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13 giugno 2017

Alastair Crooke - Le cantonate di Trump riaccendono i conflitti in Medio Oriente



Traduzione da Consortium News, 9 giugno 2017.


MbS e MbZ hanno strafatto? Il blocco del Qatar ad opera dei sauditi è appena cominciato ma si può dire che, si, hanno strafatto. E lo strafare di MbS, vale a dire Muhammad bin Salman, ministro della difesa saudita e potente figlio di re Salman, e quello di MbZ, cioè Muhammad bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e comandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti cambierà l'architettura geopolitica della regione.
L'errata premessa strategica e l'altrettanto errata narrativa di Trump secondo cui l'Iran è responsabile ultimo di ogni fattore che destabilizza la regione e che schiacciare il Qatar in quanto grande protettore dello Hamas palestinese era di per sé cosa buona e giusta sono dirette responsabili della direzione che prenderà adesso la geopolitica mediorientale.
Il presidente Trump è rientrato dal suo primo viaggio in Medio Oriente convinto di aver stretto un fronte comune tra gli alleati arabi storici degli Stati Uniti e di aver sferrato un forte colpo al terrorismo.
Non ha fatto né una cosa né l'altra.
Lo hanno informato male.
La spaccatura tra Qatar e Arabia Saudita è una questione antica e tormentata che risale a vecchi rancori della Casa dei Saud dovuti all'iniziale decisione dei britannici di rafforzare la famiglia degli al Thani nella loro roccaforte del Qatar, che in caso contrario sarebbe stato un feudo saudita. Se cessiamo per un momento di prestare orecchio alla lunga lista di esternazioni contro il Qatar ripetuta oggi dall'Arabia Saudita e dagli Emirati -e che serve per lo più solo come giustificativo per le ultime iniziative- possiamo tornare ai due principi che sostanzialmente plasmano la mentalità della Casa dei Saud e la sua strategia, e che costituiscono l'essenza stessa degli attuali dissapori verso il Qatar.

I sauditi reazionari

In primo luogo gli al Saud sono convinti che nessun dubbio legittimo o ammissibile possa andare ad intaccare la purezza islamica delle loro credenziali come successori dei Quraysh (la tribù di Muhammad) o come custodi dei luoghi santi dell'Islam. In secondo luogo, come seguaci di Muhammad al Wahhab, sono convinti che soltanto loro, che sono rappresentanti dell'orientamento wahabita, costituiscono il vero e l'unico Islam. Al contrario gli sciiti sono considerati apostati, innovatori, revisionisti e negazionisti, perché negano il dato storico della legittima trasmissione dell'autorità islamica alla Casa dei Saud.
Cosa c'entra questo con il Qatar, che è anch'esso wahabita? C'entra, per parecchi motivi. In primo luogo agli occhi dei sauditi la famiglia regnante nel Qatar è l'ultima arrivata, ovvero il mero prodotto delle politiche coloniali britanniche, e si comporta con indipendenza mostrando così di non nutrire alcun autentico rispetto per la legittimità ed il buon diritto dell'autorità e della leadership saudita. Al contrario il Qatar si comporta come un rivale alla pari, come un usurpatore.
In secondo luogo c'è Hamas. Il punto non è che Hamas è un movimento della resistenza palestinese o un movimento "terrorista". Il punto è che fa parte dei Fratelli Musulmani e che durante l'esilio dell'organizzazione nel Golfo all'epoca di Nasser i Fratelli Musulmani conferirono sostegno intellettuale alla dottrina wahabita (ovvero al salafismo) secondo il volere dei sauditi, ma vi aggiunsero una coda velenosa: invece di indicare nella monarchia saudita il legittimo sovrano universale, i Fratelli Musulmani attribuirono -orrore- la sovranità alla 'Umma, ovvero alla comunità dei credenti.
Il Qatar allora, come sostenitore di Hamas, viene considerato responsabile della piaga dell'islamismo sunnita, che rappresenta una minaccia diretta per la monarchia saudita e per la sua legittimità. La Casa dei Saud vuole la distruzione dei Fratelli Musulmani non perché sono dei terroristi (come evidentemente crede Trump), ma perché disprezzano la monarchia ereditaria.
Inoltre il Qatar ha ospitato, ospita tuttora e sovvenziona anche, una stampa irriverente e "irrispettosa" che mette in questione lo status quo e al tempo stesso concede spazio ai sentimenti "democratici" dei Fratelli Musulmani. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita vogliono mettere a tacere l'irritante circuito mediatico qatariota, in cui rientrano Al Jazeera, Al Arabi al Jadid, Al Quds al Arabi e all'edizione in arabo dello Huffington Post, oltre a volere l'espulsione di Azmi Bishara, uno scrittore ed intellettuale palestinese residente in Qatar oggi direttore dello Arab Center for Research and Policy Studies.

