare la vecchia e mai concretizzatasi idea di una "NATO araba" sunnita, guidata da Riyadh e destinata a confrontarsi con l'Iran sciita.
In pratica quell'arte dell'accordo cara alla geostrategia di Trump altro non è diventata che una ricerca di radicali metodi di pressione economica in cui il dollaro forte e i dazi sono usati come armi e che cerca sempre il modo di costringere la controparte alla resa. Tutto questo non si può certo chiamare negoziazione: sembra piuttosto una prassi ricavata da Il Padrino.
Quando Trump ha fatto propria senza riserve la linea politica dello stato sionista (o meglio, quella di Netanyahu) si è dovuto prendere tutto il pacco. Il documento preparato nel 1996 per Benjaminh Netanyahu da un gruppo di studi capeggiato da Richard Perle e intitolato Clean Break faceva un tutt'uno degli schieramenti neoconservatori statunitensi e sionisti. Schieramenti che sono a tutt'oggi ancora uniti a livello ombelicale. La "squadra di Trump" oggi come oggi è infarcita di neoconservatori che odiano l'Iran senza alcuna riserva. E Sheldon Adelson, un importante finanziatore politico di Trump, un sostenitore di Netanyahu e principale istigatore del trasferimento a Gerusalemme dell'ambasciata statunitense è dunque riuscito a collocare il proprio alleato John Bolton -un neoconservatore irriducibile- al posto di primo consigliere per la politica estera di Donald Trump.
Di fatto l'arte dell'accordo è stata trasformata dai neoconservatori in uno strumento per ampliare il potere ameriKKKano, e oggi come oggi non esiste alcun "vantaggio economico reciproco" che si possa vedere o di cui si possa fare menzione.
Nel corso dell'ultima settimana la metamorfosi si è compiuta. Dopo l'incontro fra Trump e il Presidente Putin tenutosi a Helsinki sembrava che si fosse aperto uno spiraglio perché i due paesi potessero collaborare al ripristino della stabilità in Siria. Molti speravano che partendo dal contesto pur ristretto dei tentativi di coordinazione in Siria l'allentamento della tensione fra USA e Russia avrebbe finito per trovare terreno fertile.
Trump ha portato qualche novità costruttiva: gli insorti sono stati poco per volta allontanati dai dintorni di Daraa, nel sud della Siria, e la zona è tornata sotto il controllo dell'esercito siriano. Lo stato sionista non ha sollevato obiezioni alla presenza di truppe siriane ai propri confini. A questo punto però, ed era piuttosto ovvio, la collaborazione si è impantanata. Il perché non è chiaro, ma forse si è trattato del primo segnale di rottura nel potere a Washington. La "comprensione" mostrata a Helsinki deve essere in qualche modo venuta meno anche se la coordinazione fra militari sul campo è andata avanti.
Il 23 agosto Putin ha mandato il capo del Consiglio di Sicurezza Russo a colloquio con Bolton a Ginevra, per verificare se c'era ancora qualche possibilità per iniziative congiunte, e se del caso se esistesse agibilità politica per operazioni del genere. Solo che prima che l'incontro a due con l'inviato russo potesse svolgersi Bolton ha parlato da Gerusalemme (dove era stato mandato per quello che era in agenda come un brainstorming con Netanyaìhu su cosa fare per arginare l'Iran) e ha detto che gli USA avrebbero risposto "con molta decisione" se le forze leali al Presidente siriano Bashar al Assad avessero usato armi chimiche nell'offensiva per la riconquista della provincia di Idlib prevista per l'inizio di settembre. I servizi statunitensi, a suo dire, sarebbero stati in grado di provare l'intenzione di ricorrere ad armamenti del genere.
Il portavoce del Ministero della Difesa russo ha comunque detto il 25 agosto che "Militanti di Hay'at Tahrir al-Sham [addestrati da una nota società britannica] stanno preparandosi a realizzare un attacco con armi chimiche nel nord della Siria per usarlo come pretesto per un nuovo attacco missilistico da parte degli USA, del Regno Unito e della Francia contro strutture del governo di Damasco." Il funzionario russo ha detto di disporre di ampie informazioni di intelligence sul conto di questa provocazione.
Quello che è chiaro è che fin dall'inizio di agosto gli USA hanno iniziato il trasferimento di una task force comprendente la USS The Sullivans e la USS Ross verso una posizione da cui sarebbe in grado di colpire la Siria e di inviare mezzi aerei nella base che gli USA hanno in Qatar. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha detto che anche la Francia era pronta a lanciare nuovi attacchi contro la Siria nel caso ci fosse stato un attacco con armi chimiche.
Il quotidiano turco Hurriyet scrive che le forze statunitensi stanno preparandosi a chiudere lo spazio aereo sulla Siria settentrionale. I trasporti statunitensi avrebbero portato alcuni sistemi radar a Kobané, controllata dalle milizie curde, e nella base statunitense di al Shaddadah, nella zona a sud di al Hasakah. Lo Hurriyet afferma che gli USA hanno intenzione di usare queste strutture per realizzare una zona a divieto di sorvolo sul territorio compreso fra Manbij ad Aleppo e Deir ez Zor. Di tutto questo non esistono comunque conferme.
La Russia, secondo ogni evidenza, prende sul serio le minacce statunitensi e ha dislocato venti navi nel Mediterraneo orientale a largo delle coste siriane. Anche l'Iran le ha prese sul serio. Il Ministro della Difesa iraniano ha compiuto il 26 agosto una rapida visita a Damasco per concordare una risposta congiunta di Russia, Siria e Iran a qualsiasi attacco statunitense contro la Siria.
