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03 luglio 2018

Alastair Crooke - Un incontro fra amici stretti, quello fra Trump e la Corea del Nord. Quali saranno le conseguenze per l'Iran?



Traduzione da Strategic Culture, 19 giugno 2018.

Che risultato incredibile. Le minacce di fuoco e fiamme, tutto il pestare di piedi per una denuclearizzazione completa, irreversibile e certificata, tutte le sbruffonate dei neoconservatori su Kim Jong Un che doveva consegnare i suoi armamenti nucleari agli Stati Uniti e compiere gli irreversibili passi necessari a liberarsi completamente di ogni potenziale atomico prima che Trump alzasse solo un dito si sono liquefatti di come neve al sole e hanno lasciato il posto ad una scena da amiconi che non si lasceranno mai più.
"L'incontro al vertice svoltosi a Singapore ha avuto molto di teatrale e pochissimo di sostanza," scrive il professor Steven Walt, "ad eccezione di un tipico omaggio alla Trump. Questa volta Donald Trump si è offerto impulsivamente di interrompere le esercitazioni militari con la Corea del Sud, senza avvertire in anticipo Seoul delle sue intenzioni. In cambio la Corea del Nord ha promesso di fare... nulla. Se questo autonominato negoziatore esperto continua a stringere accordi come questo esisterà senz'altro un Kim Jong Un Hilton a Honolulu prima che una Trump Tower a Pyongyang. Il risultato più significativo dell'incontro di Singapore è rappresentato dalla ormai ultimata trasformazione di Kim... in un leader mondiale serio e impegnato di una qualche levatura."
Tutto questo è stato solo un esempio dei comportamenti creativi e poco ortodossi di Trump, per cui si fa un incontro di persona e soltanto dopo si arriva a un qualche accordo rilevante, come per esempio l'evitamento di una impasse? O forse è stato perché a grandi linee gli obiettivi della politica di Kim Jong Un sono chiari almeno dal 2013, ma il punto di svolta che li ha trasformati da un qualcosa di latente a un qualcosa di concreto è stato il cambiamento di rotta della Corea del Sud, in cui Moon ha ricevuto esplicito mandato di cercare la riunificazione della penisola (obiettivo che i capi politici del Nord hanno a lungo cercato di perseguire)?
Detto con chiarezza, la Russia, la Cina e la Corea del Sud hanno da tempo colto al balzo la palla rappresentata dal sostanziale mutamento di rotta del Sud. Nonostante tutto il loro atteggiarsi gli USA non erano certo in prima fila, e hanno reagito. Forse che Singapore è stata solo la dimostrazione del fatto che a Washington si sono accorti di star perdendo l'occasione per aggregarsi al "gruppo dei quattro"? E' probabile. E probabilmente anche la squadra di Trump si stava accorgendo al gran completo di una cosa, che una denuclearizzazione completa in cambio di "rassicurazioni" statunitensi ampiamente incomplete e comunque reversibili non era proponibile.
Funzionerà? Si arriverà alla denuclearizzazione completa? Il punto non è questo; qui ci troviamo davanti ad un processo momentaneamente in stallo. E la minaccia nordcoreana di mettere a segno sul territorio statunitense un colpo in stile Undici Settembre è stata attenuata.
Non è che questa improvvisa mossa di Trump riflette anche qualcosa d'altro? Non riguarda forse anche l'Iran e con esso l'unico obiettivo concreto della politica estera di Trump, che è quello di un assetto regionale in Medio Oriente che metta in sicurezza lo stato sionista?
La differenza sostanziale fra Corea del Nord e Iran è che la prima ha minacciato direttamente il territorio statunitense, per il quale l'Iran non rappresentava e non rappresenta una minaccia. A differenza della Corea del Nord l'Iran non può smantellare gli armamenti nucleari che non possiede.
Un'altra differenza è che i vicini della Corea del Nord stanno portando avanti un processo politico su base economica e si stanno trascinando dietro gli USA; a fronte dei negoziati condotti dagli USA essi vogliono continuare a contrapporre dati economici concreti. Nel caso dell'Iran la situazione è opposta: i vicini dell'Iran sono quasi a tutti i costi decisi a fare in modo che non si giunga alla distensione e che si inizi ad agire per rovesciare il governo iraniano. Insomma, i vicini dell'Iran sono parte attiva di un processo politico negativo, a differenza del "gruppo dei quattro" che si adopera positivamente affinché si arrivi a una soluzione politica.
Senza dubbio il Presidente Trump, nel caso del vertice con la Corea del Nord, ha investito un capitale politico sostanziale, e ha accettato di correre dei rischi sul piano interno. Con l'Iran si è comportato in modo opposto: gli USA e lo stato sionista stanno ostacolando attivamente qualsiasi paese europeo o di altra collocazione dall'impegnarsi affinché si arrivi a una soluzione politica alla questione del non possesso da parte dell'Iran di armamenti nucleari.
Allo stesso modo, mentre Trump presenta l'accordo con la Corea del Nord per una "completa denuclearizzazione della penisola" come una grande vittoria, nel caso dell'Iran una simile dichiarazione è impossibile, perché l'Iran ha per lungo tempo perorato la causa di un Medio Oriente libero da armamenti nucleari. Lo spettacolo televisivo di Netanyahu che sciorinava documenti iraniani che assicurava essere stati rubati a Tehran è stato imbastito proprio per impedire a Tehran di emettere qualsiasi dichiarazione sulla denuclearizzazione, rendendola priva di significato. "Gli iraniani hanno mentito. Qualsiasi impegno da parte loro è inutile," ha detto il Primo Ministro sionista. Di fatto, Netanyahu ha impedito in questo modo qualsiasi replica del vertice con la Corea del Nord.
In questo contesto in cui le cose vanno all'opposto che nel vertice tra amici stretti con la Corea del Nord e in cui si fa barriera contro qualsiasi soluzione politica sul programma nucleare iraniano, diventano significativi i messaggi su Twitter del blogger saudita Mujtahidd, rispettato e credibile.
Mujtahidd ha scritto che Kushner aveva messo al corrente Mohamed bin Salman (MBS) dei retroscena del vertice con la Corea del Nord:
Kushner ha detto a Mohamed bin Salman un dettaglio segreto sull'incontro fra Trump e Kim, di cui erano al corrente solo pochi intimi della Casa Bianca e probabilmente sconosciuto persino al Congresso. Dopo che Mohamed bin Salman si era detto preoccupato che qualcosa di simile succedesse anche con l'Iran, con Trump che apriva improvvisamente all'Iran senza condizioni, voltando così le spalle a bin Salman.