La diplomazia verso l'Iran

Ed ecco la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Qatar, e con il Qatar anche altri appartenenti al Consiglio degli Stati del Golfo come l'Oman e il Kuwait, sta cercando un modus vivendi con quei negazionisti degli iraniani, mettendo così a rischio i principi basilari dell'alleanza fra sunniti.
Emile Nakleh è un ex funzionario superiore dei servizi, e dirige il programma di analisi strategica dell'Islam politico della CIA. Scrive che "le frizioni all'interno del Consiglio degli Stati del Golfo risalgono all'epoca della sua fondazione nel maggio del 1981. Per quanto riluttanti, gli emirati arabi del Golfo assecondarono l'invito dell'Arabia Saudita ad unirsi ad esso perché condividevano i tre principali scopi dell'organizzazione: lavorare alla conservazione della supremazia della famiglia tribale, soffocare le proteste democratiche antigovernative e preservare l'autocrazia. Accettarono anche di ricorrere al sostegno militare occidentale per difendere le coste arabe del Golfo da un Iran che dopo la rivoluzione del 1979 veniva considerato una minaccia."
Insomma, la questione non ha niente a che vedere con la semplicistica idea occidentale della lotta al terrorismo. È una questione di potere: il rafforzare e l'espandere il potere saudita. Il leader dell'Arabia Saudita si sentono deboli e vulnerabili e secondo loro sarebbe giunto il momento di tracciare un limite. L'azione contro il Qatar, inattesa ma chiaramente preparata in anticipo, ne rappresenta la concretizzazione sul piano pratico.
Gli amici del ministro saudita della difesa Muhammad bin Salman assai prima che tutto questo succedesse avevano iniziato a presentare il conflitto con l'Iran come una guerra di religione contro gli sciiti, e ad usare il linguaggio del jihad sia per galvanizzare la base, sia per promuovere un'alleanza militare sunnita -capeggiata dall'Arabia- che ripristinasse l'influenza saudita in Medio Oriente. Invocare il jihad religioso è uno strumento collaudato quando c'è da costringere a fare fronte comune.
Solo che come ha scritto di recente Gregory Copley in Defense and Foreign Affairs Strategic Policy [Muhammad bin Salman ha incontrato il Presidente Trump nello Studio Ovale il 14 marzo scorso] "Il Principe Muhammad ha già fatto imboccare all'Arabia Saudita un percorso dal quale è difficile ritirarsi senza danni. Per questo Riyadh sta facendo ancora più pressione sui suoi vecchi sodali affinché si impegnino a combattere le guerre che ha intrapreso, che sia a suo fianco o che sia per suo conto. Il principe Muhammad sta continuando a chiedere al Pakistan di entrare nel conflitto nello Yemen a dispetto del fatto che la guerra è stata presentata da Riyadh come una guerra contro gli sciiti (e dunque contro l'Iran) mentre in Pakistan vive una minoranza sciita che costituisce oltre il 20% della popolazione."

Tirare Trump dalla propria parte

Copley ha riassunto così l'incontro del 14 marzo: "Il Principe Muhammad pareva intenzionato ad accaparrarsi Trump per il lato saudita, e a parlare in nome di tutti i musulmani [a nome di Trump] per dire quanto bene avrebbero tutti tratto dall'amministrazione Trump."
Il problema è che non soltanto il Pakistan, ma anche appartenenti al Consiglio degli Stati del Golfo come il Qatar, l'Oman e il Kuwait non si sono mostrati d'accordo. Non volevano questa guerra settaria: volevano venire a patti con gli sciiti; in Kuwait esiste una rilevante popolazione sciita. Anche il leader del Qatar è recentemente riuscito a riconciliare l'ala sunnita e l'ala sciita della influente tribù dei Tamim, che si estende anche nel Neged saudita, sotto la sua supremazia. Un vero schiaffo in pieno viso a bin Salman, alla sua retorica sul jihad che è invece deliberatamente polarizzatrice e alla sua speranza di poter arruolare Trump in un campo saudita sempre più debole.
Perché Trump è andato avanti lo stesso? I due suoi "tweet" fondamentali nel corso della settimana provano al di là di ogni dubbio che è stato conquistato alla causa di una narrativa a senso unico. Trump ha prima scritto un tweet in cui rivendicava il plauso per l'ultimatum e per il blocco contro il Qatar ad opera degli EAU e dell'Arabia Saudita. L'impressione è che Trump deve aver pensato che la mossa di MbS e MbZ rappresentasse in qualche modo un colpo ai finanziatori del terrorismo e mettesse l'Iran all'angolo.
Poi, come ha scritto Ishan Tharoor sullo Washington Post subito dopo gli attacchi a Tehran (lo Stato Islamico ha assaltato il parlamento ed un sacrario), sulla capitale iraniana è stata una pioggia di deplorazioni e di condoglianze da tutto il mondo:
Poi è arrivato il Presidente Trump. La Casa Bianca ha eretto a propria inconfondibile abitudine l'emettere rapidi commenti sugli attacchi in cui è coinvolto lo Stato Islamico, ovunque si verifichino: Parigi, Londra, Manchester... e addirittura per un episodio mai accaduto nelle Filippine. Mercoledì invece Trump se ne è rimasto tranquillissimo per diverse ore. La portavoce del Dipartimento di Stato ha rilasciato una dichiarazione di condanna puramente formale, sostenendo che "nel mondo pacifico e civile non c'è posto per l'efferatezza del terrorismo".
Quando alla fine Trump è uscito dal suo silenzio, il suo messaggio ha spazzato via in un solo colpo qualunque anelito di buona volontà i diplomatici ameriKKKani potessero aver avuto voglia di trasmettere. [corsivo di A. Crooke, n.d.t.]
"Siamo addolorati e preghiamo per le vittime innocenti degli attacchi terroristici in Iran e per il popolo iraniano, che sta passando un così difficile periodo", diceva la dichiarazione prima di chiudersi con una pazzesca frecciata contro Tehran. "Sottolineiamo il fatto che i paesi che sostengono il terrorismo rischiano di rimanere vittime del male che promuovono."