Poi, dopo le affermazioni di Bolton sulle armi chimiche e lo schieramento delle navi missilistiche statunitensi vicino alla Siria, Petrushev e Bolton si sono finalmente incontrati. L'incontro è stato un disastro. Bolton ha insistito perché Petrushev ammettesse le intromissioni dei russi nelle elezioni ameriKKKane. Petrushev si è rifiutato. Trump ha detto che disponiamo di prove "segrete", ha detto Bolton. Petrushev ha rilanciato dicendo che se le cose stavano in quel modo, perché mai chiedevano un'ammissione ai russi. Bolton ha detto testualmente "Tanto le sanzioni ve le mettiamo lo stesso".
Non c'è da stupirsi se i due non si sono accordati per il ritiro iraniano dalla Siria, argomento invocato da Petrushev. Bolton non solo ha recisamente detto no, ma successivamente ha divulgato l'idea avanzata dai russi di discutere su un possibile ritiro irianiano inficiando l'iniziativa e precludendo la possibilità di usarla come punto d'appoggio per ulteriori sviluppi diplomatici. I due non si sono accordati neppure sull'usuale, moderato e vago comunicato finale che si è soliti redarre in occasioni del genere.
Il messaggio sembra chiaro: qualunque sintonia ci sia stata a Helsinki sulla questione siriana non esiste più. E sembra che gli USA si stiano preparando a lanciare un attacco in Siria. Per quale motivo? Cosa sta succedendo?
Un elemento ovvio è che fino a oggi non si è vista in tutto questo la mano di Trump. Sembra proprio che al momento attuale a Washington esista una spaccatura nel potere sulla politica da attuare in Medio Oriente. I neoconservatori stanno avendo il sopravvento: una cosa molto significativa perché il più solido pilastro su cui poggiavano le relazioni di Trump con il Presidente Putin era porprio la prospettiva di una collaborazione fra USA e Russia sulla questione siriana. Un qualche cosa che attualmente pare proprio lettera morta.
Lawrence Wilkerson, oggi docente ma ex capo dello staff del Segretario di Stato Colin Powell durante la vergognosa faccenda delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, dice tranquillamente che
...col ritorno dei neoconservatori... doveva succedere quello che sta succedendo oggi; Trump è sempre più preoccupato per le considerevoli e sempre più impegnative sfide alla sua persona e alla sua presidenza, e quello che sta verificandosi è il riaffaccarsi al governo di critici del genere, gli stessi che hanno dato all'AmeriKKKa l'invasione dell'Iraq nel 2003. Anche i molti fra loro che avevano detto"mai con Trump" -per dirla con l'espressione dell'estremista neoconservatore Eliot Cohen- stanno sbavando davanti alla prospettiva di poter portare avanti i propri progetti in politica estera e nel campo della sicurezza intanto che Trump viene in sostanza lasciato cuocere nel suo brodo di corruttela.
Nel governo già è presente un'avanguardia che deve sostenere, aiutare e ricollocare altra gente dello stesso tipo. John Bolton come consigliere della presidenza per la sicurezza nazionale ha sulle spalle tutti costoro, pur non essendo un neoconservatore duro e puro in senso stretto...
Al momento, il loro bersaglio primario e più immediato è proprio il lavoro lasciato a mezzo -e che sono stati loro stessi a cominciare- con la Sira e con l'Iran, che sono le due minacce potenziali più serie per lo stato sionista. Se i neoconservatori dovessero farcela, e sono tanto astuti da potercela fare, questo significherebbe una ripresa delle ostilità in Siria e una nuova guerra con l'Iran, così come l'aumento del sostegno per l'Arabia Saudita, lo stato che è il maggior garante del terrorismo che esista al mondo.
Bolton, Pompeo e i neoconservatori hanno messo abbondantemente in chiaro che quantomeno non hanno abbandonato l'obiettivo di rovesciare il governo siriano e che restano concentrati sull'idea di assestare una batosta strategica all'Iran. Bolton ha detto che le sanzioni da sole, senza un intervento contro l'Iran a livello strategico, non sarebbero sufficienti a imporre a quel paese di cambiare il proprio "malevolo comportamento".
Se Mattis e Votel siano pienamente d'accordo con Bolton circa i provvedimenti "molto forti" da prendere contro la Siria in caso di un suo preteso utilizzo di armi chimiche non è chiaro. Mattis è riuscito a ridurre la portata dell'ultimo attacco missilistico sferrato contro la Siria da Trump, e ad accordarsi con Mosca perché alla raffica di Tomahawk lanciati da Trump non ci fosse nessuna risposta. Ma succederà ancora una volta lo stesso se gli USA affermeranno senza prove (e senza prove anche a posteriori) che il governo siriano ha utilizzato armamenti chimici?
E lo stato sionista si unirà a qualsivoglia aggressione, adducendo a pretesto il suo autodichiarato suo diritto di attaccare le forze iraniane ovunque si trovino in Siria? Data la novità strategica della visita del Ministro della Difesa iraniano a Damasco del 26 agosto diretta a definire una iniziativa comune per contrastare attacchi del genere in Siria, Netanyahu si fiderà a scommettere sulla condiscendenza dei russi nel caso l'aviazione sionista entrasse con propositi ostili nello spazio aereo siriano?
Chi si muoverà per primo? Sarà Netanyahu? O magari Trump si distrarrà dai problemi sul fronte interno quanto basta per accorgersi di quello che sta succedendo e per dire no?
Qualunque cosa succeda, Putin e Xi possono anche leggere tra le righe di tutta la faccenda che i più alti funzionari del Presidente Trump continuano a dedicarsi, apertamente o con l'aiuto di provocazioni, alla difesa dell'ordine mondiale ameriKKKano. Questi funzionari sono accomunati dal disprezzo per l'arroccamento e per la ritirata dell'amministrazione Obama. Essi vogliono fermare, e magari troncare l'ascesa degli avversari dell'AmeriKKKa e al tempo stesso ripristinare le sue condizioni di un tempo, quelle che erano i pilastri della potenza statunitense: le forze armate e il predominio finanziario, tecnologico ed energetico.
