08 agosto 2012

Alastair Crooke - Resistenza. Aspetti essenziali della Rivoluzione Islamica - Parte III, Capitolo 6 - Una cultura fatta di forza di volontà e di raziocinio



Molti racconti su Hezbollah e sul risveglio dell’Islam sciita libanese iniziano con l’arrivo in Libano di Musa al Sadr, il carismatico religioso che giunse nel 1959 dall’Iraq, oppure con la prima invasione di Israele nel 1978. Così facendo non è però possibile una vera comprensione né dell’Islam sciita libanese, né di cosa sia Hezbollah. Nessuno dei due è sbucato dal nulla negli anni Sessanta o Settanta. E gli sciiti hanno provato l’esperienza non di uno, ma di svariati risvegli politici dalla fine degli anni Cinquanta in poi. Né l’invasione israeliana, né l’arrivo di Musa al Sadr, né la Rivoluzione Iraniana vanno considerati come punto di partenza dell’affermazione politica degli sciiti libanesi.
La catena montagnosa dell’Amil, nel Libano del sud, ha servito da rifugio e da centro di irradiazione delle dottrine sciite almeno dal decimo ed undicesimo secolo. L’Iran e la città di Najaf, quando nel sedicesimo secolo iniziarono a mettere insieme il proprio patrimonio culturale, si rivolsero allo Amil. I legami tra l’Iran, Najaf in Iraq e la Siria tramite gli studiosi sciiti ed i religiosi hanno dunque oltre cinquecento anni di storia.
Ma gli sciiti vanno anche considerati come le sempiterne vittime di un massacro dopo l’altro lungo tutto il corso della loro storia: una storia fatta di persecuzioni da parte dei re arabi sunniti, dei califfi, dei crociati cristiani e degli Ottomani. Un periodo in cui non hanno mai avuto alcun potente protettore, e non sono stati tutelati da nessuna potenza esterna. Gli sciiti, non soltanto in Libano ma in tutto il mondo, hanno ereditato dalle loro vicende storiche un forte senso di vulnerabilità davanti all’ingerenza dei poteri forti. Ma hanno anche ereditato la tendenza a considerarsi una famiglia unita, a prescindere dai luoghi in cui vivono.
La storia di Hezbollah va considerata partendo da questo concetto. I cristiani del Libano hanno spesso fatto ricorso all’Occidente per avere chi li sostenesse nelle loro battaglie politiche, e i musulmani sunniti hanno sempre potuto far conto sulle forti potenze regionali sunnite e sul loro intervento, e adesso possono contare anche sulla protezione degli Stati Uniti. La storia politica degli sciiti, fino ai recenti tempi in cui è nato il loro attivismo, è stata una storia di persecuzioni e di marginalizzazione sociale e politica. Gli sciiti hanno piena consapevolezza di questo, e si sentono comunque vulnerabili nonostante i successi che hanno avuto nel rinnovarsi dal punto di vista religioso e nonostante la mobilitazione sociale e politica che sono riusciti a creare.
L’essenza della storia politica libanese è rappresentata da una serie di crisi che hanno segnato il percorso verso un più equo sistema di ripartizione dei poteri. Dietro la lotta per il potere che coinvolge i quattordici gruppi confessionali che costituiscono il paese c’è l’enorme questione di quale sarà l’identità nazionale che il Libano finirà per assumere: una orientata ad Occidente, cosmopolita e rispettosa della tradizione cristiana, o una che appare più vicina al contesto geografico libanese, che vede il Libano far parte di una regione araba ed islamica dalle cui dinamiche politiche è mera illusione il credere di potersi separare. La marginalizzazione degli sciiti libanesi e la nascita di Hezbollah devono essere inquadrate in questo contesto politico.
Alla multiforme storia della competizione settaria in Libano è spesso attribuita la responsabilità di aver plasmato il carattere del paese con una presenza e con un ruolo che non sono attribuibili ad alcun altro fattore. In realtà il Libano storico, ovvero la catena montuosa costiera nota come Monte Libano, è stato ricettacolo per molte minoranze che sono state per molto tempo vittime di persecuzione.
Per oltre mille anni, dal 632 alla fine della Prima Guerra Mondiale, la Siria di cui il Libano era una parte è rimasta sotto giurisdizione islamica, dato che il suo territorio ha visto la successiva presenza di una serie di imperi islamici. Fa eccezione soltanto il periodo compreso tra il 1098 ed il 1291, anni in cui furono presenti i crociati occidentali.
Ad un certo punto tra il decimo e l’undicesimo secolo, la setta siriana e cristiana dei maroniti si spostò dalla Siria fino a raggiungere i picchi della parte settentrionale della catena montuosa del Libano. Fu nello stesso periodo che i drusi emersero come setta separata dell’Islam, e si raccolsero lungo le vette meridionali del Monte Libano e nella parte a sud della valle della Beqaa. Quella dei drusi è una setta di derivazione ismaelita che da più parti viene considerata come non veramente musulmana. La storia del Libano come tale è, agli inizi, una storia di rivalità e di scontri fra le due comunità tribali dei drusi e dei maroniti, che all’epoca erano più in pari di oggi per numerosità; in gioco c’era la supremazia religiosa e politica sulla regione del Monte Libano che entrambi occupavano. 
Gli sciiti erano già presenti nel sud del Monte Libano e nella valle della Beqaa nell’874; i loro territori erano rimasti distinti, facevano parte della Grande Siria e furono annessi al Libano soltanto nel 1920.
Si sa poco del primo diffondersi dell’Islam sciita nel Libano meridionale, ma è probabile che gli sciiti siano stati numerosi attorno al Monte Amil, la zona collinosa compresa nell’entroterra tra Sidone e Tiro, a partire dal decimo secolo. In questo periodo l’Islam sciita era la confessione prevalente in tutta la Grande Siria. Ad Aleppo, un centro religioso importante nella Siria settentrionale, regnava una dinastia sciita, e la maggior parte della popolazione siriana era anch’essa sciita. La Grande Siria, o Bilad al-Sham, comprendeva allora tutta la Palestina storica e la Giordania, oltre che i territori di quelli che sono la Siria ed il Libano di oggi. Tutti questi territori erano prevalentemente abitati da sciiti.
La conquista della Siria nel 1070 iniziò a rovesciare le sorti degli sciiti. La conquista del paese ad opera di gruppi tribali turchi di confessione sunnita ed il successivo arrivo dei crociati furono seguiti dalla riconquista dei territori crociati ad opera di Saladino. Forti del sostegno dottrinale antisciita di Ahmad Ibn Tamiyya (morto nel 1328), quattro spedizioni militari destinate a “sradicare l’eresia sciita” vennero organizzate dai Mamelucchi nel Libano del nord negli anni compresi tra il 1292 ed il 1305. Gli sciiti vennero gradatamente eliminati e marginalizzati, per imporre a tutti di conformarsi alle credenze dei dominatori.
I dominatori sunniti per tutto il periodo delle persecuzioni dipinsero gli sciiti come non ortodossi e li criticarono come resistenti irriducibili. La propensione dell’Islam sciita all’aperta critica in campo politico venne considerata una minaccia dalle autorità sunnite.
A partire dal quattordicesimo secolo gli sciiti non costituirono più la maggioranza dei musulmani nella Grande Siria. Erano stati respinti dal nord della Siria -uccisi o costretti a convertirsi al credo sunnita- ma erano ancora numerosi a Damasco e ad Aleppo1. Sembra che il Monte Amil sia diventato un centro di insegnamento sciita in seguito alle crociate, quando gli sciiti furono spinti da Nablus in Palestina e da Amman in Giordania, fino ad allora centri urbani prevalentemente sciiti, a cercare rifugio sul Monte Amil.
Nonostante i dissidi e le persecuzioni, la migliore tradizione dell’erudizione sciita sopravvisse nelle cittadine mercantili e nei villaggi del Monte Amil. La persistenza di questa tradizione in regioni agricole e povere non deve sorprendere. La sopravvivenza sul Monte Amil di un credo profondamente articolato e di un impressionante corpus giurisprudenziale indicavano quanto fosse profonda la convinzione di essere nel giusto che aveva sempre contraddistinto gli sciiti; lo stesso valeva per le città sacrario dell’Iraq, che esercitavano da lontano la loro influenza sul Monte Amil2.
Le madrase, gli istituti islamici di insegnamento, raggiunsero il loro apice nell’Amil tra il quindicesimo ed il sedicesimo secolo. Durante questo periodo iniziò la migrazione degli studiosi sciiti verso l’Iran, l’Iraq e la Mecca. Quando la dinastia dei Safavi (1501-1722) cominciò ad imporre alla Persia la conversione dall’Islam sunnita a quello sciita, i safavidi si rivolsero agli sciiti del Monte Amil a causa della loro competenza teologica, affinché li aiutassero a fondare nuovi seminari in tutta la Persia. Gli stretti legami tra gli studiosi sciiti del Libano meridionale con l’Iran e con i seminari sciiti di Najaf in Iraq si formarono in questo modo a metà del sedicesimo secolo, e durano a tutt’oggi.


L’istituzionalizzazione del settarismo culturale

Le modalità con cui il settarismo libanese si manifesta modernamente vennero stabilite molto prima che il Libano come stato moderno si concretizzasse, nel 1943. Nel 1841 gli Ottomani avevano fondato un organismo confessionale composto da dieci membri (tre maroniti, tre drusi, un greco cattolico, un greco ortodosso, uno sciita ed un sunnita) che rappresentava le contrastanti identità del paese.
Nel 1860, dopo che i contadini maroniti erano insorti contro i proprietari terrieri drusi in una rivolta che causò la morte di undicimila maroniti e la distruzione di oltre duecento villaggi, gli Ottomani, sotto pressione dei francesi preoccupati per la salvaguardia dei loro alleati maroniti, fondarono un consiglio di rappresentanti composto seguendo linee confessionali pressappoco simili. In questa occasione si verificò il primo intervento europeo in Libano dai tempi delle crociate.
Lo storico Augustus Richard Norton ha notato che queste dinamiche erano ben presenti prima dell’indipendenza nel 1943 e che
…c’erano degli aggiustamenti periodici sia nelle proporzioni delle rappresentative confessionali sia nella distribuzione dei posti di governo. Invece da allora [dal 1943] ci sono stati solo aggiustamenti di portata limitatissima nonostante i diversi tassi di natalità tra una confessione e l’altra abbiano mutato in maniera significativa il profilo demografico del Libano3.
Fin dalla sua fondazione quindi lo stato libanese mancava dei due ingredienti che sarebbero stati necessari al suo successo: fu plasmato senza alcun accordo politico sottostante, ed ereditò e rafforzò una situazione di crescente disparità economica e sociale che si rifletteva anche nei differenti tassi di crescita della popolazione. Coloro che godevano dei più alti benefici economici, come i maroniti e la borghesia sunnita di Beirut presentavano tassi di natalità minori, mentre tassi più alti permanevano nelle comunità che vivevano nelle regioni più depresse.
In questa situazione, a differenza dei musulmani sunniti che facevano i commercianti sulla costa e dei drusi che avevano avuto un ruolo politico nel Monte Libano storicamente inteso, gli sciiti erano nel migliore dei casi tenuti ai margini. In epoca ottomana la comunità sciita era stata vittima dell’espansione maronita e drusa, e gli sciiti venivano ancora trattati come se fossero dei meno arabi.
Il nazionalismo arabo, che ha informato di sé l’identità regionale per un lungo periodo dopo la nascita dell’Islam, è nella sua essenza un fenomeno sunnita ed ha mantenuto un intrinseca diffidenza per gli sciiti (che in complesso costituiscono il quindici per cento di tutti i musulmani del mondo) considerati colpevoli di aver diviso la famiglia musulmana.
Gli sciiti non sono mai stati rappresentati adeguatamente nella burocrazia o nei corpi militari di uno stato arabo. In Libano le scuole religiose, le biblioteche ed i centri di insegnamento nel sud del paese che i savafidi avevano chiamato in causa quando intrapresero l’opera di conversione della Persia al credo sciita nel 1501 furono poi devastate dalle forze ottomane inviate a distruggere questo centro di irradiazione della cultura sciita. Gli Ottomani dispersero gli studiosi locali più eminenti e saccheggiarono le loro biblioteche. I loro correligionari sciiti in quella che oggi è la Turchia subirono di peggio sotto gli Ottomani, che li passarono puramente e semplicemente a fil di spada risparmiando soltanto la setta sciita degli alawiti, che ancora sopravvive in Anatolia.
In Libano, gli sciiti vennero marginalizzati anche politicamente, sia dai cristiani che dalla classe mercantile sunnita che sosteneva i cristiani. Nel censimento del 1932, i cui dati fanno da riferimento per l’assegnazione dei seggi in parlamento, collocava gli sciiti al 17% della popolazione. Sulla base di questo dato, furono loro assegnati dieci seggi su cinquantacinque. Ma nel 1932 la questione del censimento aveva una fortissima valenza politica ed esso venne realizzato in modo da far figurare i cristiani come maggioranza. Molti sciiti non furono censiti4.
In questo periodo le campagne in cui si concentravano gli sciiti erano in pieno declino ed erano controllate per via ereditaria da proprietari terrieri di stile feudale che occupavano la maggior parte dei seggi parlamentari destinati agli sciiti e che dedicavano poco interesse ai loro servi lavoratori. Le condizioni di vita nei villaggi sciiti erano semplicemente atroci se paragonate a quelle riscontrabili normalmente altrove. Nel 1943 nel distretto del Libano Meridionale, che consisteva di trecento villaggi per la maggior parte abitati da sciiti, non esistevano ospedali e neppure reti di irrigazione. La povertà e l’analfabetismo, nelle comunità contadine degli sciiti, erano ordinaria amministrazione.
L’ordinamento su base settaria dello stato aveva imposto che ogni setta fosse responsabile in proprio per la creazione ed il funzionamento di istituzioni come le scuole e gli ospedali, anziché poter fare affidamento su quelle create e fatte funzionare sulla base di una comune identità libanese. La setta, basata sulla sua influenza politica più che sulle esigenze della comunità, diventò così il canale attraverso il quale si poteva accedere ai finanziamenti statali. Essere sottorappresentati politicamente, in un sistema così concepito, esasperava l’ingiusta distribuzione delle risorse e contribuisce a accrescere la povertà delle comunità tenute ai margini della vita politica, come quella sciita.
All’inizio degli anni Settanta a Beirut e nelle zone del Monte Libano che la circondano si trovava il 64% delle strutture private per l’educazione primaria, il 73% delle scuole secondarie e la totalità delle sedi di istruzione universitaria. Il 65% dei medici operava a Beirut, dove si concentrava soltanto il 27% della popolazione.
Mentre le zone rurali languivano, lo sviluppo economico e strutturale di Beirut continuava spedito, soprattutto grazie ai legami dei maroniti e della popolazione urbana sunnita con la rete del capitale occidentale. Dopo una breve guerra civile nel 1958, Beirut aveva prosperato come l’indiscusso centro delle reti finanziarie che collegavano il mondo industrializzato con gli stati del golfo produttori di petrolio. Tuttavia la rapida urbanizzazione che si verificò a seguito dell’ingresso nell’economia capitalistica contribuì ad un ulteriore inasprimento delle disparità interne al Libano. A soffrirne in modo spropositato furono ancora gli sciiti.
Lo sviluppo economico di Beirut promosse una massiccia emigrazione dei contadini sciiti verso la capitale. Nel 1973 soltanto il 40% della popolazione sciita era rimasto nelle campagne, e gli sciiti costituivano il 29% della popolazione di Beirut5. La maggior parte di questi sciiti di recentissima urbanizzazione si stabilirono in un anello di sobborghi appropriatamente descritto come “la cintura della miseria” di Beirut.
Le varie centinaia di migliaia di sciiti che si stabilirono a Beirut ed attorno ad essa, nella “cintura della miseria”, non vennero mai assimilati all’identità urbana libanese. Al contrario, le condizioni di povertà e di mancanza di servizi sociali contribuirono a rafforzare l’identità sciita nei suoi aspetti confessionali. Questa consapevolezza collettiva fu rafforzata dal diffondersi della credenza, non certo priva di giustificazioni, secondo la quale gli sciiti avevano sopportato i costi della continua conflittualità libanese in misura molto maggiore rispetto agli altri gruppi. Gli sciiti furono cacciati dalle loro case nelle regioni meridionali in due occasioni successive alle invasioni israeliane del Libano del sud nel 1978 e nel 1982, e subirono la pulizia etnica dalle enclave cristiane durante la guerra civile.
Ancora più importante fu la scostanza con cui questi emigranti sciiti vennero accolti a Beirut. In gran parte fittavoli, mezzadri e braccianti agricoli, diventarono gli “sporchi rivenduglioli di Chiclet”6 delle strade della capitale. Gli schifiltosi cittadini di Beirut additavano “quella gente” con uno sdegno ed un disprezzo inconfondibili. In uno studio svolto a Burj Hammud, che è un quartiere periferico di Beirut, gli sciiti risultano descritti come sporchi, inaffidabili ed avidi, nonché come una minaccia sessuale nei confronti delle donne cristiane7.