Un grave insulto

Questi tweet indicano chiaramente che Trump si è completamente immerso nella retorica e nell'agenda dei più grandi rivali che l'Iran ha nella regione: l'Arabia Saudita e lo stato sionista. Si è trattato di un punto di svolta che in Medio Oriente non sarà né dimenticato né perdonato. Non è stata solo una mossa falsa sul piano politico. Si è trattato di una cosa più seria della politica pura e semplice, o del fatto che l'Iran a Trump piaccia o non piaccia. È stato un calpestare i sentimenti umani, è stato un disprezzare l'essere umano.
La bomba a Manchester, le gole tagliate vicino al ponte di Londra sono accadimenti orrendi, ma per fortuna sono ancora eventi fuori dall'ordinario. Uomini, donne e bambini sciiti invece, in Iraq, in Siria e nello Yemen soffrono una Manchester al giorno. Appena qualche giorno fa lo stato islamico ha massacrato in tutto 163 civili -donne e bambini compresi- che stavano fuggendo da Mossul. Centinaia di migliaia di donne sciite arabe, turkmene e di altre nazionalità sono oggi nei campi profughi a piangere la sorte di mariti, figli e fratelli decapitati. E le salme dei caduti combattendo lo Stato Islamico in Iraq arrivano nelle moschee ogni giorno che passa.
Di fatto, Trump ha detto a questa gente che "se l'è meritata" perché ha sostenuto il "terrorismo". Fino a questo punto l'Iran e il mondo sciita erano ancora sinceramente propensi a concedere a Trump il beneficio del dubbio. Adesso le cose sono cambiate. Trump si è trasformato, senza che ce ne fosse alcun bisogno, in uno spietato nemico ideologico dell'Islam sciita.
In Medio Oriente non esiste una sola "verità": il Principe Bandar, quando era ancora capo dei servizi sauditi, una volta disse al capo dello MI6 che "non è lontano il momento, Richard, in cui in Medio Oriente si dirà letteralmente 'Che Dio aiuti gli sciiti.' Più di un miliardo di sunniti ne hanno semplicemente avuto abbastanza, di loro."
Il capo del MI6 capì così che il successivo jihad antisciita in Iraq e in Siria, l'ascesa dello Stato Islamico e i cupi ammonimenti di Bandar non erano privi di nesso.

La cattiva mossa di Trump

Il "terrorismo" non è mai un fenomeno trasparente come sembra, quando lo si osserva a distanza di sicurezza. Insomma, i due messaggi via Twitter fanno apparire il Presidente degli USA ingenuo e intollerante, cose che in genere non sono da lui. Trunp è abbastanza capace di ragionare senza preconcetti, ma ha bisogno di consigli che vengano da soggetti meno autoreferenziali, meno schierati e meno faziosi. Sarebbe già una miglior pratica politica, per lui, quella di limitarsi a mantenere legami con tutti i principali attori regionali.
Quali saranno gli esiti di questa crisi, che di fatto non è che un'iniziativa reazionaria contro le forze che promuovono il cambiamento? Esistono resoconti che fanno pensare che la leadership saudita si aspettava che il Qatar capitolasse senza condizioni entro ventiquattro ore dal blocco. Resoconti che possono aver commesso un grossolano errore di valutazione. Il Qatar sarà anche un piccolo stato, ma i suoi tentacoli finanziari arrivano lontano ed hanno una presa forte, in questi tempi di vacche magre.
Il Qatar ha anche amici potenti: la Turchia e, sia pure con maggiori cautele, l'Iran; forse anche l'Iraq e la Russia sia pure in secondo piano. Il Qatar può cercare di arrivare ad un compromesso e di tirarla per le lunghe, ma i primi resoconti fanno pensare che MbS e MbZ siano irremovibili: hanno trattato in modo scortese e sprezzante l'emiro del Kuwait. Staremo a vedere.
In ogni caso, è dubbio che il Consiglio degli Stati del Golfo riuscirà a sopravvivere come tale allo spadroneggiare dell'Arabia Saudita. Potrebbe verificarsi una spaccatura, e la Turchia o l'Egitto potrebbero cercare di tirare dalla propria parte abbastanza frammenti da spodestare la leadership saudita. Il panorama geopolitico cambierà comunque, sia che il centro di gravità si sposti a Nord, con la Turchia che acquista una presa strategica sul mondo arabo, sia che MbS cerchi di raddoppiare la posta.
In ogni caso, una mossa disperata come l'occupazione militare del Qatar da parte dell'Arabia Saudita -come fatto a suo tempo col Bahrain- potrebbe potrare ad una seria escalation o anche ad uno scontro militare. Ci si può chiedere anche se la Casa dei Saud non pensi che un colpo di stato -perché è così che si può considerarlo- contro un altro leader del Golfo sia davvero una cosa campata in aria.

17 dicembre 2015

Il boiscàut Matteo Renzi e la diga di Mosul


A metà dicembre 2015 il boiscàut Matteo Renzi annuncia l'invio di altri militari in Iraq.
C'è da sovrintendere ad un certo affare che non si poteva perdere.
Lo stupefacente ministro della difesa del suo "governo" asserisce che
non andranno a combattere. Sicuro: andranno a giocare a Risiko.
O forse a pentolaccia, chissà.
Molto dipenderà dai gusti dei signori come quello ritratto in questa foto, che però non ha l'aria di uno che sta aspettando qualche compagno di giochi.
Il brano è tratto dal
blog di Miguel Martinez e non si limita ad avanzare fondatissimi dubbi; presenta anche una proposta sensata ed obiettivamente realizzabile e non ha bisogno di ulteriori commenti. Nel testo viene nominato lo stato che occupa la penisola italiana: come nostra abitudine ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