La Russia sta cercando di disinnescare una situazione critica condividendo con Washington i dati raccolti dai suoi servizi, secondo cui Tahrir al Sham, precedemente nota come an Nusra, stava organizzando un attacco chimico che sarebbe stato presentato a torto come l'ennesima "atrocità del regime siriano". Otto contenitori di cloro sono stati portati in un paesino vicino a Jisr al Shugur, e sul posto è arrivato anche un gruppo di militanti appositamente addestrato da una società britannica, pronto a inscenare un'operazione di soccorso in cui si salvano "vittime" civili. Secondo i funzionari russi, i militanti pensavano di usare ostaggi bambini nella messa in scena.
Ma a Washington staranno a sentire? Dal momento in cui il "regime" siriano e iraniano sono giudicati moralmente colpevoli a dispetto di ogni prova, dal momento che l'AmeriKKKa rivendica un Destino Manifesto che implica una superiorità morale, essi non sono più avversari temporanei e relativi, ma il nemico assoluto. Quando c'è chi si arroga il destino del genere umano e cerca "LA PACE NEL MONDO, niente di meno," non si può combattere una guerra altro che in nome del Bene assoluto. Quella in atto non è un attacco contro un avversario, ma la punizione e l'uccisione di un colpevole.
A fronte della radicale svalutazione morale dell'altro operata dai media occidentali e della loro virtuale attestazione della coscienza pulita dell'Occidente, la razionale presentazione dei fatti operata dai russi ha qualche speranza di contare qualche cosa? A pesare potrebbe essere solo la minaccia dei russi di far ricorso all'arsenale missilistico che stanno concentrando nel Mediterraneo orientale. Ma poi?

01 novembre 2018

Alastair Crooke - A cosa porteranno la guerra finanziaria asimmetrica e le radicali pressioni degli USA?



Traduzione da Strategic Culture, 28 agosto 2018.


A quanto pare la leadership cinese è arrivata alla conclusione che l'amministrazione Trump è decisa a ricorrere a tutte le armi del proprio arsenale di pressione finanziaria per azzoppare una Cina considerata come una rivale e per rinvivire il proprio dominio mondiale. Xi sembra aver previsto una lunga guerra di posizione per il prossimo futuro: una guerra che si combatterà sul piano geopolitico (nelle schermaglie sul Mar Cinese meridionale, sulla Corea del Nord, su Taiwan e sulla politica cinese per le infrastrutture continentali) quanto sul piano economico. Se le cose stanno così, c'è il rischio concreto che le schermaglie diventino spontaneamente uno scontro militare, limitato e contenuto oppure no.
Nella sostanza, Xi ha ragione. Fino a poco tempo fa Washington concordava con l'assunto culturale occidentale sul progredire lineare della storia: questo significa che l'introduzione di un'economia basata sul libero mercato e di spirito occidentale avvenuta all'epoca di Deng Xiaoping costituiva parte di un inevitabile incamminarsi della Cina sulla via di libertà politiche ed economiche sempre più ampie. I cinesi, insomma, sarebbero diventati "come noi".
Poi a Washington DC sono arrivati al limite, e hanno deviato sul percorso di un modo molto diverso di intendere le cose. Questo perché le riforme economiche di stampo liberale introdotte in Cina sono state tutte tese a ripristinare l'antica supremazia eeconomica mondiale e l'antica potenza cinese, e non a "conferire maggior potere all'individuo" secondo il modo occidentale di pensare. In questo contesto, rimanere ossequiente e conforme all'ordine globale ha per la Cina un senso fintanto che così facendo resta sul percorso giusto per diventare la prima potenza mondiale nel 2049, in tempo per i cento anni del Partito Comunista Cinese.
Come succede in tutte le tardive conversioni sulla via di Damasco, le élite responsabili della politica estera statunitense si sono trasformate in ferventi propagandisti della litania sulla minaccia costituita dalla Cina. Sorge allora una domanda: che senso ha ormai per la Cina proseguire nella sua istintiva politica di evitare il confronto con gli USA, specie quando è risaputo che Trump mantiene alta la pressione senza mai arrendersi e raddoppiando continuamente la posta? Come può la Cina mantenere la propria posizione quietista se Trump mette pressione nel Mar Cinese meridionale o in Corea del Nord, o se decide di fare sua Taiwam come bandiera della democrazia? Xi non può.
Da parte sua, la Russia ha davanti un Presidente degli USA arroccato sulla difensiva: da sempre assertore delle buone relazioni con la Russia, si è trovato costretto a rinverdire le sue credenziali antirusse a causa della perdurante vulnerabilità all'atmosfera isterica del Russiagate, al punto che sta diventando più realista del re -più intransigente verso i russi di quanto non lo siano i russofobi veri e propri- e più neoconservatore dei neoconservatori. Con tornate di sanzioni contro la Russia già in calendario al Congresso -dove il Presidente degli USA ha capacità di intervento davvero minima per limitarne la concretizzazione- i russi si devono preparare a un lungo periodo di frizioni sul piano economico. La crisi ameriKKKana è talmente profonda che il Presidente Putin, proprio come chiunque altro, non può immaginarsi cosa ne potrebbe venir fuori.