Gli sciiti si mobilitano

Con alle spalle la rottura delle relazioni con i loro villaggi di provenienza, l’interruzione dei tradizionali rapporti con i padroni terrieri di tipo feudale e le “famiglie colte” anch’esse in pieno declino, e con le loro aspettative continuamente frustrate, gli sciiti erano disponibili per la mobilitazione politica e sociale.
Non avevano però un capo rivoluzionario con il carisma, la visione e le qualità nobilitatrici in grado di trasformare la disponibilità del popolo ad abbandonare vecchi e logori schemi comportamentali nell’adozione di una nuova mentalità, di un nuovo stile di vita e di una nuova prospettiva con cui guardare al futuro. Nel 1959 la leadership, l’ideologia ed il carisma giunsero nel sud del Libano, nella persona di Musa Sadr.
Musa al Sadr era nato in Iran nel 1928, figlio di uno ayatollah. La famiglia al Sadr, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, era nota per i suoi intelletti brillanti ed aveva costituito il punto focale del circolo di Najaf. Musa al Sadr non aveva intenzione, all’inizio, di diventare un religioso e sperava anzi di darsi ad una carriera di tipo laico; suo padre tuttavia, temendo per il futuro dell’Islam sciita in Iran, lo convinse ad abbandonare i suoi progetti originari e a studiare legge. Un anno dopo la more del padre avvenuta nel 1953, Musa al Sadr si trasferì in Iraq a Najaf: fu un atto che plasmò il suo pensiero sul futuro dell’Islam sciita e che finì per tracciare la rotta alla futura rivoluzione nel sud del Libano.
Quello che Musa al Sadr portò in Libano nel 1958 partendo dalla città di Najaf era proprio una concezione dell’Islam sciita di tipo innovativo. Il suo trisnonno era nato nel Libano del sud, ma a seguito di tumulti anti Ottomani in cui rimasero uccisi due dei suoi figli aveva abbandonato il Libano alla volta di Najaf. Da questo punto di vista Musa al Sadr era un capo piuttosto improbabile per gli sciiti libanesi: in Libano non aveva protettori, nonostante la rete di conoscenze di cui la sua famiglia poteva disporre in Iran ed in Iraq fosse estesa e ramificata.
Musa al Sadr impersonava un nuovo tipo di leader, quello del religioso attivo politicamente e coinvolto in prima persona nella vita della propria comunità. Era alto, di bell’aspetto, con due occhi verdi dallo sguardo penetrante. Conosceva diverse lingue e sapeva conversare su argomenti che riguardavano il pensiero occidentale con la stessa competenza di cui parlava di teologia sciita.
Si impegnò con successo per dare agli sciiti un’identità politica nuova e nel mobilitarli sul terreno politico. Si erano già verificati, tra gli ultimi anni Cinquanta ed i primi Sessanta, casi di proteste e di scioperi di impronta sciita, ma la strategia di mobilitazione seguita da Sadr seguì quanto predicato a Najaf sul rovesciamento della tradizione e della pratica fin lì storicamente seguita, portando l’Islam sciita dall’essere una forza passiva ed immobilista al rappresentare lo strumento adatto all’azione ed al cambiamento energico.
Il linguaggio esoterico dell’Islam sciita diventò quello di un’ideologia che si accordava alle preoccupazioni quotidiane del benessere umano, e che andava a ridestare anche le vitali energie dell’uomo in vista della resistenza, cosa che spinse la comunità sciita alla rivolta. Organizzandosi politicamente e ricompattandosi dietro le proprie milizie, gli sciiti riuscirono a prendere nelle loro mani il proprio destino e a diventare un modello per il risveglio sciita ed una sfida per il sistema politico e sociale libanese che era stato responsabile del loro disconoscimento e della loro marginalizzazione.
Musa al Sadr, l’ayatollah Fadlallah e gli altri si adoperarono per includere un pratico sistema di servizi sociali come componente fondamentale dell’identità islamica degli sciiti libanesi. L’estesa rete di servizi sociali e di previdenza che i due religiosi riuscirono a costruire permise di fornire i servizi di cui il sud del Libano aveva un disperato bisogno, ma le stesse organizzazioni divennero anche dei catalizzatori per la presa di coscienza degli sciiti e dei mezzi per costruire una “cultura della resistenza”. Nel caso di Hezbollah, le attività sociali attualmente realizzate costituiscono il retaggio diretto di tutto questo.
Dal 1976, due anni prima della Rivoluzione Iraniana, Fadlallah era andato evidenziando i mutamenti intellettuali e psicologici che avrebbero portato gli islamici dal tradizionale atteggiamento di acquiescenza passiva -tipico dell’Islam sciita- mostrato davanti alla loro storia di marginalizzazione economica verso una propensione favorevole nei confronti del successo economico e nei confronti delle moderne tecnologie. Fadlallah considerò il caso entrandone nel merito, ma fece presente che questo mutamento era desiderabile anche per il rafforzamento del potere contrattuale che portava sul piano politico e che poteva materializzarsi in blocchi di mobilitazione e di resistenza.
Fadlallah era a favore della forza e del potere militare: la forza, sosteneva, consente ad un uomo di essere se stesso e non qualcun altro, e gli permette di riappropriarsi del controllo della propria vita:
Essere forti significa che il mondo ti dà le sue risorse e la sua ricchezza; di contro, quando si è deboli, la vita diventa peggiore e le energie dell’uomo diventano sprecate; si diventa soggetti a qualcosa che ricorda il soffocamento o la paralisi. La storia, la storia della guerra e della pace, della scienza e della ricchezza, è la storia di chi è forte8.
Questo concetto era rivoluzionario. Fin dalle sue origini il pensiero sciita non aveva mai considerato la conquista del potere come un prerequisito per un’esistenza buona e pia. Anzi, era l’ascetismo ad essere considerato come la risposta più appropriata che la spiritualità sciita potesse produrre davanti al “narcisismo dell’uomo ed alla tirannia della ricchezza, che è il più grande degli idoli umani”9.
In Occidente il programma di attività sociali di Hezbollah, bollato come “attività caritatevoli” o “roba finanziata dall’Iran”, viene derubricato a sistema sfacciato per acquistare sostegno politico per il movimento. Si tratta di una considerazione errata: il programma di attività sociali di Hezbollah fa parte della sua pratica politica. Il suo scopo  quello di creare “comunità capaci di sopportare i rovesci improvvisi e dotate di una forte volontà”, in grado di fare conto su se stesse per la propria difesa. Fadlallah ha scritto che l’uomo “forte e pio” ha più meriti dell’uomo “pio e debole”: non è soltanto con le parole che gli uomini proibiscono il male, ma anche con la forza delle armi.
L’obiettivo, così come lo indicò l’ayatollah Fadlallah durante la guerra civile libanese, era quello di creare uno “stato umano” che fosse in grado di fornire al popolo le risorse necessarie ad aiutare se stesso ed all’assistenza reciproca dei suoi componenti. In contrasto con la concezione occidentale di stato-nazione come strumento dell’economia di mercato, Fadlallah propose lo “stato umano”, che doveva essere edificato a partire dai valori umani ed avrebbe posto in atto le norme necessarie ad una comunità conforme a criteri di giustizia.
Il periodo della permanenza di Musa al Sadr in Libano, fino al viaggio in Libia del 1978 durante il quale scomparve senza lasciare traccia diventando così noto come “l’imam scomparso”, coincise con l’inizio di un periodo cruciale per le relazioni tra Libano ed Israele. Nel 1968 l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) aveva cominciato a compiere raid armati in territorio israeliano partendo dal Libano del sud. Nei primi anni Settanta il Libano era diventato il principale punto di partenza per gli attacchi contro Israele, nonché l’unico dopo l’espulsione dell’OLP dalla Giordania.


Verso la realizzazione di una forza sciita di difesa militare

Con l’intensificarsi delle rappresaglie israeliane contro il Libano del sud a seguito delle azioni dell’OLP, Musa al Sadr richiese protezione per gli sciiti che vivevano nel sud. Gli sciiti avevano cominciato ad abbandonare i loro villaggi e a trasferirsi a nord per fuggire dalla zona dei combattimenti. Sadr reagì fondando campi di addestramento in cui gli sciiti potessero imparare a difendersi. Stabilì collegamenti con i palestinesi, ma queste relazioni si indebolirono e si fecero sempre più tese con il crescere delle sofferenze degli sciiti.
Sotto la pressione degli attacchi israeliani e delle attività dei commandos palestinesi, gli amari dissapori che esistevano tra i gruppi confessionali del Libano esplosero, e nel 1975 cominciò la guerra civile. Sadr ed i suoi seguaci fondarono una propria milizia chiamata Amal, addestrata e rifornita dall’OLP.
L’anno 1979 vide il rovesciamento dello Shah e la Rivoluzione Iraniana. La rivoluzione galvanizzò gli sciiti in tutto il mondo, ma per quelli che vivevano in Libano, come ebbe a precisare all’epoca il grande ayatollah Fadlallah, essa fece da sostegno all’imminente mobilitazione di massa dando agli sciiti una forte sensazione di potenza: se si fossero organizzati, se avessero fatto le cose con cura e con determinazione, avrebbero conseguito grandi vittorie contro i loro nemici.
Quando Israele invase nuovamente il Libano nel 1982, la resistenza che in definitiva riuscì a sconfiggerlo e a costringerlo a ritirarsi nel 2000 era costituita dalla comunità sciita e Hezbollah ne costituiva il nerbo; una comunità mobilitata, che aveva attinto motivazioni ed ispirazione dalla Rivoluzione Iraniana.
All’inizio “[i combattenti di Hezbollah] erano molto impreparati, per più versi incoscienti, ma erano coraggiosi. Semplicemente si incamminavano verso la linea del fuoco e venivano falciati molto malamente. Era quasi come vedere gli attacchi degli iraniani contro l’Iraq”10, come annotava un corrispondente in merito ai primi tentativi militari di Hezbollah dopo che era stata rivelata l’esistenza di una sua ala militare nel 1985.
Dalla metà del 1986 la Resistenza Islamica di Hezbollah comprese che era necessario evolversi e sviluppare nuove tattiche se si voleva conseguire qualche successo contro gli israeliani. Hezbollah non poteva limitarsi al ruolo di avanguardia armata all’interno di una coalizione di guerriglieri, e continuare a combattere isolandosi dal sostegno popolare. Il movimento non soffriva soltanto per le perdite severe in certi attacchi, ma anche del fatto che la sua rapida crescita nella valle della Beqaa vicino ai confini siriani e nella città di Beirut aveva portato il gruppo in rotta di collisione con Amal e con la Siria. Nel 1987 le truppe siriane a Beirut si scontrarono direttamente con Hezbollah; più seriamente, nel 1988, fu guerra aperta tra Hezbollah ed Amal, causata dai timori di quest’ultimo che Hezbollah stesse erodendo la base dei sostenitori di cui Amal godeva presso gli sciiti. 
Anche nei suoi rapporti con la popolazione del sud c’erano stati attriti causati sia dall’imposizione, da parte di Hezbollah, di restrizioni di derivazione islamica ad attività tradizionali come il gioco del backgammon, sia dalle rappresaglie israeliane contro operazioni di resistenza di tipo militare che alla popolazione parevano essere condotte in modo incompetente e destinate al fallimento fin dal primo abbozzo. Gli sciiti non mettevano in discussione il fatto di resistere, ma quello che volevano era che si trattasse di una resistenza efficace, le cui azioni contro la potenza occupante non portassero soltanto a lutti spropositati per la popolazione civile.
All’inizio la resistenza all’occupazione israeliana contemplava un aggregato di gruppi sciiti basati nella zona, che operavano il più delle volte in piena autonomia e sotto una guida locale. Si pensa che in questa prima fase della resistenza, a suo modo caotica, abbiano operato fino a diciotto o ventiquattro componenti; quella che dominava era Amal, il movimento più numeroso.
In molti casi le appartenenze si sovrapponevano: i combattenti risultavano affiliati a due o più formazioni di resistenti. Per questo negli anni compresi tra il 1983 ed il 1988, quelli in cui c’era l’uso di prendere ostaggi, la responsabilità delle azioni spesso veniva attribuita erroneamente, o mendacemente, a movimenti che si basavano sulla sovrapposizione delle appartenenze. Hezbollah ha negato sistematicamente il proprio coinvolgimento nella presa di ostaggi in Libano nei primi anni Ottanta.
Hezbollah reagì a questa situazione di relativa anarchia cambiando l’organizzazione del proprio braccio armato. Tuttavia, soltanto dopo il 1987 iniziò a dare consistenza alle proprie file rispetto alla galassia confusa della resistenza, ad introdurre una struttura rigidamente compartimentata e ad imporre quella segretezza riguardo alla propria struttura ed alle proprie attività militari che costituiscono ancora oggi le sue caratteristiche peculiari. A tutt’oggi il fatto che qualcuno appartenga al braccio armato di Hezbollah è cosa ignota tanto alle famiglie quanto agli altri appartenenti all’organizzazione. Soltanto a partire dal 1991, dopo che la guerra con Amal si era conclusa nel 1989, si può dire che il Movimento di Resistenza Islamico si sia affermato come il precursore delle moderne formazioni militari di Hezbollah.
Per comprendere i cambiamenti che si verificarono dopo il 1991 e che trasformarono le capacità di Hezbollah come formazione per la resistenza armata, occorre capire che la componente essenziale della resistenza non è costituita soltanto dall’introduzione di cambiamenti organizzativi e dall’acquisizione di competenze, ma dal portare all’assunzione di un atteggiamento in cui una volontà forte abbia un ruolo di primo piano, dal  rafforzare una cultura condivisa basata sulla resistenza e sulla lealtà, dall’inculcare la propensione al sacrificio volontario per il bene della comunità, e dall’incoraggiare lo studio approfondito del nemico.
Gli osservatori occidentali spesso cercano di individuare qualche mutamento cruciale, tecnico od organizzativo che sia, che possa spiegare i successi militari di Hezbollah. E’ vero che Hezbollah ha sviluppato una struttura organizzativa molto diversa dai modelli seguiti in Occidente, e che oggi dispone del personale esperto e delle competenze che non possedeva prima. E’ vero anche che possiede unità specializzate di elevata preparazione ed equipaggiamenti sofisticati che schiera secondo modalità innovative; a sostenere il suo successo tuttavia, come ogni comandante militare di Hezbollah si affretta a sottolineare, ci sono il morale e la forza di volontà dei suoi combattenti.
La maniera di procedere di Hezbollah è sempre stata quella di costruire con cura una strategia che possa condurre a mutamenti concreti della situazione. Un appartenente ad Hezbollah la ha definita come “una rivoluzione che comprende i propri limiti; una rivoluzione consapevole del fatto che disconoscere l’esistenza di questi limiti può portare al disastro: dunque, una rivoluzione che capisce quanto sia necessario coinvolgere la gente. Questo è il limite che si deve rispettare”.
Il nostro interlocutore aggiunse anche che
…rispettare la necessità obiettiva di agire con calma – non muoversi più velocemente di quanto la situazione, il grado di mobilitazione ed il grado di coscienza popolare permettano – significa che il movimento evita di impegnarsi in obiettivi a breve termine. La preparazione psicologica richiede pazienza, il non attendersi risultati immediati e considerare i successi conseguiti come prodromi di vittorie che verranno.
Nel corso di questa conversazione, un altro maturo leader di Hezbollah, dotato di una lunga esperienza nel tracciare le linee della strategia militare del movimento, sottolineò le componenti essenziali di questa rivoluzione: “costruire un impianto ideologico, permettere a comunità resistenti che lo fanno proprio di concretizzarsi, e provvedere ad una leadership carismatica che eserciti fascino sulle persone, ma il cui compito concreto è quello di proteggere e di rafforzare la comunità.
Hezbollah definisce il suo processo di risveglio delle coscienze in termini di coesione e di sviluppo: “Il suo obiettivo è quello di creare comunità che condividono delle competenze e che sono in grado di resistere con successo ad eventuali rovesci”. Questo atteggiamento, spiegò l’appartenente a Hezbollah, si basa su numerosi principi: la psiche dei singoli individui viene rafforzata con lo studio della filosofia (tutti i comandanti militari seguono lezioni di questa materia) e con l’esercizio del pensiero critico. Il tutto rispetta l’invito dell’Imam Khomeini a sostituire la “mente colonizzata” con una “mente indipendente”. Lo scopo è quello di stabilire una condizione di basilare fiducia in se stessi e la capacità di resistere a stress improvvisi. La condizione di “equilibrio” così ottenuta permette al, o alla, combattente di evitare quelle oscillazioni dell’umore dalla disperazione alla eccessiva sicurezza di sé che possono indebolire un soggetto impegnato in un intenso confronto psicologico con il nemico.