Una ditta italiana, la solita Trevi, ha vinto l’appalto per ricostruire la pericolante diga di Mosul, nella lontana Mesopotamia.
Per quelli che non sono esperti di geografia mediorientale, Mosul si trova al punto preciso di frattura del conflitto tra curdi e arabi, tra sunniti e sciiti, tra turcomanni e curdi, tra cristiani e musulmani, tra assiri e arabi, tra assiri e curdi, tra assiri e turcomanni, tra curdi del PDK e curdi del PUK (che qualche anno fa si sono fatti una guerra non da poco), tra turcomanni e arabi, tra musulmani e yazidi, tra yazidi filocurdi e yazidi anticurdi, tra curdi peshmerga e curdi pkk, tra arabi e iraniani, tra turchi e iraniani.
Tutti mirano al petrolio che sgorga da quelle parti, e che interessa poi anche a Israele, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi (che cercano di fare le scarpe al Qatar), Stati Uniti e Russia.
Ah, quasi quasi si dimenticava l’Isis, che da poco ha perso il controllo della diga a una forza unita di curdi PUK ed esercito iracheno sciita; pare che i curdi si stiano preparando per cacciare i propri alleati iracheni, che non riconoscono affatto che Mosul sia una città curda. Intanto, i curdi stanno cacciando dalla zona i civili (sunniti) che parlano arabo (almeno quelli sopravvissuti agli sciiti iracheni).
750 soldati italiani, sotto il fantasioso nome di Prima Parthica (in onore della legione che per secoli tenne la frontiera romana contro i persiani) stanno già addestrando i curdi peshmerga, per cui gli iracheni sapranno chi ringraziare.
Un po’ più in là, in Siria (ma il confine non esiste più da un pezzo), ci sono 1.500 gruppi armati che si fanno la guerra a vicenda.
Matteo Renzi, notoriamente, ama semplificare le cose. Parlando a Porta a Porta, dice:
“Una azienda di Cesena ha vinto questa gara e noi metteremo 450 uomini e metteremo la diga a posto”.
Cioè una ditta privata è “noi” perché ha sede a Cesena e i 450 uomini non sono impiegati della ditta, ma sono soldati pagati con i nostri soldi per far fare i soldi agli azionisti della ditta di Cesena.
A discolpa del ragazzo di Rignano sull’Arno, bisogna dire che da quelle parti (Rignano, non Mosul) è abbastanza normale confondere ditte private e soldi pubblici. Però i soldati pubblici che si faranno saltare in aria è una novità.
Non è chiaro quale dei numerosi pretendenti a Mosul abbia invitato i 450 militari italiani e quanti degli altri pretendenti siano d’accordo.
Però a questo punto noi si proporrebbe uno scambio, che potrebbe anche portare la pace in Medio Oriente.
Tutti sanno che il Qatar, per dirla eufemisticamente, chiude un occhio sui fondi che i propri miliardari mandano a sostegno dell‘Isis. Non lo diciamo noi, ma – ad esempio – il vice-segretario Usa al Tesoro, il ministro dello sviluppo tedesco e il Country Reports on Terrorism del Dipartimento di Stato.
Oltre a investire in Siria e in Iraq, il Qatar ha appena comprato il Westin Excelsior di Roma, tutto il quartiere di Porta Nuova a Milan, la Four Seasons di Firenze, la Maison Valentino, nonché (pare) l’intera città di Sciacca in Sicilia. Poi, siccome il globo è globale, Qatar ha comprato la Borsa di Londra che si è comprata Piazza Affari a Milano.
Dunque, se i soldati italiani possono andare a Mosul per proteggere gli investimenti italiani, non credo che si possa impedire al Qatar di mandare chi vuole in Italia a proteggere gli investimenti qatarioti.
Potrebbero utilmente reimpiegare in questo modo qualche migliaio di esuberanti giovani dell’Isis, che oltre tutto parlano molte lingue e amano viaggiare.
Così i Nostri Eroi laggiù non correranno rischi perché quelli dell’Isis staranno qui da noi (vabbene, restano tutti quegli altri già elencati), mentre i clienti della Maison Valentino sapranno di essere protetti da persone che hanno dimostrato sul campo le proprie innegabili capacità nel campo della Sicurezza.

23 settembre 2012

Repubblica Francese e Stato del Qatar: primi problemi in un idillio?


Abbiamo già avuto occasione di trattare, in maniera brevissima, dello Stato del Qatar.
Il Qatar è un sasso zuppo di petrolio dove un certo Hamad bin Khalifa Al Thani fa l'emiro dopo aver deposto il proprio padre.
L'emiro Al Thani coltiva con cura le amicizie giuste, ha mandato il proprio esercito ad aggredire la Grande Jamahiriya Araba di Libia Popolare e Socialista, finanzia scopertamente (o almeno così dicono, perché i risultati tutt'altro che travolgenti della "insurrezione" darebbero molto da pensare) la guerriglia antigovernativa nella Repubblica Araba di Siria e ha diversificato l'economia acquisendo marchi ed imprese in "Occidente".
Per tutti questi motivi lo Stato del Qatar ha goduto dei favori incondizionati della propaganda "occidentale" e dei rispettivi governi, e così sarà per un futuro indefinito nonostante gli estremi cui attaccarsi per spianare la strada al democracy export fatto con i soliti sistemi ci siano già tutti.
Metro è una gazzetta francese del tipo in distribuzione gratuita. La formula della distribuzione gratuita è stata tentata negli scorsi anni anche nella penisola italiana ed ha portato a colossali fallimenti, la cui colpa è da imputare al fatto che le gazzettine redatte e diffuse secondo questa formula erano puri e semplici ripetitori della propaganda "occidentalista": l'insihurézza, i'ddegràdo, i'ddegràdo e l'insihurézza. Alla vigilia delle scadenze elettorali i non rimpianti fogliettini del gruppo e-polis arrivavano abitualmente a presentare con toni emergenziali immagini che ritraevano qualche incarto di gelato sul lastricato della pubblica via.
Metro invece adotta per qualche motivo una linea editoriale meno scimmiesca che ne ha fino ad oggi assicurato la sopravvivenza economica.
Nel settembre 2012 pubblicava l'articolo riprodotto nell'immagine, che è piuttosto interessante per quanti ricordano la grandiosa visibilità data alla propaganda qatariota nel pieno centro di Parigi neppure un anno prima.
Il denaro del Qatar si fa attendere