Kushner ha detto a bin Salman che prima di un confronto militare con l'Iran Trump è intenzionato a promuovere la propria immagine di pacificatore ed è stato per questo che si è prestato a un simile risultato [il vertice di Singapore]. Dapprincipio Kim si è mostrato entusiasta di dare l'annuncio della denuclearizzazione prima ancora dell'incontro, ma quando la Cina ha notato che anche Trump era entusiasta, ha deciso di fargli sapere sottobanco che il prezzo per il vertice era la fine della guerra commerciale con la Cina.

La Cina poi ha fatto sapere a Kim di far marcia indietro rispetto all'iniziale volontà di tenere un incontro al vertice, e questa è la situazione che è rimasta in essere fino a quando Trump non ha segretamente promesso alla Cina di interrompere la sua guerra commerciale. Prova del fatto è stata la caduta del bando verso l'operatore delle telecomunicazioni cinese ZTE, accusato di spionaggio tecnico e commerciale contro gli USA.

Quando il Congresso ha respinto la decisione presidenziale di far cadere il bando contro la ZTE, Trump ha promesso ai cinesi, di concerto con Kushner, di mettere il veto alla decisione del Congresso.

Dopo aver avuto queste spiegazioni da Kushner, bin Salman è stato rassicurato che il confronto con l'Iran sta andando avanti. L'essere messo a conoscenza di questo segreto lo ha inorgoglito molto, e ha espresso la sua soddisfazione nelle conventicole [saudite].
Si tratta di una spiegazione plausibile. Non esiste alcuna prova a sostegno di queste affermazioni, ma Mujtahidd si è dimostrato nel giusto molte volte. L'operazione mediatica di Singapore ha consentito a Trump di accreditarsi come uomo di pace plausibile. Non ci sarà -non potrà proprio esserci- alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu a favore di un intervento statunitense contro l'Iran, ma le foto di Singapore fanno testo: rappresentano la buona volontà di Trump. Esse suggeriscono inoltre che Trump sia sempre stato aperto al negoziato, cosa che nel caso dell'Iran non è certo vera a meno che non si presenti l'eventualità di rovesciarne il governo. Insomma, le foto da amiconi fatte con Kim Jong Un lo immunizzano dall'accusa di essere null'altro che l'ennesimo neoconservatore.  
Insomma, per il momento la situazione con la Corea del Nord è stata sistemata così, e i negoziati sul lungo termine stanno andando avanti; Trump è libero di far salire la tensione con l'Iran e senza le concrete preoccupazioni che c'erano nel caso della Corea, perché l'Iran non può minacciare in nessun modo il territorio statunitense.
Putin, al vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai cui era presente anche il Presidente Rouhani, si è esplicitamente impegnato a sostenere l'Iran e l'accordo sul nucleare iraniano. Nella stessa coccasione la Cina ha invitato l'Iran ad avvalersi della borsa merci di Shanghai per quanto riguarda le proprie esportazioni di energia. La Russia e la Cina possono proteggere l'Iran dall'implosione economica, ma nessuna delle due può condurre un processo di pace contro la marea statunitense e sionista, aggressiva e in pieno rigoglio.
Cosa è successo a Singapore, insomma? Pare che Trump abbia aggiunto i neoconservatori alla propria base elettorale... proprio in tempo per le elezioni di metà mandato al Congresso. A Singapore c'era Bolton, e il Presidente degli USA si è fatto un punto d'impegno di presentare a Kim Jong Un proprio la bandiera dei neoconservatori, tra tutti i presenti. Esiste una nutrita aneddotica sull'avversione, forte e fondata su buoni motivi, che la Corea del Nord ha per Bolton. Lo stesso Bolton si è prestato alla cosa e non ha detto una sola parola dal suo repertorio consueto, quello in cui, per intenderci, la Corea del Nord dice menzogne perché è nella sua natura.
Bolton si è comportato in modo stranamente affabile ed educato. Cosa c'era in ballo dietro un atteggiamento così insolitamente condiscendente? Lo stesso Mujtahidd potrebbe darci la risposta, grazie al desiderio di Jared Kushner di tenersi buono Mohammed bin Salman: "prima di un confronto militare con l'Iran Trump è intenzionato a promuovere la propria immagine di pacificatore ed è stato per questo che si è prestato a un simile risultato [il vertice di Singapore]".
Nel caso fosse servita una conferma al fatto che dietro il miele e i lustrini di Singapore ci sono un confronto geopolitico di vasta portata e intenzioni miserabili, a procurarla ci ha pensato la Norvegia.
Col fiuto infallibile che hanno quando si tratta di mal giudicare le cose,  i norvegesi hanno dato eco all'idea di assegnare a Trump il Nobel per la pace. Ci sta che Mujtahidd abbia proprio ragione.
L'Iran rimarrà sotto assedio fino alla resa? Il nodo scorsoio di Trump sarà un fallimento. In questo caso, magari, ai vertici della politica dello stato sionista qualcuno capirà meglio che l'era unipolare dei G7 è finita, e che sta nascendo il mondo multipolare voluto da Russia e Cina.