Liberare il pensiero

Il programma di Hezbollah può essere considerato nel dettaglio come una versione del pensiero di Habermas sul sottrarre la sfera della vita pubblica dall’influenza delle istituzioni, oppure, in questo caso, dall’influenza del pensiero occidentale. Jürgen Habermas considerata la capacità di avvalersi del raziocinio e del pensiero critico all’interno di associazioni fatte di privati cittadini come il punto di partenza per lo sviluppo di una cultura che avrebbe potuto evolversi esprimendo le vere necessità ed i veri interessi dei cittadini, al di là del pervasivo influsso del pensiero strumentale.
Partendo da questo assunto, Hezbollah intende liberare i musulmani dall’idea secondo la quale la teoria, e quindi le sue “verità”, sia soltanto il corretto riflesso di un indipendente dominio di “fatti”. Questa è la mentalità occidentalizzata, che considera i fatti come fissi, dati ed inalterabili, e che ritiene che da questi fatti, essendo dotati di caratteristiche identificabili dalle scienze naturali, sociali od economiche, sia sempre possibile individuare le “leggi naturali” che rispecchiano fedelmente il loro svolgersi.
Gli islamici considerano questo tipo di studio atomizzato ed empirico dei soli elementi dell’universo che risultino prontamente quantificabili (con l’esclusione di ogni altro tipo di ragionamento) come la causa prima dello strumentalismo. Questo modo di pensare ha condotto l’Occidente al darwinismo sociale, al razzismo ed agli esperimenti scientifici che i nazisti conducevano sugli esseri umani; tutte cose perpetrate con incrollabile fiducia nel dominio delle “leggi naturali”. Gli islamici pensano invece che la verità si trovi nella più profonda comprensione dei valori umani e della natura del mondo reale.
La pratica politica di Hezbollah costituisce anche un passo avanti nella ridefinizione dell’individuo che l’Islam compie, abbandonando la culturalizzazione della politica in cui i problemi dell’ingiustizia, dello sfruttamento e delle disuguaglianze vengono a tutti gli effetti anestetizzati come questioni politiche, e vedendo in modo diverso tutto quello che nel mondo occidentale contemporaneo ha a che fare con argomenti come l’ingiustizia e l’oppressione.
Invece di essere considerati “giuste cause” meritevoli di attenzione da parte della protesta politica o della resistenza, questi argomenti vengono sottratti al piano della politica ed inquadrati come differenze culturali. Queste differenze sono considerate il risultato delle scelte di vita che hanno portato il singolo individuo a fare proprio lo stile di vita al quale deve le condizioni in cui si trova.
Simili differenze “culturali”, come la vecchia condizione degli sciiti libanesi come oggetto di disprezzo e di discriminazione da parte del resto della popolazione, vengono disinnescate e considerate qualche cosa di naturale, come se fossero delle condizioni date contro le quali non c’è lotta che basti. Sono considerate mero frutto dell’opera delle “leggi naturali”, intente a produrre i loro inevitabili risultati.
Il tutto costituisce qualcosa contro cui è inutile combattere; come l’evoluzione naturale ha prodotto i suoi disastri, allo stesso modo si dovevano tollerare queste conseguenze. La “tolleranza”, intesa come risposta appropriata da adottare nei confronti di coloro che nel modello di Popper figurano come saldamente in mano alla loro cultura “statica” ed ai loro istinti, è quello che contraddistingue la civiltà contemporanea
La prima risposta di Hezbollah a questa cultura di depoliticizzazione è stata quella di promuovere il rafforzamento della psiche, tramite la coltivazione del ragionamento e delle facoltà critiche del singolo individuo: l’idea è quella di dotare ciascuno di una “mente indipendente”.
Il secondo passo è stato quello di interrompere le dinamiche che oppongono meccanicamente l’individuo alla collettività -che sono frutto dell’esigenza tutta occidentale della personalizzazione della cultura- con la pretesa di rappresentare l’unica base possibile per la tolleranza in una società pluralista che rispetti i diritti dei singoli. In una società aperta l’individuo innalza se stesso al di sopra della cultura cui appartiene.
Hezbollah utilizza le sue attività sociali e di sostegno alla comunità proprio per restituire alla cultura la sua dimensione politica: sottolineando la collettività come insieme di valori, norme e ruoli modello cui gli sciiti possono far riferimento per la loro vita quotidiana, Hezbollah libera gli individui da una cultura intesa come “credenze ed idiosincrasie che restano nella sfera privata” e che non hanno alcun significato sul piano politico. Hezbollah, al contrario, articola norme condivise, -come il martirio dell’Imam Hussein dovuto a cause di giustizia, ad esempio- che restituiscono ad una cultura comune il suo valore politico e ne fanno in questo modo una base per la resistenza.
Hezbollah si richiama allo studioso combattente Ibn Mubarak, che nell’ottavo secolo, come abbiamo già avuto modo di notare, con i suoi racconti sul martirio degli eroi che combatterono le prime guerre in nome dell’Islam  riportò nel suo gruppo di combattenti lo spirito che doveva pervadere la prima comunità di credenti che si strinse attorno al Profeta. Ibn Mubarak aveva enfatizzato anche le norme condivise che guidavano gli intenti dei combattenti il jihad insieme all’impegno, al sacrificio ed alle azioni puramente volontaristiche di coloro che lo avevano interiorizzato. Altri temi che riecheggiano oggi e che riguardano la leadership vengono dai racconti che esistono sulla forza e sull’autocontrollo di cui Ibn Mubarak sapeva dare prova e sull’empatia che esisteva tra lui ed i suoi compagni d’armi, che a sua volta richiamava quella che pervadeva le relazioni tra il Profeta ed i suoi compagni11.
Hezbollah lavora per il rafforzamento di ogni singolo appartenente anche tramite la contemplazione del concetto che ognuno di loro possiede circa l’attributo divino della potenza, e tramite una raffigurazione personale di questa potenza; uno sceicco di Hezbollah ha definito la cosa come l’acquisizione di uno stato mentale dotato di una forza intrinseca. Questa qualità permette ad una persona di mettere insieme la forza di volontà e lo spirito giusto per confrontarsi e per prevalere contro una forza sproporzionata che venga usata contro di lui, o contro di lei. Un tipo di preparazione mentale riassunto dall’Imam Hussein, che contrapponeva “la vittoria del sangue alla vittoria della spada”. Si tratta, in altre parole, di prepararsi dal punto di vista della forza di spirito e della determinazione politica a resistere contro forze soverchianti.
Partendo dallo stesso concetto di “rafforzamento menale”, suggeriva lo sceicco,  era possibile giungere ad una condizione di fermezza e di capacità di resistere ai rovesci che “avrebbero condotto un avversario, pur superiore, al dover ammettere di non essere in grado di infliggere una sconfitta sul piano psicologico”.
In quarto luogo, Hezbollah adotta una prassi fatta di leadership carismatica, che protegge dagli abusi di potere e che permette di sviluppare l’impegno verso il mantenimento di una condotta comportamentale improntata a principi di onore. Questa dottrina ha lo scopo di cercare di pareggiare le competenze e le abilità personali dei singoli individui per giungere alla costruzione di una comunità forte e coesa. Queste comunità forti possono a loro volta costituire un modello più ampio per le altre, notava lo sceicco.
Il movimento cerca di fortificare la comunità rafforzando “l’individuo come essere umano e rafforzando le relazioni di questo essere umano con gli esseri umani che gli sono prossimi, che siano nella struttura della famiglia, del vicinato, della tribù, del clan o della nazione”12. Cerca fortificarla anche psicologicamente, innalzando ed esaltando figure esemplari tratti dalla narrativa dell’Islam. La costruzione di una identità culturale comprende anche un ampio repertorio a firma Hezbollah di musica inneggiante alla libertà, di poesia e di opere d’arte visiva che permettano alle persone di entrare in contatto con i valori che queste figure esemplari impersonano.
Il movimento enfatizza anche icone e gesta tratte dalle comunità stesse: il più delle volte si tratta di figure di martiri che vengono presentate alla devozione in quanto rappresentanti determinati valori essenziali per fondare la capacità comunitaria di resistere ai rovesci. Hezbollah cerca anche di creare legami personali diretti tra i singoli individui e queste icone, stabilendo dei collegamenti tra i ruoli ricoperti dalle persone all’interno della comunità, per quanto modesti, ed i valori di cui le icone sono portatrici. Favorire l’autostima degli individui viene considerato un importante elemento per sviluppare le capacità di resistere agli sconvolgimenti improvvisi, e come la soglia verso una più ampia mobilitazione.
Un attivista ci ha descritto tutto questo come un “processo di addestramento personale degli individui”, ed al tempo stesso un sistema di lavoro di gruppo basato su piccole squadre. Sotto questo aspetto, Hezbollah riecheggia il metodo di lavoro seguito dalle piccole squadre di addestratori che venivano usate dal movimento per i diritti civili negli Stati Uniti nelle fasi di mobilitazione di una certa comunità in vista di una data campagna. L’obiettivo di Hezbollah è quello di mettere ogni individuo nelle condizioni di contribuire al meglio alla comunità cui appartiene. Questo può voler dire aiutare qualcuno ad intraprendere un’attività, oppure addestrarlo come membro di una milizia d’élite.
Mettere ciascuno in condizioni di camminare con le proprie gambe rappresenta una parte del più ampio obiettivo che è quello di permettere a ciascuno di dare e ricevere rispetto, in maniera reciproca, all’interno di una comunità regolata secondo giustizia. Una delle richieste del Profeta era proprio quella che gli esseri umani trattassero gli uni gli altri con rispetto; essere rispettati dagli amici, essere rispettati come padri o madri, come mariti o come mogli, come uomini d’affari o  come donne. Il rispetto viene considerato un importante antidoto alla disumanità ed all’alienazione tipiche della società contemporanea.
Il primo passo è quello di instaurare una condizione di rispetto per se stessi, sviluppando la fiducia e la conoscenza di sé; il passo successivo consiste nell’affidare ai giovani incarichi in cui debbano dare prova di responsabilità e di attitudine al comando. Facendo in modo che i singoli individui siano rispettati dalla comunità, ovvero facendoli sentire apprezzati e necessari, è considerato un modo per renderli più forti e per metterli in grado di resistere a sollecitazioni repentine. La coesione della comunità origina dall’idea secondo la quale un servizio reso alla comunità costituisce una risposta diretta al rispetto di cui gli individui godono, che nasce da un processo che gli appartenenti a Hezbollah definiscono “di rete” e da uno spirito comunitario caratteristico, frutto di un attento lavoro di sviluppo sul piano psicologico.
Un capo di Hezbollah ha spiegato che con rete si intende il processo che punta ad incoraggiare lo scambio di favori, per piccoli che possano essere, tra i membri della comunità. L’offerta di qualche piccolo servizio disinteressato a qualcun altro ed il riceverne uno diverso come contraccambio, aiuta a costruire dei legami comunitari e permette di interiorizzare il senso di un più importante dovere sociale che sta al di là del dovere individuale.
Tutto questo incarna il concetto coranico che abbiamo già precisato, quello secondo cui l’abitudine di cedere agli altri parte della propria ricchezza e l’essere disponibili a servire la comunità consolidano il distacco dai beni materiali e radicano gli ideali del dono di sé e del sacrificio in nome della comunità. Si tratta del tentativo di trasfondere le regole alla base di una vita comunitaria che si svolge secondo giustizia alla vita degli sciiti contemporanei, che vivono nel Libano di oggi.
L’obiettivo è quello di incanalare energia, che si tratti di entusiasmo o che si tratti di rabbia, verso obiettivi socialmente e politicamente vantaggiosi.
“Successivamente [dopo la guerra del 2006] abbiamo impiegato molto tempo ad incanalare il senso di rabbia. Vogliamo che questa rabbia non prenda canali distruttivi e diventi invece qualcosa che sia in grado di portarci dei vantaggi sul piano politico, magari aiutando la resistenza, o di tradursi in qualche attività costruttiva dal punto di vista sociale”, ha spiegato un attivista.


Cultura della resistenza e psicologia della forza di volontà

Questa serie di misure destinate a rafforzare le comunità dal basso sono alla base della dottrina militare di Hezbollah. Lungi dal rappresentare un movimento irreggimentato come lo si reputa in Occidente -o un movimento totalitario vero e proprio, come lo dipingono i suoi detrattori- in cui non c’è posto per l’iniziativa personale o per le decisioni autonome, Hezbollah adotta una dottrina che incoraggia la responsabilità e le iniziative personali e che è fortemente centrata sullo spirito di servizio nei confronti della comunità. Quella di Hezbollah è un’etica basata sull’autodisciplina, più che sulla disciplina di corpo adottata senza alcun pensiero critico che è propria del totalitarismo.
Durante il conflitto con Israele nel 2006, un comandante militare di Hezbollah spiegò che “i comandanti delle piccole unità della milizia che hanno operato nei villaggi godevano di una quasi completa autonomia, sia pure nell’àmbito di quanto stabilito dal piano generale che era stato messo a punto prima dell’inizio della guerra”. Queste unità “facevano rete” a loro discrezione con le unità vicine.
La struttura del comando militare del movimento fu cambiata, a partire dal 1989, proprio perché riflettesse questo concetto di autonomia; la maggior parte delle unità sono costituite da miliziani a mezzo servizio stanziati localmente e sono appoggiate dalle unità di autodifesa dei villaggi. Esiste anche una brigata di soldati di prima linea, piccola ma altamente professionale, che viene dispiegata a piccoli gruppi a sostegno della milizia; esistono anche unità della riserva e corpi specializzati, ma l’aspetto fondamentale è che tutti questi corpi armati operano in rete avvalendosi di un alto grado di autonomia, entro i limiti di piani d’azione decisi in precedenza e che tengono conto delle possibili eventualità.
Hezbollah ha evitato consapevolmente il pericolo di diventare un’organizzazione enfiata e visibile. La sua rete orizzontale di piccoli gruppi di miliziani dotati di alta professionalità e che operano su un terreno che conoscono si è tradotta in una macchina da guerra efficace pur essendo quasi invisibile sul campo.
I parametri d’azione nel cui rispetto le unità combattenti devono operare vengono decisi da una leadership militare di cui fanno parte anche i capi politici locali. Esistono comandanti militari in ogni regione e per ogni unità specializzata, ma Hezbollah ha quasi completamente eliminato gli strati intermedi di “comando e controllo” da cui dipendono le unità militari di tipo occidentale.
Questi livelli intermedi sono stati eliminati molti anni fa, perché Hezbollah si accorse che se si schierava rispettando la gerarchia militare occidentale di tipo classico, diventava molto facile per il nemico compiere delle identificazioni. Cosa ancora più importante, un assetto flessibile permetteva alle unità combattenti di prendere in modo relativamente libero le decisioni che si fossero rese necessarie in base alle circostanze, senza dover continuamente fare riferimento alla gerarchia e senza dover attendere istruzioni. Si considerano le unità che operano a livello locale come meglio in grado di giudicare le proprie azioni di quanto lo siano i loro capi a Beirut, e si conferisce loro l’autorità per farlo.
Le doti di leadership, che sono fondamentali in una struttura che delega tanta responsabilità ai comandanti delle singole formazioni, nella dottrina di Hezbollah vengono considerate una qualità innata dell’individuo: essere un capo è sostanzialmente una questione di carisma personale e di tratti del carattere come l’integrità, la sincerità e l’affidabilità, che infondono fiducia negli altri. Esiste comunque un’altra indiscutibile qualità necessaria ad un capo militare, che il movimento tiene in grande considerazione: la capacità di mobilitare, di incantare un individuo o una comunità. In un certo senso, quello che conferisce alle doti di leadership una sorta di tocco mistico.
Al ruolo del capo nella mobilitazione e nell’instaurazione di una coscienza rivoluzionaria nel popolo viene attribuita una significatività enorme. I discorsi di Sayyed Hassan Nasrallah vengono ascoltati con attenzione estatica nel mondo musulmano ed arabo. Viene considerato come uno dei migliori oratori, lui che utilizza un’attenta combinazione di stili che unisce il linguaggio dell’uomo della strada a contenuti filosofici ed intellettuali. I suoi discorsi hanno anche un’altra caratteristica distintiva: sono pieni di realismo, e non vi viene millantato alcun traguardo. Nasrallah spiega parla con attenzione di politica, e poi si dispone a rispondere con franchezza alle critiche; è praticamente l’unico in tutto il mondo arabo ad adottare questo stile.
A livello dei quadri l’accesso alle posizioni di comando avviene tramite un processo di selezione tra pari, in cui sono i compagni ad identificare in qualcuno le qualità necessarie, più che con un processo di selezione dall’alto basato sulle competenze manageriali secondo l’uso occidentale. “I comandanti devono sviluppare le qualità di carattere degli uomini che guidano, stabilire una struttura di valori che responsabilizzi i giovani per le loro azioni e rendere più forte la comunità”; così ha detto un ex comandante di Hezbollah con esperienza nel campo dell’addestramento della milizia. Questo assunto contrasta con la definizione occidentale di leadership, che rimanda piuttosto al possesso di conoscenze, addestramento e competenze professionali come caratteristiche necessarie per accedere a ruoli di comando.
Il conflitto in Libano nell’estate del 2006 sfociò nel conseguimento della superiorità sul terreno da parte di Hezbollah, un movimento islamico di primo piano, a spese di una forza militare superiore. I successi nell’intelligence e la vittoria politica ottenuta hanno dimostrato che Hezbollah ha utilizzato con successo una strategia di guerriglia pianificata con attenzione confrontandosi con un nemico palese e ben identificabile, utilizzando armamento pesante su aree geograficamente molto estese e per un periodo di tempo sufficientemente lungo ad assicurare il raggiungimento degli obiettivi.  
Hezbollah nel 2006 ha fornito il modello per il prossimo sviluppo della guerra asimmetrica e lo ha applicato strategicamente su una zona vasta, con le unità combattenti che di volta in volta si disimpegnavano dalla zona di combattimento insieme alle loro armi, solo per ricomparire in villaggi che le truppe israeliane pensavano di aver conquistato e ricominciare ad attaccare gli israeliani da dietro le loro linee. In passato, l’operato di Hezbollah sarebbe stato caratterizzato dal fattore sorpresa, che è un elemento fondamentale della strategia del movimento, e da prese di contatto col nemico di portata limitata, sia dal punto di vista geografico che dal punto di vista della loro durata nel tempo.
La strategia del 2006 era semplice: ignorare la superiorità aerea occidentale. Fin dai tempi del ritiro israeliano nel 2000, Hezbollah aveva cominciato ad approntare una rete di gallerie sotterranee e di postazioni per eludere l’attesa campagna di bombardamenti aerei tramite bunker sotterranei fortificati collocati fino a quaranta metri sotto il livello del suolo. Al termine dell’iniziale attacco aereo, non importa quanti giorni fosse durato, i miliziani uscivano dai bunker sotterranei ed organizzavano un prolungato attacco contro il nemico con razzi e missili.
Il concetto fondamentale, qui, è prolungato. Nessuno si aspettava che razzi e missili causassero danni veri e propri ad Israele, o che colpissero gli israeliani a livello psicologico: tuttavia un attacco prolungato avrebbe avuto un suo impatto sul morale, nonostante infliggesse danni autentici in misura molto ridotta13. Hezbollah aveva calcolato che dal momento del fuoco fino all’identificazione delle batterie da parte dell’aeronautica israeliana e all’impiego di caccia contro di esse trascorrevano novanta secondi.  Con anni di assiduo addestramento le squadre di Hezbollah addette ai lanciarazzi avevano imparato a schierare, fare fuoco e nascondere al sicuro i lanciatori mobili in meno di sessanta secondi, col risultato che né l’artiglieria né gli attacchi aerei potevano fermare il continuo lancio di razzi di Hezbollah contro Israele. Nel corso della guerra Israele ha dimostrato di non essere in grado di indebolire neppure in misura minima lo schieramento di missili e di razzi di Hezbollah.
Lo scopo degli attacchi prolungati con i missili e con i razzi era quello di obbligare l’avversario, frustrato dai continui fallimenti dei bombardamenti destinati a fermare questi attacchi, a schierare truppe sul terreno. Nel corso di quest’ultima e critica fase dei combattimenti, con i soldati nemici allo scoperto, una ben addestrata e ben comandata forza guerrigliera dotata di una perfetta conoscenza del terreno adatto avrebbe potuto, come infatti accadde, infliggere enormi danni al moderno apparato militare israeliano e finire per sconfiggerlo.
Non erano i carri armati dell’esercito israeliano a proteggere la fanteria nel terreno collinoso del Libano meridionale; era piuttosto la fanteria, erano gli uomini appiedati e allo scoperto, che dovevano -rovesciando la situazione che sarebbe normale per l’utilizzo di mezzi corazzati- proteggere i carri dai micidiali attacchi di Hezbollah condotti con missili lanciati a mano. Israele ha perso in questo modo molti mezzi corazzati e molti uomini.
Il prezzo che Hezbollah ha dovuto pagare è stato rappresentato dai bombardamenti aerei che hanno causato gravi danni alle infrastrutture civili e fatto vittime civili in tutto il Libano; ma la comunità sciita del Libano meridionale ha dimostrato di avere le risorse essenziali per colmare le perdite subite. Tra i combattenti di Hezbollah ci sono state in paragone poche vittime, forse meno di duecento uomini.
Questo risultato è stato reso possibile dall’adozione da parte di Hezbollah della rete orizzontale fatta di unità autonome che utilizzano deliberatamente sistemi a bassa tecnologia, completata dallo schieramento episodico ed inatteso di piccole unità specializzate e dotate di armi ad alta tecnologia per mantenere alti il morale e la motivazione dei combattenti. Ma è dovuto anche alle competenze di Hezbollah nel campo dell’intelligence e della propaganda; molti giornalisti e commentatori israeliani hanno pubblicamente affermato durante il conflitto che preferivano fidarsi dei resoconti degli aventi rilasciati da Hezbollah piuttosto che di quelli delle Forze di Difesa dello Stato di Israele.
Nonostante i danni sofferti alle infrastrutture libanesi e le molte vittime civili, il leader di Hezbollah Sayyed Hassan Nassrallah riassunse la sua concezione degli esiti della guerra in un discorso in cui, il 25 settembre 2006, celebrava la vittoria. “Oggi, tutti voi state mandando un messaggio politico e morale estremamente importante e serio… al mondo intero… non sottovalutate la vostra vittoria… la vostra fermezza e la vostra resistenza hanno messo allo scoperto gli Stati uniti, ed hanno alzato il livello di consapevolezza nei popoli di tutto il mondo”.