Periferie. Dove sono finiti i cinquanta milioni del Qatar? A domandarselo, a distanza di svariati mesi, è l'ANELD (Association nationale des élus locaux pour la diversité). Dopo aver ricevuto gli amministratori locali aderenti all'associazione a Doha lo scorso dicembre, l'emiro del Qatar aveva creato un fondo "in favore di progetti innovativi da realizzare nelle periferie". L'ANELD si era organizzata, aveva proposto progetti a centinaia e nei settori più disparati: trasporto disabili, società informatiche, servizi di manutenzione...
Poi, più nulla. "Ci hanno spiegato che mancava solo da attendere la fine delle consultazioni elettorali, dice Fouad Sari, eletto nelle liste  di Europe Ecologie - Les Verts (EE-LV), ma per tutta l'estate l'ambasciatore non ci ha comunicato alcuna novità".
Gli aderenti all'associazione hanno allora realizzato una petizione, che ha raccolto più di cinquemila firme, ed incontreranno stasera Arnaud Montebourg, ministro per le attività produttive. Secondo alcune fonti, i fondi sarebbero stati sì gestiti "dallo stato" ma anche "integrati". Il ministero ha confermato la riunione, ma non ha voluto fornire alcun dettaglio sulla destinazione di questi fondi. "Discuteremo con gli amministratori locali, ma anche con le autorità qatariote", dicono dal ministero; tutto indica che "sarà importante l'aspetto economico dei progetti".
L'appartenenza comunitaria non conta. Un punto su cui gli amministratori locali vigileranno attentamente. "Vogliamo essere sicuri che da questo investimento trarranno beneficio le aree urbane più disagiate. Ci sono molte speranze riposte in questo -spiega Fouad Sari- non vogliamo che appassiscano. Questo significa che la periferia in sé non è una priorità". Ogni suddivisione sulla base di appartenenze comunitarie è fuori questione. "Saranno soldi che arrivano ad un Romain che abita alla Courneuve, piuttosto che ad un Mohammed che vive nel XVI arrondissement!", afferma reciso Faten Hadri, eletto nell'Essonne nelle liste del Parti Radical.
I qatarioti non sono stati gli unici ad esprimere qualche interesse per le periferie francesi. La Svezia sta per varare un programma, Yump, realizzato per finanziare progetti innovativi.
Negli stessi giorni l'agenzia di stampa della Repubblica Araba di Siria dà notizia di quella che sembra una lunga serie di rovesci inflitta al sedicente "libero esercito siriano".
Il "libero esercito siriano" sta soffrendo una repentina perdita di visibilità mediatica -anche quella affidata in gran parte ad Al Jazeera, la cui sede è in Qatar e che è generosamente sovvenzionata da Al Thani- e secondo i mass media siriani a metà settembre avrebbe in pochi giorni sofferto pesanti perdite umane e la distruzione di oltre settanta pick up armati di mitragliatrice pesante.
Altri finanziamenti in ritardo?

23 agosto 2012

Alastair Crooke - Verso una nuova rivoluzione culturale nel mondo arabo


Gruppo salafita del "libero" esercito siriano (fonte: Angry Arab).


Traduzione da Asia Times.