Più o meno lo stesso vale per l'Europa, l'Iran, la Turchia, il Pakistan e il Venezuela. Sarà un periodo in cui gli USA si serviranno dell'intero arsenale di strumenti di pressione ai loro ordini per ripristinare la supremazia mondiale statunitense e per allineare tutti quanti alla loro agenda. Trump sta alzando il livello dello scontro, con l'apparente intenzione di ottenere per novembre la prima resa, o la prima faglia politica in cui fare leva. E se questo non dovesse succedere?
Il "mercato", con poche eccezioni, considera la prospettiva di una vittoria dell'AmeriKKKa nella guerra commerciale come cosa sicura. Gli USA sono il mercato di consumo più importante ed esserne allontanati con le brutte lede gli interessi dei partner commerciali degli USA; questo significa che i dazi che gli altri imporranno per rappresaglia non colpiranno gli esportatori statunitensi nella stessa misura. Nella maggior parte dei casi gli USA esportano meno verso l'estero.
Un paese come la Cina esporta negli USA merci per un valore almeno doppio rispetto a quelle che importa; gli Stati Uniti, nell'ottica della Casa Bianca, hanno in questo caso il coltello dalla parte del manico perché le possibilità di imporre dazi da parte degli USA sono il doppio rispetto a quelle cinesi. Inoltre gli Stati Uniti si avvalgono dell'egemonia del loro dollaro per la guerra valutaria; creano un dollaro artificialmente forte che indebolisce i mercati emergenti e al tempo stesso danneggia la loro possibilità di fare pressioni, in quanto il loro debito e gli interessi da pagare, che sono denominati in dollari statunitensi, diventano eccessivamente alti in rapporto alle loro valute.
Questa concezione del mercato inteso come guerra commerciale rispecchia in qualche modo lo spirito militare ameriKKKano. Gli Stati Uniti dispongono di gran lunga dell'apparato militare più grande; possono far fuori chiunque ad eccezione della Russia, di conseguenza si dà per scontato che chiunque sfidi gli Stati Uniti sia destinato a perdere. Gli Stati Uniti dunque possono iniziare una guerra -ed effettivamente lo fanno- facendo sfoggio di una navigata capacità di distruzione che prende a bastonate qualunque avversario. A quel punto però come proseguire? Sembra che l'apparato militare statunitense non disponga di alcuna risposta sul conto delle fasi successive: si impantana e si ritrova perdente a fronte di rappresaglie asimmetriche. La sua unica risposta sono le guerre a durata indefinita.
Alastair Macleod del Mises Institute pensa che sia sbagliato tenere un approccio tanto ottimista nei confronti del mercato.
Le considerazioni secondo cui la Cina si trova nei guai a causa dei dazi e che è indebolita da un dollaro forte sono prive di fondamento. Questo è un campo in cui domina la geopolitica. Gli occasionali successi degli Stati Uniti in attacchi contro il rublo e contro lo yuan non sono altro che effimere vittorie di Pirro. Gli Stati Uniti non stanno affatto vincendo la loro guerra valutaria contro la Cina e contro la Russia. La Cina non sta affatto rinunciando al suo obiettivo strategico di diventare, alleandosi con la Russia, la superpotenza del continente euroasiatico al di là della portata dell'egemonia statunitense.
La Russia e la Cina stanno giocando e stanno vincendo per il lungo periodo. Entrambe stanno sondando Washington, e continueranno a farlo fino a novembre, per vedere se, per dirla con le parole del portavoce di Putin, esiste "un qualche terreno comune, per cercare di capire se sia possibile trovarne uno e se la controparte ha l'intenzione di farlo." Anche Pechino sta cercando di appurare se Trump sia intenzionato ad arrivare a un compromesso di un qualche genere sugli accordi commerciali con la Repubblica popolare che gli permetta di salvare la faccia in considerazione delle elezioni di metà mandato di novembre, oppure no. Questo tentare di capire che aria tira non va considerato una prova di debolezza e neppure un segno di prossima capitolazione. Russia e Cina stanno semplicemente comportandosi secondo prassi diligente prima che gli eventi li costringano ad alzare il livello dello scontro e ad arrivare ad un punto in cui i rischi saranno più gravi.
Quello che si nota meno -perché non è cosa che si presti ad evidenze rumorose- è il fatto che i preparativi per questa prossima fase da qualche tempo a questa parte vengono messi in atto in misura sempre maggiore. Magari si tratta di piccoli passi, ma si tratta pur sempre di cose di grande significato perché le piattaforme necessarie a contrastare il bullismo finanziario statunitense vengono poste in opera a ritmi accelerati, soprattutto da quando Trump ha iniziato a sanzionare un il mondo intero.
La prima cosa da prendere in considerazione il vecchio adagio per cui ogni crisi rappresenta anche una opportunità. Le spacconate di Trump e le sanzioni contro tutto e tutti stanno provocando una risposta forte. Quando l'AmeriKKKa sanziona tutti, Cina e Russia hanno facilmente campo libero per spingere altri paesi verso l'abbandono del dollaro come valuta commerciale e verso l'adozione delle monete locali. E questo è proprio quello che sta succedendo. Nel mercato del greggio è quasi cosa fatta. L'arrivo dello Shanghai Futures Exchange ha simbolicamente segnato l'inizio della fine del mondo uscito da Bretton Woods, ed è verosimile che gli stati del Golfo si arrendano per forza di cose all'inevitabile.
I mercati vedono la vendita del debito pubblico statunitense (i buoni del tesoro USA) da parte della banca centrale della Repubblica Popolare Cinese come una spada di Damocle che la Cina tiene sul capo degli Stati Uniti; al tempo stesso però i mercati credono che la Cina non farà mai una cosa del genere perché abbasserebbe il valore del suo patrimonio. Sarebbe un gesto contrario agli interessi cinesi. Non ci si chiede mai, comunque, perché la Cina dovrebbe detenere titoli del genere, se gli Stati Uniti le impediscono di usare i dollari che possiede per acquistare titoli nominati in dollari.