Il valore della resistenza e della lotta

La vittoria di Hezbollah, secondo l’opinione del suo capo, ha mostrato al mondo musulmano che la strategia impiegata dai governi arabi e musulmani di orientamento filooccidentale –una politica che viene considerata assecondare gli interessi statunitensi- basata sull’assunto che non esiste altra alternativa al mostrare condiscendenza davanti alla potenza politica e militare degli Stati Uniti, non è l’unica possibile.
Hezbollah, la resistenza in Iraq ed in Afghanistan e, in un diverso contesto, Hamas, hanno mostrato ai musulmani che l’alternativa esiste e che è rappresentata dalla sfida armata intesa come parte di una resistenza più ampia, concretizzata in modo asimmetrico a fronte del soverchiante potere militare dell’Occidente in fatto di armamenti convenzionali.
La vittoria di Hezbollah costituisce un elemento di questa resistenza asimmetrica -un caso di successo militare da prendere ad esempio- capace di infliggere sconfitte all’egemonia militare occidentale nella regione, e quindi di minarne anche la statura politica e la narrativa stessa.
La filosofia di resistenza fatta propria da Hezbollah deriva dagli stessi principi che sottendono il suo programma di attività sociali:
Quando parliamo di giustizia, di diritti umani o di welfare dobbiamo fare caso alla definizione ed alla prospettiva che utilizziamo per accostarci all’argomento. Dobbiamo mostrare come l’Islam assegni a questi concetti un valore ed una importanza che sono intrinseci.
L’Islam considera questi valori come valori essenziali. Il rispetto dell’uomo, della sua dignità e della sua vita sono tutti aspetti dell’Islam, non sono strumenti che i politici possano utilizzare per controllare gli uomini. 
Pensiamo che esista una marcata differenza tra la visione d’insieme occidentale e quella islamica. Nel pensiero occidentale la politica e la governabilità sono considerati dei fini, ed i valori sono i mezzi attraverso i quali si esercita la politica. Le cose nell’Islam stanno in modo opposto: è la politica a dover mettersi a servizio della diffusione dei valori umani e dell’etica.
Se percorriamo la storia a ritroso e leggiamo qualcosa sul Profeta e sulla sua famiglia, comprendiamo che non c’era nulla di più estraneo a loro del sacrificare i valori in nome della conquista del potere. Gli sciiti ed i musulmani in generale considerano al giorno d’oggi personaggi come l’Imam Ali o l’Imam Hussein come dei modelli per i movimenti rivoluzionari, perché anteposero i valori umani alle questioni politiche.
Oggi la ricorrenza dell’Ashura (la commemorazione annuale degli sciiti del martirio dell’Imam Hussein) fornisce ad ogni musulmano un modello ed una via plausibile per resistere e lottare contro l’ingiustizia. Questo stimolo nasce dal fatto che Ashura insiste sul fatto che la dignità umana ed i valori umani sono superiori a qualunque altra cosa. Il messaggio dell’Ashura è che i valori umani sono a tal punto di importanza vitale che un capo come l’Imam Hussein, il nipote del Profeta, si era sacrificato per essi rifiutando qualunque compromesso sui principi, anche a costo di dover affrontare la morte.
Dietro la resistenza e la lotta, nell’Islam, ci sono esattamente questi valori nobili; a nessun livello l’uomo ed i suoi valori possono essere ignorati. Sono queste considerazioni a determinare il quando ed il dove un musulmano possa andare in guerra, ed anche a definire le condizioni in base alle quali si può fare pace. Le decisioni sulla guerra e sulla pace tengono questi valori in attenta considerazione. La questione del quando fare pace e del quando andare in guerra, dunque, non va considerata un mero espediente politico: è piuttosto una questione di principi e di dottrina.
Il nostro concetto di martirio andrebbe inteso più o meno allo stesso modo. Il martirio non è la stessa cosa del commettere suicidio. Quando sono in gioco i nostri valori esenziali e i nostri principi, o quando vengono infranti, offriamo il nostro corpo in sacrificio; è il suo spirito a rimanere di guardia ai nostri valori.
I gruppi jihadisti come Al Qaeda non mettono in atto alcuna mobilitazione popolare di questo genere. Il loro modo di costruire una consapevolezza, basato “sullo shock e sull’indignazione” non contempla alcun lavoro formativo sul popolo e mira a favorire il senso di ostilità e soverchianti sentimenti di rabbia e di vendetta anziché l’atteggiamento “di consapevolezza, non di ostilità” che Sayyed Hassan Nasrallah indicò come il risultato che desiderava emergesse dal conflitto sostenuto da Hezbollah nell’estate del 2006.
Le tattiche di Al Qaeda, che rappresentano un riflesso del suo senso di impotenza a livello globale, vengono condannate come ingiuste dalla schiacciante maggioranza dei musulmani. Le azioni di Al Qaeda, che per loro stessa natura possono portare a risultati imprevedibili compresi quelli controproducenti, hanno fatto vittime per lo più innocenti, le cui morti vengono considerate moralmente ingiuste dalla grande maggioranza dei musulmani.
Hezbollah invece si è confrontato direttamente con una macchina da guerra occidentale di tipo convenzionale ed ha vinto, cosa che come spesso affermano i suoi critici Al Qaeda non è fino ad oggi riuscita a fare. Il fatto che un simile risultato sia stato raggiunto da un movimento politico di primo piano che si presenta alle elezioni, deve rendere conto al proprio elettorato e mostra un autentico coinvolgimento per quanto riguarda le condizioni di vita dei musulmani -a differenza di certi gruppi jihadisti- non è passato inosservato agli occhi del pubblico.
I movimenti come Hamas e Hezbollah considerano i risultati del genere cercato da Al Qaeda incontrollati, incontrollabili e capaci di scatenare esplosioni di violenza puramente emotiva e scriteriata di carattere puramente distruttivo, nemiche di ogni miglioramento per la società. Li vedono come quel tipo di rivoluzione incontrollata che finisce con la rovina dei suoi stessi protagonisti: tattiche che sono una ricetta perfetta per scatenare tumulti e conflitti in mezzo ai musulmani.
Esistono poche questioni più delicate, per gli sciiti, dell’emergere di gruppi sunniti radicali che li trattano da eretici. Gli sciiti sono forse il quindici per cento di tutti i musulmani al giorno d’oggi, e dunque si sentono particolarmente vulnerabili a cospetto di quei sunniti che li considerano infedeli passibili di morte.


La guerra ideologica interna

Il rifiuto dell’autorità sunnita da parte degli sciiti dopo il martirio di Hussein nel 680 ha portato alcuni sunniti a bollare quella sciita come un’interpretazione errata dell’Islam, ed appena pochi anni dopo la morte di Ali una setta dell’Islam chiamata Khawarji aveva già cominciato a massacrare ogni sciita in cui si imbatteva. I capi politici sunniti in ogni caso temevano la minaccia ideologica degli sciiti assai meno di quanto ne temessero quella politica.
I califfi e i re imprigionarono ed uccisero gli imam sciiti; i giuristi sunniti furono incoraggiati a formulare un’ortodossia sunnita che marginalizzasse gli sciiti e tendesse alla loro esclusione, e a limitare la loro attrattiva. Verso la fine del X secolo gli sciiti venivano uccisi, e perfino bruciati vivi. Quando le forze turco-bizantine invasero il Medio Oriente nel 971, la prima reazione dei sunniti fu quella di incolparne gli sciiti. Le abitazioni sciite vennero incendiate e gli abitanti aggrediti ed uccisi. A metà del XI secolo la persecuzione degli sciiti era diventata un’abitudine, uno schema comportamentale che si sarebbe ripetuto attraverso i secoli fino ai giorni d’oggi.
Oggi il sentimento antisciita è diffuso in modo particolare in mezzo a certi gruppi sunniti di orientamento salafita ed in Al Qaeda. Alcuni di questi movimenti jihadisti antisciiti invitano esplicitamente dai loro siti web i musulmani ad uccidere gli sciiti, ed anche ad assassinare quei sunniti che, come i capi di Hamas, hanno rapporti con movimenti sciiti come Hezbollah, che i siti definiscono solitamente come “il Partito del Diavolo”.
Un appartenente alla direzione di Hamas picchiò con forza il pugno sul tavolo per sottolineare questo punto: “Se Osama bin Laden per voi occidentali è stato un disastro, per noi è stato una catastrofe”.
Le condizioni dei musulmani sono ovunque peggiorate a causa della “guerra al terrore”. Le cose vanno peggio per i musulmani al Cairo come a Parigi, e nei territori palestinesi Israele si è sentito autorizzato a scatenare contro di noi massicce azioni militari.
Sayyed Nawaf Mousawi, uno dei principali strateghi politici di Hezbollah, è stato molto esplicito a proposito del pericolo che i gruppi jihadisti di ispirazione sunnita come Al Qaeda possono costituire per i movimenti sciiti come Hezbollah. Notò che Hezbollah era molto vulnerabile a quello che definiva come “una tendenza khawarji”.
Sayyed Mousawi sottolineava il fatto che molti moderni pendant di questa antica tendenza all’odio settario e sanguinario avevano “marchiato i leader di Hezbollah come destinati all’assassinio”. Sayyed Mousawi ha anche detto che simili movimenti, Al Qaeda compresa, “rappresentano davvero un grosso pericolo per il mio popolo e per la popolazione palestinese, più di quanto non lo siano per gli interessi occidentali, per quanto grande sia la minaccia nei loro confronti. Il pericolo vero è questo, questo è il pericolo di cui si deve essere consapevoli”.
Il fatto che gli sciiti vengano presi di mira, ha spiegato Sayyed Mousawi, è dovuto al paradosso che “gli jihadisti pensano che siamo troppo moderati, che desideriamo troppo prendere parte ai processi democratici che loro considerano soltanto un altro complotto colonialista ordito dagli americani per avere la supremazia nella regione”, mentre gli americani attaccano a loro volta perché “ci considerano una minaccia per la loro egemonia”.
“Per quale altro motivo gli Stati Uniti dovrebbero dedicare al Libano tanto tempo, tanta attenzione e tanti sforzi, se non per l’esistenza di Hezbollah?” ha chiesto un capo di Hezbollah. “Se Libano significasse soltanto Siniora, Jumblatt e Geagea [tutti capi libanesi appartenenti a diverse confessioni religiose] gli Stati Uniti se ne occuperebbero, anche soltanto un minimo?”
Le preoccupazioni degli Stati uniti per Hezbollah sono le stesse preoccupazioni che molti paesi europei hanno espresso e derivano dalla stessa ragione: Hezbollah viene visto come lo vede lo Stato di Israele. I capi di Hezbollah dicono e ripetono che quando degli europei vengono a conferire con loro, le loro argomentazioni restano invariabilmente centrate su Israele. Visitatori del genere definiscono sempre Hezbollah come “l’altro” che si contrappone ad Israele. Di conseguenza, concentrano il loro impegno sul disarmo del movimento e sul tentativo di addomesticarlo e di indebolirlo tentando di subordinare tutte le sue branche ad un rafforzato governo centrale di Beirut.
E’ una storia già vista: una Turchia che si ripete. In Turchia ed in altre parti del mondo musulmano le istituzioni dell’Islam sono state “nazionalizzate” e coloro che vi ricoprivano delle cariche sono diventati dei servitori civili e dei docili dipendenti del governo, dopodichè hanno tranquillamente accettato di entrare in sonno. Come abbiamo visto nell’ultimo capitolo, lo stato nazione è sempre stato considerato dall’Occidente come uno strumento tramite il quale rafforzare le proprie istanze.
Il problema è semplicemente il fatto che questo modello in Libano non ha mai funzionato. Il governo libanese è sempre stato frutto di accordi di spartizione del potere concepiti come un sistema di contrappesi tra il peso e la forza di ciascun singolo gruppo confessionale. Questo è uno dei motivi per cui il Libano presenta una storia tanto lunga di interferenze esterne: ogni volta questo o quel gruppo confessionale ha tentato di far valere la propria posizione contro quella degli altri chiamando in soccorso questo o quel protettore esterno. Di casi del genere è fatta la storia degli ultimi cinquecento anni ed è poco probabile che le cose cambino per quanto prevedibile in futuro.
L’abitudine di considerare Hezbollah come “l’altro” che si oppone ad Israele ha chiuso all’Occidente la strada verso ogni più profonda comprensione di questo movimento, che rappresenta l’avanguardia del pensiero sull’evoluzione delle comunità musulmane. Se i politici fossero capaci di vedere un po’ più in là del loro naso osserverebbero, come siamo andati qui illustrando, una comunità islamica che funziona come modello sperimentale del modo in cui una comunità musulmana compassionevole, organizzata secondo giustizia ed equità sia ancora in grado di funzionare anche in uno stato come il Libano, che è dominato dai valori occidentali.
Nel microcosmo rappresentato dall’Islam sciita in un Libano occidentalizzato, sta emergendo l’ideologia, la struttura sociale ed il contenuto umano di qualcosa che potrebbe davvero dare forma, in futuro, al macrocosmo. Si tratta di un processo che ha condotto i capi di Hezbollah a ridefinire il significato di comunità, di cultura, di attività economica e di individualismo secondo modalità nuove; Hezbollah rappresenta un esperimento continuo all’interno di un Libano più grande, e al tempo stesso permette di osservare uno dei modelli più creativi di tutto il mondo musulmano. In prospettiva, i suoi rapporti con Israele possono diventare qualcosa che, nel contesto di una vicenda di una portata tanto maggiore, riveste l’importanza di una nota a piè di pagina.  