Il "Risveglio" sta assumendo caratteri molto diversi rispetto al clima di eccitazione carica di aspettative con cui era stato accolto al suo primo manifestarsi. Generato da una iniziale e vasta spinta popolare, viene considerato sempre di più -ed inizia ad essere temuto- come una incipiente "rivoluzione culturale" di carattere controrivoluzionario: una sorta di reinculturazione della regione connotata da caratteristiche prescrittive che oggi come oggi sta deludendo le grosse aspettative che vi erano state riposte e che fa strame della connotazione che in Occidente ci si ostina a dargli, che sarebbe quella di una sorta di progetto riformista e democratico.
Invece di coltivare la speranza, la metamorfosi cui questo fenomeno è andato incontro ha prodotto un insieme di incertezza e di disperazione, soprattutto per coloro che vengono sempre più spesso indicati come "le minoranze", ovvero tutti i non sunniti. Questi brividi di timore nascono dall'impegno con cui alcuni stati del Golfo si adoperano per restituire ai sunniti la supremazia -o addirittura l'egemonia- nella regione: un obiettivo da raggiungere fornendo sostegno alla militanza sunnita in ascesa [1] e alla diffusione della cultura salafita.
Almeno sette stati sovrani del Medio Oriente sono oggi teatro di aspre e sempre più violente lotte per il potere: entità statali come il Libano, l'Egitto, la Libia, il Bahrein e lo Yemen stanno perdendo consistenza. I paesi occidentali non si curano neanche più di velare il proprio interesse ad un cambio di governo in Siria che segua quello avvenuto in Libia, e ad un corrispondente non cambio di governo nello Yemen.
In tutta la regione permane già oggi una condizione di conflitto a bassa intensità: l'Arabia Saudita ed il Qatar, sostenuti dalla Turchia e dall'Occidente, sembrano propensi a non fermarsi davanti a nulla pur di rovesciare violentemente un capo di stato arabo come il Presidente Bashar Assad, e a fare ogni cosa sia in loro potere pur di colpire l'Iran.
Gli iraniani sono sempre più propensi a considerare il comportamento dell'Arabia Saudita come un'esplicita propensione alla guerra aperta; i comunicati che arrivano dal Golfo assumono spesso toni istericamente aggressivi. Un editoriale recentemente pubblicato sul giornale saudita Al Hayat scriveva: "Il cima nel Consiglio per la Cooperazione nel Golfo indica che le cose stanno andando verso un confronto tra Consiglio e Iran e Russia nel teatro siriano, simile a quello che ha avuto luogo in Afghanistan ai tempi della guerra fredda. Sicuramente è stata presa la decisione di rovesciare il governo siriano, considerandolo vitale per l'influenza e per l'egemonia che la Repubblica Islamica dell'Iran ha nella regione". [2]
Qualunque fosse la natura della sincera partecipazione popolare che ha caratterizzato il "Risveglio" nei suoi primi momenti, essa è stata adesso dominata ed assorbita da tre progetti politici di vasta portata, che hanno tutti a che fare con questa forte spinta verso la riaffermazione di una precisa supremazia: il progetto dei Fratelli Musulmani, quello salafita di Arabia Saudita e Qatar, e quello salafita militante. La natura autentica del progetto dei Fratelli Musulmani non è nota ad alcuno; non si sa se sia quello di una setta o se sia davvero il progetto di più vasta portata attualmente in corso d'opera [3]; proprio questa incertezza genera tanti timori dotati di autentico fondamento.
A volte i Fratelli Musulmani si presentano come pragmatici ed aperti al mondo, anche se piuttosto problematici quando si tratta di arrivare ad accordi; altre voci che si levano dallo stesso movimento, anche se in sordina, evocano invece qualcosa che si rifà alla retorica di un salafismo letterale, intollerante ed egemonico. In ogni caso, appare chiaro che il piglio dei Fratelli Musulmani sta assumendo ovunque i toni della militanza settaria: sono questi gli aspri toni che si levano ben distinti dalla Siria.
Il progetto di sauditi e salafiti è stato messo a punto come diretto contaltare a quello dei Fratelli Musulmani: l'impegno dell'Arabia Saudita nell'appoggiare e sostenere generosamente i salafiti di orientamento filosaudita che operano nella regione ha lo scopo preciso di porre dei limiti e dei contrasti all'influenza dei Fratelli Musulmani [4] (per esempio in Egitto) e di togliere mordente a questo Islam riformista, che viene considerato minaccioso per l'esistenza delle autocrazie statali del Golfo perché mette esplicitamente in discussione l'autorità di queste monarchie assolute.
Il Qatar segue una linea che per certi versi è differente da quella saudita. Anch'esso fomenta, arma e finanzia la militanza sunnita [5] ma non agisce, al contrario dell'Arabia Saudita, con la stessa determinazione per contenere e circoscrivere l'influenza dei Fratelli Musulmani. cerca piuttosto di cooptarli col denaro e di farli schierare su un asse che comprende lo stesso Qatar e l'Arabia Saudita in un blocco sunnita che possa fare da argine all'Iran.
E' evidente che i Fratelli Musulmani hanno bisogno dei finanziamenti che arrivano dal Golfo per sedere al capo del tavolo in cui si spartiscono i poteri regionali; la linea politica più esplicita, più settaria e dai toni maggiormente carichi esibita dai Fratelli Musulmani serve probabilmente a ricordare che chi si addossa i compiti più gravosi è anche quello che decide come devono andare le cose... e sia il Qatar che l'Arabia Saudita sono organismi statali salafiti di orientamento wahabita.
Il terzo progetto, anch'esso generosamente finanziato ed armato da Arabia e Qatar, è quello del radicalismo sunnita senza compromessi e costituisce l'avanguardia di questa nuova "rivoluzione culturale": il suo scopo non è quello di contenere, ma di sostituire puramente e semplicemente la vecchia cultura sunnita con il salafismo. Al contrario dei Fratelli Musulmani questa componente, la cui influenza sta crescendo in maniera esponenziale grazie alla pioggia di denaro che arriva dai paesi del Golfo, non ha di per sé ambizioni politiche che riguardino in qualche modo gli stati nazionali.