20 giugno 2018

Alastair Crooke - Il trumpismo diventa netanyahuismo



Traduzione da Strategic Culture, 21 maggio 2018.

La dichiarazione presidenziale dell'otto maggio sull'abbandono dell'accordo sul nucleare iraniano ci impone una ridefinizione del trumpismo.
Quando Trump prese possesso della carica, era ampiamente noto che la sua ideologia si basava su tre pilastri fondamentali: in primo luogo i costi sostenuti dagli USA per mantenere l'apparato bellico imperiale (ovvero la gestione dell'ordine mondiale basato sul predominio ameriKKKano) erano semplicemente troppo onerosi e ingiusti, specie per quanto riguardava il mantenimento dell'ombrello difensivo, per cui altri paesi dovevano essere costretti a condividerne i costi. In secondo luogo, i posti di lavoro ameriKKKani erano stati, per così dire, rubati all'AmeriKKKa, e avrebbero dovuto essere ripristinati tramite cambiamenti forzati negli accordi commerciali. Terzo, a questo si sarebbe arrivati applicando le tattiche dell'Arte del Giungere a un Accordo.
La situazione aveva almeno il pregio della chiarezza, se non quello di costituire un progetto interamente realizzabile. Solo che per lo più pensammo che questa Arte del Giungere a un Accordo altro non contemplasse che minacciare, angariare e vessare la controparte, chiunque essa fosse, facendo alzare la tensione fino a livelli esplosivi per poi offrire "un accordo" all'ultimissimo minuto e nel momento più grave della crisi. All'epoca il punto era proprio questo: Trump avrebbe scagliato bombe verbali per mettere a soqquadro le aspettative correnti, si sarebbe mosso concretamente per forzare gli eventi, ma l'obiettivo, si pensava in genere, era quello di arrivare a un accordo. Un accordo in sintonia con gli interessi mercantili e politici ameriKKKani, ma pur sempre un accordo.
Probabilmente abbiamo mal interpretato l'incremento che Trump ha impresso al già surdimensionato apparato bellico ameriKKKano. Sembrava che si trattasse di farne un potenziale strumento di pressione, un qualcosa che può essere offerto come ombrello difensivo -a paesi che soddisfacevano determinate condizioni- o negato a quanti non avrebbero messo mano alla tasca nella misura desiderabile.
Con la dichiarazione dell'otto maggio tutto è cambiato. Non si è dibattuta solo l'uscita degli USA da un accordo; si è dichiarata contro l'Iran una guerra finanziaria senza quartiere, con termini di resa definiti come rovesciamento del governo e totale sottomissione agli USA. Solo che tutto questo non è più finalizzato al raggiungimento di un accordo migliore, più favorevole agli USA, o al renderlo più remunerativo. Si tratta di usare il sistema finanziario come strumento per distruggere la moneta e l'economia di un altro paese. L'apparato militare statunitense è stato ulteriormente enfiato per essere usato, perché sia in grado di rovesciare fuoco e fiamme sui paesi che non si mostrano condiscendenti.
Nahum Barnea, un editorialista di primo piano nello stato sionista, scrivendo nel quotidiano in lingua ebraica Yediot Ahronot esprime in termini stringati il piano: "Le aspirazioni nel lungo periodo dello stato sionista hanno un obiettivo ambizioso: portare l'Iran al collasso economico grazie alle sanzioni ameriKKKane. Il collasso economico porterà al rovesciamento del governo. Il nuovo governo abbandonerà l'opzione nucleare e i piani per espandersi in tutta la regione. Gli stessi fattori che hanno causato il crollo dell'Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso causeranno il crollo della repubblica islamica. Il Presidente Reagan lo fece con i sovietici; il Presidente Trump lo farà con gli iraniani. Trump si è innamorato di questa idea."
L'adozione dell'idea di rovesciare il governo iraniano, la "concessione" unilaterale di Gerusalemme allo stato sionista e il benestare statunitense per attacchi contro le truppe e le infrastrutture iraniane in Siria in qualunque località e in qualunque tempo costituiscono l'assoluta antitesi di un approccio basato sull'Arte di Giungere a un Accordo. Sono invece il modo di far crollare davvero, e in senso materiale, il Medio Oriente come esso è oggi, per mezzo della forza finanziaria e militare. Un altro utopistico progetto occidentale in cui si intende eliminare i difetti (per esempio questi "Ayatollah" che si oppongono perversamente all'AmeriKKKa e alla sua missione di civiltà) che l'elemento umano introdurrebbe in un mondo altrimenti perfetto, ricorrendo alla forza o all'eliminazione fisica.
Il politologo statunitense Russell-Mead pensa che l'otto maggio il trumpismo abbia attraversato una metamorfosi e abbia cambiato rotta, dirigendosi verso un'"epoca neoameriKKKana nella politica mondiale, piuttosto che verso un'epoca postameriKKKana [com'era quella di Obama]" (le iniziative di Trump sembrano molto spesso radicalmente ispirate dalla repulsione per Obama).
Insomma, "l'amministrazione vuole ampliare il potere ameriKKKano piuttosto che limitarsi a governarne il declino. Almeno per adesso, il Medio Oriente è il perno di questa posizione nuovamente assertiva", afferma Russell-Mead, spiegando come nasce il nuovo atteggiamento di Trump:
L'istinto dice [a Trump] che la maggior parte degli ameriKKKani sono tutt'altro che ansiosi di vedere un mondo "postameriKKKano". I sostenitori del signor Trump non vogliono lunghe guerre, ma non sono intendono neppure rassegnarsi alla stoica accettazione del declino del proprio paese. Per quanto riguarda l'atteggiamento nei confronti dell'Iran, Trump pensa che rafforzare l'Iran significhi più probabilmente rafforzare i sostenitori della linea dura piuttosto che i moderati. Come disse una volta Franklin Roosevelt in uno dei discorsi al caminetto, "Non c'è uomo che possa trasformare una tigre in un gattino a forza di carezze."
L'amministrazione Trump è convinta che anziché costringere gli USA alla ritirata, l'arroganza con cui l'Iran si è allargato in Medio Oriente rappresenti in realtà un'occasione d'oro per ribadire la potenza ameriKKKana. Spera che l'alleanza in via di consolidamento fra paesi arabi e stato sionista fornirà all'AmeriKKKa alleati nella zona pronti a sobbarcarsi la maggior parte dei rischi e dei costi di una politica antiiraniana, in cambio del sostegno degli USA. Il potenziale aereo dello stato sionista e gli eserciti arabi, uniti alle reti di servizi e alle relazioni locali che i nuovi alleati portano in dote, possono mettere l'Iran sulla difensiva in Siria e altrove. Questa pressione militare, unita alla pressione economica che deriva da una nuova ondata di sanzioni, indebolirà la presa che l'Iran ha sui suoi alleati di prossimità e creerà problemi politici ai mullah in patria. Se essi risponderanno facendo ripartire il programma nucleare, i raid aerei sionisti e ameriKKKani potrebbero sia fermare questi sviluppi, sia infliggere al prestigio della Repubblica Islamica una batosta umiliante.
A quel punto, sono convinti quelli di Trump, l'Iran dovrà affrontare un negoziato ben diverso; un negoziato in cui gli USA e i loro alleati si trovano in una posizione di forza. Oltre ad accettare limiti alle proprie attività in campo nucleare, sperano gli ottimisti, l'Iran rinuncerà anche alle proprie ambizioni sul Medio Oriente. Il futuro della Siria sarà deciso dagli arabi, e l'Iran accetterà che l'Iraq si comporti da stato cuscinetto neutrale fra le sue frontiere e il mondo arabo sunnita; una pace precaria finirà così per prevalere.
Davvero una bella utopia, Trump che risistema il Medio Oriente. Che cosa potrebbe mai andare storto?
Russell-Mead non lo dice esplicitamente, perché preferisce usare il vocabolo neoameriKKKano, ma quello che ci troviamo davanti non è che un miscuglio del trumpismo prima maniera col neoconservatorismo puro e semplice. O con quello che potremmo definire netanyahuismo. Certo, il classico approccio alla Trump che consiste nel prendere decisioni a effetto, di quelle lì per lì gradite alla base ma che spesso sembrano mancare di una visione strategica approfondita o di considerazione per i rischi nel più lungo periodo, è sempre presente; solo che l'"accordo" cui si puntava prima è stato sostituito dalla ricerca della sottomissione completa. Da quello che Russell-Mead chiama "ampliamento del potere ameriKKKano".
La cerimonia di passaggio dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme riflette esattamente questa perdurante campagna di decisioni ad effetto che sono poi una sua caratteristica essenziale. Dapprincipio infatti Trump aveva respinto le pressioni repubblicane favorevoli al trasferimento dell'ambasciata (come riportato da Haaretz), ma come sottolineato anche dal quotidiano sionista il suo atteggiamento all'inizio del mese era completamente cambiato: "La cerimonia di apertura della nuova ambasciata USA a Gerusalemme era sostanzialmente un evento ad invito della campagna di Trump":
I partecipanti previsti avevano tutti giurato lealtà al presidente e appartenevano a uno dei gruppi che lo aveva salutato come un nuovo Ciro il Grande: ebrei ortodossi, sionisti di destra (compreso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu) e appartenenti alla sua base nel Partito Repubblicano, provenienti soprattutto dalla comunità evangelica.
Tutto questo era in bella evidenza fin dalla cerimonia di benedizione inaugurale tenuta dal pastore della enorme chiesa battista texana, il dottor Robert Jeffress. Gli occhi stretti in preghiera, ha ringraziato Dio per 'il nostro grande Presidente Donald Trump', ha lodato il modo in cui Israele "ha benedetto questo mondo indicandoci la tua persona, l'unico vero Dio, con i messaggi dei suoi profeti, con le sue scritture e con il Messia" e ha pregato per Gerusalemme "£in nome dello spirito del Principe della Pace, Gesù nostro signore."
Per Netanyahu un'ubriacatura di successo. Ben Caspit, nel quotidiano sionista Maariv, ha descritto in lingua ebraica le condizioni di Netanyahu: "è quella che chiamano euforia". I neoconservatori sono in piena azione: Eli Lake del Bloomberg fa collegamenti fra la dichiarazione sull'Iran e la condotta dei negoziati commerciali con la Cina. In un articolo intitolato "Trump capitola alla cinese ZTE e indebolisce la sua strategia contro l'Iran". Lake cita uno di coloro che hanno messo a punto le stringenti sanzioni contro l'Iran, Richard Goldberg, notando che "Se si comincia a barattare un allentamento delle sanzioni in cambio di migliori condizioni commerciali, il potere di deterrenza delle sanzioni ameriKKKane [contro l'Iran] si attenua molto velocemente."
Lake aggiunge che il suo collega David Fickling ha sottolineato qualcosa di simile nel suo editoriale, quando ha osservato che il passo indietro di Trump con la ZTE costituisce precedente di un pericoloso azzardo morale. "Qualunque governo abbia una disputa con Washington adesso sa che c'è solo bisogno di minacciare la base elettorale di Trump per averla vinta," ha scritto Fickling, intendendo in concreto che una volta che si imbocca il sentiero neoconservatore della guerra finanziaria puntellata con le armi occorre mantenere una linea in cui non si ha rispetto per nessuno, anche in negoziati abbastanza a se stanti come quello commerciale con la Cina.