1 Albert Hourani, ‘From Jabal Amil to Persia’, in H.E. Chehabi (ed.), Distant Relations, London: I.B. Tauris con il  Centre for Lebanese Studies, Oxford, 2006, p. 52.
2 Ibid., p. 64.
3 Augustus Richard Norton, Amal and the Shi’a, Austin: University of Texas Press, 1987, p. 7.
4 Rania Maktabi, ‘The Lebanese Census of 1932 Revisited: Who Are the Lebanese?’, British Journal of Middle Eastern Studies, 26(2), 1999, p. 219.
5 Elizabeth Picard, ‘The Lebanese Shi’a and Political Violence in Lebanon’, in David Apter (ed.), The Legitimization of Violence, London: Macmillan, 1997.
6 Chiclet è una marca di gomma da masticare da poco prezzo, venduta agli angoli delle strade, il più delle volte da bambini.
7 Souad Joseph, ‘Politicisation of Religious Sects in Borj El-Hammoud’, tesi di dottorato, Columbia University, 1975, p. 210; citato in Richard Augustus Norton, Amal and the Shi’a.
8 Mohammad Fadlallah, Al-Islam wa Muntiq al-Quwwa (Islam and the Logic of Force), Beirut: al-Mu’asasah al-Jam’iyah li al-Dirasat was al-Nashr, 1976.
9 Musa al-Sadr in un discorso del 1975.
10 Timur Goksel, citato in Hala Jaber, Hezbollah, New York: Columbia University Press, 1997, p. 28.
11 Michael Bonner, Jihad in Islamic History: Doctrines and Practice, Princeton, NJ: Princeton University Press, 2006, p. 100.
12 Sayyed Hassan Nasrallah, in un discorso pronunciato il 31 gennaio 2007 a Beirut.
13 Alastair Crooke e Mark Perry, ‘How Hizbullah Defeated Israel’, Asia Times, Ottobre 2006, URL (consultato nel novembre 2008): http://www.atimes.com/atimes/others/hezbollah.html

07 agosto 2012

Alastair Crooke - Resistenza. Aspetti essenziali della Rivoluzione Islamica - Parte II, Capitolo 5 - Dio è un liberale

Karl Popper

L’idea di società aperta, dalla quale provengono le rinvigorite invocazioni per la libertà e su cui si giura quanto sia futile l’opposizione alla visione occidentale del mondo, è nata in origine da una dissertazione sui comportamenti organizzativi delle api, delle formiche e dei gruppi di lontre.
A monte di tutto questo c’è Henri Bergson, un filosofo evoluzionista che ha cercato di capire in che modo le necessità dell’evoluzione della specie hanno influito su comportamenti ed istinti, e come questi ultimi sono stati modificati dall’intervento dell’autonomia della specie e dall’indipendenza. Quando Le due fonti della morale e della religione fu pubblicato, nel 1932, propose l’esistenza di due diversi tipi di organizzazione sociale in natura.
Uno era quello dell’alveare o del formicaio. Stava ad indicare una comunità guidata per intero dagli istinti: non esiste nulla di volontario in queste società. Ogni individuo, semplicemente, ricopre il ruolo che gli spetta. Nel mondo animale ci sono comunque, suggeriva Bergson, forme di società basate sugli istinti meno estreme di queste. Le lontre vivono in gruppi e seguono per lo più il loro istinto, ma dispongono di molta più autonomia rispetto alle api ed alle formiche. Bergson ipotizzò che gli esseri umani devono aver vissuto più o meno in questo modo, prima dello sviluppo della coscienza umana. Definì questo tipo di società intellettuale come “società chiusa”.
Certo, le persone non sono formiche: possiedono una volontà individuale, e questa le porta a “scegliere”: se comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. Nell’analisi di Bergson, la religione assume il ruolo di una sorta di habitus mentale che lega l’intelligenza umana alla ricerca istintiva della solidarietà e dei legami sociali. Secondo Bergson essa è la voce dell’istinto che risuona nella coscienza1. Si tratta di quella che l’autore definisce “religione statica”: quella che in sostanza tiene le persone al loro posto.
Bergson considerò che esiste un altro aspetto della natura umana, aperto all’apprendimento ed al cambiamento, e che il cambiamento allontana le società umane dal mondo chiuso delle tradizioni e dei comportamenti consolidati. Bergson definì la “società aperta” come quel tipo di società in cui questa spinta umana verso il cambiamento può trovare piena soddisfazione. In una società aperta, vengono meno i contesti di coesione tradizionali. I costumi perdono il loro potere di coercizione nei confronti dei singoli individui. Le donne possono fare cose un tempo riservate formalmente agli uomini, i lavoratori non devono più pietire la benevolenza dei signori feudali, e gli individui sono esentati dall’ingombro dei ruoli tradizionali e dei legami familiari.
Karl Popper fece propria la potente metafora di Bergson nella redazione di La società aperta ed i suoi nemici, un’opera destinata ad avere un’amplissima influenza, che fu pubblicata nel 1945.  Questo fu uno scritto filosofico inconsueto perché ebbe un’eco assai più vasta di quella che è normale attendersi per un’opera di questo genere. Ha in gran parte fornito la definizione della maniera in cui gli americani e molti europei hanno considerato e considerano, fino ai nostri giorni, le società in cui vivono; in modo ancora più significativo, esso ha contribuito a definire i modi in cui essi si raffigurano le altre società.
L’iconografia proveniente dal regno animale usata da Bergson è diventata l’elemento centrale della filosofia della storia di Popper. La storia viene concepita come una serie di tentativi posti in atto dalle forze della reazione di inibire l’affermarsi di una società aperta, tramite le armi della religione e dei valori tradizionali, categoria in cui Popper comprendeva i valori sociali e culturali di una società.
La storia, pensa Popper, è stata in buona misura un susseguirsi di sforzi, più spesso coronati da successo che no, dei difensori della società chiusa di inibire le società aperte. Popper non apprezza la presa di distanza dell’Atene di Platone dall’elementare, anarchico e commerciale odoraccio che emanava dal porto perché la considera solo un caso in mezzo ad una lunga serie di risposte reazionarie, che passano dal colpo di coda hegeliano contro la Rivoluzione Francese e arrivano al marxismo dei suoi tempi: tutti tentativi di chiudere le esperienze di società aperta.
Il messaggio era chiaro. Si trattava di una riformulazione in chiave laica del mito anglosassone della libertà, e della sua cultura di competizione costruttiva cui l’Inghilterra sarebbe debitrice delle sue libere istituzioni. Cromwell aveva lottato contro re reazionari e contro l’assolutismo economico in nome della società anglosassone, intesa come aperta; Popper cercò di trasportare la vecchia analogia sassone all’interno del contesto scientifico del darwinismo evoluzionista, allo scopo di proteggere la società aperta dal marxismo laico.
Scrivendo all’inizio della Guerra Fredda, Popper identificò nel marxismo le dottrine del determinismo storico che esso aveva desunto da Hegel, in cui Popper identificò un convinto avversario dell’idea di libertà umana. Marx e la Russia vennero relegati al ruolo di minaccia reazionaria nei confronti della società aperta, concetto che fu poi Reagan a fare proprio, e a riconnetterlo alla tradizione apocalittica tipica del cristianesimo e del manicheismo, toccando un nervo scoperto negli Stati Uniti quando definì l’Unione Sovietica come un “impero del male” intento a cercare di distruggere la libertà.
Il tutto si presentava come l’aggiornamento di una narrativa che, nel far propria la scienza dell’evoluzione della specie, aveva nascosto i propri riferimenti antecedenti, che si trovavano nel retaggio protestante che contemplava un ordine naturale che sorge spontaneamente dalla competizione dei mercati. A molti americani gli scritti di Popper permisero di identificare il sistema economico basato sul libero mercato sia come il prodotto sia come il produttore della società aperta. Essi videro anche nella religione statica una forza minacciosa nei confronti della loro società, e tramite Popper intesero i valori culturali “tradizionali” come parte di una costellazione di dinamiche istintuali che impediva agli uomini di abbracciare una società dinamica.
Da questa concezione derivò la dicotomia, di stampo laico-liberale, tra coloro che vengono dominati -ed il cui comportamento viene controllato- dalla loro cultura di appartenenza e coloro che, indicati generalmente come coloro che vivono in una società aperta, riescono ad elevarsi al di sopra di essa e sono in grado di fare le loro scelte. Questa dicotomia ha avuto delle profonde implicazioni per i musulmani che vivono in Occidente, cosa che traspare dal come esso insiste sulla depoliticizzazione della cultura islamica intesa come forza collettiva, e sulla sua reinterpretazione come scelta personale, come un qualcosa cui aderire oppure no.
Walter Russell Mead, in God and Gold, ha così riassunto quella che molti occidentali hanno considerato, partendo da Popper, come una futile opposizione all’economia del libero mercato:
Come un meccanismo economico, il libero mercato arricchisce e potenzia le società che se ne avvalgono. Le società chiuse che cercano di remare contro corrente ne risultano indebolite, impoverite, ed alla fine sopraffatte. Con lo sviluppo del capitalismo, qualcosa di nuovo è accaduto: la storia ha cessato di essere un susseguirsi di aperture cui seguono le rispettive reazioni di chiusura. E’ divenuta invece la storia di un continuo spostamento verso Occidente, e dell’abbattimento di ogni muro costrittivo2.
L’altro scopo che Popper si prefiggeva nel suo libro era quello di suggerire che il modernismo laico, da solo, non era sufficiente a garantire lo stabilirsi di una società aperta: Marx può aver contemplato aspirazioni alla libertà ed alla giustizia, ma queste non potevano mitigare gli aspetti “chiusi” di un sistema comunista o totalitario. Soltanto le scelte razionali e compiute senza costrizioni da uomini e donne, interagendo nel loro insieme attraverso i meccanismi del libero scambio, potevano portare verso una “vita illuminata e degna di un essere umano in sempre maggior misura” e verso la società aperta. In breve, libertà e democrazia significavano adozione esclusiva di questo modello.


L’ideologia della società aperta

I concetti di società aperta e di libero mercato si legarono  inestricabilmente l’uno all’altro nella mentalità della maggior parte degli americani e degli europei e sarebbero diventati un refrain familiare a sostegno del progetto di una società aperta avente il fine ultimo della redenzione umana, nel successivo periodo di reviviscenza neoliberale in Gran Bretagna ed in America.
Erano queste le linee, sulle quali si adattavano i principi guida dello stato nazione, che dominavano l’immaginario americano nell’epoca della Guerra Fredda. Erano un qualcosa che avrebbe esercitato una potente presa sull’immaginario occidentale, ma che al tempo stesso non aveva alcuna attrattiva per gli islamici, che potevano identificare con chiarezza le sue origini nel pensiero cristiano.
Gli islamici videro in questo modo di pensare la stessa incompatibilità di fondo che secondo la loro analisi presentava il modello economico occidentale, come evidenziato nel precedente capitolo. Gli assunti di base occidentali derivavano tutti dalla credenza che il perseguimento degli interessi privati in una società individualizzata venisse incontro nella miglior maniera possibile alle necessità degli esseri umani. Detto in altre parole, gli islamici erano con tutto questo in profondo disaccordo.
I principi che Popper aveva sintetizzato, tuttavia, già erano stati fatti propri dalla struttura e dalle istituzioni dello stato nazione. Certo, i coloni americani dei tempi dell’indipendenza non avevano potuto contare sul beneficio delle opere di Popper, ma le loro idee riflettevano il pensiero che senza soluzione di continuità era partito dalle lotte protestanti contro il concetto di comunità religiosa e che era giunto, attraverso il puritanesimo inglese, a quei discendenti dei puritani che erano i primi coloni in America.
L’affondare le radici nella lotta tra i protestanti e l’estesa comunità consacrata rappresentata dalla cristianità è qualcosa di importante, perché da questo a loro volta nascono quegli impeti nazionalisti che hanno sconciato il diciannovesimo ed il ventesimo secolo nel modo che sappiamo: i passaggi culturali che portarono allo scontro in quei lontani tempi contenevano in nuce i nazionalisti militanti dall’esteso potenziale distruttivo che sommersero l’Europa nei secoli a seguire.
Uno di questi processi era rappresentato dalla necessità di inventarsi una “sovranità dell’individuo” che sostituisse quella di Dio, che stava al vertice della comunità religiosa, e che non era più adatta ad una lotta protestante che avesse per nemico proprio la comunità consacrata. Fu questa trasformazione, più di ogni altra, a rendere facile l’emersione di uno stato nazione forte, centralizzato e dotato di scopi determinati, centrato su un’identità etnica e sull’uso di una lingua volgare, non appena il Sacro Romano Impero si dissolse in stati nazione laici al tempo del Trattato di Westfalia.
Un altro di questi processi fu rappresentato dall’entusiastica adozione del capitalismo, e dalla necessità del capitalismo stesso che venissero aperti nuovi mercati da parte dei protestanti; un terzo processo fu la separazione da una più ampia comunità consacrata causata dalla personalizzazione, di stampo protestante, del rapporto con Dio e dalla deliberata adozione di un forte individualismo.
Questi processi aiutarono l’impeto nazionalista occidentale a prendere forma, e la connessione di questo impeto al nazionalismo ha aiutato anche il consolidamento di una risposta islamica allo stato nazione.
Thomas Jefferson, al momento di fornire il proprio contributo alla bozza della Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, fece propria l’idea puritana che la natura umana avesse una conformazione tale che un ordine intrinsecamente buono si sarebbe affermato con naturalezza, presentandosi sottoforma di processo storico interpretabile come la progressiva affermazione delle scelte libere e consapevoli di una maggioranza preparata. I diritti umani, secondo Jefferson, nascono da questo ordinarsi secondo natura dei rapporti umani. Questo concetto avrebbe avuto un ruolo centrale nel dare forma alla democrazia ed alla persistente convinzione delle successive generazioni di americani secondo cui lo stato nazione America sarebbe stato in grado di fornire una ricetta di successo per la pace e la libertà in tutto il mondo3.
Il sistema di controlli e di equlibri fra le tre branche del governo, tra il governo federale e quelli dei singoli stati, e la rappresentazione delle diverse classi di cittadini e dei loro diversi interessi nella Camera dei Rappresentanti e nel Senato, furono un tentativo di ricreare in politica, e nelle istituzioni governative, un simulacro dei rapporti e degli scambi competitivi tipici dei meccanismi economici del libero mercato. Jefferson era convinto che la competizione tra istituzioni non avrebbe portato caos e conflitti, ma ordine ed armonia.
Si trattava della competizione sregolata delle tribù germaniche dell’epoca precedente quella anglosassone, riprodotta in forma istituzionale. Era anche un restringimento ed una cristallizzazione del concetto di coscienza nazionale ad un àmbito molto limitato.
Il cristianesimo aveva diffuso la credenza che la storia fosse un processo continuo destinato ad una fine predeterminata, ed è dal cristianesimo che nacque la certezza secondo la quale, negli ultimi giorni, la storia avrebbe giunta ad una specie di punto morto. Pensatori laici come Marx e Francis Fukuyama hanno fatta propria questa prospettiva teleologica, che sostiene il loro parlare di “fine della storia”.
Dietro questa concezione sta l’assunto secondo il quale la storia non va compresa in termini di cause e di eventi, ma riguardo al suo scopo ultimo, che è la salvezza dell’umanità. Questa idea ha fatto il suo ingresso nel pensiero occidentale soltanto con il cristianesimo, e lo informa di se stessa dacché il cristianesimo esiste4.
Quando gli Americani cominciarono ad osservare la propria storia in questa prospettiva, la credenza in un destino manifesto che era stata formulata nel corso del diciannovesimo secolo divenne essa stessa parte di questo processo. L’idea di un salvatore messianico si trasformò nella credenza in un’America intesa come “nazione redentrice”, di una redenzione che si raggiungeva attraverso la volontà e le azioni umane5.
Tutto questo ha retto un potente tipo di fede, laicizzata nel XVIII secolo da pensatori positivisti che pensavano che la crescita della conoscenza fosse la forza trainante del progresso sociale e politico, e che tenevano nella massima considerazione la scienza e la tecnologia per la loro capacità di accrescere il potere dell’uomo.
L’azione umana, unita al pensiero scientifico, prospettava la promessa di rivelarsi una potenza capace di tali trasformazioni da ritenerla paragonabile all’evento apocalittico considerato dai cristiani come lo strumento in grado di trasformare radicalmente gli uomini.
Sotto questo nuovo credo il pensiero strumentale conobbe una vasta espansione. Cominciò a parere sempre più assurdo, per molte persone comuni in Europa ed in America che mentre la scienza e la conoscenza crescevano per importanza e per considerazione, si dovesse affidare la gestione dei tempi moderni ad una guida divina, o cercare l’aiuto nelle sacre scritture per mettersi ai comandi di un aereo, tanto per fare un esempio.
Questi teorici del positivismo pensavano che la scienza, più che la religione, avrebbe svelato i fini ultimi dell’agire umano, e che la ricerca condotta in modo scientifico avrebbe eliminato problemi sociali vessatori, risolto il problema della scarsità di risorse e creato un mondo migliore.
Per certi versi, tutto questo era vero. Per molti altri le cose andarono in modo opposto a quanto sperato: ai più grandi contributi all’avanzamento della conoscenza scientifica fecero da contraltare cose -come il concetto di riforma del mercato o quello di ingegneria etnica nelle società musulmane- che, come abbiamo visto nei precedenti capitoli, condussero direttamente al genocidio, al massacro, alla pulizia etnica.
Molti di coloro che avevano fatto proprio il concetto di disuguaglianza razziale, maggioritario e molto in voga nell’Europa del XIX secolo, pensavano che le riforme sociali potessero in qualche modo compensare gli svantaggi innati delle stirpi inferiori: in fin dei conti tutti gli esseri umani potevano partecipare alla civiltà universale prossima ventura, ma soltanto se avessero abbandonato i propri stili di vita, per adottare quelli europei6.
In questo modo, il credo positivista si auto incaricò dello sviluppo di una scienza della società; una scienza che doveva basarsi, e su questo i positivisti furono molto chiari, sulla fisiologia umana. I positivisti credevano che le caratteristiche fisiologiche delle persone potessero spiegare molta parte del comportamento umano.  Questo avrebbe portato allo sviluppo della pseudoscienza ottocentesca nota come frenologia, che pretendeva di essere in grado i identificare facoltà mentali e morali delle persone, nonché la loro tendenza a delinquere, tramite lo studio della forma del cranio. La metodologia fu poi perfezionata per servire nei tribunali, per decidere chi fosse colpevole e chi innocente.
La scienza della razza, gli esperimenti nazisti del ventesimo secolo, la frenologia, la psicologia freudiana, lo sviluppo industriale pianificato, le politiche marxiste-leniniste e la sterilizzazione dei pazienti psichiatrici: tutti concetti che in vari tempi sono stati indicati con entusiasmo come verità scientifiche. Le conseguenze di ciò sono state ad un tempo brutali e tragiche7.