Pur aborrendo la politica come la si intende di solito, questa componente ha comunque un carattere radicalmente politico: il suo obiettivo è niente di meno che la distruzione della cultura sunnita tradizionale e la sua sostituzione con le crude certezze del salafismo wahabita, con il loro secco distinguere tra bianco e nero, tra giusto e sbagliato e la loro enfasi sulla fedeltà nei confronti del potere costituito e della legge sacra. Gli elementi più radicali si spingono oltre, e contemplano una prossima fase in cui verranno acquisiti e controllati spazi territoriali in cui instaurare autentici emirati islamici [6] e, in ultima prospettiva, un vero e proprio califfato.
Si sta verificando un mutamento culturale e politico di vasta portata: la "salafizzazione" della tradizione islamica sunnita. L'Islam tradizionale si sta allontanando dall'eterogeneità e dalla sua coabitazione di lunga data con le altre sette e con le altre etnie. Si tratta di un ripiegamento su se stessi, di una introversione verso un più rigido asserragliarsi attorno alle certezze di quello che è giusto e di quello che è sbagliato, e all'imposizione di queste stesse "verità" alla società intera: non è una coincidenza il fatto che gli stessi movimenti che cercano di farsi rappresentare nelle sedi istituzionali ambiscano oggi ai ministeri della cultura e dell'educazione, più che a quelli della giustizia o dell'interno. [7]
Le motivazioni che guidano gli stati del Golfo sono chiare: i dollari del Qatar e dell'Arabia Saudita, assieme alla pretesa saudita di rappresentare il legittimo successore dei Quraiysh (la tribù da cui proveniva il Profeta) servono a dirigere il percorso dei sunniti in modo che le monarchie assolute del Golfo possano acquisire una nuova legittimazione e possano riaffermare la propria leadership tramite la diffusione della cultura salafita, che è caratterizzata dall'ossequio nei confronti del potere costituito in generale e del monarca saudita in particolare.
Nel corso della storia alcuni dei movimenti sunniti radicali beneficiati dalla generosità saudita si sono rivelati tra i gruppi più violenti, più propensi all'interpretazione letterale, più intolleranti e più pericolosi, sia per gli altri musulmani sia per tutti coloro che non detengono alcuna particolare "verità". L'ultima volta che realtà del genere sono state fomentate è stata nel corso dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan: le conseguenze di quanto successe allora sono ancora oggi sotto i nostri occhi, nonostante siano trascorsi decenni.
Questi tre progetti, anche se possono a prima vista presentare dei punti in comune, sono in realtà in competizione tra loro. Sono tutti progetti che tendono al conseguimento della supremazia: progetti che hanno come scopo la presa del potere e che finiranno per scontrarsi, sunniti contro sunniti. Lo scontro in Oriente è già divampato con violenza.
Il salafismo dell'Arabia Saudita e quello ad orientamento radicale sono già stati fomentati in Yemen, in Iraq, in Siria, in Libano [8], in Egitto, in tutto il nord Africa, nel Sahara, in Nigeria e nel corno d'Africa. Non c'è da meravigliarsi delle preoccupazioni russe: l'Asia Centrale [9] non è certo immune dal fenomeno. I politici russi ricordano fin troppo bene quale fu l'impatto provocato ad un passo dalle loro frontiere da certe sollecitazioni, ai tempi dell'Afghanistan.
I russi trovano difficile capire come gli europei possano ancora una volta disinteressarsi delle conseguenze dei loro effimeri divertimenti domestici come il giochetto della caccia al dittatore, intanto che questo nuovo fermento radicale che si diffonde attraverso il Medio Oriente e l'Africa e che tenta di espandersi in Asia Centrale spiega le proprie forze alle soglie del continente Europeo, sull'altra sponda del Mediterraneo.
Il mutamento culturale in atto ha anche un'altra dimensione, evidenziata oltre un anno fa dal ministro degli esteri della Repubblica di Turchia. Il "Risveglio", disse il ministro, segnava la fine di un capitolo storico caratterizzato dalle divisioni che le grandi potenze avevano imposto ai musulmani quando frammentarono e divisero le vecchie provincie sunnite su cui l'Impero Ottomano dominava. Ahmet Davutoglu considerava questo "Risveglio" come una nuova "unificazione" dei musulmani, come la ricomposizione di una frammentazione causata dalla storia.
Non sorprende il fatto che il tema della comunità pan-musulmana e quello della riaffermazione della sfera di potere sunnita ricorrano oggi con sempre maggiore frequenza. [10] Davutoglu non ha citato la parola 'umma, che indica la comunità dei credenti, ma adesso molti lo stanno facendo. Si tratta di un discorso politico che preoccupa molto quanti in Medio Oriente non vogliono essere etichettati o minacciati in quanto minoranze, e che con tutti i suoi richiami agli echi dell'egemonia ottomana dei musulmani sunniti colpisce il loro percepirsi come cittadini uguali agli altri. [11]
Un mutamento culturale che va verso la riconsiderazione di una più ampia appartenenza musulmana (nessuno per adesso sta suggerendo la dissoluzione degli stati nazionali, anche se il primo ministro tunisino ha lasciato intendere di intravedere prossimo l'inizio del Quarto Califfato) ha delle implicazioni importanti anche per il conflitto tra Palestina ed Israele.
Negli ultimi anni abbiamo udito gli israeliani chiedere con insistenza il riconoscimento del loro stato come stato nazionale esplicitamente ebraico e non soltanto come Stato d'Israele di per sé. Uno stato ebraico, di principio aperto ad ogni ebreo che cerchi di tornarvi: la creazione di una 'umma ebraica laddove essa era esistita. Adesso sembra che nelle regioni occidentali del Medio Oriente si stia manifestando un'ambizione speculare a questa, che vuole il ristabilimento di una più vasta nazione sunnita; qualcosa che toglierebbe di mezzo le ultime vestigia dell'era coloniale.