Esatto. Neoconservatori come John Bolton rifuggono tradizionalmente dal negoziato e dalla diplomazia, e preferiscono invece il potere puro e semplice e l'applicazione di pressione a danno della controparte per costringerla a fare concessioni o a sottomettersi. Il fatto è che mentre la dichiarazione dell'otto maggio era diretta esplicitamente contro l'Iran, le sue conseguenze si espandono in tutto lo spettro della politica estera. Se venire incontro alla Cina per quanto riguarda la ZTE (un fabbricante cinese di smartphone e di semiconduttori) "indebolisce la strategia contro l'Iran", allora qualunque esenzione o qualunque allentamento delle sanzioni nei confronti delle società europee che hanno investito in Iran andrà a indebolire questa strategia in modo anche più diretto. Anche una qualsiasi concessione fatta alla Russia finisce per influire su di essa. Insomma, si tratta di una strategia del tipo "tutto o nulla" altamente sensibile al contagio.
C'è poi l'incontro con la Corea del Nord. Un funzionario europeo ha detto a Laura Rozen, cronista basata a Washington, che l'amministrazione Trump è sicura di avere la possibilità di arrivare ad un accordo sul nucleare con la Corea del Nord perché è arrivata al massimo la campagna di pressioni organizzata contro di essa. "Lo chiamano lo scenario Corea del Nord," ha detto il funzionario europeo. "Si schiacciano i nordcoreani, si schiacciano gli iraniani... e faranno quello che ha fatto Kim Jong Un: si arrenderanno".
Solo che la squadra di Trump, se davvero crede che siano state le sanzioni a costringere Kim Jong Un a chiedere un incontro a Trump, può aver mal interpretato la situazione.
Kim Jong Un in realtà ha esplicitamente avvertito il Segretario di Stato Pompeo, nel corso del loro incontro, che il motivo per cui chiedeva un inconto era che "abbiamo perfezionato la nostra capacità nucleare", vale a dire che la Corea del Nord, come potenza nucleare vera e propria, sente adesso di avere il potere necessario per costringere gli ameriKKKani a lasciare la penisola e a portarsi via anche le loro minacce e i loro missili. Su questo punto Kim Jong Un ha il sostegno della Corea del Sud, anche se è dubbio che esso sia tanto convinto da poter reggere le minacce di Washington; di qui la rabbia di Jong Un per la ripresa delle esercitazioni militari sudcoreane con gli USA, contrarie ai precedenti abboccamenti. L'avvertimento ricevuto da Pompeo è stato ampiamente ignorato a Washington, ma nondimeno "questo [incontro programmato] non è il risultato di sanzioni imposte dall'esterno".
In un certo senso adesso Trump ha bisogno di questo incontro, e di una rapida "vittoria" che arrivi in tempo per le elezioni di metà mandato. Ne ha più bisogno di quanto serva a Kim Jong Un. Il leader nordcoreano ha già avuto il suo successo dimostrando a Pechino, a Mosca e a Seoul che sta seriamente cercando di arrivare a una Corea nucleare, smilitarizzata e unificata (che sono le richieste fattegli dalla Cina) e che il problema non è lui, ma le richieste senza compromessi avanzate da Washington. Insomma, l'incontro serve alla Corea del Nord per migliorare le relazioni con la Cina e con la Russia e per continuare con le aperture verso la corea del Sud. Non segna certo la fine di Kim Jong Un.
In ogni caso vedremo come andrà a finire. Nascono però due interrogativi conseguenti: ora che Trump ha abbracciato quello che per Russell-Mead è il neoameriKKKanismo, quale strategia adotteranno gli USA se la Corea del Nord e l'Iran rifiuteranno di dare segno di sottomissione? Il passo successivo è l'attacco militare? In secondo luogo, è verosimile che questa strategia funzioni? Dovremo aspettare e vedere. Solo che a questo proposito c'è un dato di fatto importante: non siamo nel 2012, l'anno in cui gli USA imposero le sanzioni all'Iran, ma nel 2018, e molte cose sono cambiate.
Trump può anche credersi l'equivalente contemporaneo di un Cesare Borgia del sedicesimo secolo, con Bolton che gli fa da Machiavelli e Mattis da Leonardo che costruisce macchine belliche, fa assassinare i nemici e mette sotto assedio le città stato che non intendono sottomettersi. Il fatto è che Cina, Russia e Iran non sono città stato che è possibile assediare a capriccio e senza subire conseguenze. La base elettorale di Trump dirige il proprio disgusto sulla palude di Washington e sulle tasse cavasangue volute dalla sua élite politica e aziendale e chiede a gran voce che la palude sia bonificata; anche Cina, Russia e Iran vogliono che sia bonificata la palude che si chiama "ordine mondiale" e che venga loro restituita la sovranità.
Cina, Russia e Iran sanno benissimo che dovranno affrontare una guerra finanziaria per il loro rifiuto di collaborare. Capiscono, come Putin ha sottolineato ancora una volta anche questo mese, che il monopolio del dollaro ameriKKKano costituisce il centro della palude dell'ordine mondiale. E sanno che alla fine solo un'azione collettiva potrà bonificarla. Chissà, anche l'Europa alla fine potrebbe unirsi al fronte di coloro che non collaborano per protestare contro le sanzioni che gli USA hanno imposto.