Una razionalità capovolta

Nell’introduzione a questo libro abbiamo riportato le affermazioni del religioso iraniano che sottolineava, dal punto di vista islamico, la vastità e la gravità di queste conseguenze brutali e tragiche, delle quali i musulmani sono stati spesso le vittime. Disse che nelle tragedie che l’Occidente aveva scatenato in tutto il mondo e che sono prive di qualsiasi paragone con quelle del passato, esso Occidente aveva accampato a giustificativo per le proprie azioni la scienza e la conoscenza, le cose più sacre che l’uomo possieda. Quello che ha reso questi disastri i peggiori in assoluto, spiegò, era il fatto di essere conseguenza delle azioni di uomini politici che stavano facendo quello che credevano fosse giusto. Tutti erano stati commessi in nome della democrazia e del bene dell’uomo, diceva.
Il religioso specificò tre elementi che secondo lui erano responsabili di un autentico capovolgimento del pensiero occidentale, ridottosi a commettere, sia pure in nome delle migliori intenzioni, simili atti di terrore e di brutalità in nome della scienza, della democrazia e del progresso dell’essere umano. Tutto questo si era a suo dire verificato in primo luogo perché l’empirismo occidentale aveva fatto sì che gli esseri umani venissero trattati come meri oggetti singoli, che acquisiscono un loro significato soltanto se altri soggetti parimenti umani gliene assegnano uno.
L’empirismo occidentale ha ridotto gli esseri umani ad esemplari da studiare, ad oggetti da investigare in modo sempre più strettamente centrato e scollegato da tutto il resto. Comportandosi in questo modo l’Occidente si è perso per strada: non riesce più a concepire il singolo essere umano come parte dell’umanità, come parte della natura e dell’universo. Ha separato le esistenze singole rispetto ad un più ampio quadro di conoscenza. E questo ha spinto l’uomo a considerare la natura atomizzandola allo stesso modo, come un oggetto da controllare e anche da dominare.
Il secondo passo errato, disse, è stato il considerare in qualche modo rappresentativo di “valori reali” la soddisfazione individuale di brame ed appetiti. Questa concezione distorta è il punto cruciale in cui l’autentico essere si separa dalla sua innata conoscenza della morale. Anziché avvalersi della propria coscienza morale, fondata sui concetti di giustizia, di rispetto verso gli altri esseri umani e sul senso di equità, ogni individuo ha cominciato a ricostruire valori propri ed individuali, attorno alle proprie necessità e ai propri desideri.
Questo separa inoltre l’uomo da una cultura condivisa dotata di significato politico. Una società conforme a criteri di giustizia è una società che può creare una cultura condivisa di comportamenti disinteressati, ma il far diventare la cultura una questione di scelte personali intesa come modo di vivere, ovvero il trasformarla in un bagaglio individuale di pratiche e di credenze personali e private, la trasforma in senso letterale: le stesse pratiche e le stesse credenze individuali non sono più tenute a freno dal potere della comunità e diventano espressione di idiosincrasie private e personali. Non rappresentano più la pubblica rete di norme e di regole cui possa aspirare una collettività che coltivi un ethos comune.
Il terzo e più grave aspetto specificato dal religioso era che l’adozione universale in Occidente del pensiero strumentale che la scuola positivista ha così drammaticamente rappresentato, e di cui i Giovani Turchi si sono dimostrati a loro tempo così ferventi seguaci.
Gli islamici credono che la razionalità strumentale, in pratica il calcolo dei mezzi più efficienti per arrivare alla soddisfazione di un dato desiderio, abbia dominato il pensiero occidentale per tutto il corso degli ultimi trecento anni. Lasciare che la razionalità strumentale diventi la forma predominante della conoscenza  significa intraprendere un percorso che separa drasticamente il pensiero occidentale dalle radici che accomunano filosofia islamica e filosofia occidentale, e che affondano nella tradizione greca classica.
Quando gli islamici riconoscono la validità ed i meriti dell’approccio empirico occidentale affermano anche che se esso verrà usato come unica categoria di pensiero, escludendo il ricorso ad altre categorie, non farà che portare esattamente agli stessi eccessi che hanno macchiato la storia occidentale nel corso degli ultimi due secoli. Questo è vero soprattutto nei casi in cui è il nazionalismo militante a far proprio il pensiero strumentale. Gli islamici considerano questi eventi e le conseguenze sociali che ne sono derivate il frutto delle azioni di uomini in cui le competenze cognitive si sono atrofizzate fino a ridursi in tutto e per tutto al mero calcolo dei mezzi più efficienti per raggiungere un certo scopo. 
Il montare della reificazione scientifica della natura ha portato all’abbandono del pensiero deduttivo e di quello sillogistico; soprattutto ha separato gli esseri umani dal mito, dalla leggenda, dalla intuizione, dalla veggenza, dalla poesia e dalla capacità di meravigliarsi, che ci derivano tutte da percezioni che stanno al di là del tattile e del visivo e che ci offrono altre forme di conoscenza ed una diversa comprensione del mondo reale.
Secondo gli islamici le istituzioni e le strutture dello stato nazione di tipo occidentale riflettono il libero mercato ed il cristianesimo che stanno loro alla base; essi però notano anche che il pensiero razionale strumentale sta deformando e manipolando le persone in misura sempre maggiore. Gli schemi comportamentali sociali si evolvono in forme maggiormente istituzionalizzate di razionalità strumentale, che al tempo stesso imprigionano il comportamento, sia pure in modo impercettibile, e condizionano il modo che gli occidentali hanno di vedere il mondo. Il risultato è lo sviluppo di una mentalità empirica, calcolatrice ed utilitaristica. Si instaura un circolo vizioso, in cui la razionalità strumentale diventa totalizzante ed esclusiva.
Davanti all’instaurarsi del dominio della razionalità strumentale, i musulmani come il nostro religioso iraniano, si accorgono che la scienza e la tecnologia tanto celebrate dai positivisti per la loro capacità di espandere le potenzialità umane si deformano fino a trasformarsi in brama di dominio e di controllo. E’ ironico, ma tutto quello che all’epoca dei Lumi si pensava che avrebbe liberato l’essere umano dai limiti della sua natura si è deformato e ritorto contro l’uomo stesso. Man mano che l’economia di mercato di stile occidentale si imponeva, gli esseri umani si ritrovavano assoggettati a reti sempre più pervasive di disciplina amministrativa e di controllo, messe in opera da élite sempre più potenti e accentratrici.
Gli islamici considerano questi aspetti disumanizzanti, individualizzanti e polizieschi della razionalità strumentale come perdite di libertà, e come la via principale attraverso cui il dominio dell’uomo sull’uomo ha ottenuto legittimità. La loro analisi ha profondamente influenzato il concetto di che cosa sia la libertà, e di conseguenza ha provocato anche una riconsiderazione complessiva di che i vocaboli democrazia e stato nazione dovrebbero indicare.
La democrazia in Occidente è stata definita, per usare l’espressione di James Paine, come la istituzionalizzazione della mano invisibile, della quale lo stato nazione rappresenta l’espressione politica. In questi termini essa non è conciliabile con l’Islam, così come non lo sono i meccanismi del libero mercato: inconciliabili, perché non in grado di risolvere la tensione tra gli obiettivi individuali e gli obiettivi comuni degli esseri umani.
La Rivoluzione Iraniana ha dimostrato che esisteva per gli iraniani la possibilità di sfuggire al dominio della soggezione alle norme di ispirazione laica ed al pensiero strumentale di tipo occidentale. Gli iraniani furono liberi di rifarsi alla lunga tradizione della filosofia persiana e di imparare a pensare in una maniera differente. Ecco da dove deriva il senso di liberazione e di libertà che sconcerta tanto gli occidentali, che vedono nell’Islam un qualcosa di intrinsecamente destinato a mettere su ogni libertà una cappa di irrazionale fede religiosa. Per molti musulmani la rivoluzione rappresentò una rottura nei confronti della natura ricattatoria di un sistema di pensiero come quello occidentale che, in linea generale, escludeva la metafisica e qualunque altra categoria di pensiero dall’àmbito della sua modernizzazione “oggettiva” e laicizzata.


L’empirismo come ricatto

Uno scrittore e studioso islamico si è interessato al modo in cui lo strumentalismo occidentale ha oppresso e depauperato le produzioni letterarie e filosofiche islamiche nel corso degli ultimi duecento anni, fino ad epoca recente. Dal suo punto di vista la cosa peggiore è data dal fatto che sono stati gli stessi studiosi musulmani, catturati dalla frenesia di occidentalizzarsi, ad autoimporsi un simile “ricatto”.
Frantz Fanon, nella sua analisi della psicologia degli algerini colonizzati esposta in Pelle nera, maschere bianche descrive bene le condizioni degli scrittori musulmani in questo periodo:
Ogni popolo colonizzato -in altre parole ogni popolo nella cui anima è stato indotto un complesso di inferiorità con la morte e la sepoltura della sua cultura originale e locale- si trova a tu per tu con il linguaggio del paese colonizzatore. L’individuo colonizzato viene elevato al di sopra del suo stato di abitante della giungla in base al grado in cui fa propri gli standard culturali del paese colonizzatore. Diventa più bianco man mano che rinuncia alla sua negritudine, alla sua “giungla”8.
Gli iraniani sono fuggiti dal ruolo che li faceva ingranaggi di una macchina. Sono fuggiti da “questa indifferenza, queste maniere automatizzate di catalogare, imprigionare, riportare l’uomo ad uno stato primitivo e privarlo della sua civiltà”9. La rivoluzione ha consentito loro di fuggire dal linguaggio e dalla cultura del paese colonizzatore. La loro liberazione è nata dal fatto che hanno attaccato non soltanto questi due aspetti, ma anche le radici stesse della razionalità, intesa come operante sul piano politico.  Un leader di Hezbollah ha affermato:
Per noi, questo ha significato che eravamo liberi di pensare per nostro conto a che cosa fosse giusto o meno. Ecco la nostra principale e significativa differenza rispetto all’Occidente. Non siamo più costretti ad usare un solo tipo di pensiero. Hezbollah riflette profondamente su un problema, e poi decide che cosa è giusto. Soltanto dopo si passa all’azione, in base a quanto noi pensiamo che sia giusto; proprio perché è giusto, anche se nel breve termine o alla lunga dovesse comportare un prezzo e magari non raggiungesse risultati immediati. Noi lo facciamo, perché il nostro pensiero ci dice che quella è la cosa giusta da fare.
Questa sensazione di possedere  schemi cognitivi in aperta rottura con il passato è propria anche della prospettiva di Hamas, che non scende a patti con le regole occidentali. Se queste regole escludono in linea sistematica, il pensiero islamico, se si tratta soltanto di una discussione sui mezzi e sui fini condotta in termini occidentali, “Di che cosa mai c’è da discutere?” come ci fece ironicamente notare un leader di Hamas.
Secondo Qutb, in Occidente gli schemi organizzativi di una società moderna ed atomizzata si sono ripercossi negativamente anche sulle condizioni fisiche e mentali dei musulmani e degli esseri umani in generale. Il privilegio accordato in Occidente al materialismo, in una comunità che non è altro che la somma dei suoi costituenti individuali, e ad una concezione della natura come insieme di particolari reificati, ha condotto a perdere di vista l’insieme complessivo delle cose. Qutb ha accusato l’Occidente di essere ossessionato dal benessere materiale, dall’individualismo e dai propri esclusivi interessi economici e politici. A suo dire il pensiero strumentale occidentale ha la responsabilità di aver spinto l’intera società a sbilanciarsi in questo modo.
Qutb avanza l’idea di un Occidente sovvertito; la civiltà è senz’altro progredita grazie al suo dominio sulla natura reso possibile dalla tecnica, ma è regredita dal punto di vista culturale: il pensiero e l’esperienza ne hanno sofferto. La forma di tirannide del XXI secolo è rappresentata da tutto questo e Slavoj Žižek così ne ha definito la sostanza: le vittime ultime del positivismo non sono, come si crede comunemente, le “fumose” nozioni metafisiche tanto aborrite dai positivisti, ma gli stessi fatti concreti. In questo modo la scienza funziona come una forza che agisce nel campo sociale, come una specie di istituzione ideologica: la sua funzione diventa quella di produrre delle certezze, di fare da punto di riferimento affidabile, e di fornire speranza. La laicizzazione perseguita dal positivismo radicale trasforma l’uomo in un essere privo di empatia, privo di grandi passioni e di grandi coinvolgimenti, ed in fin dei conti trasforma la vita stessa in un processo anemico ed astratto10. Žižek continua:
La scienza oggi compete concretamente con la religione, e sul suo stesso terreno, perché provvede a due necessità di tipo essenzialmente ideologico: la necessità di speranza e la necessità di censura, che tradizionalmente sono il campo di azione della religione. Per dirla con John Gray, la scienza soltanto ha il potere di ridurre gli eretici al silenzio. Al giorno d’oggi è l’unica istituzione rimasta a poter avanzare pretese di autorità. Come la Chiesa nel passato, ha il potere di distruggere, o di marginalizzare, i pensatori indipendenti… Dal punto di vista di chiunque apprezza la libertà di pensiero si tratta sicuramente di qualche cosa di brutto, ma senza dubbio è da qui che soprattutto nasce il prestigio della scienza. Per noi, la scienza è qualcosa in cui cercare rifugio dalle incertezze, qualcosa che promette, e in qualche misura mantiene anche, di realizzare il miracolo di liberarci dal pensiero, mentre le chiese sono diventate i santuari del dubbio11.
Lo stato nazione, la richiesta di riforme avanzata alle società musulmane ed il positivismo intransigente si sono abbattuti sull’Islam in molti modi disastrosi e brutali: il modo in cui lo stato nazione è stato introdotto in Medio Oriente nel corso dell’ultimo secolo ha soltanto aggiunto a tutto questo la sensazione di trovarsi davanti ad una continua tragedia.
In Medio Oriente le nuove frontiere nazionali tracciate dai colonialisti evitano deliberatamente di tenere conto della distribuzione delle etnie sul territorio. I colonialisti britannici e francesi, ad esempio, hanno creato lo stato dell’Iraq seguendo linee che non corrispondono a nessuna concentrazione etnica omogenea. Fu scelto, deliberatamente, di creare uno stato che somigliasse a un minestrone. Invece di tenere conto della distribuzione delle etnie, è chiaro che i britannici, agendo con regolarità ed in modo intenzionale, ritagliarono una maldestra mappa in nome di una cosciente politica di sfruttamento coloniale praticata in tutto l’impero; una politica, che poneva le minoranze etniche in una posizione di vantaggio, nell’intento di utilizzarle per facilitare il dominio coloniale.
Mettendo le minoranze in una posizione di privilegio, i britannici potevano costruire uno stato indebolito ed in cui esisteva la possibilità di mettere una minoranza contro l’altra. Il potere coloniale poteva cooptare una élite da esso dipendente, che si schierasse con i britannici nella difesa del potere. Gli autori di questa strategia sapevano che se il sostegno britannico fosse in un qualsiasi momento venuto meno, la minoranza cooptata cui appartenevano non sarebbe sopravvissuta a lungo con i propri soli mezzi. Tutti sarebbero presto caduti vittime di altri raggruppamenti etnici più numerosi. Questo timore alimentava la coesione tra le amministrazioni coloniali ed i colonialisti britannici.