Cosa significherà tutto questo per la Palestina? Il riconoscimento del diritto legale dei palestinesi ad uno stato nazionale rischia di uscire indebolito da questo anelito culturale all'instaurazione di una nazionalità e di un'appartenenza islamica di maggiore ampiezza? I diritti dei palestinesi, adesso cristallizzati nel concetto di stato nazionale, si trasformeranno per gradi in una più esplicita aspirazione islamica che superi i confini nazionali? La lotta assumerà i caratteri di una liotta primordiale tra simboli religiosi ebraici ed islamici, tra la moschea di Al Aqsa ed il Tempio?
Sembra che sia Israele sia le regioni che lo circondano stiano adottando un linguaggio che li porta molto lontano dai concetti ampiamente immanenti che ne sottendono le istanze e che per lungo tempo sono serviti a connotare la loro conflittualità. Quali potranno essere le conseguenze se questo conflitto, a causa della sua stessa logica, diventa uno scontro tra poli religiosi diversi?
Questa prospettiva a qualcuno sembrerà troppo pessimistica e persino minacciosa, ma questo succede perché molto spesso ci si accosta al Medio Oriente prima di aver acquisito una vera competenza in materia, senza considerazione per il diritto internazionale, senza considerazione per la Carta delle Nazioni Unite, e senza considerazione per il diritto che ogni nazione ha di essere se stessa a proprio modo.
In questo senso le pretese occidentali dapprincipio sono esagerate e prive di ogni logica, poi finiscono per implodere; il loro risultato è sempre un qualche unanime appello al "qualcuno faccia qualcosa", un'espressione che negli ultimi anni ha preso il significato di "fare qualcosa" ignorando il diritto internazionale, i diritti di sovranità e le Nazioni Unite. Un "fare qualcosa" in cui dettano legge gruppi orwelliani ed autonominati di "Amici di...", non importa quanto disastrose possano alla fine rivelarsi le conseguenze di questo "qualcosa".
La Siria è diventata il terreno di prova di queste intromissioni esterne; le vicende siriane [12] vengono determinate da questo potente schieramento delle potenze del Golfo intente a costruire un "nuovo Medio Oriente" tutto loro e non certo da una semplicistica narrazione fatta di riforme contro repressione, che impedice di collocare la Siria nel proprio peculiare contesto.
Molti siriani considerano oggi la lotta in corso non come un qualche cosa che riguardi le riforme -peraltro desiderate da tutti i siriani- ma come qualcosa di più primordiale, una lotta elementare in cui è in discussione l'esistenza stessa del concetto di Siria come tale, in cui entrano in gioco timori per la propria identità che toccano sensibilissimi ed infiammati nervi all'interno del mondo islamico. Non c'è da sorprendersi se oggi come oggi sono in molti a considerare la sicurezza più importante delle riforme.
Non c'è dubbio sul fatto che il Medio Oriente sia entrato in un periodo di profonde e turbolente lotte che definiranno il suo futuro e quello dell'Islam. Ma non è detto che questo periodo di trasformazione abbia gli esiti che alcuni possono pensare, o anche sperare: i paesi del Golfo possono anche perseguire ad oltranza i propri obiettivi, ma è proprio questo fatto a rendere vulnerabili anch'essi.
Il monarca saudita può anche aspirare ad unificare un mondo sunnita secondo la sua personale concezione di esso, ma difficilmente vi riuscirà comportandosi come si sta comportando. La sua rude vendetta contro Assad non sta affatto contribuendo ad unificare il Medio Oriente, ma soltanto a stravolgerlo; ed il ricorso continuo ai movimenti sunniti militanti sta causando violenti scontri in molti stati sovrani; in Oriente e al di là di esso la situazione sta già sprofondando in un conflitto di sunniti contro sunniti.
L'identità che i siriani hanno di se stessi, così com'è il caso di molte altre realtà nella regione, non ha mai avuto un carattere settario; affonda invece le proprie radici nella consapevolezza di appartenere ad una delle grandi nazioni della regione, dotata di un proprio modelo di società in cui vigevano "maggiore libertà religiosa e maggiore tolleranza... di quanta ve ne fosse in qualsiasi altro paese arabo". [13]
I siriani non si autodefiniscono sulla base dell'appartenenza settaria. L'intolleranza di stile wahabita che si basa su criteri settari è estranea al Levante, persino alla sua componente sunnita. Già stiamo assistendo, ad esempio in Egitto, a casi in cui certi movimenti vengono messi all'angolo anche da quanti tengono a definirsi islamici perché si pensa agiscano essenzialmente sulla spinta di motivazioni settarie. Nessuno ha voglia di cercarsi una camicia di forza di qualche altro genere. La domanda ricorrente è: i Fratelli Musulmani sono forse passati dalla "sopportazione" alla "dominazione"? La sensazione è quella di avere sostanzialmente perso qualcosa: in mezzo a questo processo di inculturazione intriso di autoritarismo, dov'è finito lo zelo riformatore, quello sinceramente rivoluzionario?


2 The Dangers of a Protracted Crisis in Syria, Al Arabiya English, 3 marzo 2012
3 The Two Faces of Egypt's Muslim Brotherhood, Der Spiegel, 22 maggio 2012
5 Arab World: Qatar, Midwife of the new Arab world, Jerusalem Post, 20 gennaio 2012
6 A Sunni Emirate in the North, Al-Akhbar English, 18 maggio 2012
7 The Two Faces of Egypt's Muslim Brotherhood, Der Spiegel, 22 maggio 2012
8 Lebanon's Sunni Street Takes Charge, Al-Akhbar English, 21 maggio 2012
9 SCO struggles to counter Arab Spring, Russia & India Report, 14 maggio 2012
10 Questions over Arab states' legitimacy, Gulf Times, 23 maggio 2012
11 Do Arabs want Turkey to lead the Arab awakening?, Hurriyet Daily News, 1 maggio 2012