17 giugno 2018

Alastair Crooke - Trump recede dalla strategia degli accordi: lo scenario mediorientale cambia



Traduzione da Strategic culture, 14 maggio 2018.

Nahum Barnea sullo Yedioth Ahronoth spiega abbastanza chiaramente quale sia il gioco fra stato sionista e Iran (in cui Trump sta cercando di intromettersi): dopo l'uscita degli USA dagli accordi sul nucleare iraniano, Trump minaccerà di scatenare una tempesta di fuoco contro Tehran nel caso l'Iran si azzardasse ad attaccare direttamente lo stato sionista. A Putin toccherà trattenere l'Iran dall'attaccare lo stato sionista dal territorio siriano, lasciando così libero Netanyahu di fissare nuove regole del gioco per cui lo stato sionista potrà attaccare e distruggere le truppe iraniane ovunque in Siria (e non solo alla frontiera meridionale, come fino ad oggi accordato) senza il timore di subire conseguenze.
Secondo Barnea si tratta di un triplo azzardo. "Netanyahu conta sulla moderazione di Khamenei, sulla credibilità di Trump e sulla generosità di Putin. Tre caratteristiche che questi personaggi non si sapeva possedessero... Il problema è cosa succederà se invece di demordere gli ayatollah sceglieranno la guerra o, più probabilmente, se la regione precipita in un conflitto a causa della condotta avventata e mal calcolata di una delle parti in causa. Trump aprirà un nuovo fronte in Medio Oriente per difendere lo stato sionista e l'Arabia Saudita? Se lo fa, va contro ogni promessa elettorale della sua campagna". Secondo un collega di Barnea, Ben Caspit, quello del sostegno militare statunitense è un problema già chiuso: "Gli Stati Uniti [hanno] promesso allo stato sionista pieno e totale sostegno su ogni fronte... se scoppia davvero una guerra regionale, gli Stati Uniti prenderanno immediatamente una posizione netta, si pronunceranno a favore dello stato sionista e manderanno a Mosca i messaggi appropriati per assicurarsi che il Presidente russo Vladimir Putin resti fuori dal conflitto e non si azzardi a intervenire, direttamente o indirettamente, a favore dei propri alleati Iran e Siria. Di ritorno da Washington [il ministro della difesa dello stato sionista] Liberman ha comunicato al Primo Ministro di aver ricevuto 'luce verde' in materia di sicurezza."
Caspit tratteggia con candore la relazione che esiste fra Bibi e Trump dopo l'abbandono dell'accordo sul nucleare iraniano. "Solo una cosa non è chiara," ha detto ad Al-Monitor una fonte molto vicina a Netanyahu a condizione di rimanere anonima; "vale a dire, chi è al lavoro per chi? Netanyahu sta lavorando per Trump, o è il Presidente Trump a servizio di Netanyahu? Almeno dall'esterno e dopo un attento esame, sembra che i due agiscano in perfetta sincronia". Dall'interno la sensazione è anche più forte; "esiste una tale coordinazione fra i due leader e i loro due uffici -l'Ufficio Ovale alla Casa Bianca e l'ufficio del Primo Ministro a Gerusalemme- che a volte sembra che siano un unico grande organismo", ha detto a Caspit un ufficiale superiore della difesa dello stato sionista.
"Per adesso l'azzardo sta funzionando: gli iraniani non hanno (ancora) risposto, e adesso hanno un'altra buona ragione per mostrare prudenza: la battaglia per l'opinione pubblica europea" dice Barnea. "Trump può anche aver dichiarato il ritiro degli Stati Uniti e agire di conseguenza. Ma sotto l'influenza di Netanyahu e del suo nuovo esecutivo ha scelto di spingersi anche oltre. Le sanzioni economiche contro l'Iran saranno molto più pesanti, assai più di quanto lo fossero prima della firma dell'accordo. "Colpiscili al portafoglio," aveva suggerito Netanyahu a Trump; se li colpisci al portafoglio soffocheranno, e se soffocheranno cacceranno gli ayatollah. La scorsa notte, con l'uscita dagli accordi sul nucleare, Trump ha abbracciato calorosamente questo approccio."
Insomma, a detta di sue stesse fonti lo stato sionista ha questa prospettiva: colpire ovunque l'Iran in Siria, isolarlo diplomaticamente (cosa assai meno plausibile) e colpirne l'economia. Il "regime" iraniano si troverà "costretto" a gettare l'economia del paese in un "vortice mortale" e la valuta iraniana finirà in caduta libera. Questo, se di deve credere alla narrativa dei falchi sionisti e ameriKKKani.
Va detto che l'escalation e lo scambio di missili attraverso la frontiera sionista del 9 e 10 maggio scorsi non è iniziata per colpa degli iraniani; non ci sono truppe del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica a ridosso del Golan. Non è stato l'Iran a prendere l'iniziativa, ma lo stato sionista, che ha colpito bersagli siriani come ha fatto regolarmente nel corso delle settimane precedenti. In questo caso tuttavia lo stato sionista ha cercato di accusare l'Iran (la preannunciata apertura dei rifugi nel Golan occupato rappresentava in qualche modo un avallare un'incombente provocazione) e di mettere Tehran sotto ulteriore pressione.