La Cina è sempre stata attenta a non turbare i mercati; questo è un fatto. Può anche essere però, che i mercati non stiano correttamente interpretando la strategia cinese. Ci si potrebbe aspettare che l'unica risorsa della Cina sia quella di vendere i buoni del Tesoro statunitensi, come la Russia ha appena fatto. Come sempre però, questa sarebbe da parte dei mercati una considerazione di breve respiro sul conto delle possibilità di quel paese. La Cina invece sta tenendo presente una prospettiva di lungo periodo. Si ricordi cosa disse nel 2016 il maggiore generale Qiau Liang: "gli Stati Uniti hanno bisogno di un forte ritorno di capitali per sostenere la vita quotidiana degli ameriKKKani e per sostenere l'economia statunitense. Date le circostanze, [qualsiasi paese che] blocchi il ritorno di capitali negli Stati Uniti diventa nemico degli Stati Uniti. Si tratta di una cosa che dobbiamo capire molto bene... Per arginare efficacemente gli Stati Uniti gli altri paesi devono pensare di più a come interrompere il flusso di capitali alla volta degli Stati Uniti, quando formulano i loro piani strategici."
Quello che la Cina può fare e che sta effettivamente facendo con i titoli denominati in dollari è quello di utilizzarli in un'altra maniera rilevante. La Cina non li sta vendendo ma li sta usando, senza tanto chiasso, per sostenere i propri alleati fondamentali le cui valute periodicamente soffrono delle campagne di vendita orchestrate da Wall Street. Questo significa che la Cina sta silenziosamente sostenendo la Turchia e l'Iran, nel caso dell'Iran più che altro acquistandone il greggio. La Cina quindi sta silenziosamente mandando all'aria e indebolendo quel dollaro forte con cui Trump intenderebbe mettere all'angolo la Turchia e l'Iran. Si tratta di guerra finanziaria asimmetrica sul lungo periodo.
L'Iran, la Turchia e anche il Pakistan sono snodi fondamentali delle iniziative infrastrutturali cinesi; cosa ancora più importante, hanno un ruolo strategico significativo per la sicurezza nazionale della Cina. In Cina si nutre molta preoccupazione per i musulmani di stirpe turca, gli uiguri dello Xinjang, migliaia dei quali hanno già combattuto come jihadisti in Siria. La Cina non vuole che questi combattenti tornino in patria, né vuole che i musulmani si radicalizzino in Cina o nei paesi ai suoi confini occidentali.
In questo processo di radicalizzazione il Presidente Erdogan ha avuto un ruolo importante. I cinesi vogliono che smetta di stuzzicare le popolazioni etnicamente turche che vivono in Cina e nei paesi confinanti; in cambio la Cina si impegna a sostenere la lira turca. L'economia cinese sarebbe vulnerabile anche al blocco statunitense dello stretto di Malacca; per tamponare questo punto debole la Cina ha bisogno del Pakistan e del corridoio che arriva al porto di Gwadar. E l'Iran è assolutamente fondamentale per la sicurezza nazionale sia della Cina che della Russia.
Cina e Russia stanno silenziosamente realizzando una zona economica che attraversa l'Asia centrale e che non dipende dal dollaro, è equipaggiata per passare da una valuta all'altra ed è sostenuta dal credito, in opposizione ai tentativi ameriKKKani di mandarla in frantumi. La Russia, che ha già sganciato in ampia misura la propria economia dal dollaro, ha la specifica funzione di assicurarsi che l'Europa non cessi di essere un mercato per le merci cinesi a causa dell'imperversare di Trump, e che il proposito di Trump di riconquistare il predominio nel campo dell'energia continui a restare un pio desiderio.
Considerati nel loro insieme dal punto di vista quantitativo, si tratta di piccole mosse; esse rappresentano tuttavia una riduzione nel ricorso al dollaro al di fuori della sfera interna agli stati uniti qualitativamente significativa. L'ampiezza dell'area del dollaro al di fuori del territorio statunitense sta perdendo pezzi. L'importanza di un fatto come questo non dovrebbe essere trascurata: gli Stati Uniti possono contare sugli alti standard di vita che li caratterizzano perché possono acquistare beni a buon mercato e pagarli con dollari di carta che vanno ad aumentare il debito statunitense e che gli altri sono obbligati ad accettare perché commerciano ricorrendo alla valuta mondiale di riserva. Il livello di vita degli ameriKKKani è di fatto sostenuto dal resto del mondo.
Gli Stati Uniti possono permettersi di mantenere il proprio apparato militare soltanto perché, a differenza di qualsiasi altro paese, sforano il bilancio per sovvenzionare una forza di sproporzionata grandezza senza badare a spese; almeno fino ad oggi a colmare gli ammanchi di bilancio ci pensavano gli stranieri.
L'AmeriKKKa può permettersi di esercitare pressioni in campo finanziario proprio grazie al dollaro forte. Attenzione: non si tratta solo del risultato dei tassi mantenuti a livelli minimi dalla Fed; Trump ne è perfettamente consapevole: "Il denaro si sta riersando sul nostro amato DOLLARO come poche volte in passato," ha scritto Trump su Twitter il 16 agosto. E questo succede solo a causa della pressione finanziaria.
Con un dollaro forte le valute dei partner commerciali si deprezzano, mentre si impennano gli interessi e il valore dei capitali da essi dovuti. In questi casi il Fondo Monetario Internazionale li richiama all'ordine imponendo austerità e vendita del patrimonio nazionale. Il giochetto cui Russia e Cina intendono mettere fine è proprio questo. Russia e Cina hanno messo in piedi delle alternative alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale cui paesi come la Turchia possono ricorrere invece di doversi rassegnare a seguire le direttive del Fondo Monetario Internazionale.