Ripensare lo stato nazione

Avendo fatto l’esperienza dello stato nazione e della spinta occidentale verso il nazionalismo militante, non sorprende che i musulmani abbiano cominciato a considerare i fattori che hanno dato origine alle aspirazioni nazionaliste di impronta laica. Nel riflettere su questo, sono stati portati a ricordare che il nazionalismo ha a suo tempo rappresentato il risultato del venire meno della cultura permeata di sacralità che lo aveva preceduto.
Storicamente, l’immagine della Umma è stata in larga parte costruita con i mezzi della lingua sacra e degli scritti. Ciascuno dei suoi appartenenti, che provenivano da regioni molto diverse della vasta estensione territoriale in cui la Umma è esistita, non sapeva nulla del linguaggio dell’altro, ma era in grado di comprendere l’altrui pensiero perché basava la propria comprensione sui valori condivisi del Corano.  Si trattava di una tradizione in cui gli stati venivano definiti dai centri, le frontiere erano permeabili e vaghe, le sovranità si sfumavano impercettibilmente l’una nell’altra. Di qui, abbastanza paradossalmente, la facilità con cui gli imperi pre-moderni riuscivano a controllare per lunghi periodi di tempo popolazioni sparse su aree sterminate, eterogenee e spesso neppure contigue dal punto di vista territoriale12.
Se si prendessero in considerazione il nazionalismo e le caratteristiche negative dello stato nazione occidentale osservandoli non dalla prospettiva di una ideologia politica di stampo nazionalista sviluppata in piena consapevolezza, ma dalla prospettiva dei multiformi processi religiosi e politici che hanno preceduto il sorgere del nazionalismo settecentesco, questi processi di natura esattamente opposta come la comunità unita da vincoli a carattere sacro -contro la quale l’impulso nazionalista fu una sorta di risposta-  potrebbero presentare agli islamici una soluzione contro l’irrompere dello stato nazione nelle società musulmane.
In altre parole, gli islamici potrebbero trovare nelle tradizionali comunità tenute insieme dalla religione che hanno preceduto il sorgere dello stato nazione la potenzialità di formulare risposte con le quali contrastare lo stato nazione come oggi si presenta loro.
Un pensatore islamico, che si autodefinisce vicino a Hezbollah e che ha trascorso molto tempo cercando un sistema che metta gli islamici in condizione di controbattere alle manifestazioni di potere statale da parte dell’Occidente, ha avanzato l’ipotesi che la risposta islamica sia stata quella di esaminare le possibilità di creare una struttura organizzativa differente dalla gerarchia occidentale, attraverso quella che è stata definita una “struttura a rizoma”: una rete che mobilita i suoi appartenenti su un piano orizzontale ed unificante, simile in questo alla struttura piatta delle radici  tipica di una pianta che si espande orizzontalmente. 
In precedenza un altro membro di Hezbollah aveva descritto le “comunità di competenze” come una forma di resistenza al potere occidentale in grado di costituire un centro attorno al quale i musulmani possono unirsi, invece di farsi imprigionare nel paradigma dello stato nazione, e che potrebbe sfidare il potere statale dell’Occidente avvalendosi di una diversa piattaforma strutturale ed organizzativa13.
Queste “comunità di competenza” non stanno cercando di regredire verso una forma di organizzazione meno efficiente: piuttosto tentano di liberarsi dalla gerarchia, se di gerarchia occidentale si tratta, o di formare leadership arabe per rifuggire dalla vulnerabilità, dalla dipendenza e dalla asimmetria nei giochi di potere tramite l’adozione di reti piatte e prive di un centro vero e proprio.
Abbiamo concepito la cosiddetta struttura organizzativa piatta dapprincipio per ragioni difensive. Il primo obiettivo di Hezbollah era quello di costruire un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana del Libano [nel 1982] e alle azioni statunitensi in Libano nello stesso periodo. La struttura piatta era fatta per la resistenza, ma cominciò gradualmente a servire anche alle necessità sociali del movimento, che finirono per evolversi come componente integrata nell’àmbito di una resistenza di più vasta portata.
Certamente, la dimensione politica della struttura piatta derivava dal concetto di Rivoluzione formulato da Khomeini, secondo il quale l’obiettivo doveva essere quello di restituire potenzialità ai “diseredati”; una invocazione coinvolgente, che veniva dalla traduzione persiana di Ali Shariati de I dannati della terra di Fanon. Una rete orizzontale permette alle masse di organizzarsi per agire politicamente ed offre anche una qualche protezione dall’imperversare dei servizi segreti.
La Rivoluzione Iraniana ha creato identità nuove, e dotato i costrutti islamici di significati nuovi. In quel periodo la legittimazione dello stato nazione fu pressoché distrutta dal fatto di essere associata allo Shah ed agli interessi occidentali. Abbiamo cominciato a costruire un’identità attorno alle strutture sociali di base come la famiglia, i gruppi familiari e la comunità; a partire da questa base abbiamo sviluppato l’ideologia e la leadership del movimento. Certo, la struttura non è perfettamente orizzontale perché l’Islam sciita prevede una leadership tradizionale (attraverso le sue scuole religiose e la sua guida collegiale di esperti).
Le comunità orizzontali tenute insieme da meccanismi sociali e la presenza di una ideologia basata su valori condivisi e sulla volontà di resistere, si sono rivelate efficaci per la mobilitazione e l’attivismo politico, che a loro volta hanno conseguito vantaggi ben al di là della iniziale motivazione puramente difensiva.
La rete islamica di comunità tenute insieme da legami paritari si oppone allo strutturalismo gerarchico occidentale, alle sue rigide linee di controllo, con una rete di cellule che possono cambiare forma ed evolversi. La forza dello stato occidentale com’è tradizionalmente inteso ha il massimo della sua efficacia quando si accanisce su quegli stati nazionali deboli di cui l’Occidente ha deliberatamente cosparso le sue ex colonie. Gli stati occidentali però hanno poche chanches contro le reti orizzontali,  che dal momento che sono “attori non statali”, hanno la tendenza a risentire di meno degli strumenti di controllo di tipo occidentale come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU o le agenzie e le organizzazioni internazionali.
Il fatto che l’Occidente non riesca a trovare il punto stabile su cui poggiarsi per imporre la propria volontà alle reti comunitarie a bassa tecnologia tramite convenzioni legali, e l’esistenza di un sistema internazionale basato sul principio della comunità di stati nazione, concepito per conferire in partenza una posizione vantaggiosa agli stati nazione più potenti, mina per forza di cose la credibilità di questo stesso potere. Il percepito fallimento del sistema nell’imporre la propria volontà o di spazzare via simili reti rappresenta un catalizzatore capace di spingere altri a tentare la stessa sfida, perché capiscono che il potere occidentale non è invincibile, e questa tendenza sta rafforzandosi.
Esiste qualche somiglianza tra il concetto contemporaneo ed in continuo sviluppo di strutture organizzative di livello orizzontale, ed il sistema ottomano dei millet come esso era prima del diciannovesimo secolo: a gruppi etnici e confessionali differenti, all’interno dell’impero, veniva garantito un considerevole grado di indipendenza insieme al diritto all’autogestione. Esisteva anche un qualche grado di autonomia, dal momento che questi gruppi semiindipendenti mantenevano le loro prerogative in materia di tasse e di erario. Questo tipo di ampia autonomia riusciva particolarmente efficace nell’aiutare la convivenza di comunità etniche e confessionali sparse su un gran numero di giurisdizioni formali, e che spesso non occupavano territori contigui.
Il sistema si sviluppò ai tempi degli Ottomani pere risolvere il problema della coesistenza con gli elementi confessionali non musulmani ed un numero pletorico di gruppi etnici in un impero esplicitamente definentesi come sunnita. Sunnita al punto che il califfo rappresentava il vertice di questa rete di gruppi semiautonomi, che aveva una organizzazione quasi piatta, a due livelli, in cui i sunniti occupavano il livello superiore.
E possibile intravedere una riformulazione della tradizionale comunità di tipo sacrale che ha Dio al suo vertice, che  agisce come modello informale in qualche modo connesso alla legittimazione della Umma, e contraddistinto da movimenti islamici semiautonomi, collegati in rete e che operano non sotto un califfo (almeno non per il futuro immediato) ma sotto l’egida di una leadership musulmana omologa ai centri delle epoche passate. In una certa misura questo assetto già esiste, seppure a livelli molto informali.
Un ordine meno centralizzato e fondato sulle reti, ha suggerito un interlocutore di Hezbollah, si tradurrà in una società globale con minori stratificazioni in materia di potere e meno disparità di ricchezze all’interno delle comunità. Col potere statale decentralizzato e diffuso a livello locale, si creano le condizioni perché diminuiscano le possibilità di scatenare un conflitto di tipo convenzionale: ridurre l’influenza delle tendenze competitive e sfruttatrici tipiche del sistema gerarchico, secondo la sua previsione, significherebbe anche ridurre l’instabilità.


Quando si inverte il carattere aperto della società

Quando Bergson coniò l’espressione “società aperta” negli anni Trenta del ventesimo secolo e la congiunse irreversibilmente, nelle menti della maggior parte degli occidentali, al loro consacrato approccio basato sull’ordine che sorge dagli scambi mercantili. Bergson andava di pari passo con la convinzione occidentale secondo la quale il cammino della storia verso il suo culmine rappresentava la volontà divina o, per i non credenti, la piena realizzazione della natura umana con l’aiuto della scienza e della tecnologia. Coloro che si intenderebbero di ostacolarlo, come gli islamici, starebbero combattendo contro la volontà d’Iddio oppure appartengono a forze reazionarie che cercano di ostacolare gli istinti e le aspirazioni umane, postulate come naturali, che spingerebbero l’uomo verso la società aperta.
Nel definire la società aperta Bergson definì simultaneamente anche il suo opposto. Questo opposto è rappresentato dalla società chiusa, caratterizzata soprattutto da una religione di natura statica che diventa una sorta di habitus mentale che rende cieca l’intelligenza umana nei confronti della spinta innata alla solidarietà ed alla coesione: qualcosa che mantiene immobili i popoli e le società.
Non fu Bergson, ma Popper a trasformare questi due concetti in contendenti in una lotta manichea. Nel suo La società aperta e i suoi nemici descrisse un lungo duello tra la società aperta e buona e le forze della reazione, ovvero la religione ed i valori tradizionali, impegnati in una perpetua lotta per sminuire la libertà. Come abbiamo già notato, si pretendeva, in modo cromwelliano, la libertà personale necessaria ad incoraggiare l’allora nascente capitalismo e a far prosperare le politiche liberali.
Mentre la società aperta fu senza dubbio definita da Popper per il pubblico americano come società americana, il concetto contrario, la categoria opposta fu dapprima simboleggiata dal marxismo, ed oggi è simboleggiata per la maggior parte degli americani dall’Islam, che viene considerato come una società chiusa archetipica e raffigurato come tale.
Dalla contrapposizione di queste due categorie opposte deriva che non soltanto l’Islam diventa, per definizione, una forza della reazione che tenta di conculcare le libertà occidentali, ma anche un movimento destinato a fallire.”I nostri nemici” disse Oliver Cromwell, “sono i malvagi del mondo, in patria e oltreconfine. Sì, agite bene, e convincetevi di quale sia l’interesse d’Iddio e non dedicatevi altro che ad esso… tutto ciò che è nelle interesse della Cristianità è nell’interesse vostro”14.
Dietro tutto questo sta la concezione cristiana della storia come movimento non necessariamente lineare -con i suoi insuccessi e i suoi passi indietro- ma comunque dotato di uno scopo intrinseco che verrà senza dubbio raggiunto. La versione laica di questa concezione della storia manca della certezza di un punto culminante, ma considera i progressi nei campi della scienza e della tecnologia come parte di un movimento di inevitabile progresso che conduce verso un traguardo universale.
In altre parole, Dio è un liberale: ha creato la natura umana in un modo tale che il meccanismo mercantile della vita politica ed economica si adatti alla perfezione alla natura umana. Popper e la maggior parte degli occidentalisti pensano che sia un adattamento migliore di quello di ogni altro sistema politico o economico in competizione con esso che gli islamici potrebbero inventarsi. Il collasso dell’Unione Sovietica ha rappresentato l’ultimo tentativo di un potente movimento di massa di organizzare se stesso su basi diverse da quelle del capitalismo e del libero mercato. La sconfitta sovietica ha provato una volta per tutte che tentare di opporvisi è inutile, ha concluso Francis Fukuyama, portando Popper alla sua conclusione logica.
Chiaramente non c’è alcuna logica, in questa prospettiva, nello sprecare molto tempo cercando di comprendere l’Islam, dal momento che la sua eclissi è concepita come qualcosa di darwinianamente inevitabile. E’ semplicemente necessario calpestare quelle formiche della metafora di Bergson che sono guidate da una religione statica, nella quale ogni individuo adempie il ruolo assegnatogli nel formicaio, in una allegoria che in un’ottica contemporanea allude al totalitarismo.
Gli occidentalisti più inclini all’ottimismo fanno propria una prospettiva storica più lunga: il cattolicesimo ha avuto una storia di lunga ed aspra opposizione ai valori della società aperta, prima di fare pace con essa. Allo stesso modo, sperano di vedere un crescente pluralismo prendere forma all’interno dell’Islam, che permetterà ad esso di prendere il suo posto all’interno di una comunità di nazioni dinamica ed aperta di tipo occidentale.
Da questa speranza deriva l’uso politico europeo di creare leader musulmani “moderati” attorno ai quali l’Islam possa essere dirotto all’inoffensività ed al pluralismo, allo stesso modo in cui la Chiesa Cattolica, dopo gli aspri conflitti religiosi e politici con il mondo anglosassone, dovette arrendersi all’ineluttabilità del successo del libero mercato comprendendo quanto fosse inutile opporvisi. La Chiesa Cattolica ha abbandonato la propria opposizione al pluralismo nel 1965, quando ha formalmente accettato la libertà di religione come principio morale. Si è fatta tollerante.
Popper, nella sua interpretazione dicotomica di società aperte e chiuse, ha omesso un aspetto fondamentale dell’originaria analisi di Bergson. Nel caso ad Ali Shariati, a Khomeini o a qualunque altro dei grandi leader islamici fosse stato chiesto cosa pensavano della definizione di religione statica usata da Bergson, che indicava con essa una forza passiva che mantiene immobile una società nei suoi precetti e nelle sue tradizioni, tutti si sarebbero detti perfettamente d’accordo. L’intero percorso della lotta politica e della rivoluzione islamica, come abbiamo sostenuto in queste pagine, si è posto in questo ambito una questione molto precisa: come trasformare l’Islam in una religione dinamica, aperta e rivolta al futuro.
Il fatto che la Rivoluzione Iraniana abbia contrassegnato lo spartiacque oltre il quale l’islam sciita è stato recuperato come forza dinamica e rivoluzionaria, nonché l’importazione di questo cambiamento anche negli ambienti sunniti siano passati pressoché inosservati in Occidente rappresenta una buona testimonianza di quanto bene possa funzionare una buona metafora.
La risposta a questa cecità, o a questo neppure tentare una comprensione dei fenomeni in materia di Islam è dovuta senza dubbio almeno in parte alle potenti meccaniche di una metafora antinomica in cui il concetto di chiuso si contrappone a quello di aperto. La forza di questo costrutto semplice, che affonda le sue radici in miti antichi che continuano a riecheggiare poderosi, ha prodotto una concezione occidentale dell’Islam che è troppo meccanicamente semplicistica e rigida per poter superare la propria hybris, che è la convinzione che ogni sfida alla perdurante ed universale supremazia occidentale sia destinata al fallimento, nonché completamente priva della percezione del fatto che sia necessario tentare di comprendere l’Islam.