In concreto è stata Damasco a rompere lo status quo lanciando venti missili conto il Golan occupato senza tenere conto delle richieste di moderazione provenienti da Mosca; si tratta di un evento di maggiore portata di quanto lo sarebbe stato il lancio di missili da parte iraniana. Lo scambio di salve di missili è stato il primo caso, da decenni a questa parte, di fuoco siriano contro bersagli sionisti nel Golan.
Si tratta della prima "conseguenza non voluta" dell'annuncio di Trump: le provocazioni sioniste contro la Repubblica Islamica dell'Iran hanno paradossalmente costretto il governo siriano a tirare in ballo le alture del Golan occupato in qualità di prossimo campo di battaglia: "Se lo stato sionista continua con gli attacchi, la Siria penserà di lanciare missili o razzi al di là del territorio del Golan, per raggiungere lo stato sionista", ha previsto l'editorialista esperto in eventi bellici mediorientali Elijah Magnier.
Contrariamente a quanto se ne dice sui principali media, la lotta di Trump contro l'Iran ha ramificazioni geopolitiche assai più ampie che non l'inasprimento delle tensioni che esistono tra Iran e stato sionista. Nelle prossime settimane assisteremo senz'altro ad ulteriori casi di "conseguenze non volute" per gli USA.
Le implicazioni di più vasta portata dell'interpretazione sionista della "sintonia fra Trump e Netanyahu" su esposta -sempre che l'interpretazione sia corretta, e probabilmente lo è- implicano un mutamento strategico. Non è più l'Arte del Giungere a un Accordo a dettare la linea bellica, quella che implica uno scambio fra le parti e in ultima analisi un accordo negoziato.
Barnea e altri osservatori sionisti possono aver ragione: Netanyahu e i suoi falchi hanno spinto Trump un passo oltre. Adesso siamo all'Arte del Rovesciamento dei Governi, alla guerra di logoramento contro l'Iran. All'assedio medievale, detto altrimenti.
Non solo l'Iran, ma anche la Corea del Nord, la Russia e la Cina dovranno fare molta attenzione. Sembra che la volontà di Kim Jong Un di parlare di abbandono del nucleare con Trump abbia galvanizzato e in qualche modo legittimato l'entusiasmo di trump per uno stile basato sull'Arte del Giungere a un Accordo, per le minacce di ferro e fuoco e per la tattica del bastone e della carota. A quanto sembra Netanyahu è riuscito a far giungere alle narici di trump l'odore di un piatto succulento come il rovesciamento del governo iraniano e a indurlo a seguirne la scia fino alle sue zampe nella speranza di conseguire un grosso successo. Promettere tempeste di fuoco -Trump pare proprio sicuro- è una carta sicura per ottenere l'altrui capitolazione.
Il problema è che Trump può trovarsi ad aver costruito un castello di carte. E quali buone carte aveva in mano Trump, da convincere Kim Jong Un a sedersi al tavolo delle trattative? O al contrario è Kim Jong Un a intravedere in un incontro con Trump proprio il prezzo che è necessario e sufficiente pagare affinché la Cina gli copra le spalle nel caso l'accordo che scambia la denuclearizzazione con la deameriKKKanizzazione della regione non funzionasse, e per portare avanti una sua diplomazia per la riunificazione con una Corea del Sud che adesso per la prima volta si è detta disponibile senza stare a considerare i desideri ameriKKKani?
Trump è al corrente di questa possibilità? Alle spalle della Corea c'è la potenza cinese. La Cina è il principale, quasi l'unico, partner commerciale della Corea del Nord; di fatto controlla l'applicazione delle sanzioni stabilite. E la Cina ne ha man mano stretto le maglie. La Cina ha invocato a lungo e con insistenza dei colloqui fra Kim Jong Un e Washington: Xi vuole che il vicino rinunci al nucleare e si riappacifichi con il Sud. Kim sta assecondando i desideri della confinante potenza, ma non c'è dubbio che abbia chiesto alla Cina di coprirgli le spalle nel caso andasse tutto storto.
Il fatto che con l'Iran Trump abbia fatto un passo indietro sull'Arte del Giungere a un Accordo in favore dell'Arte del Rovesciamento dei Governi non è di buon auspicio per la strategia cinese nei confronti della Corea del Nord. Se Trump pretende che Kim Jong Un capitoli -e se non lo ottiene la Cina avrà poche altre scelte se non mettersi nel mezzo, per impedire che Trump si dia ad exploit a base di nasi sanguinanti o a tentativi di rovesciare il governo nordcoreano. La Cina non vuole che Kim capitoli, né che venga deposto; non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un satellite statunitense o con missili statunitensi alla frontiera.
Questo abbandono della negoziazione in favore di un approccio centrato sul rovesciamento dei governi può indurre Trump ad equivocare l'atteggiamento condiscendente di Kim Jong Un, con la "conseguenza indesiderata" di trovarsi a scoprire che la Cina sostiene Kim Jong Un, e non lui. Le ripercussioni possono essere di vasta portata.