Alasdair Mcleod nota la dicotomia che esiste fra la visione a breve termine di Trump e quella a lungo termine di Russia e Cina:
Al momento e probabilmente solo per i pochi mesi che mancano alle elezioni di metà mandato previste per novembre il Presidente Trump sta costringendo i suoi nemici a far fronte a difficoltà valutarie con le sue politiche commerciali aggressive che contemplano il ricorso alle sanzioni e l'utilizzo del dollaro come arma. Si tratta di un trucco che le varie amministrazioni statunitensi hanno usato per diverso tempo...
Le iniziative del Presidente Trump in campo commerciale... Stanno allontanando vari paesi dalla sfera di influenza degli Stati Uniti. Alla fine questo comportamento si rivelerà controproducente. Gli speculatori che contano sulla visione a breve termine di Trump e sulle politiche di normalizzazione della Fed al momento stanno facendo salire il valore del dollaro... Cosa che sembra destinata [nel più lungo periodo] a portare ad un suo crollo.
Il dollaro sta salendo solo grazie a considerazioni basate sul breve periodo e non è guidato dal nulla di più concreto della speculazione. Venuta meno questa, torneranno ad affermarsi le prospettive a lungo termine, che contemplano la crescita delle necessità di bilancio e i deficit commerciali... Oltre alla salita dei prezzi alimentata da una combinazione di precedente espansione monetaria e di tasse in più dovute ai dazi commerciali.
La prospettiva di lungo termine adottata da Russia e Cina può essere proprio questa oggi come oggi il dollaro forte e i timori in campo geopolitico stanno provocando una corsa al bene rifugio rappresentato dai titoli ameriKKKani facilmente smerciabili. La recente stima del fabbisogno statunitense ha incrementato il flusso di dollari rientranti grazie allo scudo fiscale previsto per il denaro liquido fatto rientrare dai conti esteri delle società. In questo momento gli Stati Uniti possono esercitare questa leva finanziaria e sembra che tutto vada bene: la borsa sale, gli agenti pensano che quella nella guerra commerciale sarà una vittoria facile e gli indicatori economici, a detta della Fed, "sono solidi".
Solo che Russia e Cina possono permettersi di attendere. I dollari che dall'estero "si riversano [in AmeriKKKa] come poche altre volte in precedenza" stanno sottraendo ossigeno, ovvero liquidità in dollari, un po' dappertutto. Finiranno presto per esaurirsi, o porteranno ad una contagiosa crisi del credito di cui l'Europa sarà verosimilmente la prima vittima e che sarà innescata proprio dal drenaggio di liquidità provocato per consentire a Trump di esercitare maggiore pressione.
A questo punto i rapporti di forza fra Stati uniti da una parte e Russia e Cina dall'altra si invertiranno e saranno queste ultime a poter fare pressione.

31 ottobre 2018

Alastair Crooke - I fondamenti metafisici dell'attuale angoscia globale



Traduzione da Strategic Culture, 20 agosto 2018.


In uno scritto dal titolo Lenin aggiornato James Jatras, ex diplomatico statunitense, pone un interrogativo molto pertinente. Per prima cosa racconta di come il Presidente Trump abbia incontrato il Presidente Putin e sembra aver fatto qualche progresso nell'alleviare le tensioni bilaterali. "Immediatamente si scatena il putiferio: Trump viene chiamato traditore. In senato arriva il maledetto atto sulle sanzioni, e Trump è costretto a mettersi sulla difensiva."
A quel punto il senatore Rand Paul si reca da Putin a Mosca, nota Jatras.  Paul porta una lettera del presidente degli USA, in cui si propongono moderati passi verso la distensione. Rand Paul incontra dei senatori russi e li invita a Washington per continuare i colloqui; "immediatamente si scatena il putiferio: Paul viene chiamato traditore. Il Dipartimento di Stato scopre che i russi sono colpevoli di aver fatto ricorso ad armi chimiche illegali (nel Regno Unito)... ed impone delle sanzioni. Trump è costretto a mettersi ancora di più sulla difensiva."
Chiaramente Trump è stato fin dal principio "percepito dai globalisti fautori dell'ordine neoliberista come un pericolo mortale per il sistema cui essi devono la propria ricchezza," osserva Jatras. Il grosso interrogativo che Jatras avanza in seguito a quanto accaduto è come può una tale isteria collettiva essersi sviluppata in un'ostilità talmente viscerale che parti dello establishment anglosassone si ritrovano pronte a intensificare l'ostilità verso la Russia fino al punto di rischiare un "conflitto [nucleare] catastrofico e inarginabile". Come mai la passione delle élite per la salvezza del globalismo è tanto forte da pretendere che esse rischino l'estinzione del genere umano? Jatras ipotizza che ci si trovi ad avere a che fare con impulsi psicologici oltremodo potenti.
Jatras risponde evocando lo spirito dell'epoca di Lenin, quel 1915 in cui egli considerò l'idea di una guerra civile interna alla Russia intesa come contraria alla Russia in quanto tale, contro la sua storia, la sua cultura, la sua relgione, il suo retaggio intellettuale e politico. Dieci milioni furono le vittime del repulisti; Lenin disse allora "Io sputo sulla Russia. [Il massacro non è che] una tappa che dobbiamo affrontare sulla strada che porta alla rivoluzione mondiale [ovvero, secodo la sua concezione di un comunismo universale]."