Un concetto dinamico della religione come catalizzatore per il cambiamento dell’ordine sociale

Bergson fece caso anche ad un’altra cosa che invece manca nella continuazione della sua tipologia realizzata da Popper: l’altro aspetto del comportamento umano, quello regressivo che implica il rifugiarsi negli istinti, rappresenta un’apertura verso l’apprendimento ed il cambiamento che spinge l’umanità lontano dal mondo chiuso della tradizione e degli schemi. E proprio l’allontanamento dalla tradizione ha caratterizzato l’etica di fondo e gli scopi della Rivoluzione Iraniana. La “spinta per il cambiamento” di Bergson, intesa come concetto qualificante della società aperta, pone la rivoluzione come un simbolo peculiare delle dinamiche della nostra epoca.
Sostenne anche che le società aperte dovrebbero incarnare ideali ed aspirazioni, e notò che la società occidentale industriale e moderna era ancora ricca di molte delle caratteristiche tipiche delle società chiuse. In altre parole, Bergson scriveva molto più sfumato di quanto lo sia la metafora semplice per la quale viene soprattutto ricordato. Bergson contemplava anche un altro tipo di fattore capace di spingere verso la società aperta e si tratta di qualcosa che Popper lasciò cadere quando fece propria la tipologia bergsoniana.  Bergson aveva identificato nella concezione dinamica della religione un fattore chiave in grado di spingere le persone ad adottare un cambiamento.
L’elemento che manca in Popper, la concezione di religione dinamica presentata da Bergson, mette in questione tutta la concezione dell’Occidente inteso come società aperta e dell’Islam inteso archetipicamente come società chiusa. Se apertura significa, come afferma Bergson, attaccamento “agli ideali ed alle aspirazioni”, allora è l’Islam, con la sua aspirazione alla giustizia sociale, che va considerato aperto e dinamico, mentre l’Occidente, tenacemente abbarbicato ai miti tradizionali dell’ordine naturale e del progresso, e limitato dal suo pensiero strumentale,.è una società che andrebbe definita chiusa. In altre parole, la concezione manichea di Popper può essere rovesciata: basta contemplare nuovamente il concetto di religione dinamica, che è l’elemento che manca e che era invece presente nell’originaria formulazione di Bergson.
E’ interessante notare che la gnosi, ossia la conoscenza intuitiva e l’introspezione, e soprattutto il misticismo cattolico, per Bergson costituivano le espressioni più caratteristiche di una religiosità dinamica: un punto di vista che, come abbiamo avuto modo di vedere nel capitolo sulla politica dell’Islam  sciita, è stato condiviso anche dalla leadership iraniana. Nel suo ultimo discorso al popolo iraniano, Khomeini implorò gli iraniani a proseguire lo studio nel campo della conoscenza chiamato irfan (la gnosi) perché non può esserci una Rivoluzione Islamica autentica se non c’è anche una evoluzione spirituale.
Questa leadership spirituale degli Imam, ricca di intuizione e di immaginazione, ha reso l’Islam una forza dinamica che ha infuso energia ed ha mobilitato il mondo durante il settimo e l’ottavo secolo; la stessa leadership che Khomeini considerava necessaria anche oggi, per far uscire la società dal baratro di materialismo che costituisce il suo presente.
Khomeini, Shariati e Qutb erano tutti studiosi del pensiero intuitivo, o del misticismo teorico; in Iran la gnosi ha una lunga storia in piena rifioritura, così come sta rifiorendo il pensiero sufi nel mondo sunnita. Così come Bergson aveva pensato che potesse succedere, il riemergere di tutto questo si sta rivelando un’importante elemento capace di infondere dinamismo.
Per gli occidentali abituati a considerare la leadership rivoluzionaria islamica soltanto tramite il loro tradizionale atteggiamento di puritanesimo dogmatico, può essere sorprendente scoprire quanto fosse in voga tra i rivoluzionari iraniani la poesia mistica islamica. Nell’esprimere l’aspirazione dell’anima verso Dio, l’amore per il divino, questi poeti non possono facilmente infondere gli stessi sentimenti agli altri uomini, come ebbe a notare Ibn Arabi: possono soltanto esprimerli in modo simbolico. Arabi ha avuto grande influenza sia su Qutb che su Khomeini. Al-Arabi e Jalal Eddin Rumi, le cui opere adesso sono molto lette anche in Occidente, hanno spesso espresso questa aspirazione attraverso il simbolismo, ricco di erotismo e di toni da baccanale, dell’amore nei confronti di una donna. “Bevi del vino! Che possa liberarti da te stesso!” è il messaggio di Arabi che evidenzia la necessità della perdita del sé nel rapimento della contemplazione divina. Il tutto da intendersi in modo simbolico, più che come comportamento cui adeguarsi meccanicamente. E’ probabile che Bergson si riferisse ad elementi come questi, quando tentava di cogliere l’essenza del dinamismo in campo religioso.
Se invertiamo la tipologia popperiana rispetto ai suoi significati abituali, come abbiamo appena fatto, possiamo notare anche un’altra interessante inversione in base alla quale la religione diventa il campo principale da cui è possibile avanzare dubbi e critiche sulla società occidentale contemporanea. L’Islam si è rivelato essere qualcosa, anche all’interno delle società occidentali, che fornisce a musulmani e a non musulmani una piattaforma su cui basare la propria resistenza.
Un’altra inversione è rappresentata dal fatto che mentre l’Occidente è, dal punto di vista fisico, dotato di una potenza offensiva soverchiante, la sua narrativa non corrisponde più a quella della maggioranza della popolazione mondiale. I miti su cui poggia e la legittimità della sua visione del mondo vengono sfidate e messe in discussione da una metanarrativa alternativa e dalla maggior parte del resto del mondo. Come ebbe a notare de Gaulle parlando del venire meno della legittimità delle costituzioni, una rosa dura solo finché dura.
Abbiamo avanzato l’ipotesi che l’idea della mano invisibile in economia sia un mito: il libero mercato, laddove è esistito, è stato il prodotto di una massiccia azione statale. Abbiamo anche sostenuto che il tentativo di imporre il libero mercato in tutto il mondo, lungi dal portare stabilità e pace, ha portato terrore, massacri e sradicamento. Siamo anche giunti alla conclusione che la connessione tra lo statuire il libero mercato ed il portare la democrazia è falsa: i due concetti sono in competizione tra loro.
Abbiamo sostenuto che un’altra illusione è data dal considerare lo stato nazione come sinonimo di “democrazia” tramite la quale si indicherebbe un’autentica politica basata sulla partecipazione: lo stato nazione è stato concepito per condurre una potente ed armata élite, forte abbastanza da imporre i cambiamenti sociali pretesi dal libero mercato e dai meccanismi del libero commercio.
Abbiamo poi sostenuto che il tipo di pensiero predominante, la razionalità strumentale, nonostante i suoi successi nel campo delle scienze, non è diventata -come notato da G.K. Chesterton- una pura liberazione dell’intelletto. I critici della religione iniziano denunciandola come forza reazionaria che minaccia di sminuire la libertà umana, ma poi si sentono obbligati a sacrificare l’intera esistenza dell’umanità alla non esistenza di Dio. Cosa dobbiamo dire del fanatico che riduce il mondo ad una discarica per odio dell’”altro”, che abbandona la libertà stessa, sacrificando così esattamente quello che aveva cercato di difendere? “I laicisti non hanno mandato a discarica ciò che attiene il divino: hanno mandato a discarica ciò che attiene la sfera laica, se questo può esser loro di qualche conforto”15.
In questo capitolo abbiamo approfondito l’argomento secondo il quale il conflitto tra l’Islam e l’Occidente è nella sua essenza un conflitto di tipo religioso, che nasce dai processi e dalle ideee che nacquero durante le guerre religiose in Europa. Non si tratta dunque di una lotta tra Cristianità ed Islam come tale, perché le idee ed i processi di pensiero che possono essere evidenziati alla base del presente conflitto sono essi stessi inizialmente nati dalla lotta protestante e puritana contro un’altra comunità di carattere sacro, il cattolicesimo romano, e solo poi sono state estese all’Islam. A ben guardare non si tratta neppure di un costrutto interamente protestante, perché molti di questi temi, come la visione teleologica della storia, le aspettative apocalittiche e la credenza in una trasformazione ed in una redenzione che possono essere realizzate dall’azione umana, si rintracciano nelle radici stesse del cristianesimo. Ad essere in questione, come aveva suggerito il religioso iraniano, è l’essenza stessa della natura umana.
La questione posta all’inizio, alla quale torneremo alla fine del volume, riguarda quello che è possibile fare per prevenire il deterioramento. La risposta fornitaci dal religioso di Qom era che trovare un percorso che conduca alla coesistenza richiede in primo luogo che l’Occidente cominci a fare un po’ di introspezione. Come Michel Foucault, egli ritiene che il rinnovamento sia il primo passo in ogni processo. I pensatori occidentali hanno bisogno di continuare ad esaminare in modo critico che cosa sia l’Occidente di oggi, e come sia stato possibile arrivare a questo punto. Dal  riesame critico, e riprendendo in considerazione le fonti originarie, dovrebbe essere possibile trovare le energie per un rinnovamento e, da questo nuovo modo di pensare, anche un differente percorso che porti alla coesistenza con l’Islam. Nella sua essenza si tratta di un invito a riflettere sul pensiero, ovvero a riflettere maggiormente sul pensiero piuttosto che sul mettere a puntio politiche da tradurre in azione che porterebbero a pochi cambiamenti rispetto allo strumentalismo del tipo “fini e mezzi”, e su quali siano gli àmbiti del pensiero occidentale.
Da queste argomentazioni deriva il fatto che sono errate anche le opzioni che l’Occidente fa derivare dalla falsa dialettica di un Occidente “aperto” opposto ad un Islam “chiuso”. Il principio islamico dell’esperienza collettiva dell’attenersi ad una condotta di vita etica, come abbiamo visto, è inconciliabile con un sistema che pensa che i singoli individui che perseguiscono l’appagamento di desideri ed appetiti individuali finiscano per interagire con vantaggio di tutti. L’Islam quindi può inscriversi nello schema occidentale non scoprendo la “tolleranza”, ma solo abbandonando il suo assunto centrale. Ed è poco probabile che questo si verifichi.
Allo stesso modo, tentare di incoraggiare tra i musulmani scelte di vita individualistiche e personali al posto della cultura condivisa necessaria a sostenere una comunità organizzata secondo principi di giustizia rappresenta semplicemente un voler cancellare gli ultimi cento anni di storia musulmana. Si può avere qualche successo, se si esercita una pressione abbastanza forte su comunità particolarmente vulnerabili, ma cancellare la storia dell’Islam imponendo modelli occidentali improntati alla cosiddetta “moderazione” che sono in effetti dei facsimile dell’esperienza cristiana difficilmente invertirà il corso della storia islamica recente.
Abbiamo anche detto che la Rivoluzione Islamica ha lo scopo di creare una religione di carattere dinamico e rivolta verso il futuro, che sviluppi idee distinte sull’individuo, sulle relazioni sociali, sulle relazioni tra le comunità e sul governo della comunità stessa. Una religione che ha concretezza, che ha idee, che ha forza. Non è possibile, per i custodi di una metanarrativa in via di dissoluzione, pensare di far regredire ogni senso di vulnerabilità causato dal sorgere di una narrativa in contrapposizione facendo sfoggio di forza militare. Ogni tentativo di risolvere le cose in questo modo può rivelarsi più una prova di debolezza data da qualcuno che si è messo sulla difensiva, piuttosto che il segnale di forza che si voleva dare.
Nei prossimi due capitoli esamineremo due movimenti islamici di primo piano, innanzitutto per spiegare in che modo Hezbollah sia riuscito a salvare una cultura dal trasformarsi in una serie di idiosincrasie private e personali, conferendo invece ad essa nuova forza sul piano politico e secondo nuove prospettive. Questo, sia per la cultura intesa come forza condivisa, sia per la cultura intesa come strumento in grado di mobilitare le masse per la resistenza. Nel capitolo successivo, scrivendo dell’esempio di Hamas, sosteniamo l’ipotesi che Hamas abbia usato la resistenza armata come utensile psicologico per raggiungere obiettivi che sono altra cosa rispetto alla mera sconfitta del nemico.


1 Walter Russell Mead, God and Gold: Britain, America and the Making of the Modern World, New York: Random House, 2007, p. 192.
2 Ibid., p. 193.
3 Ibid., p. 303
4 John Gray, Black Mass: Apocalyptic Religion and the Death of Utopia, London: Allen Lane, 2007, p. 5.
5 Ibid., p. 112.
6 Ibid., pp. 61–62.
7 Walter Russell Mead, God and Gold, p. 260.
8 Frantz Fanon, Black Skin, White Masks, London: Pluto Press, 1986, p. 18.
9 Ibid., p. 32.
10 Slavoj Žižek, Violence, London: Profile Books, 2008, pp. 24, 69, ed in Welcome to the Desert of the Real, London: Verso, 2002, p. 88.
11 Slavoj Žižek, Violence, p. 69, cit. John Gray, Straw Dogs, London: Granta, 2003, p. 19.
12 Benedict Anderson, Imagined Communities, London: Verso, 1991, p. 19.
13 Anonimo intervistato dall’autore, Beirut, 2007.
14 Walter Russell Mead, God and Gold, p. 23.
15 G.K. Chesterton, Orthodoxy, New York: Bantam Doubleday Dell, nuova edizione 1996 (prima edizione, 1908), pp. 146–47.

05 agosto 2012

Cuba, Oswaldo Payà: ecco come gli esportatori di democrazia aiutano i loro dissidenti su misura



Il governo della Repubblica di Cuba è tra i più invisi alle gazzette "occidentaliste", che da più di vent'anni ne auspicano senza grandi risultati il crollo imminente. Come avremo modo di constatare anche stavolta, il mondo politico "occidentalista" tiene molto all'autoreferenzialità gazzettiera, ai ritorni d'immagine e alle campagne elettorali, quindi cerca ogni volta di destinare ai tentativi di rovesciamento del castrismo tutte le proprie migliori forze: risorse cospicue, menti fervide, giovani dall'integrità a tutta prova.
Per inquadrare meglio la questione occorre ricordare che dalla cacciata di Fulgencio Batista ai sudditi "occidentali" sono stati presentati come "dissidenti" vessati da un potere occhiuto e pervicacemente malevolo dozzine di scansafatiche, di millantatori, di farabutti, di fanciulle neanche tanto in fiore e di veri e propri esponenti della delinquenza comune. Non c'è stato scioperatore della fame tra un pasto e l'altro o sedicente intellettuale perseguitato cui i mass media non abbiano concesso credibilità e spazi più che abbondanti. 
A poche miglia dalla Repubblica di Cuba c'è la Repubblica di Haiti, da sempre in fondo alle classifiche mondiali per tutti gli indici sociali ed economici che si possano immaginare senza che nessuna gazzettina abbia mai pensato di addossarne le colpe a qualcuno, né di dare tanto credito ad un'eventuale "dissidenza". Costretta due anni fa ad occuparsene a causa di uno dei terremoti più rovinosi mai verificatisi, la stampa "occidentalista" si premurò di pubblicare una delle pagine più sporche e incompetenti di cui abbiamo mai avuto contezza.
A luglio 2012 un certo Oswaldo Payà è morto a Cuba in un incidente stradale. Militant Blog ha pubblicato alcune considerazioni molto sarcastiche sull'accaduto. 
Domenica scorsa è morto in un incidente stradale Oswaldo Payà, il “dissidente” cubano preferito dalla socialdemocrazia europea. Subito dopo l’89 in previsione di un crollo che non c’è mai stato ogni frazione della borghesia internazionale immaginava di sedersi al tavolo della spartizione dell’isola e accreditò come proprio referente questo o quel “dissidente” [...] Da allora a Payà toccò fare da sponda al PSE e all’UE pur non rappresentando altro che se stesso. Non avendo mai materialmente commesso reati contro la rivoluzione non è mai stato arrestato per le sue idee, non gli è stato mai torto un capello e fino all’ultimo gli è stato garantito un lavoro in un ospedale pubblico. Lui sosteneva che lo stato cubano facesse questo “per controllarlo” e un po’ ci viene da ridere pensando alle decine di milioni di disoccupati europei che oggi vorrebbero tanto essere “controllati” ma che invece sono abbandonati a se stessi dalle rispettive “democrazie”. Lo piangono la Casa Bianca e l’Unione Europea, Montecitorio gli dedicherà addirittura un minuto di silenzio [...]
In pochi giorni viene ovviamente sgombrato il campo dall'ipotesi del "complotto del regime" che fa abitualmente parte delle attribuzioni causali "occidentaliste". Il 4 agosto l'ANSA pubblica quanto segue, e non si può che concluderne che questo rappresentante di se stesso, come impietosamente viene definito da Militant Blog, è stato aiutato davvero bene dai giovani "occidentalisti" Jens Modig ed Angel Carromero.
(ANSA) - L'AVANA - Angel Carromero - il dirigente politico spagnolo che guidava l'automobile in cui viaggiava Oswaldo Payà lo scorso 22 luglio, quando il dissidente cubano è morto in un incidente stradale - non aveva una patente di guida valida, dopo aver ricevuto oltre 40 multe negli ultimi tre anni, ha informato oggi la stampa cubana, citando fonti spagnole. Carromero, vicesegretario di Nuevas Generaciones, l'organizzazione giovanile del Partito Popolare spagnolo, è attualmente detenuto a Cuba.
Detto altrimenti, gli "occidentalisti" del regno di Spagna hanno mandato in missione dall'altra parte del pianeta un ciarliero elegantone che tiene molto a qualificarsi sul Cinguettatore come "Vicesecretario General de NNGG Madrid. Presidente de NNGG Dto. Salamanca. Consejero Técnico del Ayuntamiento de Madrid" ma che di fatto è incapace persino di guidare un'automobile senza rischiare di combinare grossi guai. Un campione non richiesto di "democrazia da esportazione" che la Repubblica di Cuba farebbe bene a restituire al produttore.
Con amici come questi, i "dissidenti" cubani possono fare benissimo a meno dei nemici.