Lo stato sionista, in maniera simile, per decenni è andato vaticinando il rovesciamento dello stato iraniano ad opera degli iraniani stessi, proprio come i funzionari sionisti hanno vaticinato a cadenza regolare la debolezza di Hezbollah e la disaffezione dei libanesi nei suoi confronti... fino alle elezioni libanesi di maggio.
L'economia iraniana è stata in un certo senso poco reattiva, questo va detto; ma non è per nulla debole e men che meno si trova in una spirale mortale come vanno sostenendo i mass media. Di sicuro esiste disoccupazione giovanile, ma la situazione è la stessa in gran parte d'Europa. Il 2018 inoltre non è il 2012; L'Iran non si troverà isolato finanziariamente o politicamente dopo l'editto di Trump. In concreto l'inizativa di ameriKKKani e sionisti stringerà ulteriormente l'alleanza dell'Iran con la Cina e con la Russia. L'Iran guarderà certamente ad est.
Per i russi il messaggio ameriKKKano non potrebbe essere più chiaro: USA e stato sionista vogliono tenere aperta la piaga siriana perché è una piaga in cui lo stato sionista può mettere il dito quando vuole, in primo luogo per negare al Presidente Putin il conseguimento di un qualunque successo in politica estera, ma anche per mantenere Damasco in condizioni di debolezza. E Trump vuole che il governo iraniano capitoli su tutta la linea, o venga rovesciato.
Con l'uscita statunitense dall'accordo sul nucleare iraniano e la consegna di Gerusalemme allo stato sionista, Putin si ritrova un Medio Oriente destabilizzato, conflittuale e fragile. Proprio quello che la Cina e la Russia non volevano. I percorsi della Siria, dell'Iran e della Russia si incrociano adesso fittamente. Ci possono essere delle divergenze, ma la Siria rappresenta la ragione del loro combattere insieme, da veri compagni d'armi; ed è anche la ragione per cui, in una prospettiva più ampia, si comportano di comune accordo come parte di un'alleanza militare e strategica con la Cina.
Siria, Iran e Russia costituiscono un'alleanza di fatto, il cui campo strategico propriamente inteso è il Medio Oriente nel suo complesso, sia che lo si consideri dal punto di vista dell'inziativa cinese sulle vie commerciali, o della corrispondente struttura Russa del blocco territoriale fondato sull'energia. Tutti hanno interesse a mantenerlo stabile, non a destabilizzarlo. Le due mosse di Trump, l'abbandono dell'accordo e la questione di Gerusalemme, sono come granate a frammentazione scagliate nella struttura degli interessi strategici russi e cinesi.
L'abbandono della negoziazione a favore di un approccio che punta al rovesciamento dei governi di cui Trump è adesso protagonista sottopone Mosca a minacce di un tipo differente. Di sicuro Putin è consapevole del fatto che lo "stato profondo" in USA vuole che la quinta colonna filoatlantista, la base di potere economico di cui dispone a Mosca, lo tolga dalla carica e che la Russia abbracci l'ordine mondiale a guida ameriKKKana.
Forse Putin ha pensato che in qualche modo Trump avrebbe avuto ragione della "guerra civile" interna all'amministrazione statunitense e avrebbe trovato il modo di proseguire sulla strada della distensione. Purtroppo i segnali che arrivano sono inequivocabili: nelle dichiarazioni della Difesa statunitense la Russia è passata da "competitore" a "potenza revisionista" a minaccia numero uno (anche più del terrorismo) e infine a minaccia di tale livello da richiedere l'aggiornamento dei sistemi missilistici statunitensi, il rinnovo della flotta di sommergibili nucleari e il rimaneggiamento dell'arsenale atomico. Da lì si è passati a una dottrina di utilizzo delle armi nucleari basata su condizioni, e ultimamente ad un passo ulteriore, il rovesciamento del governo.
Comprensibilmente, Putin intende evitare un conflitto militare con gli USA se appena fosse possibile; al tempo stesso però si rende condo del fatto che se non pone limiti precisi all'azione degli USA e di Netanyahu, arriverà il momento in cui i falchi statunitensi lo presagiranno debole, e la cosa li farà solo insistere ancora di più. Putin ha cercato di mediare fra stato sionista e Iran, ma l'ardore antiiraniano venato di ideologia redentrice professato da Pompeo e da Trump gli ha messo i bastoni fra le ruote. Nei confronti degli USA anche Putin deve dunque prepararsi al peggio, comunque evitando di inficiare anzitempo le condizioni che permetterebbero al suo collega Xi Jinping di condurre il complesso confronto con Washington in materia di traffici e tariffe e di Corea del Nord.
La "conseguenza indesiderata" più notevole sarà che Putin e Xi decideranno che il mutato atteggiamento di Trump ha segnato il momento di tracciare un limite invalicabile e di decidersi a farlo rispettare. Se si arriva a tanto, tutto cambia. Trump è in grado di capirlo?