Nel suo libro Black Mass il professor John Gray nota che "il mondo in cui ci troviamo... è cosparso dei rottami di progetti utopistici che, seppure inquadrati in un contesto laico che negava verità alla religione, erano di fatto il veicolo di miti religiosi." Ispirati dall'umanesimo dei Lumi di Rousseau giacobini rivoluzionari scatenarono il Terrore come violenta rappresaglia per la repressione delle élite. I boscevichi trotzkisti massacrarono milioni di persone in nome di una rifondazione dell'umanità alla luce dell'empirismo scientifico; i nazisti fecero qualcosa di simile in nome del razzismo scientifico di stampo darwiniano.
Tutti questi progetti utopistici (e assassini) sono effettivamente il frutto di un tipo di pensiero meccanicistico, a binario unico, che si è evoluto in Europa nel corso dei secoli e che, almeno per il caso del pensatore europeo occidentale, ha generato l'imperturbabile sensazione di essere nel giusto.
Queste certezze, che si presumono frutto di empirismo e che sono ormai radicate nell'ego umano, hanno innescato il risveglio di nozioni apocalittiche che appartengono alla precedente concezione giudaico-cristiana: la storia sarebbe stata in qualche modo un percorso diretto a una qualche trasformazione della condizione umana, qualcosa di diretto ad una fine in cui tremenda sarebbe stata la punizione dei corrotti e in cui un mondo radicalmente nuovo e redento avrebbe atteso gli eletti. Nel mondo di oggi, essa non è mossa da un atto divino, ma "organizzata" dai Lumi umani.
La redenzione del mondo dalla suo stato di corruttela doveva essere portata in essere tramite i principi illuministici della razionalità e della scienza. Ci si aspettava che un'era di pace avrebbe fatto seguito alla fine dei tempi.
Questi rivoluzionari millenaristi, esponenti del nuovo scientismo che speravano di imporre alla storia uno squassante punto di discontinuità in cui il corpo politico sarebbe stato purgato dei difetti della società umana, non erano in ultima analisi altro che alfieri laici del mito apocalittico ebraico e cristiano.
Il mito millenarista ameriKKKano, allora come oggi, aveva -ed ha- le proprie radici nella fervida convinzione che gli USA abbiano un destino manifesto, una "nuova Gerusalemme", che rappresenta la migliore speranza dell'umanità per un futuro utopistico. La credenza in un destino speciale si riflette nella convinzione che gli USA debbano guidare, o meglio, che abbiano il dovere di costringere, l'umanità sulla via che porta al futuro.
Si potrebbe eccepire che l'originario umanesimo illuminista, ricco di "buoni propositi", non ha alcun rapporto col giacobinismo o con il bolscevismo trotzkista. In pratica però le somiglianze sono sostanziali: sono tutte varianti laiche di un utopistico percorso di redenzione di un'umanità imperfetta. Una cerca di redimere l'umanità attraverso la distruzione rivoluzionaria dei settori sociali irredimibili. L'altra colloca le radici della redenzione in un processo teleologico di fusione delle identità culturali e cerca anche di indebolire il senso di appartenenza che deriva dai legami di sangue e dal territorio, in modo da creare una tabula rasa su cui possa fondarsi una nuova identità cosmopolita, omogeneizzata e non nazionale, che sarà sia pacifica che democratica.
L'obiettivo è rappresentato da una società globale cosmopolita liberata dalle pastoie della religione, della cultura nazionale, della comunità, del genere e della classe sociale. La tolleranza un tempo ritenuta componente essenziale della libertà ha subìto una metamorfosi orwelliana da cui è riemersa con connotati opposti, come strumento di repressione. Qualsiasi leader nazionale che si schieri contro questo progetto, qualsiasi cultura nazionale contraria, qualsiasi orgoglio nazionale che sottolinei i progressi compiuti da un qualche paese in particolare costituiscono chiaramente un ostacolo per questa prospettiva universalistica, e devono essere distrutti. Insomma, i millenaristi di oggi possono anche rifuggire dalla ghigliottina, ma sono esplicitamente coercitivi, anche se in maniera diversa, nei confronti della progressiva "cattura" della narrativa e delle istituzioni statali.
Dunque, c'è in vista uno spazio globale che riconoscerà una sola umanità internazionale e globale. Un quadro molto simile a quello che volevano i trotzkisti.
Allora, com'è stato precisamente che la Russia e il signor Putin sono diventati l'antitesi di questo progetto utopistico, e hanno innescato tali isterici timori nelle élite globaliste?
Sono dell'idea che la cosa sia nata da una sempre crescente consapevolezza delle élite occidentali che tanto il monoteismo formale giudaico cristiano (e latino) che ha conferito all'Europa occidentale la propensione ad insistere sulla propria specificità e sul proprio itinerario lineare quanto l'ideologia millenaristica laica che lo accompagna sono entrambi in discussione e sono entrambi in declino.
Henry Kissinger afferma che l'Occidente (e dunque la NATO) sta sbagliando a "pensare che esista una sorta di evoluzione storica destinata a percorrere l'Eurasia, senza capire che da qualche parte in questo percorso essa si imbatterà in un'entità molto diversa da quella westphaliana [l'idea occidentale di stato liberaldemocratico orientato verso l'economia di mercato]." Ormai è ora di abbandonare "le vecchie pretese," sottolinea Kissinger, perché "ci troviamo in un'epoca molto, molto grave per tutto il mondo."
Non c'è dubbio che all'indebolirsi della religione rivelata e della sua controparte utopistica laica sia collegato il generale crollo delle certezze ottimistiche che fa capo all'idea di una concezione lineare del progresso, certezze in cui sono in molti -specie tra i giovani- a non credere più, a fronte del mondo reale.
Quello che davvero infastidisce le élite globalistiche è la tendenza contemporanea, manifestatasi soprattutto in Russia, verso un pluralismo che tiene conto in ciascun caso della cultura, della storia, della religiosità, dei legami di sangue e di lingua, e che vede in questo riappropriarsi dei valori tradizionali il modo per restituire sovranità a ciascun popolo. Il concetto russo di Eurasia contempla culture diverse autonome e sovrane; almeno implicitamente, rappresenta un rifiuto della teologia latina centrata sull'uguaglianza e dell'universalismo riduttivo al quale si arriverebbe tramite la redenzione.
L'idea invece è quella di un raggruppamento di nazioni, ciascuna delle quali guarda alla propria cultura e alla propria identità primordiale; questo significa che la Russia è russa secondo la propria concezione culturale russa, e non si permette di farsi costringere a imitare le tendenze all'occidentalizzazione. Il punto debole, in questo raggruppamento di nazioni euro asiatiche, che le identità culturali sono complesse e dalla storia multiforme. Esse sfuggono all'ossessione imperante per la riduzione di ogni nazione ad una singolarità di valore e ad una singolarità di significato. Il terreno per la collaborazione e per il dialogo si amplia al di là del "noi contro di loro", per abbracciare i multiformi strati delle identità complesse e dei relativi interessi.
Perché tutto questo sembra tanto diabolico alle élite globali occidentali? Perché atteggiamenti tanto isterici? Bene: esse intravedono nella dottrina euroasiatica come la intendono i russi (e più in generale nel populismo) una versione camuffata dei vecchi valori presocratici: per gli antichi, tanto per fare un esempio, il concetto stesso di "uomo" in quel senso non esisteva. Esistevano invece gli uomini: i greci, i romani, i barbari, i siriaci e così via. Una concezione ovviamente opposta a quella dell'" uomo" universale e cosmopolita.
Dopo che l'impero romano ebbe fatto proprio il cristianesimo come forma dissidente e occidentalizzata dell'ebraismo, né l'Europa né il cristianesimo rimasero più fedeli alle proprie origini o alla propria stessa natura. Il monoteismo assoluto, nella sua forma dualistica, era profondamente estraneo alla mentalità europea. Il cristianesimo latino dapprincipio tentò senza molto successo di reprimere i valori antichi, per poi decidere che era meglio cercare di assimilarli al proprio interno. Il cristianesimo ortodosso russo è riuscito a mantenere una propria linea, mentre la Chiesa di Roma ha sofferto molte crisi, non ultime quella dell'illuminismo e quella della dissidenza protestante che ha percorso l'Europa occidentale.
Le élite fanno bene a mostrarsi timorose. Nella modernità scompare qualsiasi norma esterna al di là del conformismo civile che possa guidare l'individuo nella propria vita e nelle proprie azioni, e l'incoraggiato sradicamento dell'individuo rispetto a qualsiasi forma di struttura (classi sociali, chiesa, famiglia, società e genere) ha prodotto un recupero in qualche modo inevitabile di concetti rimasti comunque latenti e semidimenticati.
Tutto questo rappresenta il ritorno a vecchi sistemi di valori, una religiosità quieta; un voltarsi indietro per sentirsi ancora nel mondo e parte di esso. Questi vecchi sistemi di valori sono di fatto rimasti immutati, sia pure sotto i paludamenti del cristianesimo, insieme ai loro miti fondanti e a concetto di un ordine cosmico (il maat egiziano) che ancora turbina ai livelli più profondi dell'inconscio collettivo. Ovviamente non può esistere un ritorno all'antico in tutto dappertutto. Non può trattarsi della semplice restaurazione di quanto esisteva un tempo. Si tratta di un qualcosa da portare avanti come se la giovinezza dovesse rifiorire, secondo il concetto dell'eterno ritorno, a partire dalla nostra stessa decomposizione.
Lo studioso dell'Islam Henri Corbin osservando una volta in Iran un cartellone in cui si vedevano le forme di vasellame di varia foggia tratteggiate sul pannello posteriore di legno di un armadietto, penso che seppure non c'erano più gli ingombri solidi del vasellame in qualche modo era ancora presente lo spazio che avevano occupato, sia pure sotto la forma di un vuoto segnato da una linea. I vecchi concetti e i vecchi valori allo stesso modo hanno lasciato i loro contorni. Ed è questo probabilmente che sta facendo impazzire le élite globaliste: 500 anni fa l'illuminismo travolse il breve rifulgere del mondo antico in Europa che viene chiamato Rinascimento. Adesso le cose stanno in modo opposto, ed è il mondo delle élite di oggi che sta crollando su se stesso. Cose che si pensavano sconfitte al di là di ogni possibilità di recupero stanno cautamente riemergendo dalle rovine. La ruota del tempo gira e ancora una volta ha compiuto il suo percorso. Le cose possono mettersi male, perché il pensiero lineare e a binario unico impiantato in Occidente possiede una intrinseca propensione al totalitarismo. Staremo a vedere.
Come allora, quando l'illuminismo fece strame delle vecchie convinzioni bandendo qualsiasi cosa fosse delfica e imperscrutabile con i bagliori laser del suo scetticismo radicale e causando tensioni psicologiche gravissime (più di 10.000 europei finirono bruciati vivi durante l'isterica caccia alle streghe) oggi ci troviamo davanti a un'ondata ancora incipiente di alterità che emerge dai più profondi livelli della psiche umana per scagliarsi sulle granitiche certezze autocoltivate dell'illuminismo. Le tensioni e l'isteria la seguono, in una maniera simile.
Questo ritorno sta facendo letteralmente impazzire uomini e donne; stanno diventando pazzi quanto basta per rischiare una guerra catastrofica pur di non abbandonare il mito dell'AmeriKKKa e del suo destino manifesto e di non riconoscere i difetti del loro modo di pensare, foriero di divisioni radicali in un mondo che invece va ricondotto a una qualche convergenza.